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IL MANIFESTO CENSURA I PALESTINESI !!

DI MAURO MANNO

Riportiamo (1) un articolo di Ali Abunumah (Electronic Intifada) così come è stato pubblicato dal quotidiano italiano il Manifesto. Vi anticipiamo che la redazione del giornale ha effettuato delle censure sull’originale.
Pubblichiamo poi (2) la versione completa tradotta correttamente dal nostro amico Gianluca Bifolchi.
Seguirà infine (3) un’ipotesi sul perché delle censure de Il Manifesto.

(1) Articolo di Ali Abunumah così come è stato pubblicato da Il Manifesto.

Battere la cospirazione contro la Palestina
AUTORE: ALI ABUNIMAH

“Sia certo che i giorni di Yasser Arafat sono contati, ma permetteteci di finirlo alla nostra maniera, non alla vostra. E sia anche certo che… le promesse che ho fatto davanti al Presidente Bush, darò la mia vita per mantenerle”. Queste parole sono scritte dal signore della guerra di Fatah Mohammed Dahlan, le cui forze sostenute da Israele e USA sono state messe in rotta da Hamas lo scorso mese nella Striscia di Gaza, in una lettera del 13 Luglio 2003 all’allora ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz pubblicata sul sito di Hamas il 4 Luglio di quest’anno.Dahlan descrive la sua cospirazione per rovesciare Arafat, distruggere le istituzioni palestinesi e rimpiazzarle. Dahlan scrive della sua paura che Arafat convochi il consiglio legislativo palestinese e gli chieda di ritirare la fiducia al Primo Ministro Mahmoud Abbas, che era stato nominato agli inizi del 2003 su insistenza di Bush al fine di assottigliare l’influenza di Arafat. Dahlan rivela che “abbiamo già iniziato dei tentativi di polarizzare le opinioni dei membri del consiglio tramite intimidazioni e tentazioni così che essi stiano al nostro fianco e non al suo [di Arafat]”.

Dahlan chiude la sua lettera a Mofaz dicendo, “mi rimane solo da esprimere la mia gratitudine a lei e al primo ministro [Ariel Sharon] per la vostra continua fiducia in noi, e a lei tutto il rispetto”.

Nel mese che inizia con la nomina di un “governo di emergenza” in stile Vichy, guidato da Salam Fayad, i leader storici di Fatah, come Farouq Qaddumi e Hani al-Hassan hanno espresso la loro opposizione alle azioni di Abbas, rifiutando soprattutto il suo ordine ai combattenti della resistenza palestinese di deporre le armi mentre l’occupazione israeliana continua indisturbata.

Ciò sottolinea che la divisione tra Palestinesi oggi non è tra Hamas e Fatah, tra gli “estremisti” o i “moderati”, o tra gli “islamisti” e i “laici.

Ephraim Sneh, fino a poco tempo fa vice ministro della difesa, esprime la visione dell’establishment israeliano:

“La missione più importante ed urgente per Israele a questo punto è impedire che Hamas prenda il controllo della West Bank. E’ possibile ottenere ciò indebolendo Hamas attraverso visibili progressi diplomatici; aiutando l’efficace funzionamento del governo del Primo Ministro palestinese Salam Fayad, e la creazione di condizioni per il totale fallimento del regime di Hamas nella Striscia di Gaza” .

Sneh chiarisce che è imperativo causare la sconfitta pubblica e politica [di Hamas] attraverso un altro elemento palestinese”. Questo elemento è Fatah. Sneh elenca un numero di misure per ottenere ciò, compresa l’assunzione di più Palestinesi come lavoratori a basso costo nell’economia israeliana, il rilascio dei prigionieri di Fatah e la restituzione del denaro delle tasse rubato ai Palestinesi — ma non dice assolutamente nulla riguardo uno stop alle costruzioni di colonie per soli Ebrei, della fine dell’occupazione militare, e dell’abrogazione delle leggi e delle pratiche razziste. Con caratteristica vaghezza afferma solo che “è necessario imbarcarsi in una discussione con il presidente palestinese circa i principi di un accordo sullo status permanente”.

