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IL MASSACRO DIMENTICATO

DI ROBERT FISK
independent.co.uk

Sabra e Chatila. Entrai in quel campo, ecco ciò che vidi

Quei ricordi, ovviamente, non si cancellano. Lo sa bene l’uomo che aveva perso la sua famiglia in un precedente massacro e poi vide, impotente, i giovani di Chatila costretti a mettersi in fila e a marciare verso la morte. Ma il tanfo dell’ingiustizia soffoca ancora i campi profughi nei quali esattamente 30 anni fa furono massacrati 1700 palestinesi. Nessuno è stato processato e tanto meno condannato per quel massacro, che persino uno scrittore israeliano paragonò all’assassinio dei partigiani jugoslavi ad opera dei simpatizzanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Sabra e Chatila sono un monumento eretto ai criminali che l’hanno fatta franca.KHAKED ABU Noor era un adolescente, un futuro miliziano ed era partito per le montagne poco prima che i falangisti alleati di Israele facessero irruzione. Si sente in colpa per non aver potuto combattere contro i violentatori e gli assassini? “Il sentimento che ci accomuna è la depressione”, mi risponde. “Abbiamo chiesto giustizia, abbiamo invocato processi internazionali, ma nulla è accaduto.

Nemmeno una sola persona è stata ritenuta colpevole di quell’orrore. Nessuno è finito dinanzi ad un tribunale. Forse per questo abbiamo dovuto soffrire ancora nella guerra del 1986 (per mano dei libanesi sciiti) e forse per questo gli israeliani hanno potuto massacrare moltissimi palestinesi nel 2008-2009 durante l’invasione di Gaza. Se i responsabili del massacro di trenta anni fa fossero stati processati, non ci sarebbero stati i morti di Gaza”. Ha le sue ragioni per pensarla a questo modo. L’11 settembre a Manhattan decine di presidenti e primi ministri hanno fatto la fila per commemorare le vittime dell’attentato criminale al World Trade Center, ma nemmeno un leader occidentale ha avuto il coraggio di far visita alle fosse comuni sudice e spoglie di Sabra e Chatila. Ad onor del vero, va detto che in trenta anni nemmeno un solo leader arabo si è preso la briga di visitare il luogo in cui riposano almeno 600 delle 1700 vittime. I potenti del mondo arabo piangono, a parole, per la sorte dei palestinesi massacrati nei campi, ma nessuno ha voluto affrontare un breve volo per rendere omaggio a questi morti dimenticati.

E poi chi se la sente di offendere gli israeliani o gli americani?

Per ironia – ma significativa – del destino, il solo Paese che ha svolto una seria indagine ufficiale, pur finita in un nulla di fatto, è stato Israele. L’esercito israeliano lasciò entrare gli assassini nei campi e rimase a guardare senza intervenire mentre le atrocità si consumavano.

La testimonianza più significativa è quella fornita dal sottotenente israeliano Avi Grabowsky. La Commissione Kahan ritenne l’allora ministro della Difesa di Israele, Ariel Sharon, personalmente responsabile per aver consentito ai sanguinari falangisti anti-palestinesi di fare irruzione nei campi “per ripulirli dai terroristi” – rivelatisi inesistenti come le armi di distruzione di massa dell’Iraq 21 anni dopo. Sharon fu costretto a dimettersi, ma in seguito divenne primo ministro fin quando fu colpito da un ictus. Elie Hobeika, il leader della milizia cristiana libanese che guidò gli uomini nei campi – dopo che Sharon aveva detto ai falangisti che i palestinesi avevano appena assassinato il loro capo Bashir Gemayel – fu assassinato qualche anno dopo nella zona est di Beirut. I suoi nemici dissero che era stato ucciso dai siriani, i suoi amici incolparono gli israeliani. Hobeika, che aveva stretto una alleanza con i siriani, aveva appena annunciato che avrebbe “detto tutto” sulle atrocità di Sabra e Chatila dinanzi ad un tribunale belga che voleva processare Sharon.

