IL RISORGIMENTO NASCOSTO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003


DI PINO APRILE

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).


Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.


Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.


Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).


Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».


Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.


Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.


Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Visto su: http://blogghete.blog.dada.net/

Commenti (38)

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    1. bgfra 6 maggio 2010

      Bella e interessante grazie

    1. bgfra 6 maggio 2010

      Mettici anche i lombardi dai, non avevano nessuna voglia di mandar via gli austriaci, anche se Bergamo ha contribuito con una buona fetta ai mille delinquenti che sono andati con Garibaldi.

    1. bgfra 6 maggio 2010

      Dal 1861 al 1871 furono massacrati 1.000.000 di cittadini su 9.117.050!

      E dove li hanno seppelliti ? Li hanno buttati a mare ? 1.000.000 di tombe ?su 9.000.000 (1 su 9) vuol dire che tutte le famiglia avevano un parente ammazzato ? E tutto questo praticamente passato in sordina ? Dopo solo 140 anni ?Verifica le tue fonti e rifletti che è meglio.

    1. MATITA 6 maggio 2010

      Ricordatevi sempre:
      Rosa sopra ogni cosa

    1. edo 5 maggio 2010

      si

    1. anonimomatremendo 5 maggio 2010

      L´analisi di Cardini non tiene conto delle classi sociali,ossia della combattivitá di quella classe dal cui sfruttamento si ricavano quei mezzi che consentono alle classi dirigenti di portare avanti le loro politiche espansive .Allora mi vedo costretto a riportare un testo storico che nel ricostruire le vicende che portarono alla formazione dell unitá italiana tiene conto di questo fattore per nulla trascurabile:la lotta di classe nell´ottica del materialismo storico.Buona lettura.

      http://www.sinistra.net/lib/bas/promet/veje/vejekbibii.html

    1. xl_alfo_lx 5 maggio 2010

      Hai letto almeno il titolo del libro?

    1. anonimomatremendo 5 maggio 2010

      Ben detto.Le secessioni rientrano tutte all´ interno della startegia "mondialista"del divide et impera.Come fanno i nazionalisti secessionisti a non accorgersene?Mah.

    1. Tao 5 maggio 2010

      RISORGIMENTO DA RIPENSARE

      DI FRANCO CARDINI

      francocardini.net/

      Siamo in pieno 150° dell’Unità d’Italia, atto forse centrale, forse al contrario finale e risolutivo del processo d’unificazione nazionale e del movimento risorgimentale. Detto così, è tutto liscio. Invece, tutto appare da ripensare e da rivedere (e non cominciamo col tormentone-ricatto dei “revisionismo”: la storia, o è revisione o non è niente). Non si tratta quindi né di suonar la grancassa come vorrebbe la celebre scuola di pensiero larussiana, né di mandar tutto a carte quarantotto come vorrebbero le trote intellettuali della Brianza e del Varesotto. Proviamo a fare un discorso serio: anche se, con certi interlocutori, ciò equivale a un ossimoro.




      Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possano eludere due questioni. Prima: ripensamento serio sul cosiddetto “Risorgimento” (che cosa mai sarebbe “ri-sorto”, in particolare? Qui c’è la fondazione di un “mito” su cui si dovrebbe discutere: sul Ri-Sorgimento, di che e di che cosa, come sul Ri-Nascimento, di chi e di che cosa?). Seconda: discussione spregiudicata e disincantata sul “processo di unità nazionale”, sulla sua “necessità” e sui suoi caratteri originali, sui suoi rapporti con l’ “invenzioni delle nazioni moderne” e su quello che essa ha significato per uno dei peggiori flagelli che si sia mai abbattuto sulla storia degli ultimi due secoli, il nazionalismo con tutti i suoi esiti (che è troppo comodo definire “degenerazioni”).

      Si è già cominciato a tentar di esorcizzare e di censurare questa problematica sul nascere. Al riguardo, mi sembra che parlare di istanze “revisionistiche” o addirittura “temporalistiche” o cose del genere sia tutto fuori luogo: se è un tentativo terroristico di fra tacere le voci “fuori dal coro” o politically incorrect, siamo fuori strada.

