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IN GUERRA CON LA CINA? I PERICOLI DI UNA CONFLAGRAZIONE GLOBALE (PARTE SECONDA)

L’ASCESA E IL DECLINO DEI POTERI ECONOMICI: IL CONFLITTO CINA-USA SI INASPRISCE

DI JAMES PETRAS
globalresearch.ca

Strategie per minare e indebolire la Cina come potenza globale emergente

Gli Stati uniti hanno sviluppato una strategia dettagliata, complessa e ramificata per minare l’ascesa della Cina a potenza globale. La strategia include mosse economiche, politiche e militari studiate per indebolire la crescita dinamica cinese e contenere la sua espansione all’estero.

Strategie economiche

Washington, appoggiata dalla stampa finanziaria più autorevole, così come dai principali economisti ed “esperti”, sostenne che occorreva intervenire nelle politiche economiche interne cinesi con misure pensate per smembrare il suo modello di crescita dinamica. La richiesta più diffusa è che la Cina sopravvaluti la sua valuta in modo da corrodere i suoi margini di competitività e indebolire le industrie impegnate nell’esportazione dinamica [28].

Nel passato, tra il 2000 e il 2008, la Cina ha rivalutto il suo tasso di scambio del 20%, riuscendo comunque a duplicare le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti [29]. Ci sono riusciti aumentando la produttività, diminuendo i tassi di profitto e migliorando i controlli di qualità. Inoltre, il problema dei bilanci negativi per gli affari statunitensi è un problema cronico e mondiale – gli USA hanno bilanci negativi con oltre 90 paesi, inclusi Giappone e Unione Europea [30].

La coalizione anti-cinese, guidata dal complesso Washington – Wall Street, ha continuato a fare dure pressioni su Pechino affinché deregolamentassi il proprio settore finanziario per facilitare la scalata dei mercati finanziari cinesi, invocando violazioni di “scambi ed investimenti”. La Casa Bianca vede nel potente settore finanziario l’unica leva attraverso la quale conquistare le vette di comando dell’economia cinese, attraverso fusioni ed acquisizioni. Questa campagna ha perso forza durante le crisi del periodo 2008 – 2010, indotta dall’attività speculativa di Wall Street. Il sistema finanziario cinese ne è stato a mala pena colpito, grazie alla sua struttura di regolamentazione pubblica e grazie ai vincoli sull’ingresso delle banche statunitensi.

Washington ha imposto misure protezioniste, contrarie alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sotto forma di tariffe sulle esportazioni cinesi di acciaio e abbigliamento, e il Congresso ha minacciato una tassa del 40% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti – un invito ad una “guerra d’affari”.

Gli Stati Uniti hanno bloccato svariati investimenti cinesi a larga scala, nonché l’acquisto di compagnie petrolifere, società tecologiche e altre imprese. In opposizione a questo, la Cina ha permesso alle multinazionali statunitensi di investire decine di miliardi di dollari e di subappaltare in vari settori dell’economia cinese. La Cina, come potenza mondiale emergente, è sicura del fatto che la propria economia dinamica può arginare le corporazioni statunitensi nella loro crescita, mentre gli Stati Uniti, di fronte al deterioramento della propria posizione, si preoccupano per qualunque accelerazione della “scalata cinese”, una preoccupazione generata dalla fragilità economica, nascosta e camuffata da una retorica di “minaccia alla sicurezza”.

Washington ha incoraggiato gli investitori oltreoceano e i fondi di investimento a sovranità cinese a creare un collegamento con le società finanziarie statunitensi impegnate in attività speculative, sperando così di rafforzare l’afflusso di capitali negli Stati Uniti e di creare una “cultura della speculazione” in Cina, per indebolire la produzione di capitale nell’apparato di pianificazione statale.

La Casa Bianca ha intensificato le sue minacce di rappresaglia economica in modo da minare ed escludere le esportazioni cinesi, oltre ad assicurare concessioni che compromettano la legittimità politica interna dei suoi governanti, se e quando dovessero accettare i dettami di Washington. I leader politici cinesi che dovessero concedere agli Stati Uniti la possibilità di decidere le politiche economiche interne provocherebbero pesanti opposizioni da parte degli uomini d’affari e dei lavoratori, che sono prevenuti nei confronti di quelle politiche. Una volta compromessi e indeboliti, messi di fronte ad un’opinione pubblica indiammata, i leader cinesi affronterebbero le pressioni interne ed esterne – mettendo a serio rischio la stabilità della Cina.

Washington ha dato vita ed orchestrato una campagna sui media internazionali, mobilitando il Fondo Monetario internazionale e l’Unione Europea per indebolire il modello industriale cinese, accusando la sua ascesa come potenza mondiale del proprio declino. Dai principali cronisti della stampa finanziaria “seria” alla sensazionale stampa scandalistica a grande tiratura, dai leader politici del Congresso ai funzionari anziani dell’esecutivo, ai proprietari di aziende manifatturiere non competitive e sindacalisti burocrati di un movimento laburista moribondo, è stata allestita una campagna per “affrontare” la Cina con una schiera di crimini e peccati che si estendende dalla competizione scorretta, salari bassi, sussidi statali, fino alla qualità scadente e alla scarsa sicurezza dei prodotti.

Gli accademici, gli economisti, i consulenti, gli esperti finanziari statunitensi e inglesi profondamente radicati nell’impero hanno incoraggiato le proprie controparti cinesi, così come gli investitori e i politici stranieri, a diffondere politiche in linea con le richieste della Casa Bianca. Lo scopo era di facilitare l’ingresso statunitense e di limitare l’espansione cinese verso l’estero.

Ogni giorno gli “esperti” statunitensi scroprivano nuover ragioni per invocare una “crisi imminente” in Cina: l’economia sta rallentando, o crescendo troppo in fretta; una “bolla” è pronta ad esplodere nel campo immobiliare [31]; le banche sono sovraccaricate da debiti, ponendo il sistema finanziario a rischio di collasso; l’inflazione sta crescendo senza controllo; gli investimenti oltreoceano stanno seguendo percorsi coloniali; l’economia è sbilanciata, troppo legata all’esportazione e non al consumo interno; la competitività delle esportazioni è uno dei fattori principali di squilibrio negli affari globali; i rapporti con la crescite economica asiatica minacciano la sicurezza nazionale cinese, ecc… Queste e molte altre argomentazioni, presentate come serie analisi economiche sul Financial Times, il Wall Street Journal e il New York Times, sono studiate per incolpare la Cina delle debolezze e del declino della competitività economica statunitense nel mondo. Lo scopo è quello di influenzare ed esercitare pressioni sui neoliberali cinesi “malleabili” o “accomodanti” affinché cambino le loro politiche. Cosa altrettanto importante, queste “critiche” sono pensate per unificare l’élite degli affari, della politica e militare, oltre a giustificare azioni aggressive nei confronti della Cina. Il problema di base con le analisi di questi esperti è che sono stati confutati dalla continua crescita dinamica della Cina, dalla sua abilità a gestire e regolare i prestiti finanziari per prevenire l’esplosione della bolla, dall’accoglienza sempre migliore da parte segli ospiti africani verso nuovi accordi di investimento, grazie a prestiti relativamente generosi e progetti per infrastrutture affiancati ad investimenti nel settore estrattivo [32]. Più di recente Washington ha convinto India e Brasile ad unirsi al coro di accuse alla Cina per scorrettezze negli affari, una delle alleanze piè pericolose che si stiano formando.

