Home / Libri / IL RISORGIMENTO NASCOSTO

IL RISORGIMENTO NASCOSTO


DI PINO APRILE

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.

Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).

Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».

Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.

Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.

Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Visto su: http://blogghete.blog.dada.net/

Pubblicato da Davide

  • dana74

    ok allora dopo 150 diamo concessione di vendetta agli italiani del sud contro quelli del nord.

    Poi tra altri 150 anni lasciamo che gli italiani del nord si rivendichino contro quelli del sud e così all’infinito.

    Innanzitutto allora correggete i libri di storia, che sarebbe l’ora dopo 150 anni di scriver qualcosa di vero e magari obiettivo senza cercare di istigare l’ennesimo odio tanto per alimentare la spirale del dividi et impera.

    Cominciamo a scrivere sul chi comandò l’Unità d’Italia e perché, chi se ne avvantaggiò, spiegando in modo molto documentato il ruolo della massoneria.
    Poi facciamo tutta l’ideologia del caso.

  • bgfra

    Cala trinchetto, e fate un po’ di esame di coscienza , dal fine guerra l’Italia l’avete avuta in mano voi , abbiamo visto che bel risultato. Questo libro mi fa proprio pensare che contrariamente a quello che auguro al mio paese e al nostro popolo un giorno non troppo lontano ci divideremo.

    Saluti

  • Matt-e-Tatty

    Ma è vero o è una balla? qualcuno colto a sufficienza con basi vere e non per sentito dire può confermare/smentire?

  • maristaurru

    Dana, ma sapete quando parlate di massoneria di cosa parlate? Lo sapete che dire massoneria tout court..non significa nulla? E’ come dire : “E’ colpa della politica”, si vabbe’, ma politica di chi? Che partito, che corrente, in rappresentanza di che lobby? Cavour, massone, ma per molti massoni un delinquente patentato, mazzini, si dava probabilmente il tono d’esser massone e lo diventò per il rotto della scuffia , era comunque un tipino moderno: armiamoci e combattete, fu il suo nobile motto. E qui ti dico le cose più elementari, per le altre ci vorrebbe studio, conoscenza, pazienza e nessuna demagogia, ma soprattutto nessun desiderio di apparire, nè di piegare le verità complesse di un mondo sconosciuto , e pure identico a quello in superficie, del quale si divertono a tramandarci l’apparenza, il male e mai il bene se vene fu, ma io credo di si, è insito negli umani accadimenti che magari il bene si nascnda dietro un apparente male o viceversa. Io credo di aver capito una cosa: in questa materia, mai fidarsi delle nozioni e rivelazioni che ci vengono elargite.. c’è sempre un motivo.
    Massoneria a parte:il Sud è stato ed è depredato vergognosamente, non solo dai piemontesi, è storia per la quale non c’è bisogno di scomodare la massoneria, è storia di Italia che ci è stata nascosta, non perchè la massoneria era potente, ma in fondo solo perchè agli uomini non fa comodo che si sappia delle loro carognate. Pensa per quanti anni vi è stato fatto credere che la massoneria fosse solo una e che non ci fosse quella che appoggiva il PCI , o che altri partiti fossero cosa altra dalla massoneria, cè gente per bene e gente per male dappertutto, anche colà.

    lasciamo agli adolescenti l’illusione del bene di qua e del male di là, per esempio il Bilderberg = Massoneria, vero, ma quale? E Se in una loggia si infiltrasse chi fa parte di altra parrocchia per distruggerla e favorire qualcuno qualcosa? capiterà anche questo? E chi lo sa , chi ce lo direbbe? NESSUNO, ma come mai , possibile che nessuno sappia? CHIEDETEVELO E RISPONDETEVI. Maturiamo, prima che sia troppo tardi e non parlo per te, ma per tutti noi

  • Paxtibi

    1861 – 1871: 10 anni dimenticati dai libri di storia. Ovvero la pulizia etnica voluta dai Savoia e i lager sabaudi. [www.scrivendo.it]

    Nel 1815, quando i Borboni rientrarono a Napoli, la popolazione del Reame era di 5.100.000 abitanti. Nel 1835 era cresciuta di 1.000.000 de nel 1846 toccò gli 8.500.000 abitanti, che diventarono 9.117.050 nel 1856 (ultimo censimento disponibile).

    I Borboni – a dispetto dell’immobilismo spagnolo – costruirono strade, formarono un esercito, svilupparono l’industria e il commercio, potenziarono la pesca e svilupparono il turismo. Prosperarono ricchezza e cultura e il Reame divenne uno degli Stati più ricchi al mondo.

    La ferrovia fece la sua apparizione nel 1839, con la tratta Napoli – Portici, poi estesa fino a Castellammare. Seguirono la Napoli – Capua, la Napoli – Nola estesa in seguito dapprima fino a Sarno e poi fino a Sansevero.

    Nel 1837 arriva il gas e il telegrafo nel 1852. Col benessere aumentarono i consumi e si svilupparono nuove aziende, si migliorarono le strade, le scuole, si debellò la delinquenza, si riformò la scuola rendendola obbligatoria affinché tutti sapessero leggere e scrivere. Le scuole religiose furono parificate alla pubblica e si visse un rinascimento culturale: architetti, ingegneri, pittori, scultori trovarono nel Reame ampio spazio. Si costruirono teatri (il San Carlo in soli 270 giorni!) e si svilupparono attività connesse alla cultura. Nascono così l’Officina dei Papiri, l’Orto Botanico, il Museo di Archeologia, l’Osservatorio di Astronomia, la Biblioteca Nazionale e l’Osservatorio Sismologico del Vesuvio.

    Anche lo sviluppo industriale ebbe una crescita senza limiti, raggiungendo primati che hanno del miracoloso. Pensate il settore metalmeccanico impiegava 1.600.000 persone e il resto della penisola 1.100.000. nascono opere di alta ingegneria come i primi ponti di ferro, sul Calore e sul Garigliano.

    Ampio sviluppo si ha nella cantieristica navale tanto che la flotta mercantile del Reame era seconda solo a quella inglese e quella militare era terza al mondo, dopo l’inglese e la francese. Si deve al Reame il Primo Codice Marittimo Internazionale.

    Il Reame era un immenso polo industriale! Anche il settore tessile trovò ampio sviluppo e a Pietrarsa nasce il più grande opificio della Penisola, con 8.000 addetti. E si deve al Reame l’istituzione della Pensione di fine rapporto, trattenendo il 2 percento dello stipendio mensile. La disoccupazione era prossima allo zero, infatti oltre al 1.600.000 addetti all’industria v”erano 3.500.000 addetti all’agricoltura, 1.000.000 alle attività marittime e circa 300.000 a quello che oggi è chiamato terziario.