Naturalmente quanti di noi entrarono nei campi il terzo e ultimo giorno del massacro – il 18 settembre 1982 – hanno i loro ricordi. Io ricordo il vecchio in pigiama disteso a terra supino nella strada principale del campo con accanto il suo innocente bastone da passeggio, le due donne e il bambino uccisi accanto a un cavallo morto, la casa privata nella quale mi nascosi dagli assassini insieme al collega del Washington Post, Loren Jenkins. Nel cortile della casa trovammo il cadavere di una giovane. Alcune donne erano state stuprate prima di essere uccise.

Ricordo anche la nuvola di mosche, l’odore penetrante della decomposizione. Queste cose le ricordo bene.

ABU MAHER ha 65 anni. La sua famiglia era fuggita da Safad, oggi Israele, e abitava nel campo profughi nei giorni del massacro. Sulle prime non voleva credere alle donne e ai bambini che gli dicevano di scappare. “Una vicina di casa cominciò ad urlare, guardai fuori e vidi mentre la uccisero con un colpo di arma da fuoco alla testa. La figlia tentò di fuggire; gli assassini la inseguirono gridando ‘Ammazziamola, ammazziamola, non ce la lasciamo sfuggire!’. Lanciò un grido verso di me, ma io non potevo fare nulla. Ma riuscì a salvarsi”. Le ripetute visite ai campi, anno dopo anno, hanno creato una sorta di narrazione ricca di stupefacenti particolari. Le indagini condotte da Karsten Tveit della Radio norvegese e da me hanno provato che molti uomini, proprio quelli che Abu Maher vide marciare ancora vivi dopo il massacro iniziale, in seguito furono consegnati dagli israeliani agli assassini falangisti che li tennero prigionieri e Beirut est per diversi giorni e, quando si resero conto che non potevano servirsene per scambiarli con ostaggi cristiani, li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni.
Altrettanto atroci e crudeli le argomentazioni a favore del perdono. Perché ricordare alcune centinaia di palestinesi massacrati quando in 19 mesi in Siria furono uccise 25.000 persone?

I sostenitori di Israele e i critici del mondo musulmano negli ultimi due anni mi hanno scritto insultandomi per aver più volte raccontato il massacro di Sabra e Chatila, come se il mio resoconto di testimone di quelle atrocità fosse soggetto alla prescrizione. Sulla base dei miei interventi su Sabra e Chatila raffrontati con miei articoli sull’oppressione turca, un lettore mi ha scritto che “sono portato a concludere che nel caso di Sabra e Chatila, lei mostra un pregiudizio contro Israele. Giungo a questa conclusione per il numero sproporzionato di citazioni di questa atrocità…”. Ma è possibile esagerare nel ricordare un massacro?

La dottoressa Bayan al-Hout, vedova dell’ex ambasciatore a Beirut dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha scritto la più autorevole e dettagliata ricostruzione dei crimini di guerra di Sabra e Chatila – perché di questo si è trattato – ed è giunta alla conclusione che negli anni seguenti la gente aveva paura a ricordare.

“POI ALCUNI gruppi internazionali hanno cominciato a parlarne. Dobbiamo ricordare: le vittime portano ancora le cicatrici di quei fatti e ne saranno segnati anche coloro che debbono ancora nascere”. Alla fine del libro, al-Hout pone alcuni interrogativi difficili e pericolosi: “Gli assassini sono stati i soli responsabili? Possiamo definire criminali solo gli autori del massacro? Solo chi diede gli ordini può essere considerato responsabile? ”.

In altre parole, non è forse vero che il Libano aveva un parte di responsabilità a causa dei falangisti, Israele un’altra parte a causa del comportamento del suo esercito, l’Occidente un’altra parte per avere Israele come alleato e gli arabi un’altra parte per avere gli americani come alleati? Al-Hout chiude citando le parole con le quali il rabbino Abraham Heschel si scagliò contro la guerra del Vietnam: “In una società libera alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”.