      Alcuni mesi fa, il presidente del consiglio, intervenendo a una festa dei giovani di quella ch’era ancora Alleanza Nazionale, sventolò platealmente una copia del libro Risorgimento da riscrivere della storica cattolica Angela Pellicciari esortando con fermezza quei giovani a leggerlo. La scena, divertente, venne rimbalzata in molti canali televisivi. Ricordo gli occhioni spalancati e il volto un po’ arrossato di Giorgia Meloni, che si trovava accanto al presidente e che il libro probabilmente lo aveva letto, o almeno sapeva di che cosa si trattava. Perché quel che il presidente stava sventolando come facevano una volta i ragazzi di “Servire il Popolo” col “libretto rosso” di Mao altro non era se non un ferocissimo pamphlet contro il Risorgimento cavouriano-mazzinian-garibaldino: il premier stava in altri termini proponendo al suo uditorio, senza rendersene conto, esattamete l’opposto della Weltanschauung gasparriana che negli ultimi mesi era andata imponendosi in AN (peccato: il vecchio MSI, al riguardo, era riuscito in tempi non lontanissimi ad avviare un dibattito molto più critico e articolato: i pennini sembravano tornati al mameliano i-bimbi-d’Italia-si-chiaman-balilla. Ma pazienza).

      Credo che il Berlusconi avesse bandalzosamente abbracciato l’impresa editoriale della Pellicciari (con le idee della quale, sia chiaro, io largamente concordo) in quanto a ciò indotto da alcuni dei suoi finissimi consiglieri di Comunione e Liberazione o di Alleanza Cattolica, se non di qualche cattoleghista (dopo gli atei devoti, avremo anche le trote devote? Perché no, in fondo? Certo, io rimpiangerei in tal caso lo charme di Irene Pivetti, del quale gli attuali salmonidi paiono privi).




      Quella del Berlusconi fu comunque una felix culpa: perché il fatto è che la storia si deve ripensare di continuo. Che palle, con queste riedizioni rétro del Cuore del de Amicis! E se avesse avuto ragione Radetzky? E se ce l’avesse avuta un po’ anche Franti? Scherzi a parte (ma non sto scherzando mica troppo…), oggi, a distanza di 150 anni dalla fondazione del regno d’Italia, è evidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse hanno intensamente lavorato gli specialisti: mentre sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiornamento nelle scuole (la mancanza di aggiornamento dei nostri insegnanti è una delle tragedie della scuola italiana), sia un dibattito mediatico fruibile da parte del “grande pubblico”, vale a dire di quella porzione della società civile italiana che non ha ancora rinunziato a esser tale.


      E allora discutiamo. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazionale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concordi fra loro, ma che la maggioranza delle popolazioni che costituivano la futura Italia unita ne restarono estranee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizzati da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello stato unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interessi espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobino di garibaldini e mazzininani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale”, analoga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bismarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e opportuna di quella che, fra l’altro, generò la colonizzazione e lo sfruttamento del sud da parte del nord (con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno. Secondo: il carattere élitario del “movimento risorgimentale” nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiettivo un notevole ritardo nella “nazionalizzazione delle masse”, nonostante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedessero giusto gli interventisti, “democratici” o “rivoluzionari” che fossero, i quali ritenevano che il bagno di sangue avrebbe cementato l’edificio della patria e che gli italiani, che fatta l’Italia non erano stati fatti, si sarebbero forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porterebbe a concludere che la visione della prima guerra mondiale come “quarta guerra d’Indipendenza” e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e di Mussolini), era corretta viste quelle premesse. Attenzione: non ho detto che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi limito a dire che anzitutto non fu affatto “l’invasione degli Hyksos” come sosteneva Benedetto Croce; e che si trattò di un esito che, in termini di costruzione del consenso e di edificazione dello stato sociale, dette comunque – piaccia o no – un senso a quel movimento che, partito dalla spedizione dei Mille e dalla commedia delle annessioni plebiscitarie per approdare alla tassa sul macinato, agli scandali bancari, ai cannoni del Bava Beccaris e alle leggi eccezionali del Pelloux, era fallito: solo un intervento ingiusto (perché si tradì un’alleanza) in una guerra infame (aveva ragione Benedetto XV) avrebbe potuto salvarlo. Ma allora quel che mancava – “nazionalizzazione delle masse”; disciplina del lavoro e stato sociale; avvìo di un abbozzo almeno di riforme che sconfiggessero l’immigrazione e le malattie come la tubercolosi; lotta alla malavita nel sud; pacificazione con quella che già Antonio Gramsci aveva riconosciuto come l’unica vera forza popolare italiana, la Chiesa – fu il fascismo a saperlo realizzare, sia pure a prezzo prima di un cinico e un po’ provinciale movimento di adeguazione al trend repressivo antibolscevico o sedicente tale che si era verificato un po’ in tutta l’Europa almeno centrale e orientale, quindi di una sospensione delle garanzie statutarie che fu forse storicamente illegittima, non però illegale in quanto fu la corona a coprirla con la sua legittimazione. Non v’è possibile paragone tra i regimi conservatori e repressivi nati in tutta Europa per rispondere alla Rivoluzione d’Ottobre (penso all’Austria di Dollfuss, che pure cercò di darsi un dignitoso contenuto cristiano-social-nazionale,, o all’Ungheria di Horthy, o alla Polonia di Pildsuski, o alla Finlandia di Mannerheim, o alla Romania di Carol: e metto insieme personaggi molto differenti tra loro) e i caratteri dinamici e innovativi del movimento e dello stesso regime fascisti italiani sia dal punto di vista politico e sociale, sia da quello culturale.