    Ogni paese del Reame aveva la sua banca e si deve alla Banca delle Due Sicilie l’invenzione degli assegni. Sempre nel Reame nascono le prime Agenzie Viaggi che sviluppano un turismo di massa facendo conoscere al mondo intero Pompei ed Ercolano. In seguito i resti greci in Sicilia con la Valle dei Templi.

    Le paludi furono bonificate, nascono Accademie Militari come la Nunziatella, Accademie Culturali, Scuole di Arti e Mestieri e i Monti di Pegno. Le Università sono piene e licenziano – oltre a ingegneri e architetti – professori illuminati e medici. E proprio grazie ai medici – erano 9.000 in tutto il Reame – i Borboni sommano un altro traguard la più bassa mortalità infantile del mondo e la migliore gestione sanitaria sul territorio.

    I conti dello Stato erano in salute e non vi era deficit pubblico e alla Borsa di Parigi – la più grande al mondo a quei tempi – e alla Borsa di Londra, i Buoni del Tesoro del Reame erano quotati a 120, ovvero lo Stato delle Due Sicilie era considerato tra i più affidabili al mondo.

    Tralascio altri primati del Reame – chi è interessato può leggere i miei post o scrivermi privatamente – dico solo che tutto questo non lo troverete nei libri di storia.

    Sappiamo poi cosa è successo !

    E siamo nel 1861, il 13 di febbraio. Cade Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Dopo 3 mesi di resistenza e 160.000 bombe, Gaeta cede e il Generale Cialdini entra in città con un ordine ben preciso di Cavour: distruggere Gaeta rea di avere rallentato i suoi progetti.

    Cavour sapeva bene che lo Stato Sabaudo era alla bancarotta e aveva bisogno delle ricchezze del Reame, come sapeva bene che la sifilide lo stava uccidendo ed egli, prima di morire, voleva vedere “l’unità d’Italia”! Ovvero appropriarsi delle casse borboniche e dare vita al suo progetto di ingegneria finanziaria che culminerà con la nascita del Banco di Sardegna che diventerà poi Bankitalia. (leggere il mio post).

    Nasce il 13 febbraio 1861 quella che oggi viene chiamata “questione meridionale”.

    Il Reame viene saccheggiato per salvare il Piemonte e il tutto sotto l’occhio vigile degli Inglesi e della Massoneria che avevano deciso di distruggere il Regno delle Due Sicilie perché rappresentava un pericolo alla supremazia navale di Londra! Con la fine del Reame moriva anche un ideale unic quello di uno stato libero da ingerenze straniere!

    Comincia ora una vergogna che umilia la nostra dignità di cittadini! Da Londra, per ordine del Gran Maestro Venerabile della Massoneria Inglese, il Piemonte riceve l’ordine di iniziare una “pulizia etnica” verso il Meridione.

    In agosto i giornali danno ampia eco alla battaglia di Castelfidardo, che fu meno di una scaramuccia. Tacciono invece sulle stragi di innocenti che vengono commesse in nome dell’unità.

    Vengono trucidati giovani, preti, vecchi. Vengono violentate donne, sgozzati bambini e processi sommari fanno lavorare a pieno regime i plotoni di esecuzione.

    Dal 1861 al 1871 furono massacrati 1.000.000 di cittadini su 9.117.050! Oltre il 10 percento della popolazione! È come se oggi venissero massacrati 6.000.000 di italiani. Ma nessuno sapeva e nessuno doveva sapere!

    Qualche giornale straniero pubblicò la notizia e le cifre sono terribili! Dal settembre 1860 al settembre successivo vi furon

    1. 8.968 fucilati;
    2. 10.804 feriti;
    3. 6.112 prigionieri;
    4. 64 preti, 22 frati, 62 giovani e 63 donne uccise;
    5. 13.529 arrestati;
    6. 1.000 case distrutte;
    7. 6 paesi incendiati;
    8. 12 chiese saccheggiate;
    9. 1.428 comuni depredati.

    Dati sicuramente sottostimati ma erano i dati, diciamo così, ufficiali.

    Nasce in quel periodo il Movimento per la Resistenza cui seguirà il Movimento Rivoluzionrio Antipiemontese, che poi verrà indicato col nome di Brigantaggio.

    Dal 1861 al 1862 i Comandanti Sabaudi emanarono bandi che avrebbero fatto impallidire i comandanti nazisti. Oggi sarebbero bollati come criminali di guerra!

    Il Generale Salaroli – che definiva i contadini grande canaglia dell’ultimo ceto – così scriveva a Vittorio Emanuele:
    “I contadini devono essere tutti fucilati, senza far saper niente alle autorità . Imprigionarli non è conveniente perché una volta in galera, lo Stato deve provvedere al loro sostentamento”.

    Il più feroce era proprio il Generale Cialdini che, dopo aver distrutto Gaeta, telegrafò al Governatore del Molise: : “Faccia pubblicare un bando che fucilo tutti i paesani che piglio armati e do quartiere solo alla truppa”.

    Il Generale Fanti, in un bando, sanciva la competenza dei tribunali militari straordinari anche per cause civili. E il Generale Pinelli estese la pena di morte “.. a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale”.

    Il generale Della Rocca, altro campione di democrazia impartì l’ordine che “non si perdesse tempo a far prigionieri, dato che i governatori avevano fatto imprigionare troppi contadini”.

    Il Colonnello Pietro Fumel si vantò di avere mandato alla fucilazione ” briganti e non briganti” e sottoponeva a torture e sevizie i civili prigionieri.

    I Piemontesi in 10 anni distrussero il Meridione. Dopo averlo invaso senza motivo alcuno e senza una dichiarazione di guerra (si comportarono come Saddam Hussein con il Kuwait), lo saccheggiarono portando a Torino oro e denaro, massacrando senza pietà.

    Il 14 febbraio Francesco II lascia Gaeta e disse al Comandante Vincenzo Crisculo – uno dei pochi restatogli fedele: “Vincenzino, i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere. Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”.

    Mai parole furono così vere!

    In 10 anni i Piemontesi si portarono via tutto quello che c’era da portare via. Oltre a saccheggiare città. Paesi e chiese, smontarono i macchinari delle fabbriche per rimontarli al nord. Si appropriarono di quadri, sculture, gioielli arrivando al punto di saccheggiare anche le case dei contadini portando via le vere nuziali di quei poveracci! Fu un’azione che definire criminale è poco.

    Alienarono i beni della chiesa e quelli demaniali incassando circa 1.200.000.000 di lire dell’epoca.

    Le fabbriche smantellate causarono disoccupazione e gli operai raggiunsero le montagne per diventare partigiani e combattere l’aggressore.

    La feroce repressione ha inizio quando il Generale Ferdinando Pinelli, affrontato dai contadini ascolani nei pressi del fiume Tronto, fu colpito da una sassata. Incazzato come una stufa, emanò un bando che così diceva: “Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna
    di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell’ aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d’Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga.

    Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è un delitto. Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti.

    Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale. Quando 1’oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’ immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana”.

    È giunto il momento che i Savoia, i Cavour, i Bixio, i Garibaldi, i La Marmora e i Generali come Pinelli o Cialdini vengano processati e giudicati da un tribunale morale. Ma credo che sarà il tempo – galantuomo – che ristabilirà la verità.

    Il Conte di Saint-Jorioz Alessandro Bianco, piemontese, anch’egli sterminatore di innocenti, nelle sue memorie scrive: “…Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi, inetti, servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo a chi, da Torino, decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese: figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità :quella di saper servire chi detiene il potere”.

    Nel terribile decennio che stiamo trattando si assiste anche allo sfaldamento delle famiglie del sud. Motivo è il servizio di leva.

    Una legge di Ferdinando II, del 1834, esentava dal servizio militare i giovani sposati, i figli unici, i figli orfani di padre o di madre o di entrambi i genitori, i figli il cui stipendio era necessario per sostenere la famiglia, i seminaristi e chi si occupava, come diacono, della chiesa. E se una famiglia aveva due o più figli, ne dava solo uno all’esercito.

    I Piemontesi cambiarono la legge: tutti i figli maschi dovevano prestare servizio di leva! Non sol il servizio veniva prestato al nord dove i giovani del sud venivano istruiti e mandati poi a sparare contro i fratelli nel sud!

    Quella piemontese era una crudeltà gratuita che portò molti giovani a darsi alla macchia ed ingrossare così quei gruppi partigiani che sfoceranno nel brigantaggio.

    Recita un proverbi dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
    Ora state attenti, quello che segue è un articolo apparso sul “Globe”, un quotidiano inglese, nel 1849, giornale vicino a Lord Palmestron, Ministro Britannico molto ascoltato da Sua Maestà la Regina Vittoria.

    Scriveva il Globe: “.. .E’ da ritenere che gli accadimenti dell’anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati più vasti e più pacifici. L’edificio innalzato dal Congresso di Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell’Europa. L’intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorché ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all’onda dilagante. Il piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell’Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l’opera contro il gigante del nord, infine un reame d’Italia superiore guidato dalla casa Savoia.”!

    Era chiaro che l’Inghilterra stava ridisegnando l’Europa (lo ha sempre fatto anche in seguito! Chi ha ridisegnato i confini del medioriente? Sempre loro!) e lo faceva secondo la Profezia Comenius espressa in Lux in tenebris.

    COMENIUS: chi è interessato può leggere la nota del Professor Talenti alla fine del post.

    E torniamo a noi! Secondo la Profezia “Lux in tenebris” si doveva avere una Europa fatta di chiese nazionali, con scopi filantropici e che fossero tutte sullo stesso piano, disconoscendo di fatto il Papa che di fatto non aveva motivo d’essere.

    Questo progetto però cozzava con gli Asburgo cattolici, con la Russia anch’essa cattolica e col Reame.

    Quest’ultimo infatti fu il primo stato che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo; tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.

    E come s’è visto, nella Penisola italiana era il Piemonte preposto a tale funzione. D’altra parte i Savoia – legati mani e piedi alle consorterie massoniche inglesi – poco avevano da obiettare.

    E Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho nei vari stati italiani a preparare il terreno, ovvero quella che doveva essere una rivoluzione geo-politica.

    Rivoluzione che doveva essere guidata – ideologicamente – da Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era “..quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo”.

    La pianificazione del progetto che riguardava il Piemonte ebbe buon fine, con enormi vantaggi per i Savoia!

    Il bottino finanziario sabaudo fu enorme e parte servì per pagare i mercenari che si unirono a Garibaldi e i suoi mille. Che mille non erano ma erano molti di più.

    Scrive Vittorio Gleijes storico e profondo conoscitore degli intrecci sabaudo-inglesi: “… il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato, mentre l’unificazione gravò sensibilmente la situazione dell’Italia meridionale, in quanto il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia e, per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia. Con l’unificazione, a Napoli, aumentarono le imposte e le tasse, mentre i piemontesi videro ridotti i loro imponibili e col denaro rubato al Sud poterono incrementare le loro industrie ed il loro commercio ” .

    Ferdinando Ritter ha scritto che: “… il Regno delle Due Sicilie contribuì alla formazione dell’ erario nazionale, dopo l’unificazione d’Italia, nella misura di ben 443 milioni di lire in oro, mentre il Piemonte, la Liguria e la Sardegna ne corrisposero 27, la Lombardia 8,1, il Veneto 12,7, il Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, la Romagna, le Marche e l’Umbria 55,3; la Toscana 84,2; Roma 35,3…”.

    Edoardo Spagnuolo, nel n° 5 dei quaderni di Nazione Napoletana, così commenta la fine del sogno vissuto dalle popolazioni meridionali dopo l’annessione piemontese:

    “I grandi progetti ferroviari del Governo Borbonico avevano dunque un fine preciso. Le strade ferrate dovevano divenire un supporto fondamentale per l’economia meridionale ed essere di servizio allo sviluppo industriale che il Mezzogiorno d’Italia andava mirabilmente realizzando in quei tempi.
    Il governo unitario, dopo aver distrutto le fabbriche del Sud a proprio vantaggio, realizzò un sistema ferroviario obsoleto che, assieme alle vie marittime, servì non per trasportare merci per le manifatture e gli opifici del meridione ma per caricare masse di diseredati verso le grigie e nebbiose contrade del Nord o delle Americhe”.

    Abbiamo visto all’inizio alcune cifre che ci hanno detto come i Savoia non avessero nessun rispetto per le popolazioni del Reame. Ripartiamo da lì.

    Quel milione di morti ci dice che vi fu una vera e propria persecuzione contro il popolo meridionale e ciò avvenne grazie alla cosiddetta Legge Pica, voluta dal Governo Minghetti e promulgata nell’agosto 1863.

    Questo il testo della Legge: Legge Pica: Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari; Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione; Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena; Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi; Art.5: In aumento dell’articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati).

    Come ben si evince, si trattava di una vera e propria persecuzione che favorì il crescere del fenomeno del brigantaggio.

    Lo storico Lemkin che per primo ha dato una definizione di genocidio affermava che “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

    Bisogna dire anche delle carceri dove furono rinchiusi i vinti meridionali. Il primo impatto parla di 1.700 ufficiali e 24.000 soldati fino alla fine del 1860. C’è da dire poi – ne abbiamo già parlato – che divenne obbligatoria la leva militare anche se – ad onor del vero – la prima chiamata fu volontaria e si presentarono solo un 20 mila a fronte degli 80.000 sperati. E anche questi 20.000 furono ospitati al nord.

