IL LINGUAGGIO DELLA TIRANNIA

DI CHRIS HEDGES
Truthdig

Gli imperi comunicano con due linguaggi. Uno è il linguaggio degli imperativi. E’ il linguaggio degli ordini e della forza. Il linguaggio militarizzato disprezza la vita umana e celebra l’iper-mascolinità. Esige. Non fa alcun tentativo di giustificare l’evidente razzia di risorse naturali e benessere, o l’uso di violenza indiscriminata. Quando ad un checkpoint in Iraq viene trucidata una famiglia, ci si dice solo che sono “caduti”.

L’altro linguaggio dell’impero è più delicato. Si avvale della dialettica degli ideali e dei nobili scopi, si sofferma sulla nobiltà e la benevolenza dell’impero. Il linguaggio della beneficenza viene usato per rivolgersi a chi si trova al di fuori dei luoghi di morte e saccheggio, a chi non è avvilito, a chi deve essere sedotto affinché affidi il potere ai predatori.

Le meta è, comunque, la perdita totale di potere. Differisce solo il linguaggio usato. Il linguaggio della cieca obbedienza e delle punizioni viene usato dall’autorità nelle nostre periferie, da Detroit a Oakland, così come nel nostro sistema carcerario. E’ il linguaggio che gli iracheni e gli afghani conoscono bene. Ma i membri della nostra decadente classe media – così come con quella parte della classe operaia che non si è ancora confrontata con la nostra nuova configurazione politica ed economica – sono compiaciuti dai potenti che usano espressioni come “il consenso dei governati” e “la democrazia”.

Più a lungo crederemo nella finzione di essere inclusi nella struttura del potere corporativo, più facilmente le corporation deprederanno il paese senza temere ribellioni. Chi conosce la verità viene screditato. E si raccontano menzogne a chi non la conosce. Chi si nutre di menzogne e le perpetua – incluse le istituzioni liberali quali la stampa, la chiesa, l’educazione, la cultura, i sindacati e il Democratic Party – favoriscono questa nostra perdita di potere.

Nessun sistema di controllo totale, incluso il controllo corporativo, è estremo dall’inizio. Lo diventa se non incontra resistenza.

La tecnica di utilizzare due linguaggi è antica quanto l’impero. La usavano i greci e i romani. Così come i conquistadores spagnoli, gli ottomani, i francesi e più tardi gli inglesi. Chi vive nelle zone sfruttate alla periferia dell’impero vede e sente la verità. Ma le urla di chi è sfruttato vengono ignorate o demonizzate. La rabbia che esprimono rimane inascoltata da chi è intrappolato nell’auto-illusione, da chi continua a credere nella bontà ultima dell’impero. Questa è la verità espressa in “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad e in “Passaggio in India” di E. M. Forster. Questi scrittori compresero che l’impero è violenza e razzia.

E più a lungo continuano i saccheggi, più brutale diventa l’impero. La tirannia che l’impero esercita sugli altri, alla fine verrà esercitata anche all’interno dell’impero stesso. Le forze predatorie sguinzagliate dall’impero lo consumeranno. Guardatevi intorno. Le storie che sentiamo sono quelle create per noi dallo stato, da Hollywood e dalla stampa. Diventano insegnamento nelle scuole, prediche in chiesa e documentari di guerra come “Restrepo“. Questi racconti umanizzano e nobilitano le guardie dell’impero. Il governo, l’esercito, la polizia e l’intelligence sono idoli. Queste forze di controllo, ci hanno assicurato, salvaguardano i nostri valori e ci proteggono. Vengono dai loro ranghi i nostri eroi. E chi si oppone a questi racconti – chi denuncia le menzogne – diventa il nemico.

Chi guida l’impero – funzionari eletti, manager aziendali, generali e celebrità che diffondono la propaganda – diventa molto benestante. Loro fanno fortune immense mentre presentano il TG della sera, dirigono aziende, o si fanno strada – sostenuti dalle aziende – nella vasta industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Tutti pagano omaggio alla sostanziale bontà del potere corporativo, anche in momenti definiti critici. Escludono il dibattito reale. Ignorano le evidenti ingiustizie e le violenze. Loro divulgano le illusioni che ci mantengono passivi e rilassati.

Ma mentre la nostra società si trasforma in un sistema oligarchico, con un ampio e permanente sottoproletariato, accanto ad una classe media sempre piccola e instabile, queste illusioni perdono potere. Il linguaggio dell’amichevole raggiro deve essere sostituito dal chiaro linguaggio della forza.

E’ difficile continuare a vivere in uno stato di auto-illusione quando i sussidi di disoccupazione si esauriscono, quando l’unico lavoro disponibile non prevede contributi e non è neppure sufficiente per vivere, quando il futuro non corrisponde più alle belle parole che riempiono le nostre trasmissioni. A questo punto è la rabbia il motore della nostra risposta, e chiunque sia capace di incanalare questa rabbia ottiene il potere. La manipolazione di questa rabbia è diventata il nuovo compito dei propagandisti aziendali; inoltre, il fatto che la classe liberale abbia fallito nel difendere i propri valori liberali ha fatto in modo che i suoi membri non possano contribuire al dibattito.