Offensiva politica

Il declino delle potenze imperialiste affermate, come gli Stati Uniti di oggi, ha un repertorio di automatismi pensati per screditare, sedurre, isolare e contenere le potenze mondiali emergenti come la Cina, mettendole sulla difensiva.

Uno degli stratagemmi politici che dura da più tempo è la campagna di propaganda americana per i diritti umani, con cui sottolinea le violazioni perpetrate dalla cine, ignorando i propri attacchi e minimizzando le azioni dei propri alleati, come quelle dello stato di Israele. Screditando la politica interna cinese, il Dipartimento di Stato spera di gonfiare artificialmente l’autorità morale degli Stati Uniti e di spostare l’attenzione dalle proprie violazioni ai diritti umani, a lungo termine e su larga scala, costruendo una coalizione anti-Cina.

Mentre la propaganda sui diritti umani viene usata come arma per combattere l’avanzata economica cinese, Washington cerca la cooperazione della Cina nel tentativo di rallentare il proprio declino. I diplomatici statunitensi insistono nel voler “trattare la Cina alla pari”, riconoscendola come “potenza mondiale” che deve “assumersi le proprie responsabilità” [33]. Dietro a questa retorica dipomatica c’è lo sforzo di costringere la Cina ad una politica di collaborazione e di sostegno alle strategie statunitensi come socio giovane, alle spese degli interessi economici cinesi. Ad esempio, se da un lato la Cina ha investito miliardi di dollari in joint venture con l’Iran e ha sviluppato relazioni d’affari in crescita, Washington pretende il supporto cinese per sanzioni che indeboliscano e degradino l’Iran per aumentare il potere militare statunitense nel Golfo [34]. In altre parole, la Cina dovrebbe rinunciare all’espansione del proprio proprio mercato per condividere la “responsabilità” nel controllo del mondo, cosa in cui gli Stati Uniti primeggiano. Allo stesso modo, sintetizzando il significato delle richieste avanzate dalla Casa Bianca di “assunzione di responsabilità” per “ribilanciare l’economia mondiale”, questo si riduce ad imporre a Pechino una riduzione della propria crescita dinamica, in modo da permettere agli Stati Uniti di ottenere vantaggi negli affari e di ridurre (“ribilanciare”) il proprio deficit.

Alternando gesti simbolici e positivi, come il riferirsi a Stati Uniti e Cina come il G2, le due potenze mondiali determinanti, la Casa Bianca ha di fatto incoraggiato un “fronte unito” con l’Unione Europea contro le presunte manovre cinesi di “protezionismo”, “manipolazione della valuta” e altre norme economiche “ingiuste” [35].

Agli incontri internazionali come la recente conferenza tenutasi a Copenhagen sul riscaldamento globale, l’incontro sul GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, ovvero l’accordo generale su tariffe e scambi, ndt), in cui si è discussa la liberalizzazione degli scambi, e l’incontro delle Nazioni Unite sull’Iran, Washington ha tentato di demonizzare la Cina indicandola come il principale ostacolo alla buona riuscita degli accordi globali, allontanando l’attenzione dalle azioni cinesi, quali la conformità agli standard sul clima, con cui si posiziona ben al di sopra degli Stati Uniti [36], l’opposizione al protezionismo e la ricerca di negoziazioni con l’Iran.

Nel tempo, questa offensiva imperialista ha provocato una risposta aggressiva da parte della Cina, che ha raggiunto una maggiore fiducia nelle proprie capacità di gestione del potere.

Strategie per contrastare le potenze imperialiste affermate

Una delle risposte più formidabili ed efficaci di una potenza economica emergente verso gli sforzi fatti da potenze imperialiste affermate per bloccare la sua avanzata è… di continuare a crescere ad un tasso raddoppiato o triplicato rispetto alla decrescita del suo avversario. Nulla mette alla prova la propaganda di “crisi” emanata dagli esperti statunitensi quanto, ad esempio, la notizia che nel primo trimestre del 2010 la Cina ha avuto una crescita del 12%, sei volte quanto previsto per gli Stati Uniti [37]. La politica cinese nei confronti degli attacchi e delle minacce statunitensi è stata soprattutto reattiva e difensiva, anziché aggressiva, specialmente durante la prima decade dell’avanzata verso la condizione di potenza globale.

La Cina ha sostenuto che il proprio tasso di scambio fosse un “affare interno” e ha risposto alle richieste statunitensi, rivalutando la propria valuta (2006 – 2008) del 20%. Più tardi la Cina ha specificato che il trambusto relativo alla valuta aveva poco a che fare con il deficit di scambi degli Stati Uniti, evidenziando come questo fosse legato alla debolezza strutturale dell’economia statunitense, ovvero ai pochi risparmi, la bassa creazione di capitale e la perdita di competitività.

Inizialmente la Cina ha protestato soltanto per quanto riguarda gli attacchi ai diritti umani, negando le proprie colpe o sostenendo che riguardassero affari interni. A partire dal 2010, comunque, la Cina ha iniziato a muoversi in maniera più aggressiva, pubblicando il proprio inventario di violazioni ai diritti umani perpetrate dagli Stati Uniti [38]. Quando Washington ha protestato per le violazioni ai danni dei separatisti Tibetani e Uiguri, la Cina ha rimproverato l’interferenza americana negli affari interni cinesi e ha minacciato di compiere rappresaglie, cosa che ha spinto Washington a fermare la propria crociata.

Pechino ha incoraggiato le multinazionali statunitensi ad investire in Cina e ad esportare i prodotti negli Stati Uniti. Vista la crescita complessiva cinese, l’ingresso delle corporazioni non ha aumentato il potere americano, ma piuttosto ha fornito alla Cina una lobby a Washington che si è opposta alle misure protezioniste.