    Ma proprio in quella chiamata volontaria stava il subdolo inganno! Infatti i restanti 60.000 furono considerati disertori e furono arrestati. Solo chi si unì ai briganti si salvò dall’arresto

    Tornando ai prigionieri, essi furono internati in carceri del nord e il Generale La Marmora, in un editto, ordinò che nessuno venisse liberato senza il consenso dell’esercito.

    I Savoia istituirono dei veri campi di concentramento e lì furono ammassati i prigionieri. Vediamoli allora questi campi:

    1. Fenestrelle,
    2. S. Maurizio Canavese,
    3. Alessandria,
    4. nel forte di S. Benigno in Genova,
    5. Milano,
    6. Bergamo,
    7. Forte di Priamar presso Savona,
    8. Parma,
    9. Modena,
    10. Bologna,
    11. Ascoli Piceno.

    C’è da dire che nei dieci anni di funzionamento dei lager molti prigionieri morirono di fame e sete.

    La fortezza più tristemente famosa era quella di Feenstrelle di Sestriere, già usata da Napoleone. Qui vennero internati gli ufficiali e sottufficiali che non tradirono i Borboni e quei civili che si rifiutarono di prestare servizio di leva. Non vi sto a dire come era organizzata Fenestrelle perché è argomento che tratterò in un altro post. Dico solo che era il lager più temuto!

    Il 22 agosto 1861 vi fu un tentativo di rivolta che però fallì e come risultato i prigionieri si ritrovarono le palle ai piedi del peso di 16 chili!

    Mal nutriti, picchiati, con le finestre senza imposte ma solo provviste di grate, il freddo uccideva quelli che erano larve umane. Anche i carcerieri avevano libertà di azione e potevano uccidere per qualsiasi motivo. Un prigioniero che inveì contro i Savoia fu ucciso a colpi di baionetta.

    Altro soprus ai prigionieri venivano confiscati tutti i beni familiari per cui le mogli e i figli si trovavano sulla strada e la loro casa svenduta ai sodali della Real Casa Sabauda.

    Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”.

    In seguito furono istituiti altri campi. Ecco dove:

    1. Gorgonia,
    2. Capraia,
    3. Giglio,
    4. all’Elba,
    5. Ponza,
    6. in Sardegna,
    7. nella Maremma.

    Importante: tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

    Se avete dei dubbi andate a controllare perché sono pubblici! Naturalmente i libri di storia tacciono.

    Quella che segue è la risposta che La Marmora da a Cavour circa i prigionieri detenuti in Lombardia, di fatto confermando l’esistenza di campi in Lombardia!
    “…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di carogne…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”.

    Ancora un documento tratto da Civiltà Cattolica:

    “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”.

    In un prossimo post vedremo nello specifico le varie prigioni.

    Fonti:
    – archivio di Stato di Torino;
    – archivio di Stato di Milano;
    – atti Parlamentari in Torino e Firenze;
    – archivi di Londra;
    – documentazione di Civiltà Cattolica;
    – archivio di Casa Borbone.

  • Terence

    L’unità d’Italia non è stata voluta dagli abitanti del nord, anche al nord si è cercato di contrastarla.
    Se proprio cerchi dei responsabili, rivolgiti alla massoneria.

  • maremosso

    Che uno stato retto dai Borboni o comunque dagli Spagnoli venisse elevato a modello di efficienza amministrativa mi giunge nuova.
    Fino ad ora ritenevo che i più ordinati fossero gli Austriaci, primi ad esempio ad organizzare razionalmente il catasto delle proprietà immobiliari. Nell’articolo ci sono delle esagerazioni ma alcuni riferimenti sono comunque veri. Il Sud avrebbe quindi titolo per pretendere l’indipendenza dall’Italia e spezzare la catena di presunta oppressione. Non servirebbe neppure la secessione, perchè non sarebbe difficile con gli attuali orientamenti politici trovare un accordo col Nord simile a quello realizzato nella ex Cecoslovacchia. Pochi abitanti delle regioni meridionali sembrano però d’accordo ad attuare una soluzione di questo tipo. E’ colpa della disinformazione contenuta nei testi scolastici come sostiene il Sig. Pino Aprile ?

  • wld

    Il link che metto qui sotto, non è per sentito dire ma è riportato su tanti libri mai divulgati (basta cercarli). La mia modestia nella cultura non mi permette di fare un lungo articolo, ma posso confermare che ogni conflitto ha sempre creato grandi quantità di morti ammazzati , con nefandezze, torture e stupri, da che mondo è mondo. L’essere umano non si è mai elevato oltre la sua pancia. Oggi si fa un gran parlare di nord e sud, senza tener conto che il genere umano arriva dalla nera Africa, dove l’Homo sapiens sapiens è stato creato, la nostra storia ci porta in Mesopotamia la più antica civiltà che ci ha dato il primo codice di comportamento il codice di Hammurabi. Nella terra dei Sumeri/Accadici e probabilmente prima di loro ci furono gli Atlantidei. Ma lasciando perdere la storia antica che abbiamo dimenticato o forse mai letto, possiamo avvicinarci molto più facilmente ai nostri tempi, che oggi fanno dei Padani (il continuo del regno Sabaudo?); Non tengono conto dei fatti oggettivi, non esiste più un nordista puro per farne un vanto, anche perché le grandi Città e le Province sono state create da quei sudisti che hanno lavorato duramente per creare quella Società dove noi oggi tutti ne facciamo parte, ergo non esiste più una progenie che si possa dire autoctona (fin dai tempi delle capanne romane) e tra non molto non ci sarà più nemmeno una progenie Italica, perché il mondo è in movimento e nessuno potrà fermarlo mai nemmeno le guerre fratricide. Il link: http://www.disinformazione.it/mafia_mazzini_pike.htm

  • 21

    A qualcuno certo piacerà questa lettura…

    http://www.raixevenete.com/materiale/garibaldi/garibaldi.pdf

    se trovate tempo e voglia, approfondite pure altre letture del sito…

    che tra depredati del Sud e depredati del Nord, be’…

    ce di che creare gemellaggi altro che divisioni!