Da quando gli accordi di Oslo sono stati firmati, Israele ha fatto tutto quanto gli era possibile per indebolire la prospettiva di uno stato palestinese, azzoppando di continuo l’Autorità Palestinese. Cosa c’è dietro la determinazione di Israele di appoggiare la leadership Quisling di Abbas? Perché non lasciarla collassare e dichiarare semplicemente vittoria?

I leader israeliani sanno che per puntellare il sostegno ad uno “stato ebraico” occorre nascondere la realtà che gli Ebrei non sono più la maggioranza di Israele, West Bank e Striscia di Gaza — il territorio controllato dallo stato israeliano. Israele ha bisogno della foglia di fico di uno stato palestinese sovrano per cancellare milioni di Palestinesi dai suoi registri, nel modo in cui l’apartheid in Sud Africa cercò di usare il pretesto delle “patrie nere indipendenti” — i Bantustan — per prolungare il governo dei bianchi e dare ad esso una parvenza di legittimità. Se l’Autorità Palestinese collassa, Fatah che non ha una base popolare *, collasserà con essa.

Hamas, poi, si trova ad un incrocio. Può sopravvivere al collasso dell’Autorità Palestinese, ma cosa diventerà? E’ nata da un segmento della società palestinese — povero, mobilitato in massa su contenuti religiosi — trae però un sostegno più ampio per la sua resistenza contro Israele da Palestinesi abbandonati dai loro leader opportunisti ed affamati di un’alternativa basata su principi. Hamas ha la scelta di articolare un programma che sia all’altezza delle aspirazioni della società palestinese in tutta la sua diversità, o può finire nelle trappole che vengono messe davanti ai suoi piedi.

I leader di Hamas hanno fatto dichiarazioni esemplari di una genuina democrazia, e del primato della legge. Ma essi devono essere giudicati dalle loro azioni, e ci sono segni scoraggianti. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha riportato diversi casi di abusi, sequestri, torture da parte di membri della Forza Esecutiva di Hamas, e la morte di un prigioniero tenuto dall’ala militare di Hamas. Ma Hamas ha conquistato la sua legittimazione mettendo fine alle brutte pratiche delle milizie di Fatah sostenute da Israele. Deve mantenere la promessa o rassegnarsi a vedere svanire l’attuale sostegno. Allo stesso tempo deve iniziare ad articolare una visione del futuro che contempli la realtà di 11 milioni di Ebrei israeliani e palestinesi che vivono in un piccolo paese.

Sappiamo a cosa Hamas si oppone, ma non sappiamo che cosa vuole.

[Paradossalmente] Hamas si sta lentamente avvicinando ad accettare una soluzione a due stati proprio nel momento in cui la realtà sta cominciando a farsi strada persino tra i più convinti sostenitori dell’industria del processo di pace di Oslo che la soluzione a due stati, necessaria a salvare Israele come enclave di privilegi ebraici, è ormai fuori portata.

Mentre una soluzione a due stati “sta diventando meno credibile”, osserva Aaron David Miller, per 25 anno nel Dipartimento di Stato USA e rappresentante di alto rango dell’amministrazione Clinton al summit di Camp David nel 2000, “si parla maggiormente nel campo palestinese di una soluzione ad un unico stato — che naturalmente non è la soluzione di tutto, e che potrebbe significare la fine di Israele come stato ebraico

Il commentatore di Haaretz, Danny Rubinstein prevede che “prima o poi Hamas verrà meno alla sua guerra contro Israele. Ma questo non significa un ritorno ai giorni di Oslo e alla visione dei due stati”. Piuttosto, egli teme, “ci sarà una crescente domanda da parte degli Arabi palestinesi, che costituiscono quasi la metà degli abitanti di questa terra, nel dire: nelle circostanze presenti non possiamo stabilire un nostro stato, e ciò che ci rimane da fare è esigere il rispetto dei nostri diritti civili in quella che è la nostra patria. Adotteranno gli slogan della lotta degli Arabi che sono cittadini di Israele, che chiedono uguaglianza e la definizione di Israele come stato di tutti i suoi cittadini”. Pertanto possiamo vedere come Abbas è attulamente l’ultima speranza di Israele nella lotta contro la democrazia. Questa patetica coalizione non può mettersi di traverso sulla via della libertà.