La Cina ha fatto poco per vincolare l’espansione oltreoceano degli Stati Uniti, (dal momento che Washington ha un’eccellente attività di autodistruzione) e si è invece preoccupata di rafforzare la propria strategia su base economica di aumento degli investimenti, prendendo in prestito la tecnologia e arricchendo le proprie industrie di alta tecnologia. La Cina, nonostante le pressioni ricevute da Washington, si è rifiutata di appoggiare la sua campagna di sanzioni nei confronti dell’Iran e ha deciso di creare legami commerciali con l’Afghanistan, laddove l’occupazione militare statunitense costa miliardi di dollari e allontana gran parte degli afghani, inclusi i suoi investitori [39]. La Cina ha rifiutato di dare il proprio supporto alla strategia militare di Obama, volta a rafforzare l’impero. Se da un lato, quindi, partecipa agli incontri e alle conferenze bilaterali, dall’altro la strategia cinese è di non fare concessioni che possano mettere a rischio i suoi mercati oltreoceano, senza mettere direttamente a confronto le missioni militari promosse da Obama.

Cosa ancor più singolare, in Asia i paesi in maggior crescita hanno ignorato gli avvertimenti americani circa la “minaccia alla sicurezza” rappresentata dalla Cina e hanno espanso i loro affari e legami economici con il loro vicino. Col tempo l’Asia sta rimpiazzando gli Stati Uniti come il partner d’affari di Pechino con la crescita più rapida. Più di recente, nell’aprile 2010, l’India ha espresso preoccupazione sull’iniquità dei propri scambi con la Cina ed ha intrapreso negoziazioni per aumentare le proprie esportazioni.

Nell’insieme, la strategia imperialista statunitense, volta ad arginare il proprio declino e bloccare la crescita della Cina come potenza mondiale, ha fallito. I politici e i detrattori finanziari della Casa Bianca hanno ignorato le importanti fondamenta su cui è costruito l’impero cinese e la sua capacità di rimediare agli squilibri interni per sostenere l’espansione dinamica.

Le colonne portanti del potere globale

La Cina, come era capitato ad altre potenze globali emergenti, ha tentato – in questo caso con successo e senza l’utilizzo della forza – di porre le basi per un’impero economico sostenibile. La strategia include una complessa miscela di misure adottate dentro e fuori dai confini:

1. Gli investimenti oltroceano, per assicurarsi risorse strategiche, specialmente energia, metalli e cibo [40].

2. Gli investimenti interni di alto livello, per incrementare la capacità manifatturiera, introducendo tecnologia avanzata per migliorare il valore aggiunto e smorzare la propria dipendenza dall’importazione di componenti. Elevati investimenti sono percepiti come necessari per sostenere la competitività nelle esportazioni.

3. Le consistenti spinte a migliorare l’istruzione della forza lavoro, al fine di ottenere la supremazia industriale – con maggior rilievo ad ingegneri, scienziati e manager industriali rispetto a speculatori, banchieri e avvocati. Ad ogni modo, gli sforzi della Cina per promuovere la propria forza lavoro non otterranno successi a meno che non vengano riconosciuti ed integrati quei 200 – 300 milioni di lavoratori emigranti i cui figli sono attualmente esclusi dall’istruzione avanzata nelle principali città del paese [41].

4. Gli investimenti multi miliardari nelle infrastrutture, includendo dozzine di nuovi aeroporti, autostrade ad alto scorrimento e corsi d’acqua a creare collegamenti tra le regioni costiere e l’interno del paese, aumentando la crescita dinamica delle industrie. Tra i risultati, una minore migrazione ai centri di manifattura costieri, che in alcuni casi ha comportato scarsità di lavoro, ma che poi ha anche permesso un aumento significativo dei salari e minori squilibri geografici nello sviluppo dei poli vecchi e nuovi.

5. Mentre il lavoro professionalizzato comincia a prendere il posto di quello non professionalizzato, e mentre la crescita dinamica scala le vette della produzione ad alto valore aggiunto, altrettanto fanno i salari medi e la consapevolezza sociale, consentendo di diminuire la pressione sociale dovuta alle disuguaglianze tra classi.

6. Come risultato delle pressioni sociali, evidenziate in oltre 100.000 proteste locali, scioperi e dimostrazioni all’anno, il governo si è mosso cercando di diminuire le tensioni di classe, e lo ha fatto in parte con investimenti in assistenza sociale e altre spese di natura sociale. La Cina si sta spostando dall’acquisto di buoni del Tesoro statunitensi agli investimenti in sussidi per la sanità e l’istruzione pubblica nelle aree rurali. Riportando lo Stato nello sviluppo sociale, anziché affidarsi al mercato, che ha dimostrato la propria inefficienza, la Cina sta migliorando e ammodernando i processi di produzione nei lavori rurali.

Riassumendo, le colonne portanti della spinta dinamica cinese a diventare una potenza globale risiedono nel ribilanciamento dell’economia, nel miglioramento della propria base produttiva, nell’espansione del mercato interno, nel perseguire la crescita e la stabilità sociale e nel massimizzare l’accesso agli articoli essenziali alla produzione.

La versione cinese del “ribilanciamento” dell’economia: nuove contraddizioni

Il ribilanciamento cinese dell’economia interna è stato accompagnato da una trasformazione delle rapporti economici con gli Stati Uniti. Visto l’atteggiamento apertamente ostile adottato dai leader del Congresso e vista la condizione stagnante del mercato americano, la Cina ha aumentato i propri affari ed investimenti con l’Asia, in modo da diminuire la propria idpendenza dal mercato statunitense e con essa il rischio di dover affrontare la morsa protezionista [42]. Sebbene la Cina sia ancora un “creditore” per gli Stati Uniti, sta spostando i propri investimenti in affari più produttivi (e lucrativi). Non tutte le speculazioni cinesi oltreoceano sono state un successo, si vedano ad esempio alcuni uomini d’affari “istruiti in occidente”, che hanno perso svariati miliardi di dollari investendo nel gruppo Blackstone o simili.