    Ciao ciao 😉

  • sentinella

    Il risorgimento oltre che una guerra è stata una grande operazione di mistificazione culturale per dare una giustificazione all’operazione di conquista coloniale da parte dello stato straniero dei Savoia. Poi c’è stato il fascismo che per inculcare un po’ di spirito nazionale ed il senso di italianità ha dovuto rispolverare l’antica Roma e ha scomodato Cesare, i legionari, l’aquila delle legione e tutto quel ciarpame che ben sappiamo.
    Ma tutti noi siamo stati assoggettati per l’ennesima volta, anche qua al nord dove siamo arrivati a rimpiangere l’aquila asburgica ed il suo senso dello stato e dell’ordinato decoro come voi rimpiangete i Borboni e dopo aver visto la meravigliosa Reggia di Caserta non posso che darvi ragione.
    Qua novanta lamentele su cento, dalle diatribe condominiali alle considerazioni generali finiscono immancabilmente con la frase: “eh, ci vorrebbe un muro appena sotto Firenze”. Io questa frase l’ho sempre sentita fin dall’infanzia e non è mai cambiata nonostante che col tempo mezza italia del sud si è trasferita e vive da decenni in mezzo a noi. Se Calderoli si permette di dire che lui alla celebrazione della partenza da Quarto non ci sarà è perché tira un aria pesa. Da una parte e dall’altra.
    Dalla parte dei terroni e dalla parte dei nordisti. I genitori di un amica di mia figlia dopo vent’anni torneranno alla loro Afragola perché hanno perso tutti il lavoro. Là evidentemente c’è una rete di solidarietà familiare che permetterà loro di sopravvivere. E’ iniziata un emigrazione al rovescio.
    Quelli che restano siano o no di origine meridionale o settentrionale le tasse non le vogliono più lasciare a Roma: non c’è più trippa per gatti e quella che rimane serve qua.
    L’Italia non si può neanche dire che sia finita è più giusto dire che non è veramente mai esistita.

  • 21

    Ops… integrata corridge:

    fretta da toccata e fuga digitale o ignorante come una capra?!?

    => be’… ce “n’è” di che creare… ecc.

    Dovere.

    😉

  • stendec555

    quando nacque la lega nord sarebbe stato l’ideale si fosse pure sviluppata una lega sud della stessa consistenza. forse l’italia come la conosciamo avrebbe finalmente cessato d’esistere…era il periodo dello smembramento della jugoslavia, nascevano la slovacchia e la cekia, ci fossimo un pò tutti dati da fare appoggiando la lega di allora (non il partito xenofobo e bigotto di oggi, ovviamente) forse si risolveva il problema in maniera non dolorosa e pure il sud, acquisendo una sua indipendenza, sarebbe magari rifiorito…ma poi invece è nata forza italia (il nuovo partito della mafia/massoneria sorto dalle ceneri della vecchia dc) e il sogno di vedere finalmente chiuso il discorso italia con tutta la falsa retorica che regge un paese che non è esiste si è dissolto……..

  • mendi

    Condivido in pieno. Va ad onore dei meridionali l’aver combattuto l’occupazione piemontese con le armi, pagando uno spropositato tributo di sangue e sofferenze.
    Va precisato che tra “gli italiani del nord” non vanno compresi i Veneti, annessi e colonizzati allo stesso modo dai piemontesi e che nessuna responsabilità storica essi hanno nelle sofferenze del sud.

  • stefanodandrea

    Credo che ciò che è scritto nell’articolo sia in gran parte vero. Ho sempre credutio che fosse vero. Non poteva che essere vero. La storia funziona così. Ora ci arrivano anche i buonisti: coloro che hanno sempre creduto che le forze risorgimentali fossero migliori di quelle borboniche; che i fascisti fosser peggiori dell’italietta liberale; che i buoni e i giusti siano stati antifascisti sotto il fascismo; che i comunisti e i socialisti fossero migliori dei democristiani; che negli stati uniti i democratici siano migliori dei repubblicani; che i “progressisti” e il centrosinistra siano migliori del centrodestra.
    LA STORIA E’ FATTA DI RAGIONI CONTRO RAGIONI; TORTI CONTRO TORTI; BUONI E CATTIVI CONTRO BUONI E CATTIVI; IDEE CONTRO IDEE; INTERESSI CONTRO INTERESSI; VALORI CONTRO VALORI. Lo si vuol capire una buona volta?
    perciò E’ TUTTO VERO MA NON E’ UN PROBLEMA.
    Per una valutazione equilibrata mi permetto di suggerire la lettura di “La storia lagnosa, la storia orgogliosa e la storia vera” link http://www.appelloalpopolo.it/?p=1504

  • Bubba

    Ma perchè ci sono voluti 150 anni per cominciare a parlare di queste cose? Adesso è il boom dell’editoria revisionista sul risorgimento… e già si sapevano, ma i più ne erano all’oscuro.

  • alverman

    E’ vero ciò che dici, però a mia figlia, a scuola, insegnano le stesse fandonie che hanno insegnato a me trent’anni fa.
    Cordiali saluti

  • Mari

    Massimo d’Azeglio disse: “” Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani. “” … e ti pare poco?! ——— Il mio timore e’ che faremo la fine della ex Jugoslavia 🙁 ——- In Argentina la crisi fu assorbita bene perche’ l’Argentina ha la qualita di essere “Un Polopolo” L’Italia e’ una “bagnarola” che fa acqua da tutte le parti ———— per quelli che non l’hanno visto: https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=21387 ——– guardatelo perche’ merita.

  • amensa

    io sono torinese, di discendenze torinesi ( o al massimo di chivasso a 30 km da torino), e della storia vera della conquista piemontese ho cominciato a sriverne anni fà. perchè mi vergogno.
    mi vergogno di quello che i miei avi hanno fatto, ma anche del “lavaggio culturale” che è stato operato dopo.
    è vero che la storia la scrivono sempre i vincitori, ma una mistificazione culturale così grossa, non credo sia mai riuscita a nessun altro.
    benchè mi colpisca nbel profondo, dico “bravo Davide” perchè la verità è sempre comunque liberatoria.

  • alinaf

    Siamo talmente sfigati che a noi tocca un matrix doppio.
    Non c’è solo Pino Aprile che spiega la storia vera del risorgimento, c’è anche Arrigo Petacco che praticamente dice le stesse cose. Ciao ciao.

  • castigo

    anche noi genovesi sappiamo bene cosa sono stati in grado di fare quel porco di la marmora ed i suoi bersaglieri agli ordini dei savoia……

    http://www.francobampi.it/liguria/sacco/finestra/sec040118_1.htm

  • vic

    Da rivedere:

    Pietro Germi (lui era del nord):
    Il brigante di Tacca del Lupo (1952)

  • anonimomatremendo

    Finalmente i nodi piano piano vengono al pettine,voglio vedere adesso chi ha il coraggio di parlare di rifare un “nuovo rosorgimento italiano”…alla Togliatti magari.Comunque attenti a quelli che vogliono fare un risorgimento al contrario,sono ancora piu´pericolosi.