Versione originale:

Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/the-forgotten-massacre-8139930.html
15.09.2012

Versione italiana:

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
16.09.2012

Traduzione a cura di Carlo Biscotto

Pubblicato da Davide

  • andyconti

    Fonte: Il Fatto, cosi’ magari la smettono di dire che e’ un giornale totalmente sionista. Poi: responsabilita’ anche di Libano, Occidente e falangisti. Articolo obiettivo, che assegna le giuste responsabilita’.

  • redme

    da leggere anche l’articolo di Jean Genet all’epoca dei fatti.

  • gm

    Trovo sorprendente e avvilente la pressoché totale mancanza di “commenti” su questo articolo.
    Se si fosse trattato di un articolo sull’euro si euro no decine di commentatori si sarebbero riversati a discettarne, invece i morti palestinesi sembra che non facciano più notizia per una specie di assuefazione , una sorte di anestesia.
    L’imperialismo americano commemora i suoi morti dell’11 settembre e tutti i media si uniscono al coro liturgico riempiendo pagine intere in memoria di quell’evento ma nessuno di loro sembra interessato a commemorare fatti anche peggiori di quanto accaduto in quella data sacralizzata nel calendario del padrone Usa.
    A nessuno interessano le migliaia di morti palestinesi di quel settembre 1982.
    Sono grato, quindi, a questo giornalista per averci ricordato quella criminale strage di cui la maggiore responsabilità fu di quel criminale sionista Sharon, che consentì alla manovalanza fascista libanese di agire e di perpetrarla.
    Se fossi un convinto “credente” sarei portato a dire che l’ictus da cui è stato poi colpito quel criminale sionista, fu una meritata “punizione divina” e altrettanto dicasi per la morte di quell’altro criminale libanese che eseguì la strage.
    Il modo migliore per onorare quei morti sicuramente è quello di lottare contro la bestia USA-ISRAELIANA (“USRAEL” come è stata efficacemente etichettata da qualcuno su CDC) che infesta il mondo, ma per un momento, dedichiamo anche noi un minuto dei nostri pensieri e del nostro silenzio alle centinaia, migliaia di povere vittime di quella che resterà per sempre come un vero marchio indelebile nella storia de popolo ebraico che, pur vittima esso stesso a suo tempo dell’ infamia nazista, troppo spesso – salvo lodevoli eccezioni – ha percorso e tuttora percorre gli stessi sentieri di infamia.

  • Matt-e-Tatty

    “sembra che non facciano più notizia per una specie di assuefazione , una sorte di anestesia”

    Si, ma anche perchè (che piaccia o meno) l’argomento € ha una ripercussione più diretta sulle nostre vite mentre quei disgraziati sono lontani… non so come si chiami… egoismo, menefreghismo, indifferenza… a tal proposito cito un’aneddoto che mi ha colpito: La nonna della mia signora tempo fa è caduta sul marciapiede rompendosi un polso, non riusciva a rialzarsi da sola perchè molto anziana. Ha chiamato con il cellulare i nipoti per ricevere soccorso che sono arrivati in una ventina di minuti. Nel frattempo sono passate forse centinaia di persone su quel marciapiede (davanti alla stazione degli autobus e sull’unica strada che porta alla stazione dei treni che s trobìva a 200 metri da dove è caduta), nessuno che le abbia prestato soccorso o che le abbia chiesto se serviva una mano.

    Oltre all’indifferenza per gli altrui guai, c’è una sovraesposizione alle notizie e diventa un automatismo scartare un argomento piuttosto che un’altro… anche solo per questione di tempo.

    Poi c’è anche il fattore propagandistico che ha un ruolo diretto nel silenzio occidentale sui crimini israeliani.

    Infine, c’è anche un fattore razzistico/culturale e gli italiani sono razzisti… i palestinesi sono africani, sono mussulmani e sono poveri, mentre i loro aguzzini sono identificati (venduti) come occidentali insediatisi in Africa nella “terra promessa”, sono generalmente bianchi, sono visti come “benestanti”, e sono il “popolo che ha sofferto” oramai per convenzione.

    C’è anche da dire che moklta gente non prende posizioni in proposito perchè chiunque parli dell’argomento viene subito tacciato di “antisemitismo”, e bollato come fascista, nazista ecc. (a mè è successo anche questo).