* A modesto giudizio del traduttore affermare tout-court che Fatah non abbia una base popolare è una esagerazione polemica dell’autore. E’ tuttavia plausibile che Fatah stia attraversando una profonda crisi di consenso e legittimità, di esito incerto per la sua sopravvivenza futura come partito politico con basi genuine nella società palestinese.

(2) Versione completa tradotta correttamente dal nostro amico Gianluca Bifolchi. Le parti censurate da Il Manifesto vi sono riportate in grassetto.

Battere la cospirazione contro la Palestina
AUTORE: ALIi ABUNIMAH
TLAXCALA, 29/07/2007
Tradotto da Gianluca Bifolchi

“Sia certo che i giorni di Yasser Arafat sono contati, ma permetteteci di finirlo alla nostra maniera, non alla vostra. E sia anche certo che… le promesse che ho fatto davanti al Presidente Bush, darò la mia vita per mantenerle”. Queste parole sono scritte dal signore della guerra di Fatah Mohammed Dahlan, le cui forze sostenute da Israele e USA sono state messe in rotta da Hamas lo scorso mese nella Striscia di Gaza, in una lettera del 13 Luglio 2003 all’allora ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz pubblicata sul sito di Hamas il 4 Luglio di quest’anno.

Dahlan, che nonostante il suo fallimento a tenere Gaza, rimane un importante consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, descrive la sua cospirazione per rovesciare Arafat, distruggere le istituzioni palestinesi e rimpiazzarle con una leadership quisling servile nei confronti di Israele. Dahlan scrive della sua paura che Arafat convochi il consiglio legislativo palestinese e gli chieda di ritirare la fiducia al Primo Ministro Mahmoud Abbas, che era stato nominato agli inizi del 2003 su insistenza di Bush al fine di assottigliare l’influenza di Arafat. Dahlan scrive che “il completo coordinamento e la cooperazione di tutti” erano necessari ad impedire questo, come anche “la pressione su Arafat per indurlo a non compiere questo passo”. Dahlan rivela che “abbiamo già iniziato dei tentativi di polarizzare le opinioni dei membri del consiglio tramite intimidazioni e tentazioni così che essi stiano al nostro fianco e non al suo [di Arafat]”.

Dahlan chiude la sua lettera a Mofaz dicendo, “mi rimane solo da esprimere la mia gratitudine a lei e al primo ministro [Ariel Sharon] per la vostra continua fiducia in noi, e a lei tutto il rispetto”.

Questa lettera è una piccola ma vivida prova da aggiungere alla già esistente montagna, della cospirazione nella quale la leadership di Abbas è compromessa. Nel mese che inizia con la nomina di un “governo di emergenza” in stile Vichy, guidato da Salam Fayad, i leader storici di Fatah, come Farouq Qaddumi e Hani al-Hassan hanno espresso la loro opposizione alle azioni di Abbas, rifiutando soprattutto il suo ordine ai combattenti della resistenza palestinese di deporre le armi mentre l’occupazione israeliana continua indisturbata.

Ciò sottolinea che la divisione tra Palestinesi oggi non è tra Hamas e Fatah, tra gli “estremisti” o i “moderati”, o tra gli “islamisti” e i “laici”, ma tra la minoranza che ha fatto lega con il nemico in funzione collaborazionista, e coloro che difendono il diritto dovere di resistenza.

I leader israeliani, almeno, sono molto chiari su ciò che si aspettano dai loro servitori palestinesi. Ephraim Sneh, fino a poco tempo fa vice ministro della difesa, esprime la visione dell’establishment israeliano:

“La missione più importante ed urgente per Israele a questo punto è impedire che Hamas prenda il controllo della West Bank. E’ possibile ottenere ciò indebolendo Hamas attraverso visibili progressi diplomatici; aiutando l’efficace funzionamento del governo del Primo Ministro palestinese Salam Fayad, e la creazione di condizioni per il totale fallimento del regime di Hamas nella Striscia di Gaza” (“Come fermare Gaza”, Haaretz, 17 Luglio 2007).