  • nautilus55

    E’ vero. Come mai, allo sbarco a Marsala, due piroscafi disarmati riuscirono a farla franca? Un vascello di linea napoletano a vela (credo fosse il Re Ferdinando) stava accorrendo trainato da una fregata a vapore: avrebbe fatto a pezzi facilmente le due navi della Rubattino. Invece? Nel porto di Marsala, guarda a caso, erano ormeggiate due fregate britanniche. Per la paura di colpire le navi inglesi, non aprì il fuoco ed i Mille sbarcarono. Tutta la Storia che abbiamo studiato è vera per gli accadimenti reali (date, luoghi, ecc) ma completamente falsata per le motivazioni, le mire, le strategie che precedettero (e, purtroppo, seguirono) gran parte delle vicende. Ciao

  • edo

    Pino, hai dimenticato di disegnare sulla copertina, la sardegna!! Non venirmi a dire che l’hai fatto perchè faceva parte del regno conquistatore… eravamo schiavi, come tutti i vinti.

  • Eurasia

    Francesco II sposò Maria Sofia, principessa del Regno di Baviera… ecco spiegata forse l’efficienza amministrativa e soprattutto che la sposa austriaca del Re Borbone non era una “sciacquetta” qualunque come le tipe che abbiamo oggi sedute sugli scranni del Parlamento Italiano. Inoltre Maria Sofia durante l’assedio di Gaeta fece resistenza contro l’esercito piemontese incitando i soldati borbonici a resistere, curando i soldati feriti e dividendo con loro il pericolo. http://www.url.it/donnestoria/testi/recensioni/msofia.htm

  • maristaurru

    io invece che son più vecchia , ho fatto in tempo a studiare prima della totale normalizzazione e disinformazione. almeno fino agli anni 60 circa, dopo una nuova generazione di professorini ignoranti, supponenti e spesso misitificatori. Qualcosa era cambiato e fu dura, incominciò cos’ la burocrazia del voto, una cosa grottesca e l’idea che se uno era di estrazione borghese ( bastava essere figli di un impiegato), venva da una famiglia in cui c’era una certa cultura, quindi era avvantaggiato , per cui la burocrazia del voto decideva che lo svantaggiato andava incoraggiato gonfiando il suoi progressi, gli altri andavano puniti in un certo senso, perchè per ottenere quel risultato faticavano meno. Ce lo spiegò chiaramente il figlio di un insegnante legato alla politichetta italica, ci spiegò come ragionava il nuovo che avanzava, e ci regolammo di conseguenza, vivendo bene alla faccia dei professorini , facendogli vedere i sorci verdi insieme ai così detti svantaggiati che si imbufalirono oltre ogni misura. Aggiustammo le cose come solo i giovani sapevano fare quando non si risolveva tutto con un corteo o con il bullismo o correndo da mamma e papà o da un sindacato, rifiutammo divisioni e privilegi non chiesti..ma questa è storia lunga ed incomprensibile per questo mondo.

  • Tonguessy

    Io ricordavo: “Ci siamo fatti l’Italia: adesso ci facciamo gli Italiani”. Senza vaselina, naturalmente.

  • Truman

    Probabilmente era la fine degli anni ’80 quando i padroni dell’Italia si resero conto che la strategia della tensione, il dividere gli italiani in destra e sinistra, finanziando tutte e due le parti in modo che si combattessero come i capponi di Renzo, cominciava a fare acqua.
    Il divide et impera aveva bisogno di nuove strade. Il tentativo di frammentare gli italiani su basi religiose non poteva funzionare, da millenni il papato unificava il popolo sotto la stessa religione.
    L’altra strada era lavorare sulle etnie, ma l’Italia, da secoli paese di bastardi, era un tale miscuglio che identificare razze era impossibile. Si poteva però lavorare sulla divisione nord-sud. Anche se il paese era stato ormai unificato da qualche decennio, la RAI aveva fatto ciò che a Cavour non era riuscito (né gli interessava in realtà): creare un insieme di consumatori abbastanza omogeneo. Disgraziatamente l’operazione della RAI aveva formato un diffuso sentire nazionale. Tutti gli italiani si sentivano fratelli, almeno in occasione dei mondiali di calcio. Ma era qualcosa di recente. Si poteva disfare.

    L’avvio della dissoluzione dello stato andava fatto a nord, dove c’erano già un certo numero di partitini razzisti e localisti che erano convinti di pagare troppe tasse verso il centro. Andavano aiutati.
    Quando il più grosso di questi partiti andò in fallimento per una gestione economica alquanto traballante, arrivarono aiuti a pioggia, praticamente incondizionati. Anche se qualcuno fece capire che gli articoli di Libero contro gli USA dovevano smettere. E così fu.

    Come ben spiegava Ted Shackey nel suo “The third option”, bisognava però avere due parti in conflitto tra di loro per mantenere il potere e fare business sul conflitto. Il contrasto del nord contro “Roma ladrona” non era sufficiente, bisognava prepararne uno più sostanzioso.
    A questo scopo bisognava lavorare anche al sud, per spingere l’orgoglio meridionale contro l’arroganza del nord.
    Furono acquisite un certo numero di case editrici che cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri.
    Piano piano si è formata un “coscienza meridionale”. E’ costata molti soldi ma comincia a produrre effetti.
    Siamo quasi pronti per la frammentazione dell’Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione.

  • Bubba

    Furono acquisite un certo numero di case editrici che cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri.
    Piano piano si è formata un “coscienza meridionale”. E’ costata molti soldi ma comincia a produrre effetti.
    Siamo quasi pronti per la frammentazione dell’Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione.

    Guarda un po’ chi soffia sul fuoco secessionista. E’ uno di Genova:

    Beppe Grillo a Napoli [www.youtube.com]

    Si da’ da fare…

  • Tao

    RISORGIMENTO DA RIPENSARE

    DI FRANCO CARDINI
    francocardini.net/

    Siamo in pieno 150° dell’Unità d’Italia, atto forse centrale, forse al contrario finale e risolutivo del processo d’unificazione nazionale e del movimento risorgimentale. Detto così, è tutto liscio. Invece, tutto appare da ripensare e da rivedere (e non cominciamo col tormentone-ricatto dei “revisionismo”: la storia, o è revisione o non è niente). Non si tratta quindi né di suonar la grancassa come vorrebbe la celebre scuola di pensiero larussiana, né di mandar tutto a carte quarantotto come vorrebbero le trote intellettuali della Brianza e del Varesotto. Proviamo a fare un discorso serio: anche se, con certi interlocutori, ciò equivale a un ossimoro.

    Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possano eludere due questioni. Prima: ripensamento serio sul cosiddetto “Risorgimento” (che cosa mai sarebbe “ri-sorto”, in particolare? Qui c’è la fondazione di un “mito” su cui si dovrebbe discutere: sul Ri-Sorgimento, di che e di che cosa, come sul Ri-Nascimento, di chi e di che cosa?). Seconda: discussione spregiudicata e disincantata sul “processo di unità nazionale”, sulla sua “necessità” e sui suoi caratteri originali, sui suoi rapporti con l’ “invenzioni delle nazioni moderne” e su quello che essa ha significato per uno dei peggiori flagelli che si sia mai abbattuto sulla storia degli ultimi due secoli, il nazionalismo con tutti i suoi esiti (che è troppo comodo definire “degenerazioni”).