Il “ribilanciamento della crescita” cinese ottenuto attraverso il rafforzamento delle fondamenta per successive espansioni, deve affrontare rischi maggiori provenienti dall’interno che non dall’esterno. Entro i confini cinesi, svariati cambiamenti nella struttura sociale possono mettere in pericolo la stabilità del sistema, così come è successo per altre potenze affermate. La spinta verso un’espansione oltreoceano ha dato vita ad una parte della nuova classe dirigente pubblico-privato che ignora la necessità di sviluppare un mercato interno, specialmente per quello che riguarda gli investimenti nello sviluppo sociale. In secondo luogo, l’intera classe dirigente e l’élite al governo, se da un lato appoggiano formalmente il bisogno di migliorare le condizioni di lavoro, costruendo una rete di sicurezza sociale nelle aree rurali ed estendendo il diritto alla salute e all’istruzione agli emigranti, dall’altro si rifiutano di aumentare le proprie tasse, si oppongono a qualunque politica di redistribuzione e difendono i propri privilegi di famiglia creando le condizioni affinché si intensifichino le tensioni e i conflitti di classe.

Altrettanto deleterio per il futuro delle fondamenta dell’espensione cinese è l’emergere di una classe di speculatori particolarmente influente, soprattutto nel campo immobiliare, bancario e in quell’élite politica locale che favorisce le bolle economiche, che a loro volta minacciano l’intero sistema finanziario [43]. Mentre il regime, nonostante il controllo sulla politica monetaria e sul sistema finanziaro, adotta strategie per “sgonfiare” la bolla, non fa nulla dal punto di vista strutturale che possa insidiare questo settore o la classe dirigente. Inoltre, la speculazione nell’ambito immobiliare aumenta il costo delle case oltre le possibilità di gran parte dei lavoratori, e allo stesso tempo i prezzi gonfiati delle terre permettono l’espropriazione arbitraria dei proprietari da ufficiali locali e regionali legati agli speculatori edilizi, alimentando agitazioni di massa e in alcuni casi violente proteste.

La crescita delle importazioni, degli speculatori finanziari e di coloro che diventano miliardari grazie ad investimenti immobiliari potrebbe garantire un’apertura per il settore principale dell’impero statunitense: la classe dirigente finanziaria, immobiliare e delle assicurazioni. Fino ad ora le ripetute crisi ed instabilità indotte da questi settori nei periodi 1990 – 2001, 2000 – 2002, 2007 – 2010, hanno messo in pericolo la loro abilità di infiltrarsi nell’economia cinese.

Vista la continua crescita della Cina, particolarmente evidente oggi, con un +9% nel 2009 e un +12% nel 2010, mentre gli USA rantolavano attorno ad una crescita zero, chi ha di più da perdere se e quando Washington deciderà di innescare una guerra commerciale?

Confronto esterno sulla riorganizzazione interna: con gli USA ?

Gli Stati Uniti ha contratto debiti con almeno 91 paesi oltre alla Cina, a dimostrazione del fatto che il problema risiede nella struttura dell’economia statunitense. Qualunque misura punitiva per limitare le esportazioni cinesi negli USA non farebbero altro che aumentare i debiti con altri esportatori concorrenti. Una diminuzione delle importazioni statunitensi dalla Cina non risulterebbero in un aumento della manifattura americana, a causa della natura sottocapitalizzata di quest’ultima, direttamente legata alla posizione dominante del capitale finanziario nel trovare e nel ridistrubuire i risparmi. Inoltre, “terzi” paesi potrebbero ri-esportare prodotti fabbricati in Cina, mettendo gli Stati Uniti nella non invidiabile posizione di dover ingaggiare una guerra commerciale con chiunque oppure ammettere il fatto che un’economia basata sulla finanza, al giorno d’oggi, non è competitiva.

La decisione della Cina di trasferire sempre di più il proprio surplus dagli acquisti in buoni del Tesoro statunitense in investimenti più produttivi, come ad esempio lo sviluppo del proprio “hinterland” o speculazioni strategiche oltreoceano in materie prime e nel settore energetico, potrebbero forzare il Ministro del Tesoro americano ad aumentare i tassi d’interesse per impedire una massiccia fuga dal dollaro. Tassi d’interessi in aumento potrebbero giovare ai commercianti, ma potrebbero anche affievolire qualunque possibilità di recupero o addirittura far affondare il paese di nuovo nella depressione. Nulla indebolisce un impero globale più del fatto di fover rimpatriare gli investimenti oltreoceano e vincolare i prestiti stranieri al sostentamento di un’economia interna in continuo riassetto.

Il perseguimento delle politiche protezioniste avrebbe un impatto maggiormente negativo sulle multinazionali americane in Cina, poiché la maggior parte dei loro prodotti viene esportata nel mercato statunitense: Washington si darebbe la zappa sui piedi. Non solo, una guerra commerciale potrebbe espandersi ed influenzare negativamente il mercato automobilistico degli Stati Uniti. General Motors e Ford fanno molti più affari in Cina che negli USA, dove stanno andando pesantemente in rosso [44]. Una guerra commerciale da parte degli Stati Uniti avrebbe un impatto inizialmente negativo sulla Cina, fino a che questa non riuscisse a rimettersi in sella, traendo vantaggio dai potenziali 400 milioni di consumatori nelle regioni più interne del paese. Non solo, gli economisti cinesi stanno rapidamente diversificando gli scambi con l’Asia, l’America Latina, l’Africa, il Medio Oriente, la Russia, e anche con l’Unione Europea. Il protezionismo potrebbe creare qualche posto di lavoro negli Stati Uniti in alcuni settori manifatturieri non competitivi, ma costerebbe molti più posti di lavoro nel settore commerciale (Wal Mart), che dipende dagli articoli a basso prezzo per i consumatori con scarse possibilità economiche.

La retorica commerciale bellicosa sul Campidoglio e sulle politiche di contrasto diretto adottate dalla Casa Bianca è un atteggiamento pericoloso, pensato per deviare l’attenzione dalle debolezze profonde e strutturali delle basi su cui è fondato l’impero. Il settore finanziario pesantemente arroccato e l’altrettanto dominante metafisica militare, che impartisce ordini alla politica estera, hanno portato gli Stati Uniti lungo il ripido pendio delle crisi economoche croniche, delle costose guerre senza fine, delle disuguaglianze di classe ed etico-raziali sempre più profonde, così come del declino degli standard di vita.

Nel nuovo ordine mondiale competitivo multi-polare, gli USA non riescono a seguire con successo la tattica di ostacolare una potenza imperialista emergente bloccandole l’accesso a risorse strategiche attraverso boicottaggi coloniali. La Casa Bianca non riesce a fermare la Cina con i suoi investimenti lucrativi e gli accordi commericali nemmeno nei paesi sotto occupazione americana, come l’Iraq e l’Afghanistan. Per quanto riguarda i paesi sotto la sfera d’influenza americana, come il Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone, il tasso di crescita degli scambi e degli investimenti con la Cina supera già di gran lunga quelli statunitensi. Tanto meno si può sperare da un assedio militare unilaterale, quindi gli Stati Uniti sembrano destinati a non poter contenere l’avanzata cinese come protagonista dell’economia mondiale, come potenza imperialista di recente affermazione.