Sneh chiarisce che “per emergere vittoriosi, le campagne militari e gli arresti non sono abbastanza .. è imperativo causare la sconfitta pubblica e politica [di Hamas] attraverso un altro elemento palestinese”. Questo elemento è Fatah. Sneh elenca un numero di misure per ottenere ciò, compresa l’assunzione di più Palestinesi come lavoratori a basso costo nell’economia israeliana, il rilascio dei prigionieri di Fatah e la restituzione del denaro delle tasse rubato ai Palestinesi — ma non dice assolutamente nulla riguardo uno stop alle costruzioni di colonie per soli Ebrei, della fine dell’occupazione militare, e dell’abrogazione delle leggi e delle pratiche razziste. Con caratteristica vaghezza afferma solo che “è necessario imbarcarsi in una discussione con il presidente palestinese circa i principi di un accordo sullo status permanente”. Quattordici anni dopo Oslo, questo non ha molte probabilità di convincere gli scettici.

Da quando gli accordi di Oslo sono stati firmati, Israele ha fatto tutto quanto gli era possibile per indebolire la prospettiva di uno stato palestinese, azzoppando di continuo l’Autorità Palestinese. Cosa c’è dietro la determinazione di Israele di appoggiare la leadership Quisling di Abbas? Perché non lasciarla collassare e dichiarare semplicemente vittoria?

I leader israeliani sanno che per puntellare il sostegno ad uno “stato ebraico” occorre nascondere la realtà che gli Ebrei non sono più la maggioranza di Israele, West Bank e Striscia di Gaza — il territorio controllato dallo stato israeliano. Israele ha bisogno della foglia di fico di uno stato palestinese sovrano per cancellare milioni di Palestinesi dai suoi registri, nel modo in cui l’apartheid in Sud Africa cercò di usare il pretesto delle “patrie nere indipendenti” — i Bantustan — per prolungare il governo dei bianchi e dare ad esso una parvenza di legittimità. Se l’Autorità Palestinese collassa, Fatah che non ha una base popolare *, collasserà con essa.

Hamas, poi, si trova ad un incrocio. Può sopravvivere al collasso dell’Autorità Palestinese, ma cosa diventerà? E’ nata da un segmento della società palestinese — povero, mobilitato in massa su contenuti religiosi — trae però un sostegno più ampio per la sua resistenza contro Israele da Palestinesi abbandonati dai loro leader opportunisti ed affamati di un’alternativa basata su principi. Hamas ha la scelta di articolare un programma che sia all’altezza delle aspirazioni della società palestinese in tutta la sua diversità, o può finire nelle trappole che vengono messe davanti ai suoi piedi.

I leader di Hamas hanno fatto dichiarazioni esemplari a favore del pluralismo, di una genuina democrazia, e del primato della legge, e sono stati profondamente orgogliosi del rilascio del giornalista della BBC Alan Johnston. Ma essi devono essere giudicati dalle loro azioni, e ci sono segni scoraggianti. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha riportato diversi casi di abusi, sequestri, torture da parte di membri della Forza Esecutiva di Hamas, e la morte di un prigioniero tenuto dall’ala militare di Hamas. E’ vero che questi incidenti non accadono per caso — Israele e i suoi alleati di Fatah continuano ad impegnarsi in diffusi atti di omicidio, tortura e sequestro diretti contro i membri di Hamas, e Hamas è impegnato in una lotta per la sopravvivenza. Ma Hamas ha conquistato la sua legittimazione mettendo fine alle brutte pratiche delle milizie di Fatah sostenute da Israele. Deve mantenere la promessa o rassegnarsi a vedere svanire l’attuale sostegno. Allo stesso tempo deve iniziare ad articolare una visione del futuro che contempli la realtà di 11 milioni di Ebrei israeliani e palestinesi che vivono in un piccolo paese.

Sappiamo a cosa Hamas si oppone, ma non sappiamo che cosa vuole.