    Si è già cominciato a tentar di esorcizzare e di censurare questa problematica sul nascere. Al riguardo, mi sembra che parlare di istanze “revisionistiche” o addirittura “temporalistiche” o cose del genere sia tutto fuori luogo: se è un tentativo terroristico di fra tacere le voci “fuori dal coro” o politically incorrect, siamo fuori strada.

    Alcuni mesi fa, il presidente del consiglio, intervenendo a una festa dei giovani di quella ch’era ancora Alleanza Nazionale, sventolò platealmente una copia del libro Risorgimento da riscrivere della storica cattolica Angela Pellicciari esortando con fermezza quei giovani a leggerlo. La scena, divertente, venne rimbalzata in molti canali televisivi. Ricordo gli occhioni spalancati e il volto un po’ arrossato di Giorgia Meloni, che si trovava accanto al presidente e che il libro probabilmente lo aveva letto, o almeno sapeva di che cosa si trattava. Perché quel che il presidente stava sventolando come facevano una volta i ragazzi di “Servire il Popolo” col “libretto rosso” di Mao altro non era se non un ferocissimo pamphlet contro il Risorgimento cavouriano-mazzinian-garibaldino: il premier stava in altri termini proponendo al suo uditorio, senza rendersene conto, esattamete l’opposto della Weltanschauung gasparriana che negli ultimi mesi era andata imponendosi in AN (peccato: il vecchio MSI, al riguardo, era riuscito in tempi non lontanissimi ad avviare un dibattito molto più critico e articolato: i pennini sembravano tornati al mameliano i-bimbi-d’Italia-si-chiaman-balilla. Ma pazienza).

    Credo che il Berlusconi avesse bandalzosamente abbracciato l’impresa editoriale della Pellicciari (con le idee della quale, sia chiaro, io largamente concordo) in quanto a ciò indotto da alcuni dei suoi finissimi consiglieri di Comunione e Liberazione o di Alleanza Cattolica, se non di qualche cattoleghista (dopo gli atei devoti, avremo anche le trote devote? Perché no, in fondo? Certo, io rimpiangerei in tal caso lo charme di Irene Pivetti, del quale gli attuali salmonidi paiono privi).

    Quella del Berlusconi fu comunque una felix culpa: perché il fatto è che la storia si deve ripensare di continuo. Che palle, con queste riedizioni rétro del Cuore del de Amicis! E se avesse avuto ragione Radetzky? E se ce l’avesse avuta un po’ anche Franti? Scherzi a parte (ma non sto scherzando mica troppo…), oggi, a distanza di 150 anni dalla fondazione del regno d’Italia, è evidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse hanno intensamente lavorato gli specialisti: mentre sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiornamento nelle scuole (la mancanza di aggiornamento dei nostri insegnanti è una delle tragedie della scuola italiana), sia un dibattito mediatico fruibile da parte del “grande pubblico”, vale a dire di quella porzione della società civile italiana che non ha ancora rinunziato a esser tale.

    E allora discutiamo. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazionale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concordi fra loro, ma che la maggioranza delle popolazioni che costituivano la futura Italia unita ne restarono estranee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizzati da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello stato unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interessi espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobino di garibaldini e mazzininani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale”, analoga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bismarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e opportuna di quella che, fra l’altro, generò la colonizzazione e lo sfruttamento del sud da parte del nord (con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno. Secondo: il carattere élitario del “movimento risorgimentale” nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiettivo un notevole ritardo nella “nazionalizzazione delle masse”, nonostante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedessero giusto gli interventisti, “democratici” o “rivoluzionari” che fossero, i quali ritenevano che il bagno di sangue avrebbe cementato l’edificio della patria e che gli italiani, che fatta l’Italia non erano stati fatti, si sarebbero forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porterebbe a concludere che la visione della prima guerra mondiale come “quarta guerra d’Indipendenza” e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e di Mussolini), era corretta viste quelle premesse. Attenzione: non ho detto che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi limito a dire che anzitutto non fu affatto “l’invasione degli Hyksos” come sosteneva Benedetto Croce; e che si trattò di un esito che, in termini di costruzione del consenso e di edificazione dello stato sociale, dette comunque – piaccia o no – un senso a quel movimento che, partito dalla spedizione dei Mille e dalla commedia delle annessioni plebiscitarie per approdare alla tassa sul macinato, agli scandali bancari, ai cannoni del Bava Beccaris e alle leggi eccezionali del Pelloux, era fallito: solo un intervento ingiusto (perché si tradì un’alleanza) in una guerra infame (aveva ragione Benedetto XV) avrebbe potuto salvarlo. Ma allora quel che mancava – “nazionalizzazione delle masse”; disciplina del lavoro e stato sociale; avvìo di un abbozzo almeno di riforme che sconfiggessero l’immigrazione e le malattie come la tubercolosi; lotta alla malavita nel sud; pacificazione con quella che già Antonio Gramsci aveva riconosciuto come l’unica vera forza popolare italiana, la Chiesa – fu il fascismo a saperlo realizzare, sia pure a prezzo prima di un cinico e un po’ provinciale movimento di adeguazione al trend repressivo antibolscevico o sedicente tale che si era verificato un po’ in tutta l’Europa almeno centrale e orientale, quindi di una sospensione delle garanzie statutarie che fu forse storicamente illegittima, non però illegale in quanto fu la corona a coprirla con la sua legittimazione. Non v’è possibile paragone tra i regimi conservatori e repressivi nati in tutta Europa per rispondere alla Rivoluzione d’Ottobre (penso all’Austria di Dollfuss, che pure cercò di darsi un dignitoso contenuto cristiano-social-nazionale,, o all’Ungheria di Horthy, o alla Polonia di Pildsuski, o alla Finlandia di Mannerheim, o alla Romania di Carol: e metto insieme personaggi molto differenti tra loro) e i caratteri dinamici e innovativi del movimento e dello stesso regime fascisti italiani sia dal punto di vista politico e sociale, sia da quello culturale.