La principale debolezza della Cina è al suo interno, nelle radicate divisioni di classe e nello sfruttamento di alcuni ceti, che l’attuale elite politica, profondamente legata da vincoli economici e familiari, potrà migliorare ma non eliminare [45]. Per ora la Cina è stata in grado di espandersi a livello globale attraverso una forma di “imperialismo sociale”, distribuendo una parte delle ricchezze prodotte all’estero ad un ceto medio urbano in crescita e a manager, professionisti, speculatori immobiliari e membri dei partiti regionali.

Al contrario, le conquiste militari oltreoceano degli Stati Uniti sono state costose e senza alcun ritorno economico, ma anzi, con danni a lungo termine all’economia civile, sia nelle sue manifestazioni interne che in quelle esterne. L’Iraq e l’Afghanistan non contribuiscono all’erario se si confronta con quanto è stato depredato dall’Inghilterra in India, Sud Africa e Rhodesia (Zimbabwe). In un mondo sempre più basato sui rapporti commerciali, le guerre coloniali non hanno futuro economico. Immensi budget militari e centinaia di basi, alleanze con stati neo-coloniali sono gli ultimi strumenti con i quali è possibile competere in un mercato globale. Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti sono un impero in declino e la Cina, con il suo approccio di tipo commerciale, è un impero emergente con una “nuova modalità” (sui generis).

Transizione da impero a repubblica?

Di fronte all’evidente declino economico statunitense, la classe dirigente può ammettere che questo impero non è sostenibile? Gli Stati Uniti potrebbero aumentare le proprie esportazioni in Cina e la propria quota di scambi mondiali per bilanciare i conti solo se decidessero di portare avanti profondi cambiamenti politici ed economici.

Nulla all’infuori di una rivoluzione politica ed economica può ribaltare il declino degli Stati Uniti. La cosa fondamentale √® dare un nuovo assetto all’economia statunitense, passando da basi finanziarie ad altre industriali, ma un cambiamento di questa portata richiede un maggior benessere sociale, anzichè un potere arroccato tra Wall Street e Washington [46]. Quello che passa per l’attuale settore manifatturiero americano non dimostra alcuna spinta per un cambiamento così¨ storico. Al momento gli industriali hanno permesso l’acquisito quote o addirittura il rilevamento da parte di istituzioni finanziarie: hanno perso la loro caratteristica distintica come settore produttivo.

Anche assumendo che ci sia un cambiamento politico verso una nuova industrializzazione degli Stati Uniti, l’indistria dovrebbe abbassare i propri profitti, aumentare gli investimenti in ricerca applicata e sviluppo, e migliorare in modo significativo la qualità dei propri prodotti per diventare competitiva nei mercati interni ed esteri. Occorrerebbe ricollocare enormi somme ora impegnate in guerre, “marketing” e speculazioni, dedicandole a servizi sociali, quali piani di unificazione nazionale della sanità, ingegneria di alto livello e formazione professionale industriale avanzata, solo in questo modo si potrebbe aumentare l’efficienza e la competitività del mercato interno.

Il trasferimento di un bilione di dollari in spese militari per guerre coloniali potrebbe facilmente finanziare settori dell’economia come la produzione di beni di qualità per il consumo locale ed oltreoceano, includendo la riduzione di componenti tossiche nelle merci e nelle materie prime, oltre alle sorgenti energetiche dannose per l’ambiente.

Ricollocando il denaro speso nelle basi militari si potrebbe aumentarne l’afflusso e ridurne il deflusso all’estero. Ponendo fine ai legami politici e ai sussidi plurimiliardari agli stati militarizzati come Israele e abolendo le sanzioni sui principali mercati economici, come quello dell’Iran, si potrebbe diminuire lo sperpero di soldi dalle casse degli Stati Uniti e aumentarne l’ingresso, oltre alle opportunità per il settore produttivo da un capo all’altro del mondo musulmano, che conta circa 1.5 miliardi di persone.

Concentrando gli investimenti interni ed oltreoceano sui mercati in crescita dell’energia pulita e della tecnologia si creerebbero nuovi posti di lavoro e si abbasserebbero i costi di vita, migliorandone peraltro gli standard. Tasse di confisca per milionari/miliardari, specialmente per l’intera elite di Wall Street, e limiti superiori di tasso su tutte le entrate oltre il milione di dollari potrebbero finanziare la sicurezza sociale e un sistema sanitario pubblico su base nazionale, che ridurrebbe le spese sia all’industria che allo stato. Il passaggio da impero a repubblica richiede un totale riassetto del potere sociale, e una vasta ristrutturazione dell’economia. Solo allora gli Stati Uniti sarebbero in grado di competere economicamente con la Cina.

Un cambiamento da potenza imperialista militare, corrosa da un’elite politica corrotta e vincolata ad un’√©lite economica parassita e speculatrice, ad una repubblica produttiva con un’economia equilibrata e competitiva richiede cambiamenti politici fondamentali e una rivoluzione ideologica profonda. Per innescare questo riassetto politico ed economico occorre una nuova configurazione dello stato che persegua investimenti pubblici creando industrie competitive, che intensifichi il mercato interno ed aumenti i servizi sociali.

Per espandere i mercati esteri, Washington deve dare un taglio ai boicottaggi e al servilismo militare verso Israele, tanto propagandato dalla quinta colonna pro-isreliana radicata nelle più importanti istituzioni finanziarie e politiche, che hanno il pieno controllo dell’assemblea legislativa [47].

Porre fine alla costruzione di un impero su basi militari permetterebbe di dare il via ai finanziamenti pubblici per innovazioni tecnologiche civili; eliminando le restrizioni sulle vendite di articoli tecnologici all’estero si potrebbe ridurre il deficit di scambi, migliorando la produzione locale e i livelli di competitività.

Per un’accelerazione maggiore è necessario un confronto faccia a faccia tra gli ideologi del capitale finanziario e un rifiuto deciso di qualunque loro sforzo nel dirottare l’attenzione dal loro ruolo nella distruzione dell’America. La campagna di “biasimo” per la Cina, per ciò che in realtà è stato causato da squilibri strutturali interni agli USA, deve essere affrontato prima che ci porti ad una nuova, costosa ed autodistruttiva guerra commerciale, se non peggio.