[Paradossalmente] Hamas si sta lentamente avvicinando ad accettare una soluzione a due stati proprio nel momento in cui la realtà sta cominciando a farsi strada persino tra i più convinti sostenitori dell’industria del processo di pace di Oslo che la soluzione a due stati, necessaria a salvare Israele come enclave di privilegi ebraici, è ormai fuori portata.

Mentre una soluzione a due stati “sta diventando meno credibile”, osserva Aaron David Miller, per 25 anno nel Dipartimento di Stato USA e rappresentante di alto rango dell’amministrazione Clinton al summit di Camp David nel 2000, “si parla maggiormente nel campo palestinese di una soluzione ad un unico stato — che naturalmente non è la soluzione di tutto, e che potrebbe significare la fine di Israele come stato ebraico”. (“E’ la pace fuori portata?”, The Los Angeles Times, 15 Luglio 2007)

Il commentatore di Haaretz, Danny Rubinstein prevede che “prima o poi Hamas verrà meno alla sua guerra contro Israele. Ma questo non significa un ritorno ai giorni di Oslo e alla visione dei due stati”. Piuttosto, egli teme, “ci sarà una crescente domanda da parte degli Arabi palestinesi, che costituiscono quasi la metà degli abitanti di questa terra, nel dire: nelle circostanze presenti non possiamo stabilire un nostro stato, e ciò che ci rimane da fare è esigere il rispetto dei nostri diritti civili in quella che è la nostra patria. Adotteranno gli slogan della lotta degli Arabi che sono cittadini di Israele, che chiedono uguaglianza e la definizione di Israele come stato di tutti i suoi cittadini”. (“Niente da vendere ai Palestinesi”, 16 Luglio 2007). Pertanto possiamo vedere come Abbas è attulamente l’ultima speranza di Israele nella lotta contro la democrazia. Questa patetica coalizione non può mettersi di traverso sulla via della libertà.

* A modesto giudizio del traduttore affermare tout-court che Fatah non abbia una base popolare è una esagerazione polemica dell’autore. E’ tuttavia plausibile che Fatah stia attraversando una profonda crisi di consenso e legittimità, di esito incerto per la sua sopravvivenza futura come partito politico con basi genuine nella società palestinese.

Originale da: The Electronic Intifada
Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2007

Gianluca Bifolchi è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3358&lg=it

(3) Ipotesi sul perché delle censure de Il Manifesto.

Ciak si taglia!

Il Manifesto, che si proclama giornale comunista e di sinistra è invece, secondo me, quello che si potrebbe tranquillamente definire un giornale di Sionistra. Un giornale in cui albergano un gran numero di sionisti (“di sinistra”, cioè sionistri). Il giornale non ha difficoltà a condannare il governo Bush, il governo italiano, l’oppressione capitalista, ecc. Ma quando si giunge davanti ad Israele e al sionismo, le cose cambiano. “È difficile criticare Israele” ebbe a dire in televisione Bertinotti. Se è difficile per Bertinotti, immaginiamo quanto ancora più difficile lo sia per il Manifesto.

Pensavamo che questo giornale, a cui con amici ho versato una certa somma di denaro quando, per salvarsi, esso ha fatto appello alla sottoscrizione popolare (oggi me ne pento amaramente e non ci cascherò più) si limitasse a non criticare troppo Israele (del sionismo nemmeno a parlarne). Non credevamo che sarebbe giunto a censurare coloro che la critica di Israele la fanno sul serio.

Il Manifesto ha forse ricevuto finanziamenti dallo stato ebraico che si permette di fare quello che ha fatto? La domanda è provocatoria ma si deve ammettere che il Manifesto sembra voler accumulare sempre nuove prove a suo carico. Soprattutto dopo la morte del rimpianto Stefano Chiarini.

