IMPEGNO? NO, SONO SOLO CANZONETTE

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DI MASSIMO FINI
Il Gazzettino

E così il Festival ha scoperto l’impegno, come gli intellettuali «engageè» anni ’50, i Sartre, i Camus, i Pasolini. Amore non fa più rima con fiore. Vi si canta la disoccupazione, la malattia mentale, la lotta alla mafia. Il Manifesto e quella vecchia lenza di Sandro Curzi, un dì stalinista della più bell’acqua vanno in brodo di giuggiole, vedono in Baudo il leader di una sorta di «sinistra vocale».

E l’ex Pippo nazionalpopolare, che si dichiara «uomo di sinistra»(ma non è sempre stato un democristiano doc che anche perché tale ha fatto carriera?) si prende tremendamente sul serio e parla di deficit della classe politica cui pensa evidentemente d’esser pronto a sostituirsi. E aggiunge: «Le canzoni raccontano il Paese meglio di qualunque altra cosa».Certo costoro sono anche abili nell’inventarsi ogni anno qualcosa per costringere anche chi non ne avrebbe alcuna voglia a parlare di questa nullità, di questo vuoto spinto, di questo concentrato di banalità e di volgarità che è il Festival di Sanremo e il suo ancor più squallido «dopo Festival» dove volteggia ed evoluisce un Piero Chiambretti che a cinquant’anni suonati crede di poter fare ancora il «Pierino la peste» come quando ne aveva venti. Se c’è qualcosa di particolarmente irritante è la banalizzazione e la strumentalizzazione di problemi seri. Dice Johnny Dorelli: «Le canzoni non risolvono. Ma arrivano diritto al cuore delle persone». Già, ma come? La gente che si commuove, si estasia, applaude perché un certo Simone Cristicchi canta la liberazione dai pregiudizi sui malati di mente (ma non ci aveva già pensato Basaglia più di un quarto di secolo fa?) è la stessa gente, che poi è quella dell’«aiutino», che quando un matto, liberato o piuttosto lasciato allo sbando o sul groppone della famiglia, uccide i vecchi genitori o affoga un bambino, è la prima a gridare allo scandalo.

Pippo Baudo leader dell’impegno e «uomo di grande cultura» come lo definisce quell’altra testa pensante di Al Bano? Il fatto è che chi fa Televisione confonde la potenza del mezzo con la propria. E il pubblico ci casca. Così guitti che conducono programmi indegni del peggior avanspettacolo o giochi da asilo, quelli che, ai tempi, il pomeriggio di Natale si affidavano al cugino un po’ scemo e goliardia perché tenesse buoni i bambini, diventano opinion makers. E sono oggi la nuova, e vera, classe dirigente del Paese. Per rendersene conto basta sfogliare il recente «Catalogo dei viventi», pubblicato da Marsilio, che raccoglie i cinquemila italiani considerati «notevoli» in ogni campo. I personaggi della Tv, si tratti pure di Luisa Corna, una che confonde il docente di estetica Stefano Zecchi con un estetista (e allo stesso Chiambretti sono dedicate pagine e pagine), fan parte del leone non solo a spese di attori di cinema (quella gallina urlante di Simona Ventura ha dichiarato, protervamente: «Un minuto di Tv vale un anno di cinema»), di teatro, di grandi ballerini, di musicisti veri, ma anche di cinema, di teatro, di grandi ballerini, di musicisti veri, ma anche degli imprenditori e degli stessi politici, per non parlar degli uomini di cultura, dei romanzieri, dei letterati, degli intellettuali, dei filosofi (Severino o Sgambaro o Veca vi hanno poche righe) relegati nel ghetto dell’insignificanza.E costoro non si accontentano più di autodefinirsi e di essere definiti «artisti» (come Mozart o Dalì o Rimbaud), pretendono di dettare, oltre al costume, le categorie sociali, politiche, etiche. Sanremo è la nuova capitale d’Italia. Povera Italia. E povera Sanremo.

Massimo Fini
Fonte: http://gazzettino.quinordest.it
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05.03.2007

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