Gli “squilibri” interni della Cina sono profondi e diffusi, pillarse col tempo possono indebolire le basi dell’espansione verso l’esterno. Le disuguaglianze di classe, lo sviluppo regional non uniforme, la corruzione della sanit√† pubblica e privata e i trattamenti discriminatori nei confronti degli emigranti, trattati come cittadini di serie B (un sistema di cittadinanza a due facce) saranno risolti internamente nonappena le divisioni socio-economiche si trasformeranno in lotta di classe. Cambiamenti radicali del sistema sanitario privatizzato in un sistema pubblico e nazionale sono essenziali, ma tali cambiamenti richiedono la ripresa della lotta di classe contro interessi acquisiti, sia statali che privati [48].

Conclusioni

Come già successo nel passato, una potenza imperialista che deve affrontare profondi squilibri interni, perdita di competitività nel mercato e un’eccessiva dipendenza dalle attività finanziarie va in cerca di retribuzioni politiche, alleanze militari e restrizioni commerciali che possano rallentare il proprio crollo [49]. La propaganda, che fa leva su sentimenti sciovinisti utilizzando come capro espiatorio uno stato imperialista emergente e modellando le alleanze militari per “circondare” la Cina, non hanno avuto alcun impatto. Non hanno fermato i paesi geograficamente vicini alla Cina dal rafforzare i legami economici. Non c’è alcuna speranza che questo dato cambi nell’immediato futuro. La Cina continuerà a crescere con tassi a due cirfe. L’impero statunitense continuerà ad essere impantanato in una condizione di torpore cronico, nelle sue guerre senza fine, farà sempre più affidamento sulle potenzialità della sovversione politica, promuovendo i regimi separatisti che – prevedibilmente – collasseranno o verranno abbattuti. Gli Stati Uniti, a differenza delle potenze coloniali affermate del passato, non possono negare alla Cina l’accesso alle materie prime, come si è visto nel caso del Giappone. Viviamo in un mondo post-coloniale, dove la maggior parte dei regimi fa affari e investe denaro con chiunque paghi i prezzi di mercato. La Cina, a differenza del Giappone, dipende dalla salvaguardia dei mercati attraverso la competitività economica – potere di mercato – non dalla conquista militare. A differenza del Giappone, ha una forza lavoro consistente; non ha bisogno di conquistare e sfruttare lavoratori di paesi stranieri

La costruzione dell’impero cinese, basata sull’economia, è in sintonia con i tempi moderni, guidata da un’elite libera di creare legami senza rendere conto a nessuno, mentre gli Stati Uniti sono afflitti dagli speculatori finanziari, che hanno corroso ed eroso l’economia, devastanto i complessi industriali e trasformando case abbandonate in enormi parcheggi.

Se è vero che l’elite imperialista statunitense è in perdita e quindi non è in grado di contenere l’ascesa cinese a potenza mondiale, √® altrettanto vero che anche la classe lavoratrice americana è in perdita e non può quindi sostenere il passaggio da impero militare a repubblica produttiva. La caduta economica e le elite politice e sociali hanno depoliticizzato il malcontento; le crisi economiche sistemiche sono state trasformate in malattie individuali e private. A lungo termine, qualcosa dovrà rompersi; il militarismo e il potere sionista salasseranno e isoleranno gli Stati Uniti, che si troveranno a dover reagire con violenza… Più tempo passerà, più sarà violenta la rinascita della repubblica. Gli imperi non si spengono pacificamente, nè tantomeno le elite finanziarie, immerse in una condizione di straordinario benessere e potere, abbandoneranno le loro posizioni di privilegio senza opporre resistenza. Solo il tempo ci dirò quanto resisterà il popolo americano all’espropriazione delle case, allo schiavismo dei datori di lavoro, alla colonizzazione della quinta colonna e al declino interno di un impero costruito su basi militari.

FINE

James Petras
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=18913
29.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI

[1] Ian Kershaw, “Hitler: 1936-1945” Vol. 2 (Londra: 2008). Stando a quanto affermato dall’eminente studioso Frederick Clairmont “Per Hitler, l’India era un modello di impero coloniale predatorio, “L’Unione Sovietica sar√† la nostra India”, ha dichiarato trionfante‚Äù. “Operation Sea Lion: Looking Back” [“Ricordando l’operazione Leone Marino”] lettera ad un collega della Sorbona, Aprile 2010.

[2] Gabriel Kolko, “The Politics of War” [“Le politiche di guerra”] (New York: Pantheon 1990)

[3] Chalmers Johnson, “Nemesis: The Last Days of the American Republic” [“Nemesi: gli ultimi giorni della repubblica americana”] (New York: Metropolitan Books 2007)

[4] James Petras “The US and China: One Side is Losing, the Other is Winning” [“Gli Stati Uniti e la Cina: una parte sta perdendo, l’altra sta vincendo”] e “US and China: Provoking the Creditor, Hugging the Holyman” [a href=”https://comedonchisciotte.org/controinformazione/modules.php?name=News&file=article&sid=6881&mode=thread&order=0&thold=0 “USA – Cina: provocare il creditore, abbracciare il sant’uomo”] petras.lahaine.org

[5] Herbert Bix “Hirohito and the Making of Modern Japan” [“Hirohito e la nascita del Giappone moderno”] (New York: Harper Collins 2000)

[6] Edward Miller “Bankrupting the Enemy: The US Financial Siege of Japan before Pearl Harbor” [“Mandare in rovina il nemico: l’assedio finanziario del Giappone da parte degli USA prima di Pealr Harbor”] (Annapolis MD: United States Naval Institute Press 2007) in particolare: Cap. 6 “Birth of the Embargo Strategy” [“Nascita della strategia dell’embargo”], Cap. 7 “Export Controls” [“Controllo delle esportazioni”], Cap. 10 “Japan‚ Vulnerabilities: Strategic Resources” [“Vulnerabiltà del Giappone: risorse strategiche”].

[7] James Petras e Morris Morley “The Imperial State” [“Lo stato imperialista”] in James Petras et al. “Class, State and Power in the Third World” [Classe, Stato e Potere nel Terzo Mondo] (Montclair: Allenheld e Osmun 1981)

[8] “Defense Strategy for the 1990‚Äôs” [“Strategie di difesa negli anni ’90”] pubblicato pi√π tardi come “Defense Planning Guidance” [“Guida ai piani di difesa”] (bozza 1992)

[9] Diana Johnstone, “Fools Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions” [“La Crociata degli sciocchi: Jugoslavia, NATO e delusioni ocidentali”] (Monthly Review: NY 2002).

[10] Il manifesto dei neo-conservatori è emblematico per l’ascesa al potere di questa elite. Si veda “The Project for the New American Century” [“Il progetto per il nuovo secolo americano”] (Information Clearance House) Settembre 2000.

