Home / ComeDonChisciotte / LA CRISI IN ISLANDA: OGNI BOLLA SCOPPIA

LA CRISI IN ISLANDA: OGNI BOLLA SCOPPIA

DI RICHARD COOK
richardccook.com

Recentemente durante un pranzo un amico mi ha chiesto della situazione in Islanda. Ecco un commento:

La piccola nazione dell’Islanda – 320 000 abitanti – non sa produrre niente che sia richiesto sui mercati internazionali. Durante gli anni 60 e 70 la Icelandic Airlines faceva ottimi affari offrendo i voli più economici che si potessero trovare tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma questo appartiene al passato. Pescano nelle sempre meno numerose zone di pesca del Nord Atlantico, e arrivano turisti che apprezzano le meravigliose bellezze naturali del paesaggio con i geysers, sorgenti di acqua calda, e l’abbondanza di escursioni nelle lande selvagge. Ma è tutto qui.
Tecnologicamente parlando gli Islandesi sono estremamente competenti, cosa che li aiuta a produrre sufficiente energia geotermica e idroelettrica da produrre la propria elettricità autonomamente.

Durante l’esplosione in tutto il mondo dell’alta finanza, particolarmente durante i primi anni del 2000, sono diventati investitori, applicando le loro competenze di robusti ex vichinghi ai mercati finanziari mondiali. Al momento del massimo prestito da banche europee, comprese quelle britanniche, erano in grado di finanziare il proprio credito con un portafoglio di azioni e titoli consistente. L’Islanda è stata un tempo tra le nazioni più povere d’Europa, ma in quel momento iniziava a sentirsi ricca e ad agire come tale.

Sfortunatamente, quando il sistema finanziario mondiale è fallito nel 2008-2009, l’Islanda è crollata in blocco. Gli investitori non hanno perso solo la camicia, ma anche le brache termiche, e i loro creditori – ancora una volta guidati dalla Gran Bretagna – li hanno trovati inadempienti. Con le banche che andavano, beh – in bancarotta- e il governo islandese che ne assumeva il controllo, i creditori naturalmente hanno guardato al governo per sanare i debiti della nazione. Il governo si è rivolto al Fondo Monetario Internazionale per ottenere prestiti per i salvataggi, mentre il FMI si aspettava, come è consuetudine, che aumentassero le tasse e riducessero i servizi pubblici per liberare fondi.

Dato che l’Islanda non fa parte dell’UE, hanno una certa abilità di resistere e di dire alla Gran Bretagna e agli altri di “andarsene a quel paese”, e in linea di massima è questa la posizione che ha preso. Economicamente sono tornati a ponderare su come sostenere quello che era diventato uno stile di vita tra i più prosperi al mondo, dato che la pesca e il turismo non bastano ad uno stato moderno. L’Islanda guarda anche alle altre nazioni nordiche per [avere] aiuti economici e sta cercando di coinvolgere società petrolifere esterne nella ricerca di depositi di petrolio nelle sue acque territoriali.

Niente può nascondere il fatto che l’Islanda rimane in seri guai economici con la sua sovranità seriamente compromessa. Gli Islandesi sono diventati anche una specie di eroi per i progressisti, a cui piace vedere qualcuno che frega i banchieri internazionali, o che almeno ha intenzione di farlo. Ma niente può cambiare il fatto che l’Islanda è un esempio pratico di quello che può succedere ad una nazione che lascia appesi la propria prosperità e il proprio futuro ad una bolla finanziaria.

Ogni bolla scoppia. Almeno l’Islanda adesso ha la possibilità di guardare all’interno delle sue risorse umane e naturali per la salvezza.

Richard Cook
Fonte: www.richardccook.com
Link: http://www.richardccook.com/2010/03/09/the-crisis-in-iceland/comment-page-1/#comment-2355
9.03.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Pubblicato da Davide

  • Tao

    L’ ISOLA DEI GATTOPARDI

    DIHAUKUR MAR HELGASON
    ilmanifesto.it

    Dopo le manifestazioni di piazza che hanno rovesciato il governo neo-liberale e l’arrivo al potere della premier social-democratica Sigurdardóttir gli islandesi hanno votato contro l’accordo per gli indennizzi IceSave. Sembrava una rivolta anti-capitalistica. In realtà, nulla è cambiato. Le banche nazionalizzate sono tornate ai privati. Il welfare è stato tagliato. E le élite che avevano provocato la crisi continuano ad arricchirsi