Leopoldo, il re belga, promettendo l’abolizione della schiavitù e il passaggio del Congo all’era “moderna”, ottenne dagli alleati europei il permesso di fondare lo Stato Libero del Congo nel 1885. Passò come un gesto umanitario, così come la conquista spagnola delle Americhe, così come la nostra occupazione dell’Iraq. Leopoldo organizzò una spietata forza di nativi e stranieri oltremare – non diversa dal nostro esercito mercenario – per depredare il Congo dell’oro e del caucciù. Durante la reggenza del re belga furono massacrati da 5 a 8 milioni di congolesi. E’ il peggior genocidio dell’era moderna dopo l’Olocausto nazista. Leopoldo, anche durante le violenze congolesi, venne idoleggiato in Europa per il suo valore. Ma era odiato ai confini dell’impero – così come lo siamo noi in Iraq e Afghanistan – dove i congolesi e gli altri avevano capito le sue intenzioni. Le loro voci, però, così come le voci di quelli che noi opprimiamo, non furono quasi mai ascoltate.

I nazisti, per i quali l’olocausto fu più una campagna di saccheggi che una campagna per liberare l’Europa dagli ebrei, utilizzavano due metodi per accogliere i nuovi arrivati nei quattro campi di sterminio. Se i deportati venivano dall’Europa occidentale, le violente guardie ucraine e lituane, con le fruste, i cani e i randelli, venivano messe da parte. Gli ebrei europei più benestanti erano cortesemente accompagnati in un elaborato tranello, che comprendeva persino false stazioni con tanto di aiuole, finché – spogliati – diventavano incapaci di opporsi e potevano essere condotti in file di cinque, frustati, alle camere a gas. I nazisti sapevano che chi non fosse stato stremato, chi avesse creduto nel proprio potere, si sarebbe ribellato. Quando i deportati venivano da est, dove gli ebrei avevano vissuto per lungo tempo nella paura, in situazioni di povertà estrema e terrore, non era necessaria nessuna messinscena. Madri, padri, anziani e bambini, abituati alla repressione e al linguaggio del comando e delle punizioni, furono brutalmente accompagnati da guardie sadiche. Lo scopo era quello di creare un’isteria collettiva. I due gruppi avrebbero subito la stessa sorte. Differiva solo la tattica.

In tutti i casi in cui il potere è centralizzato, quando tutte le leggi sono abolite, quando non si deve più rendere conto di nulla di fronte alla cittadinanza, non c’é limite alle razzie in patria e all’estero. Lo stato corporativo, che ha indebolito il nostro governo, sta dando vita a una nuova forma di feudalesimo, un mondo di padroni e schiavi. Si rivolge a chi resta in uno stato di auto-illusione con il linguaggio confortante e familiare della libertà, della prosperità e della democrazia elettorale. Ai poveri e agli oppressi parla con il linguaggio della mera coercizione. Ma, anche in questo caso, la conclusione sarà la stessa per tutti.

Chi è intrappolato nelle periferie degradate – che sono le nostre colonie interne – o chi è maltrattato nel nostro sistema carcerario, soprattutto gli afro-americani, han già di fronte agli occhi quello che aspetta tutti noi. Così come gli abitanti della parte meridionale della Virginia Occidentale, dove le compagnie carbonifere hanno trasformato centinaia di migliaia di acri in un deserto inospitale e inquinato. Povertà, repressione e disperazione in queste zone periferiche dell’impero vanno di pari passo con la tossicodipendenza e il cancro. Anche gli iracheni, gli afghani e i palestinesi possono dirci a che punto ci troviamo. Loro sanno che quando l’auto-illusione non ha più effetto, parla il pugno di ferro.

Le solitarie e coraggiose voci che si alzano da queste interne ed esterne colonie devastate vengono zittite o screditate dai cortigiani che servono il potere centrale. E persino chi viene a conoscenza di queste voci di dissenso spesso non riesce ad affrontare la verità. Preferiscono una facciata di cartapesta. Si tirano indietro di fronte alla “negatività”. La realtà è terrificante, soprattutto quando ci si rende conto di ciò che fanno le aziende all’ecosistema mondiale nel nome del profitto.

Tutte le tirannie hanno le proprie particolarità. Perciò, è difficile paragonare una forma di totalitarismo all’altra. Ci sono sempre abbastanza differenze che ci rendono insicuri riguardo al ripetersi della storia. Lo stato corporativo non ha un Politburo. Non fa indossare gli anfibi ai suoi agenti della Homeland Security. Non c’è nessun dittatore delirante. La democrazia americana – come la sgargiante stazione ferroviaria del campo di sterminio di Treblinka – sembra vera, mentre le leve del potere sono nelle mani delle corporation. Ma c’è un aspetto che lo stato corporativo condivide con i regimi dispotici e i passati imperi che hanno forgiato la storia umana. Anch’esso comunica attraverso due distinti linguaggi, finché non sarà più necessario, e allora sarà troppo tardi.

Chris Hedges è “senior fellow” presso il The Nation Institute editorialista settimanale per Truthdig. Il suo ultimo libro è “Death of the Liberal Class.

Titolo originale: “Recognizing the Language of Tyranny

Fonte: http://www.truthdig.com
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07.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIADA GHIRINGHELLI

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