[11] Riguardo agli ufficiali statunitensi schierati con Israele nel promuovere la guerra in Iraq, si veda l’articolo di James Petras “The Power of Israel in the United States” [“Il potere di Israele negli Stati Uniti”] (Atlanta: Clarity Press 2006)

[12] Le affinità all’interno della classe dirigente cinese hanno prodotto svariate centinaia di miliardari e probabilmente le peggiori disuguaglianze in Asia. Si veda il Financial Times (FT) del 30 Marzo 2010, p. 9.

[13] L’avanzamento della Cina e la crescita di nove industrie ad alta tecnologia ha permesso di migliorare i controlli sulle multinazionali, FT 22 Febbraio 2010, p.2. La Cina ha preso il posto degli Stati Uniti come maggior produttore di turbine eoliche e di “carbone pulito”, FT Rapporto Speciale sull’Energia, 29 Marzo 2010. Riguardo aull’aumento del controllo cinese sulla propria economia, si veda FT 8 Aprile 2010, p.9.

[14] Quasi in ogni numero del Financial Times c’è almeno un articolo che incolpa la Cina per gli “squilibri globali”. Si veda FT 31 Marzo 2010, p.3; FT 6 Aprile 2010, p. 3 e 8.

[15] Il budget militare statunitene è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni, arrivando ad un bilione di dollari, dei quali circa il 70% viene speso nelle guerre in corso e nella preparazione di nuove guerre, mentre il resto è destinato a pensioni e altri pagamenti relativi a guerre del passato.

[16] Sia nel caso del Kenia che in quello dello Zimbabwe (già noto come Rhodesia), i funzionari britannici, messi di fronte ad una prolungata resistenza, hanno accordato l’indipendenza, che includeva generosi compensi per le perdite subite dai coloni.

[17] Si veda, di Petras, “Power of Israel in the United States” [“Il potere di Israele negli Stati Uniti”] op. cit.; “Zionism, Militarism and the Decline of the US Power” [“Sionismo, militarismo e declino del potere statunitense”] (Atlanta: Clarity Press 2008).

[18] Questo è vero nei casi in cui il potere sionista ha promosso all’interno del governo sanzioni contro l’Iran, la Siria e ancor prima contro l’Iraq. La Cina ha investito circa 5 miliardi di dollari in Iran in bacini gassiferi, e questo √® solo uno di molti altri investimenti, Global Research, 8 Marzo 2010.

[19] Dal 2010 la Cina, così come l’India, ha preso il posto degli Stati Uniti come maggior importatore di petrolio saudita. FT, 22 Febbraio 2010, p.4

[20] Israele ha la pi√π grande forza armata pro capite, il maggior numero di caccia e bombe nucleari nel mondo. Insieme agli Stati Uniti ha invaso più paesi di quanto non abbia fatto il resto del Medio Oriente, considerando tutti i paesi messi insieme.

[21] Chalmers Johnson, “The Sorrows of Empire” [“Le pene dell’impero”] (Owl Books, New York 2005).

[22] Iniziando col Presidente Clinton (nel 200) e continuando fino ad Obama, gli Stati Uniti hanno versato pi√π di 6 miliardi di dollari in Colombia, appoggiando militari, servizi segreti e squadre della morte. Gli Stati Uniti hanno oltre un migliaio di consiglieri militari e di mercenari che operano in Colombia. Gli accordi militari con il Brasile e il resto dell’America Latina sono ad un livello di intrusione ampiamente minore.

[23] La destituzione degli Stati Uniti da parte della Cina come principale partner commerciale del mercato latinoamericano ha ottenuto solamente una piccola parte dell’attenzione ricevuta dalla visita di un importante ufficiale Israeliano.

[24] I coloni statunitensi sono stati abbattuti in Kirghizistan (nel 2010), sconfitti con le elezioni in Ucraina (nel 2009) e affrontati da una massiccia opposizione dopo la disastrosa avventura militare in Georgia.

[25] James Petras, “US – Venezuela Relations: Imperialism and Revolution” [“Rapporti USA – Venezuela: imperialismo e rivoluzione”] su petras.lahaine.org 5 Gennaio 2010.

[26] Si veda “China Mobile Group axes Google” [“La China Mobile elimina Google”] FT 25 Marzo 2010, p. 1; FT 22 Febbraio 2010, p. 2.

[27] Congressional Research Services, ‚ÄúChina‚Äôs Holdings of US Securities: Implications for the US Economy‚Äù [“Pacchetto azionario cinese della Sicurezza USA: implicazioni per l’economia statunitense”] 30 Luglio 2009.

[28] FT 6 Aprile 2010, p. 8. Offre un resoconto sull’attività del senato americano allo scopo di incolpare la cina di “manipolazioni della valuta”.

[29] Yang Yao “Renmibi Adjusted will not cure trade imbalances” [“La sistemazione di Renmibi non risolver√† gli squilibri commerciali”] FT 12 Aprile 2010.

[30] Stephan Roach “Blaming China will not solve America‚Äôs Problems” [“Dare la colpa alla Cina non risolver√† i problemi dell’America”] FT 30 Marzo 2010, p. 11.

[31] Un tipico esempio di “finta bolla” si può trovare sul numero di FT del 22 Febbraio 2010. Due mesi dopo, la Cina ha “sgonfiato” la bolla forzando le banche ad abbassare i propri prestiti del 43%. Al Jazeera, 15 Aprile 2010.

[32] In opposizione alle accuse di negligenza nel proprio mercato interno, la crescita cinese è stata del 15% nell’ultimo anno. Le importazioni stanno crescendo più in fretta delle esportazioni. Si veda Jim O‚ÄôNeill “Tough Talk on China ignore Economic Reality” [“Discussioni pesanti sulla Cina perdono di vista la realt√† economica”] FT April 1, 2010, p. 9.

[33] FT 12 Aprile 2010, p. 3.

[34] “Obama to press Hu on Teheran Sanctions” [“Obama mette alle strette Hu sulle sanzioni a Theran”] FT 13 April 2010, p. 3

[35] All’incontro del G20 gli Stati Uniti hanno fatto circolare una lettera di condanna alla Cina, ma solo cinque paesi l’hanno firmata. (Il titolo dell’FT era ingannevole). “G20 attack China on exchange rate” [“Il G20 attacca la Cina sui tasi di cambio”] FT 31 Marzo 2010, p. 3.

