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IL PECCATO MORTALE DELL'AMERICA

DI JAMES CARROLL

Uno dei luoghi più sacri della storia americana è nato a seguito di un atto di vendetta. Durante la guerra civile i soldati dell’Unione, battendo in ritirata a Washington dopo la sconfitta a Bull Run, si trovarono nella zona di “Arlington House”, proprietà di Robert E. Lee sul fiume Potomac. Nel giardino della signora Lee furono seppelliti i caduti nordisti. Da allora in poi la proprietà di una famiglia sudista fu usata da parte dei Nordisti come cimitero. Una vera e propria ritorsione vendicativa. Oggi la località è conosciuta come Arlington National Cemetery. (Cimitero nazionale di Arlington).

Rispondere ciecamente all’impulso di rivalersi in qualche modo al male che ci viene fatto fa parte della natura umana, però proviamo vergogna per questo bisogno, che ci porta nel regno vietato dell’irrazionale. Allora gli esseri umani cercano di nascondere i propri desideri di vendetta cercando altre giustificazioni. Quando siamo in guerra, oppure quando ci si comporta in combattimento senza freno, raramente diamo una spiegazione diversa dalla semplice ragione che avevamo un obiettivo da raggiungere. Cioè raramente siamo sinceri. Ma una volta lo siamo stati. Quando Harry S. Truman ha annunciato lo sgancio della bomba atomica sul Giappone, ad Hiroshima il 9 agosto del 1945, durante la trasmissione radio aveva giustificato l’atto in base a tre motivi: il secondo era quello di abbreviare il conflitto, e il terzo era quello di risparmiare altre vite americane. Ma il primo motivo era “contro coloro che hanno fatto soffrire la fame ai soldati americani prigionieri, che li hanno picchiati, contro coloro che non hanno obbedito alle leggi internazionali di guerra.”

Hiroshima è stata la punizione degli americani per la brutalità dei combattimenti all’ultimo sangue nelle isole del Pacifico, perr l’attacco a sorpresa di Pearl Harbour. Non bisogna dimenticare che quasi tutte le 900.000 vittime dei bombardamenti americani sulle città giapponesi, da Tokio a marzo fino a Nagasaki ad agosto, erano civili. Nella memoria americana, a giustificazione di queste morti, sono rimasti solo due motivi, l’abbreviazione della guerra e il risparmio delle vite americane, mentre è scomparso del tutto il terzo vero motivo, quello della vendetta.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno provocato negli USA un desiderio di rivalsa che doveva esprimersi in qualche modo. Nessuno può subire una cosa simile senza tentare di rifarsi in qualche maniera. Motivazioni ufficiali a parte, gli attacchi all’Afghanistan e all’Irak erano giustificati dai fatti dell’11 settembre. Ecco perché quando i motivi ufficiali si sono rivelati infondati (bin Laden vivo o morto, armi di distruzione di massa ecc. ecc.) c’è stata ben poca reazione. Ecco perché quando vennero alla luce i metodi brutali degli americani contro i prigionieri o contro i civili nei posti di controllo o nella conquista di città non ci furono grandi reazioni.

L’illegittimità della guerra in Irak era chiara e lampante già l’autunno scorso, prima delle elezioni, ma Kerry non è stato capace di trarne vantaggio. Perché? La spiegazione la si può trovare sia nell’inconscio del popolo americano che in quello di Kerry. Tutti coloro che sostengono la guerra, dai suoi dirigenti ai semplici cittadini, sono spinti da un sentimento che non possono rivelare nemmeno a sé stessi. I loro critici spesso sono rimasti silenziosi perché ancora non sono riusciti a trovare un linguaggio adatto a esprimere che cosa sta realmente funzionando in questa guerra.

Oggi stiamo assistendo all’instaurazione formale di un nuovo governo in Irak, si tratta di un altro “punto di svolta” verso la consumazione finale della vendetta americana. Come negli altri casi, la caduta di Bagdad, la cattura di Saddam Hussein, il passaggio della “sovranità”, e così via, anche questo “punto di svolta”, con la sua definitiva alienazione della minoranza sunnita, porterà ancora caos e distruzione. La guerra civile si avvicina. Ma questo conta poco nei calcoli di Washington perché si tratta di soddisfare un bisogno primario di vendetta, i nostri cannoni sparano per il semplice fatto che esiste un nuovo senso di insicurezza americana.