    Dopo il collasso delle tre banche islandesi nell’ottobre 2008 – una bancarotta peggiore di quella di Lehmann brothers in una repubblica di 300mila abitanti – i cittadini hanno rovesciato un governo neo-liberale con proteste di massa, portando a elezioni politiche anticipate. Il giorno delle elezioni, il 25 aprile 2009, il capo conservatore del telegiornale della radio pubblica ha tirato un sospiro di sollievo. «A giudicare dall’atmosfera che si respirava l’inverno scorso, sembrava che in primavera ci sarebbe stata una rivoluzione, qualcosa di completamente diverso da tutto ciò cui eravamo abituati. Adesso tutto è più chiaro».
    Tutto è in effetti più chiaro. Nulla domina più il dibattito politico della parola IceSave: la discussione sulla compensazione del denaro perso da circa 300mila risparmiatori britannici e olandesi ha soffocato ogni altro discorso più radicale di cambiamento in Irlanda per quasi un anno.

    Pari a circa il 10 per cento del debito totale accumulato durante «gli anni felici», lo schema di risparmio Icesave è stato creato da Landsbanki nel 2007, quattro anni dopo la sua privatizzazione, in modo da risolvere i problemi di liquidità della banca, poiché gli investitori avevano cominciato a esprimere dubbi sulla sua solidità. Da quando la democrazia ha liberalizzato la finanza, le banche islandesi hanno cominciato a essere coinvolte in ogni ambito della società. La costruzione di un auditorium nel centro di Reykjavik, i cui costi erano stimati in circa il 2 per cento del Pil nazionale, è stata interrotta, ma appena i conti Icesave hanno cominciato ad attirare i clienti con le promesse di alti rendimenti, i lavori sono ripartiti alla grande.

    Pinocchio si è scottato

    Ci sono due diverse interpretazioni della situazione. Secondo l’interpretazione del governo attuale, è una storia di Pinocchio che si è scottato: sedotti da televisori a schermo piatto, grandi jeep o yacht (per non parlare di droghe o prostitute) la gente si è fatta prendere dall’avarizia e dalla tracotanza. Quelli che più hanno esagerato devono fare un esame di coscienza e molti devono mostrare maggiore umiltà, secondo il primo ministro Johanna Siguardardottir. È tempo di crescere, assumersi le proprie responsabilità e compensare i danni che abbiamo fatto durante gli anni dell’incosciente euforia. Dall’altra parte, l’interpretazione dell’ex sindaco, ex primo ministro, ex manager della banca centrale e ora direttore di giornale David Oddsson e di molti membri del suo anti-europeo Independence Party, ha premesse diverse: certo, qualcosa è andato storto, ma ora non è tempo di scavare nel passato, perché l’Islanda è sotto assedio! Dal momento che il Regno unito e l’Olanda chiedono compensazioni, David ha trovato il suo Golia.

    Di fatto, nessuna di queste due ricostruzioni e completamente falsa. Tuttavia, queste due coerenti ma insoddisfacenti interpretazioni sono rimaste intrappolate in una tornata incessante quanto immobile di colloqui, prolungati nel gennaio scorso dal veto presidenziale sul cosiddetto contratto IceSave II e il successivo referendum di marzo. Questo 10 per cento del debito totale del paese monopolizza il 90 per cento del dibattito.

    Il 6 marzo scorso, si è alla fine tenuto il referendum su un accordo IceSave rinegoziato, che prevedeva un tetto limite annuale per i pagamenti pari al 6 per cento del Pil. L’accordo è stato respinto da una maggioranza del 94%. Fra il 40% degli aventi diritto che hanno boicottato il referendum c’era anche la premier Sigurdardottir e il ministro delle finanze Sigfusson. Loro e molti dei loro sostenitori hanno visto il processo referendario come uno spettacolo sciocco, orchestrato dall’opposizione, guidata dal quotidiano di Davis Oddson Morgunbladid per spostare l’attenzione dalle loro responsabilità.

    In realtà, il voto riguardava semplici dettagli – accetteremo questo accordo particolare, con il suo particolare tasso di interessi e termini di pagamento, o dobbiamo negoziare ulteriormente? In realtà, tuttavia, l’accordo che è stato sottoposto a referendum era già obsoleto al tempo del voto, perché l’Islanda aveva già ricevuto un’altra offerta molto migliore. Votare «sì» sarebbe quindi stato assurdo. Così il primo referendum della repubblica è diventato un puro evento gestuale, uno spettacolo di solidarietà a uso e consumo della stampa straniera. Ma solidarietà contro cosa? Secondo la destra, contro gli oppressori stranieri, ovviamente.