Molti sono i sostenitori della Palestina che di questi tempi si sentono in angoscia per quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori occupati. Molti sono i dubbi che affliggono gli amici della Palestina e gli antimperialisti in generale quando vedono le immagini di Abbas a braccetto con Olmert, con La Rice ecc. Ma le immagini potrebbero non essere tutto. Dubbi ancora più forti sopraggiungono quando si sente che Abbas sciolglie il governo che aveva precedentemente concordato con Hamas alla Mecca, nomina primo ministro un tale Fayyad (un economista molto apprezzato dagli americani), attacca Hamas (come fossero loro i nemici dei palestinesi), rifiuta le profferte di dialogo degli islamici, medita di sciogliere il parlamento eletto ma a lui contrario perché dominato da Hamas, riceve armi e soldi per organizzare le sue forze di sicurezza (sicurezza di Israele si intende), imprigiona e tortura i militanti islamici della Cisgiordania, chiede ai combattenti di deporre le armi, partecipa al blocco economico della Striscia di Gaza, ecc. E tutto per che cosa?

Solo per trattare (trattare) con Israele! Di concreto, oltre alle eterne promesse di un futuro roseo da parte di Israele e degli americani, cosa ha ottenuto Abbas?

La liberazione di circa duecento prigionieri (tutti di Fatah naturalmente) che però hanno dovuto promettere di fare i bravi, cioè non combattere gli occupanti. Duecento prigionieri su 12 000!
Abbas e i suoi si sono accordati con Israele per chiedere la liberazione dei fedelissimi di Dahlan e dello stesso presidente; non certo del capo dei Tanzim, Barghuti, che potrebbe svolgere il ruolo di mediatore tra Fatah e Hamas, e nemmeno dei suoi seguaci. Israele ne è felice perché i liberati vanno a rafforzare Abbas e le sue scelte sciagurate.

Mano mano che “le trattative” avanzano che “il processo di pace” viene miracolosamente risuscitato, i veri amici della Palestina vedono lentamente e tragicamente sciogliersi tutti i dubbi:
Si Abbas è un traditore, il suo governo e le sue forze di sicurezza sono in mano a Israele e agli americani.

Il Manifesto che fa?

Dà una mano a Israele naturalmente e di conseguenza anche ad Abbas, il suo Quisling (per chi non lo ricorda, Quisling era il primo ministro della Norvegia occupata dai Nazisti, il quale faceva ciò che i suoi padroni tedeschi gli ordinavano).

Tutti possono capire perché il Manifesto elimina la frase, riferita a Dahlan, “che nonostante il suo fallimento a tenere Gaza, rimane un importante consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas”. Dahlan è il traditore palestinese che più di tutti quelli della sua specie si è venduto ed esposto per Israele e gli americani. Era lui che aveva promesso che avrebbe scalzato da Gaza i combattenti islamici di Hamas. Gli americani (con la complicità di Egitto e Giordania) gli avevano affidato un piccolo esercito che istruivano con loro istruttori (guidati dal generale Dayton) in Egitto e poi facevano penetrare a piccoli gruppi a Gaza. Il piano è fallito perché Hamas, giustamente, si è mosso in fretta e ha sbaragliato il complotto.

Oggi Dahlan, un servo oltretutto poco capace, è stato estromesso dal governo di Fayyad . Non lo si poteva tenere visto che gli americani e gli israeliani sono rimasti molto delusi dalla sua incapacità, ma rimane un consigliere di Abbas e ha molti amici nelle forze di sicurezza di Fatah che ha diretto per anni. Per gli americani e Israele rimane pur sempre una carta da giocare ma intanto vogliono vedere se Abbas trova una carta migliore di lui. Il suo ruolo di traditore non è finito e il Manifesto censura le denunce contro di lui per far piacere a Israele. Il giornale sionistro e i suoi “esperti” mediorientali non ci nascondono che Dahlan complottava contro Arafat, tanto loro stessi hanno partecipato all’opera di denigrazione (ideata a Tel Aviv) di Arafat, ma non vogliono che colui che agiva segretamente contro il suo presidente sia definito parte di “una leadership quisling servile nei confronti di Israele”. Quando questa leadership quisling (Dahlan, Abbas, Fayyad) si era sufficientemente rafforzata ed era pronta, ecco che i servizi segreti israeliani entrarono direttamente in scena e avvelenarono il legittimo presidente palestinese per spianare la via del potere ai traditori. Per il Manifesto è importante anche eliminare ogni ammissione da parte di Dahlan di aver operato in “completo coordinamento e cooperazione” con israeliani e americani (“tutti”) ed ecco quindi che sforbicia un’altra frase pericolosa:

Dahlan scrive che “il completo coordinamento e la cooperazione di tutti” erano necessari ad impedire questo, come anche “la pressione su Arafat per indurlo a non compiere questo passo”.