      Allora, prendiamoci il coraggio di far un po’ di spregiudicata ucronia: se Benito Mussolini fosse morto di un accidente all’età di una cinquantina d’anni, poniamo non il 28 aprile 1945 ma il 28 aprile 1935, prima di scatenare la guerra d’Etiopia e di lasciarsi avvolgere dall’abbraccio stritolante di Hitler, egli sarebbe stato sì l’uomo degli squadristi e del delitto Matteotti (al di là delle sue personali responsabilità al riguardo), ma anche quello del risanamento delle istituzioni statali, della lotta alla piaga dell’emigrazione, della Carta del Lavoro e dell’autentica fondazione dello stato sociale (dopo i conati di Giolitti), dello sbancamento della mafia (riportata in Sicilia dai “liberatori” americani, quelli della strage di Gela!...), della modernizzazione del paese – bonifiche, ferrovie, incentivi all’industrializzazione, nascita delle industrie turistica e cinematografica, impulso alle comunicazioni navali e avvìo di quelle aeree -, della “nazionalizzazione culturale delle masse” (OND, “Carri di Tespi”, 18 BL…), della conciliazione tra stato e Chiesa. Oggi avrebbe una statua in tutte le piazze d’Italia come vero Pater Patriae, più di Cavour e di Garibaldi.




      Invece l’accidente non gli è venuto: e le sue scelte tra 1935 e 1943 (ammesso che abbia scelto sul serio qualcosa, tra 25 luglio 1943 e 28 aprile 1945…) hanno causato non solo le tragedie che sappiamo, ma anche una di più, della quale nessuno parla mai. Io l’ho vissuta in prima persona e ne sono testimone. Dopo la guerra e molto a lungo, per l’opinione diffusa (che i comunisti strumentalmente ricattavano puntando alla rivoluzione socialista che non c’è mai stata; i cattolici non combattevano perché in fondo lo stato postrisorgimentale, laico e unitario non lo avevano mai amato; e né i puri di “Giustizia e Libertà” né i “moderati” di destra e di sinistra avevano l’energia e la moralità di ostacolare), chiunque facesse appello ai valori patriottici, alla solidarietà nazionale e al senso dello stato veniva tacciato di “fascista”. Ciò ha provocato al paese un danno morale immenso: è stato il bacillo che ha generato l’infezione scoppiata in maniera devastante più tardi e della quale stiamo ancora pagando le conseguenze.


      Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Italia un movimento di edificazione dell’unità nazionale che scegliesse la via federalistica, indicata da Gioberti ma – soprattutto – da Cattaneo: anche salvando, ebbene sì, un potere temporale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quella via non avrebbe creato la rovinosa “questione meridionale”, non avrebbe determinato decenni di crisi morale resa inevitabile dal contrasto tra stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il paese (anche in termini morali e culturali: un piccolo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome…), probabilmente avrebbe evitato la rovinosa politica di opposizione preconcetta all’Austria sulla base delle miserabili rivendicazioni territoriali di nord-est (vorrei ricordare che Cattaneo auspicava che il “Commonwealth” austriaco restasse in piedi), non si sarebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal modo, forse, a evitare la guerra franco-prussiana del 1870 ch’è stata la lontana ma primaria fonte dei guai di tutto il continente per i tre quarti di secolo a venire. Sarebbe bastato appoggiare seriamente il progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell’imperatrice Eugenia) di una lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l’indipendenza polacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E forse sarebbero andate diversamente anche le cose in Messico e quindi in tutto il Mesoamerica, con un buon ridimensionamento delle pretese statunitensi e un rafforzamento delle prospettive europee di paesi come l’Argentina e il Cile, che a guardar all’Europa erano molto portati. E probabilmente, grazie a un differente approccio al problema dello sfruttamento del canale di Suez – come si sarebbe potuto avere se l’Italia avesse contribuito, e avrebbe potuto farlo, a evitare la guerra del ’70 –, anche la nostra avventura africana avrebbe preso una piega diversa, meno tragicomica. E lo stesso sia detto per il nostro mondo imprenditoriale: un’Europa meridionale e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, austriaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra economia. Pensiamo solo alle implicazioni di un’integrazione linee ferroviarie-linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di penetrazione orientale dai Balcani e da Istanbul fino all’Iran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe potuto sul serio attuare in tempi rapidi una linea ferroviaria Vienna-Isfahan e collegare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla russia di avvelenare i Balcani con la droga del nazionalismo irredentista, causa della prima guerra mondiale. Altro che Trento e Trieste, che nell’impero austroungarico ci stavano benissimo…


      Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione federalista e quello d’una temporanea correzione autoritaria che – assunta appunto in tollerabile dose, e in prospettive di reversibilità passata l’emergenza – le sarebbe stata salutare. Comunque, dopo il fascismo, la guerra, il progressivo sfascismo postbellico, oggi siamo pervenuti a un paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è corretto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non concludere che quella del regno unitario fu una “falsa partenza”. Il problema, a questo punto, è se proporre, dopo la seconda repubblica ormai morta giovane e la terza che forse abortirà sul nascere, una quarta repubblica che torni su basi nuove e moderne a una visione unitaria dello stato italiano nel quadro di un’unità europea anch’essa da ripensare, o se si può e si deve insistere su un federalismo che tuttavia non equivalga alla dissoluzione dell’unità. Il che, fra l’altro, comporterà per forza di cose anche il tornar a parlare di qualcosa che ormai nei mass media italiani è diventato un tabù: la politica estera.


      Insomma, c’è molto da discutere, da studiare, da scegliere. Ma c’è poco da celebrare.

      Franco Cardini

      Fonte: http://www.francocardini.net/

      Aprile 2010

    1. Bubba 5 maggio 2010

      Furono acquisite un certo numero di case editrici che cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri. Piano piano si è formata un "coscienza meridionale". E' costata molti soldi ma comincia a produrre effetti. Siamo quasi pronti per la frammentazione dell'Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione.

      Guarda un po' chi soffia sul fuoco secessionista. E' uno di Genova:



      Beppe Grillo a Napoli [www.youtube.com]

      Si da' da fare...

    1. Truman 5 maggio 2010

      Probabilmente era la fine degli anni '80 quando i padroni dell'Italia si resero conto che la strategia della tensione, il dividere gli italiani in destra e sinistra, finanziando tutte e due le parti in modo che si combattessero come i capponi di Renzo, cominciava a fare acqua.

      Il divide et impera aveva bisogno di nuove strade. Il tentativo di frammentare gli italiani su basi religiose non poteva funzionare, da millenni il papato unificava il popolo sotto la stessa religione.

      L'altra strada era lavorare sulle etnie, ma l'Italia, da secoli paese di bastardi, era un tale miscuglio che identificare razze era impossibile. Si poteva però lavorare sulla divisione nord-sud. Anche se il paese era stato ormai unificato da qualche decennio, la RAI aveva fatto ciò che a Cavour non era riuscito (né gli interessava in realtà): creare un insieme di consumatori abbastanza omogeneo. Disgraziatamente l'operazione della RAI aveva formato un diffuso sentire nazionale. Tutti gli italiani si sentivano fratelli, almeno in occasione dei mondiali di calcio. Ma era qualcosa di recente. Si poteva disfare.



      L'avvio della dissoluzione dello stato andava fatto a nord, dove c'erano già un certo numero di partitini razzisti e localisti che erano convinti di pagare troppe tasse verso il centro. Andavano aiutati.

      Quando il più grosso di questi partiti andò in fallimento per una gestione economica alquanto traballante, arrivarono aiuti a pioggia, praticamente incondizionati. Anche se qualcuno fece capire che gli articoli di Libero contro gli USA dovevano smettere. E così fu.



      Come ben spiegava Ted Shackey nel suo "The third option", bisognava però avere due parti in conflitto tra di loro per mantenere il potere e fare business sul conflitto. Il contrasto del nord contro "Roma ladrona" non era sufficiente, bisognava prepararne uno più sostanzioso.

      A questo scopo bisognava lavorare anche al sud, per spingere l'orgoglio meridionale contro l'arroganza del nord.

      Furono acquisite un certo numero di case editrici che cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri.