    Il complesso di Asterix

    Molte sono le cose in ballo. Il previsto ritorno alla normalità in Islanda dipende dai prestiti del Fondo monetario internazionale (Fmi), che sono condizionati dai tradizionali «piani di aggiustamento stratturale» (tagli nel welfare, nella sanità e via dicendo) e a una soluzione alla crisi IceSave. Molti peraltro percepiscono la soluzione della questione come un criterio per misurare la volontà e la capacità dell’Islanda di entrare a far parte dell’Unione europea, alla quale ha chiesto di aderire. Ma l’opposizione anti-europea di destra non è l’unica opposizione all’accordo. La «fazione insubordinata» del Left-Green Party – così soprannominata dai suoi partner di governo – si è opposta con forza a ogni collaborazione con il Fmi. I loro ragionamenti, tuttavia, non raggiungono grandi audience. Ciò non è dovuto semplicemente al fatto che i media sono a favore del capitale, ma ha radici più profonde. In breve, Asterix è stato disponibile in traduzione islandese molto prima di Immanuel Kant. Gli islandesi sono stati educati nella convinzione della loro singolarità, un sentimento che ritorna nei discorsi pubblici più di ogni ideale universale. È soltanto grazie ai media internazionali e alle loro ipersemplificazioni che il referendum è stato interpretato in termine di principio universale anti-capitalistico. Un editorialista del Financial Times ha avvertito che il Regno unito doveva trovare un accordo perché «la collera dei cittadini islandesi può rendere concreta la prospettiva che altrove nel mondo ci si rifiuti di pagare debiti pubblici considerati responsabilità di altri». Le implicazioni di un popolo che acquisisce l’autorità legale di rivoltarsi contro i slavataggi bancari è potenzialmente esplosiva. Quello che è cominciato, almeno i parte, come un errore di interpretazione, un’esagerazione del contesto reale in cui si stava svolgendo questo referendum, può diventare retroattivamente vero.

    Aggiustamento strutturale

    Mentre quest’unica discussione focalizza l’attenzione dei media, l’Islanda è sottoposta a una ristrutturazione completa, da cima a fondo. Da una parte, il governo realizza le strategie del Fmi, facendo violenti tagli nella sanità e nell’istruzione, autorizzando il primo ospedale privato del paese (concentrato sul turismo da liposuzione), riducendo al minimo il servizio pubblico televisivo. Dall’altra parte, le «aziende private» si stanno prendendo cura dei propri affari. Quando le banche islandesi sono collassate, nuove banche sono state create nel giro di una notte. Come ha detto nell’ottobre 2008 l’allora primo ministro Geir H. Haarde: «Questa non è una nazionalizzazione». Nel senso che tutto era fatto in favore di interessi privati.
    br>

    Fondate dallo stato, le nuove banche hanno comprato i debiti delle vecchie banche con il 50 per cento di sconto. Una è già stata ceduta a creditori e investitori, l’altra dovrebbe essere riprivatizzata appena possibile. Mentre il 60 per cento delle aziende sono alla mercé di queste nuove banche, il governo non sembra avere una politica precisa sulle loro operazioni, né sembra aver stabilito criteri per fallimenti e salvataggi. Mentre le banche continuano i loro affari, i diversi pezzi si compongono in una immagine coerente: quelli che vestono abiti firmati mantengono i loro lucrosi business, mentre quelli che non hanno mai indossato altro che jeans e scarpe da ginnastica – siano essi lavoratori dipendenti, autonomi o disoccupati – non hanno altra prospettiva che pagare l’infinito debito accumulato dai benvestiti. I ministri rispondono che comprendono la rabbia dei cittadini e condividono le loro lamentele. Eppure, «ci vuole di più una legislazione, di una regolamentazione o di una serie di ordini autoritari», come ha spiegato la premier Johanna Sigurdardottir nel suo recente discorso alla Camera di commercio. «La manipolazione è considerata la ragione principale del collasso delle banche». Così il governo rimane «assolutamente contrario ai politici che manipola il sistema finanziario». Nulla di più. Per il resto, chi ha avuto ha avuto. Chi ha dato, darà.
    br>

    Haukur Mar Helgason
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    18.03.2010

  • Tonguessy

    Due commenti speculari: il primo lascia intendere che esista un specie di giustizia divina in base alla quale “ogni bolla scoppia”, mentre il secondo in stile gattopardiano sentenzia che “nuove banche sono state create nel giro di una notte” mantenendo inalterate finalità e mezzi di quelle fallite.
    La conclusione sembra essere: chissenefrega se ci sono bolle che scoppiano. Con i soliti bailout dei “too xxx to fail” (dove xxx è un aggettivo a scelta tipo grande, marcio, illustre, nazionale e così via) pare che il sistema abbia trovato un nuovo equilibrio di stampo squisitamente matematico: i numeri li danno sempre e solo loro, i soliti padroni del vapore. Gli altri si arrangino, se ce la fanno.