Fra l’Irak e i bombardamenti della seconda guerra mondiale esiste una certa relazione. C’è una relazione anche con il Vietnam, la cui guerra è finita giusto 30 anni fa. Malgrado tutto il parlare dell’11 settembre come un momento di cambiamento trascendentale, i fatti di quel giorno e quelli che sono seguiti, non rappresentano affatto un vero cambiamento. Anzi essi rivelano che un cambiamento c’è stato anni fa quando si sono iniziate delle massicce forme di ritorsione con i bombardamenti delle città tedesche o giapponesi, continuate poi con gli estremi raggiunti nella guerra aerea americana nel sud-est asiatico.

I bombardamenti delle città durante la guerra, continuati anche dopo che ne era stata dimostrata la loro inutilità strategica, si sono trasformati presto in semplici campagne terroristiche. Si tratta di una verità sgradevole con la quale la coscienza degli americani deve ancora confrontarsi. Dopo avere perso la guerra del Vietnam gli Stati Uniti hanno imposto a quel paese un embargo durato 20 anni che rappresentava soltanto la nostra rabbia per non essere riusciti a vincere.


Non è così che ci vediamo. Arlington National Cemetery è ridiventato un giardino, un magnifico memoriale in ricordo di quanti sono morti soltanto per delle buone ragioni. La vendetta è il suo segreto mortale, e quello dell’America.

James Carroll
Fonte:http://www.boston.com/
3.05.05

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Pubblicato da Vichi genio

  • suse

    “Sarebbe erroneo supporre che il fato del Giappone fu sistemato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa avanti che cadesse la prima bomba, e fu provocata da una soverchiante potenza navale. Soltanto questo aveva reso possibile l’occupazione di basi insulari da cui sferrare l’attacco finale e costringere alla capitolazione l’esercito metropolitano. La marina era distrutta.”
    (Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. VI, cit., p. 727 – citazione tratta da Sir Basil Henry Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale p. 965 Oscar Mondadori)
    Churchill accenna anche che a Potsdam, tre settimane prima della bomba, Stalin gli aveva parlato di un messaggio nel quale l’ambasciatore giapponese a Mosca esprimeva il desiderio di pace del Giappone; e aggiunge che, informando della cosa il presidente Truman, egli aveva suggerito che gli Alleati attenuassero in qualche misura la loro richiesta di una «resa incondizionata» per spianare la via alla capitolazione del Giappone. In realtà, approcci giapponesi di questo geneere erano iniziati già molto tempo prima, e le autorità americane ne erano a conoscenza assai più di quanto Churchill dicesse o forse credesse. […] A quanto sembra due fattori che contribuirono ad accelerare la fine, non meno delle bombe atomiche americane, furono la dichiarazione di guerra della Russia l’8 agosto, subito seguita da una dilagante avanzata in Manciuria, e l’influenza personale dell’imperatore. […] Poco dopo la radio diede l’annuncio della resa del Giappone. Per arrivare a questo risultato gli alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o messo fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuizione, il Giappone era già condannato, come lo stesso Winston Churchill ha ammesso. Il rapporto dell US Strategic Bombing Survey sottolinea questo punto aggiungendo: «Il lasso di tempo tra impotenza militare e accettazione politica dell’inevitabile avrebbe potuto esserre più breve se la struttura politica del giappone fosse stata tale da consentire una più rapida e decisiva determinazione della linea politica del paese. Nonostante ciò sembra assodato che anche senza il lancio delle due bombe atomiche la supremazia aerea alleata vrebbe potuto esercitare una pressione sufficiente a costringere il Giappone a una resa incondizionata e a eliminare la necessità di un’nvazione». L’ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra USA, afffeermò in seguito che, privandoli delle indispensabili forniture di petrolio, riso e altri viveri e materie prime, il blocco navale sarebbe bastato da solo a «costringere i giapponesi ad arrendersi per fame, se solo fossimo stati disposti ad aspettare». Ancora più drastico è il giudizio dell’ammiraglio Leahy sulla superfluità della bomba atomica:«L’impiego di questa barbara arma a Hiroshima e Nagasaki non ci fu di alcun concreto aiuto nella guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi a causa dell’efficacia del blocco navale e dei bombardamenti con armi convenzionali».
    Sir Basil Henry Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale p. 965 Oscar Mondadori
    si citano poi due motivi per l’uso dell’arma:
    1) gli stati uniti non desideravano una partecipazione russa lla guerra contro il Giappone
    2) perché la costruzione della bomba era costata 2 miliardi di dollari, come giustificare la spesa, “Si pensi alle grida di indignazione che tutta l’opinione pubblica avrebbe levato…”