Subito dopo, ancora ciak, e cade un’altra frasetta che rafforza quanto si era eliminato in precedenza: “Questa lettera è una piccola ma vivida prova da aggiungere alla già esistente montagna, della cospirazione nella quale la leadership di Abbas è compromessa”.
E visto che ci siamo e con le forbici ci sappiamo fare ecco che cade anche la frase riguardo al tipo di contraddizione tra Abbas e cricca da una parte e Hamas dall’altra. Che i lettori del Manifesto non vengano mai a sapere che la contraddizione è “tra la minoranza (minoranza poi!) che ha fatto lega con il nemico in funzione collaborazionista, e coloro che difendono il diritto dovere di resistenza. Che continuino pure, i poveri lettori, a credere che la contraddizione è tra laici (buoni) e islamici (brutti, barbuti e molto cattivi, soprattutto con le donne)!

Poi nel testo compare la parola “israeliani”… apriti cielo, non sia mai, non sia mai, ciak, ciak, ciak!!! Non sia mai detto chi “i leader israeliani sono molto chiari su ciò che si aspettano dai loro servitori palestinesi”. Ciak, ciak, qua ci chiamano antisemiti! Ciak! E via pure le parole del dirigente israeliano Sneh: “per emergere vittoriosi, le campagne militari e gli arresti non sono abbastanza” è chiaro che ci vuole la collaborazione attiva di alcuni palestinesi. Tolta la frase di Dahlan sul “coordinamento e la cooperazione di tutti” va tolto anche il pendant israeliano, le parole di Sneh.

Poi viene la frase su Oslo, e sul sottinteso “processo di pace”. Ciak anche questa. “Quattordici anni dopo Oslo, questo non ha molte probabilità di convincere gli scettici”. Vogliamo che i lettori si mettano in testa che Oslo è fallita, che il processo di pace è finito, morto, sotterrato, come dice Hamas? Non è permesso neanche di essere “scettici”. Israele non ha mai cessato di costruire insediamenti e ha tirato le “trattative” per le lunghe, ma essere scettici è un crimine. Bisogna credere che il “processo di pace” va avanti e che un giorno (quando?) si giungerà ai due agognati Stati e che forse, con un po’ di buona volontà supplementare dei palestinesi si potrà deportare gli arabi di Israele (1 4000 000) nello “stato palestinese” in modo che Israele rimanga etnicamente puro (Israele come stato ebraico). Nello “Stato palestinese” si risolverà pure la questione dei profughi. In tutto oltre 10 milioni di persone nei quattro bantustans con una superficie complessiva di 2400 Km2 (metà del Molise) senza acque e senza confini propri ma in cambio ci sarà un poderoso muro tutto intorno e ferro spinato a volontà.

Vogliamo che la gente si convinca della giustezza politica della lotta per un solo Stato democratico per ebrei e palestinesi? Non sia mai: Due popoli due Stati! E basta, sennò ciak, ciak, e poi ciak.

E le dichiarazione di Hamas “a favore del pluralismo”? E no, non si può! Quelli sono solo “integralisti” e “terroristi”, non possiamo far saper all’Occidente che si sono dichiarati a favore del pluralismo. Dunque di nuovo ciak! E non ricordiamo in giro che sono riusciti a far liberare Alan Johnston della BBC da un clan che a Gaza traeva profitto del disordine e dell’anarchia. E quindi riciak!