      Piano piano si è formata un "coscienza meridionale". E' costata molti soldi ma comincia a produrre effetti.

      Siamo quasi pronti per la frammentazione dell'Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione.

    1. Tonguessy 5 maggio 2010

      Io ricordavo: "Ci siamo fatti l'Italia: adesso ci facciamo gli Italiani". Senza vaselina, naturalmente.

    1. maristaurru 5 maggio 2010

      io invece che son più vecchia , ho fatto in tempo a studiare prima della totale normalizzazione e disinformazione. almeno fino agli anni 60 circa, dopo una nuova generazione di professorini ignoranti, supponenti e spesso misitificatori. Qualcosa era cambiato e fu dura, incominciò cos' la burocrazia del voto, una cosa grottesca e l'idea che se uno era di estrazione borghese ( bastava essere figli di un impiegato), venva da una famiglia in cui c'era una certa cultura, quindi era avvantaggiato , per cui la burocrazia del voto decideva che lo svantaggiato andava incoraggiato gonfiando il suoi progressi, gli altri andavano puniti in un certo senso, perchè per ottenere quel risultato faticavano meno. Ce lo spiegò chiaramente il figlio di un insegnante legato alla politichetta italica, ci spiegò come ragionava il nuovo che avanzava, e ci regolammo di conseguenza, vivendo bene alla faccia dei professorini , facendogli vedere i sorci verdi insieme ai così detti svantaggiati che si imbufalirono oltre ogni misura. Aggiustammo le cose come solo i giovani sapevano fare quando non si risolveva tutto con un corteo o con il bullismo o correndo da mamma e papà o da un sindacato, rifiutammo divisioni e privilegi non chiesti..ma questa è storia lunga ed incomprensibile per questo mondo.

    1. Eurasia 5 maggio 2010

      Francesco II sposò Maria Sofia, principessa del Regno di Baviera... ecco spiegata forse l'efficienza amministrativa e soprattutto che la sposa austriaca del Re Borbone non era una "sciacquetta" qualunque come le tipe che abbiamo oggi sedute sugli scranni del Parlamento Italiano. Inoltre Maria Sofia durante l'assedio di Gaeta fece resistenza contro l'esercito piemontese incitando i soldati borbonici a resistere, curando i soldati feriti e dividendo con loro il pericolo. http://www.url.it/donnestoria/testi/recensioni/msofia.htm

    1. edo 5 maggio 2010

      Pino, hai dimenticato di disegnare sulla copertina, la sardegna!! Non venirmi a dire che l'hai fatto perchè faceva parte del regno conquistatore... eravamo schiavi, come tutti i vinti.

    1. nautilus55 4 maggio 2010

      E' vero. Come mai, allo sbarco a Marsala, due piroscafi disarmati riuscirono a farla franca? Un vascello di linea napoletano a vela (credo fosse il Re Ferdinando) stava accorrendo trainato da una fregata a vapore: avrebbe fatto a pezzi facilmente le due navi della Rubattino. Invece? Nel porto di Marsala, guarda a caso, erano ormeggiate due fregate britanniche. Per la paura di colpire le navi inglesi, non aprì il fuoco ed i Mille sbarcarono. Tutta la Storia che abbiamo studiato è vera per gli accadimenti reali (date, luoghi, ecc) ma completamente falsata per le motivazioni, le mire, le strategie che precedettero (e, purtroppo, seguirono) gran parte delle vicende. Ciao

    1. anonimomatremendo 4 maggio 2010

      Finalmente i nodi piano piano vengono al pettine,voglio vedere adesso chi ha il coraggio di parlare di rifare un "nuovo rosorgimento italiano"...alla Togliatti magari.Comunque attenti a quelli che vogliono fare un risorgimento al contrario,sono ancora piu´pericolosi.

    1. vic 4 maggio 2010

      Da rivedere:

      Pietro Germi (lui era del nord):
      Il brigante di Tacca del Lupo (1952)

    1. castigo 4 maggio 2010

      anche noi genovesi sappiamo bene cosa sono stati in grado di fare quel porco di la marmora ed i suoi bersaglieri agli ordini dei savoia......

      http://www.francobampi.it/liguria/sacco/finestra/sec040118_1.htm

    1. alinaf 4 maggio 2010

      Siamo talmente sfigati che a noi tocca un matrix doppio.
      Non c'è solo Pino Aprile che spiega la storia vera del risorgimento, c'è anche Arrigo Petacco che praticamente dice le stesse cose. Ciao ciao.

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