  • AlbertoConti

    Una cosa fondamentale emerge da tutti i resoconti, l’alternanza ripetuta tra privatizzazioni e statalizzazioni bancarie, in un microcosmo fatto, come ormai ovunque, da una minoranza esigua di ricchi “affaristi” e una stramaggioranza di comuni mortali, che si sudano la pagnotta. Il bello del microcosmo è che tutti si conoscono, e il giochino di privatizzare gli utili e socializzare le perdite ha le gambe corte. Un’altra curiosità è che i creditori esteri gabbati equivalgono numericamente agli abitanti rovinati dalla bolla speculativa, dell’altra serie “due piccioni con una fava”. I ladri non si smentiscono mai, usano sempre le stesse regole, l’ultima delle quali è “prendi i soldi e scappa”. Non dovrebbe quindi essere così difficile individuare le controregole sociali per neutralizzare questa tendenza così universalmente diffusa.

  • Kerkyreo

    C’e’ da andare piano!!
    Il caso Islanda non puo’ rappresentare una visione del futuro per le altre nazioni perche’ rimane un caso particolare, infatti , e’ un paese a se’ stante che non puo’ essere minimente paragonato agli altri europei!
    Parliamo di una realta di 300 mila abitanti, cioe’ un decimo di Milano!
    Quindi andiamoci piano!!!

  • AlbertoConti

    Il fatto che sia un caso così dimensionalmente piccolo e così “isolato” lo rende solo più chiaro nelle regole generali di questo tipo di capitalismo truffaldino. Lo schema di Ponzi si applica ai ragazzi dell’oratorio come al sistema dollaro, la logica è la stessa.

  • Loris

    “Almeno l’Islanda adesso ha la possibilità di guardare all’interno delle sue risorse umane e naturali per la salvezza.” Presto molti altri stati avranno questa “possibilità”, è inutile dire che in Islanda sono 4 gatti e ha una situazione diversa, l’unico dato di “crescita” è la disoccupazione, forse l’unica cosa che farà la differnza saranno gli scontri sociali, perchè l’Islanda ha avuto il coraggio di opporsi a un’ingiustizia, come quella del debito-truffa, ma in altre nazioni esploderà tutto quando veramente non ci sara’ più niente da mangiare, e a questo ci arriveremo prima o poi, eppoi saranno cazzi!

  • wld

    Certamente L’Islanda con i suoi 320.000 abitanti, non si può paragonare ad un paese come l’Italia che ne ha 70ml. ma solo una questione di numeri, il sistema, non si differenzia dai grandi numeri, infatti dal 2000 in avanti sono diventati buoni investitori al pari di tutti gli altri, è naturale che qualche bolla speculativa li abbia condizionati (non più di tanto però).
    Rimane il fatto che come sempre i ricchi restano sempre ricchi con case, suw, e buoni vestiti, ed i poveri restano sempre poveri con le solite cose, ma non è questo il vero problema che alla BCE preoccupa, (Germania e Olanda troveranno la via del recupero in un modo o nell’altro) la vera preoccupazione è: e se altri paesi (vedi ad esempio la Grecia) decidessero di non pagare le speculazioni (debiti)? Questo precedente fa preoccupare non poco i signori banchieri dalle loro spa; forse è per questo che l’informazione/disinformazione in mano ai loro network controllati, non dice tutto quello che potrebbe succedere? Purtroppo scrivere sui blog e pseudo giornali online, non fa breccia nell’opinione pubblica come potrebbe fare una televisione e tutta l’informazione di regime in mano ai soliti noti sia di destra che di sinistra, come sempre siamo una esigua minoranza di intellettual chic, rivolti solo ad un pubblico di nicchia.

  • Kerkyreo

    Hai ragione , ma se parliamo di economia dobbiamo tener conto che le realta’ economiche non sono minimamente paragonabili! quindi il discorso economico non vale, ma quello etico si!

  • Kerkyreo

    Se parliamo di etica si! la logica e’ la stessa,MA se parliamo di economia NO!
    Le realta’ economiche sono troppo differenti per fare un paragone!
    Ma scherziamo?