Se infine si deve mantenere l’immagine negativa di Hamas che Israele e gli USA hanno costruito a bella posta allora bisogna assolutamente fare ciak pure con la frase “Israele e i suoi alleati di Fatah continuano ad impegnarsi in diffusi atti di omicidio, tortura e sequestro diretti contro i membri di Hamas”. Israele poi non può essere accusato così brutalmente di atti di omicidio, tortura e sequesto! Vogliamo scherzare? Israele è una democrazia. L’unica democrazia del Medio Oriente.

La verità è pericolosa, soprattutto che “Hamas è impegnato in una lotta per la sopravvivenza” e non invece, come ci vogliono far credere, in una lotta per rovesciare Fatah (che ha perso le elezioni ed è stato gia democraticamente rovesciata) e allora ancora ciak.
Ah scusate! Stavo dimenticando le allegre sforbiciate per togliere di mezzo i riferimenti alle fonti (Ha’aretz, Los Angeles Times)!

Ci diranno che è stato fatto per ragioni di spazio. Ma noi non ci crediamo. Senza i riferimenti autorevoli che vengono da giornali israeliani o filosemiti, le affermazioni di Ali Abunumah potrebbero anche sembrare campate in aria ed è probabilmente quello che vuole il Manifesto.

Vergogna! Non bastano tutte le censure a cui sono sottoposti i palestinesi? Ci voleva pure il Manifesto! È proprio vero che quando cominci a perdere l’aggancio originario, sai che ti sposti a destra ma non vedi fino a dove. Il viaggio continua.

Mauro Manno
01.08.2007

Pubblicato da Davide

  • Tao

    RICEVO QUESTA LETTERA DAL MANIFESTO che giro agli indirizzi a cui ho inviato un mio pezzo. Di seguito troverete anche la mia risposta al Sig Michelangelo Cocco.

    gentilissimo Mauro Manno,

    le scrive chi ha tagliato e messo in pagina il pezzo di ali abunimah, che recentemente ho avuto il piacere di conoscere a madrid
    non riesco ad aprire il testo “incriminato” che mi ha inviato e dunque a capire dove il manifesto avrebbe “censurato i palestinesi”
    ogni imprecisione/fraintendimento derivante dal lavoro di editing è imputabile a me soltanto, che tuttavia non sono certo un censore dei palestinesi

    Abbiamo sulla palestina un lavoro decennale alle spalle e un corrispondente da gerusalemme est – michele giorgio – che puntualmente e quotidianamente ci descrive ciò che accade nei territori palestinesi occupati e in Israele non credo sia il caso quindi – qualunque “errore” io abbia compiuto nel lavoro di editing, di rivolgerci un’accusa, quella di “censurare i palestinesi” al limite della diffamazione

    la prego dunque, così come ha girato le sue accuse a diversi indirizzi, di girare agli stessi indirizzi questa mia risposta

    Michelangelo Cocco

    Se lei ritiene che io l’abbia diffamato mi denunci pure, resta il fatto che quello che avete fatto è cosa scorretta e grave. Se voi de Il Manifesto volete scrivere un articolo vostro in cui esprimete le vostre posizioni su Israele e i Palestinesi, fatelo pure a nome vostro, non fate dire ai palestinesi quello che volete dire voi. O al limite avvertite il lettore che avete operato dei tagli e citate l’Url dell’originale.
    Cosa c’entra poi che avete un corrispondente da Gerusalemme che puntualmente descrive ciò che accade nei territori palestinesi? Quello che conta è la linea sul conflitto che portate avanti. Ed è quella che critico così come traspare dai tagli che avete fatto ad un articolo che andava riprodotto nella sua interezza. Gli “errori” di cui lei parla e che si attribuisce, non sono errori; sono la conseguenza di un’interpretazione del sionismo, in particolare del sionismo di “sinistra”, che è sbagliata e che si sta anche dimostrando fallimentare nella realtà. La cosiddetta “rivoluzione sionista” è naufragata. Farò girare la vostra sua lettera e la mia risposta agli indirizzi a cui è stata inviata prima.Cosa più interessante sarebbe un confronto aperto e leale sul sionismo in pubblica assemblea o sul vostro giornale. Probabilmente però chiedo troppo.

    distinti saluti

    Mauro Manno
    1.08.07