[36] La Cina si sta impegnando molto sull’energia pulita, superando gli Stati Uniti nel 2009 nella corsa a maggior investitore nelle tecnologie che coinvolgono le energie rinnovabili, e con una crescita del 79% in capacit√† d’installazione in 5 anni. BBC News, 26 Marzo 2010.

[37] FT del 12 April 2010, p. 22. Proiezioni di crescita basate sul primo trimestre del 2010.

[38] Al Jazeera, 12 Marzo 2010.

[39] China Daily, 24 Marzo 2010 per le differenze tra l’approccio statunitense e quello cinese con l’Afghanistan.

[40] La spinta dinamica per assicurarsi le materie prime è dimostrata dai massicci investimenti nelle miniere di ferro in Russia e Africa, FT 13 Aprile 2010, p. 17.

[41] Al Jazeera 5 Marzo 2010.

[42] Il commercio USA-Cina rappresenta attualmente solo il 12% degli affari cinesi. FT 30 Marzo 2010, p. 11.

[43] FT 24/25 Aprile 2010, p. 1. “Shanghai plans to equal New York as a global financial centre by 2020” [“Shanghai progetta di uguagliare New York come centro finanziario mondiale”].

[44] FT 13 Aprile 2010, p. 19.

[45] “China vows to tackle the social divide” [“La Cina afferma di voler affrontare le disuguaglianze sociali”] Al Jazeera 5 Marzo 2010.

[46] Per una richiesta simile di “riequilibrio” dell’economia britannica da finanziaria ad industriale di veda, di Ken Coults e Robert Rowthorne, “Either a Large Trade Surplus or Grim Prospects for Profits and the Fiscal Deficit cited” [“O un enorme surplus di affari o prospettive difficili per i profitti e per il deficit fiscale”] sul numero di FT del 14 Aprile 2010, p. 11.

[47] La lettera scritta dall’AIPAC a sostegno di Israele, e in cui si chiede che Obama ritratti le sue “pressioni” affinchè si desista dal sequestrare le terre palestinesi è stata firmata con un margine di oltre 300 su 10 persone afferenti al Congresso. Si veda FT 24/ 25 Aprile 2010, p. 3.

[48] Waikeung Tam, “Privatizing Health Care in China: Problems and Reforms” [“Privatizzare la sanità in Cina: problemi e riforme”]. Journal of Contemporary Asia Vol 40(1), Feb. 2010, p. 63-81.

[49] “US tightens missile-shield encirclement of China and Russia” [“Gli Stati Uniti serrano lo scudo missilistico attorno a Cina e Russa”]. Global Research, 4 Marzo 2010.

VEDI ANCHE: IN GUERRA CON LA CINA ? I PERICOLI DI UNA CONFLAGRAZIONE GLOBALE (PARTE PRIMA)

Pubblicato da Davide

  • alvise

    Ho solo una cosa dire.MI SONO ROTTO I COGLIONI A DOVER PAGARE IO, L’OPULENZA di un paese in declino economicamente, che vive alle nostre spalle come un parassita.Stampa denaro carta straccia, e chi ne deve pagare le conseguenze siamo noi.Ma perchè non arriva uno sconvolgimento cosmico che distrugga gli USA?

  • alvit

    Ah! Si? E quanto paghi, dicci, dicci, 🙂

  • AlbertoConti

    ————– uno sconvolgimento cosmico che distrugga gli USA —————–Non gli USA ma la grande piovra monetario-finanziaria, ben ramificata anche in casa nostra. Che la testa sia in USA è ciò che appare più evidente, ma a volte l’apparenza inganna.

  • AlbertoConti

    Si vede che non sei di Vicenza.

  • lanzo

    Atteniamoci alla cruda realta’:

    1) La Cina attuale e’ stata una creazione del complesso industriale americano che ha spinto per farla entrare nel WTO con livello preferenziale. Il popolo bue americano, perde il lavoro, ma tanto si contentano con la bandierina a stelle strisce e l’inno nazionale alle partite di baseball. La Cina – obtorto collo – e’ il piu’ grosso finanziatore delle guerra infinita, pardon, creditore degli USA e se volesse riavere indietro i soldi ? Che fa ? Gli fa causa ?
    Anche l’europa ha delocalizzato in Cina – ma con un veto USA – non si sarebbe mai permessa di farlo.
    Non so perche’ ma qui mi viene da pensare al contadino che ingrassa il maiale prima della festa.

    2) Gli USA saranno (anzi, sono) debitori megagallattici, ma se i creditori non hanno la forza fisica di farsi ridare i soldini, chi e’ vincente e’ il creditore.

    3) La Cina non ha risorse energetiche (petrolifere) proprie di sostanziale rilevanza, il Giappone perse la guerra anche per mancanza di benzina – Gli USA puntano a controllare tutte le risorse energetiche globali, la guerra in Iraq sara’ stata disastrosa finanziariamente, ma ora quelle enormi risorse energetiche sono controllate dagli USA.
    Come ultimo tassello manca l’Iran, quindi il soliti articoli demonizzatori, per non parlare dei film, TV – simili a quelli contro Saddam, per preparare l’opinione pubblica al fatto che in fondo a sterminarli, non e’ proprio sto’ gran male.

    4) Accordi cinesi con altri paesi – sparo: Venezuela e Iran – in caso di conflitto verrebbero bloccati militarmente, e’ questa la ragione principale della guerra infinita – chi controlla il petrolio, controlla il mondo.

    Certo, se la Cina scoprisse enormi giacimenti di petrolio nel suo territorio… le carte in tavola cambierebbero. Puoi avere anche un esercito di dieci milioni di soldati, ma se non hai la benzina per i carri armati, camion, aerei et cetera … Ma anche se fosse, un industria estrattiva non la metti su in pochi anni.

  • stendec555

    stradaccordo…puntualizzazione necessaria! e la city di londra che cos’è invece, una confraternita di carità? chissà perchè gli inglesi non vengono mai tirati in ballo, sempre la dannatissima amerika… è il vaticano? gli americani sono la mano armata di grandi interessi di cui beneficia anche la pia europa…

  • grillone

    mi perdonerete(o almeno lo spero), ma su questo argomento sono piuttosto scettico! l’america ha bisogno della cina, e la cina dell’america. anzi, è piu probabile che si alleino tra loro contro di noi, se non lo hanno gia fatto 😮

  • venezia63jr

    Concordo con Lanzo,aggiungo che prima che gli usa crollino passera’ molto tempo e non gioisco pensando al giogo cinese,abbiamo perso l’abitutdine alla servitu’,tranne che non emigriamo in cina ed allora anche li’ avremmo una lobby che diminuirebbe la vendetta cinese,una piccola diaspora,piccola piccola.