    Allora, prendiamoci il coraggio di far un po’ di spregiudicata ucronia: se Benito Mussolini fosse morto di un accidente all’età di una cinquantina d’anni, poniamo non il 28 aprile 1945 ma il 28 aprile 1935, prima di scatenare la guerra d’Etiopia e di lasciarsi avvolgere dall’abbraccio stritolante di Hitler, egli sarebbe stato sì l’uomo degli squadristi e del delitto Matteotti (al di là delle sue personali responsabilità al riguardo), ma anche quello del risanamento delle istituzioni statali, della lotta alla piaga dell’emigrazione, della Carta del Lavoro e dell’autentica fondazione dello stato sociale (dopo i conati di Giolitti), dello sbancamento della mafia (riportata in Sicilia dai “liberatori” americani, quelli della strage di Gela!…), della modernizzazione del paese – bonifiche, ferrovie, incentivi all’industrializzazione, nascita delle industrie turistica e cinematografica, impulso alle comunicazioni navali e avvìo di quelle aeree -, della “nazionalizzazione culturale delle masse” (OND, “Carri di Tespi”, 18 BL…), della conciliazione tra stato e Chiesa. Oggi avrebbe una statua in tutte le piazze d’Italia come vero Pater Patriae, più di Cavour e di Garibaldi.

    Invece l’accidente non gli è venuto: e le sue scelte tra 1935 e 1943 (ammesso che abbia scelto sul serio qualcosa, tra 25 luglio 1943 e 28 aprile 1945…) hanno causato non solo le tragedie che sappiamo, ma anche una di più, della quale nessuno parla mai. Io l’ho vissuta in prima persona e ne sono testimone. Dopo la guerra e molto a lungo, per l’opinione diffusa (che i comunisti strumentalmente ricattavano puntando alla rivoluzione socialista che non c’è mai stata; i cattolici non combattevano perché in fondo lo stato postrisorgimentale, laico e unitario non lo avevano mai amato; e né i puri di “Giustizia e Libertà” né i “moderati” di destra e di sinistra avevano l’energia e la moralità di ostacolare), chiunque facesse appello ai valori patriottici, alla solidarietà nazionale e al senso dello stato veniva tacciato di “fascista”. Ciò ha provocato al paese un danno morale immenso: è stato il bacillo che ha generato l’infezione scoppiata in maniera devastante più tardi e della quale stiamo ancora pagando le conseguenze.

    Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Italia un movimento di edificazione dell’unità nazionale che scegliesse la via federalistica, indicata da Gioberti ma – soprattutto – da Cattaneo: anche salvando, ebbene sì, un potere temporale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quella via non avrebbe creato la rovinosa “questione meridionale”, non avrebbe determinato decenni di crisi morale resa inevitabile dal contrasto tra stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il paese (anche in termini morali e culturali: un piccolo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome…), probabilmente avrebbe evitato la rovinosa politica di opposizione preconcetta all’Austria sulla base delle miserabili rivendicazioni territoriali di nord-est (vorrei ricordare che Cattaneo auspicava che il “Commonwealth” austriaco restasse in piedi), non si sarebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal modo, forse, a evitare la guerra franco-prussiana del 1870 ch’è stata la lontana ma primaria fonte dei guai di tutto il continente per i tre quarti di secolo a venire. Sarebbe bastato appoggiare seriamente il progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell’imperatrice Eugenia) di una lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l’indipendenza polacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E forse sarebbero andate diversamente anche le cose in Messico e quindi in tutto il Mesoamerica, con un buon ridimensionamento delle pretese statunitensi e un rafforzamento delle prospettive europee di paesi come l’Argentina e il Cile, che a guardar all’Europa erano molto portati. E probabilmente, grazie a un differente approccio al problema dello sfruttamento del canale di Suez – come si sarebbe potuto avere se l’Italia avesse contribuito, e avrebbe potuto farlo, a evitare la guerra del ’70 –, anche la nostra avventura africana avrebbe preso una piega diversa, meno tragicomica. E lo stesso sia detto per il nostro mondo imprenditoriale: un’Europa meridionale e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, austriaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra economia. Pensiamo solo alle implicazioni di un’integrazione linee ferroviarie-linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di penetrazione orientale dai Balcani e da Istanbul fino all’Iran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe potuto sul serio attuare in tempi rapidi una linea ferroviaria Vienna-Isfahan e collegare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla russia di avvelenare i Balcani con la droga del nazionalismo irredentista, causa della prima guerra mondiale. Altro che Trento e Trieste, che nell’impero austroungarico ci stavano benissimo…

    Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione federalista e quello d’una temporanea correzione autoritaria che – assunta appunto in tollerabile dose, e in prospettive di reversibilità passata l’emergenza – le sarebbe stata salutare. Comunque, dopo il fascismo, la guerra, il progressivo sfascismo postbellico, oggi siamo pervenuti a un paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è corretto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non concludere che quella del regno unitario fu una “falsa partenza”. Il problema, a questo punto, è se proporre, dopo la seconda repubblica ormai morta giovane e la terza che forse abortirà sul nascere, una quarta repubblica che torni su basi nuove e moderne a una visione unitaria dello stato italiano nel quadro di un’unità europea anch’essa da ripensare, o se si può e si deve insistere su un federalismo che tuttavia non equivalga alla dissoluzione dell’unità. Il che, fra l’altro, comporterà per forza di cose anche il tornar a parlare di qualcosa che ormai nei mass media italiani è diventato un tabù: la politica estera.

    Insomma, c’è molto da discutere, da studiare, da scegliere. Ma c’è poco da celebrare.

    Franco Cardini
    Fonte: http://www.francocardini.net/
    Aprile 2010

  • anonimomatremendo

    Ben detto.Le secessioni rientrano tutte all´ interno della startegia “mondialista”del divide et impera.Come fanno i nazionalisti secessionisti a non accorgersene?Mah.

  • xl_alfo_lx

    Hai letto almeno il titolo del libro?

  • anonimomatremendo

    L´analisi di Cardini non tiene conto delle classi sociali,ossia della combattivitá di quella classe dal cui sfruttamento si ricavano quei mezzi che consentono alle classi dirigenti di portare avanti le loro politiche espansive .Allora mi vedo costretto a riportare un testo storico che nel ricostruire le vicende che portarono alla formazione dell unitá italiana tiene conto di questo fattore per nulla trascurabile:la lotta di classe nell´ottica del materialismo storico.Buona lettura.

    http://www.sinistra.net/lib/bas/promet/veje/vejekbibii.html

  • edo

    si

  • MATITA

    Ricordatevi sempre:
    Rosa sopra ogni cosa

  • bgfra

    Dal 1861 al 1871 furono massacrati 1.000.000 di cittadini su 9.117.050!

    E dove li hanno seppelliti ? Li hanno buttati a mare ? 1.000.000 di tombe ?su 9.000.000 (1 su 9) vuol dire che tutte le famiglia avevano un parente ammazzato ? E tutto questo praticamente passato in sordina ? Dopo solo 140 anni ?Verifica le tue fonti e rifletti che è meglio.

  • bgfra

    Mettici anche i lombardi dai, non avevano nessuna voglia di mandar via gli austriaci, anche se Bergamo ha contribuito con una buona fetta ai mille delinquenti che sono andati con Garibaldi.

  • bgfra

    Bella e interessante grazie