Home / ComeDonChisciotte / IL GRANDE SFACELO: TUNISIA, EGITTO E IL CROLLO PROTRATTO DELL’IMPERO AMERICANO

IL GRANDE SFACELO: TUNISIA, EGITTO E IL CROLLO PROTRATTO DELL’IMPERO AMERICANO

DI NAFEEZ MOSADDEQ AHMED
The Learning Machine

La caduta del dittatore Ben Ali in Tunisia, sulla scia delle proteste di massa e di sanguinosi scontri nelle strade è stata ampiamente riconosciuta come indicativa di una maggiore trasformazione nel futuro della politica e della geopolitica per i maggiori paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA). Ci sono pochi dubbi che l’esperienza della Tunisia abbia scatenato l’escalation di proteste senza precedenti in Egitto contro il regime di Mubarak. Il quesito sulla bocca di tutti gli esperti mediatici è se “gli eventi in Tunisia e in Egitto avranno un effetto domino in tutto il mondo arabo”.

La potenziale caduta di Hosni Mubarak è una questione seria. Come indica il The Economist, l’Egitto è “il paese più popoloso del mondo arabo”, visto dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dall’Occidente come un “punto strategico” ed un “vitale alleato” nella “guerra contro il terrorismo”. Non ci sorprende allora che gli attivisti in tutto il mondo stiano col fiato sospeso, in attesa che uno dei più notori dittatori del mondo e che uno dei regimi-vassalli più favoriti dall’Occidente possano essere rovesciati. Tuttavia, quello che sta succedendo in Tunisia e in Egitto, è solo la manifestazione di una più profonda convergenza di crisi strutturali fondamentali che sono veramente su scala globale. L’eruzione dei disordini sociali e politici ha seguito l’impatto della più profonda turbolenza economica in tutta la regione, a causa dell’impatto inflazionario dell’aumento dei prezzi del carburante e dei generi alimentari. Dalla metà di gennaio, persino prima che Ben Ali fosse scappato da Tunisi, scoppiavano scontri in Algeria, in Marocco, in Yemen e in Giordania – i motivi principali? L’alto livello di disoccupazione, l’alto costo dei generi alimentari e dei beni di consumo, la povertà endemica, la mancanza di servizi basilari, e la repressione politica.

La crisi alimentare globale: 2011

In molti di questi paesi, certamente sia in Tunisia che in Egitto, le tensioni covano da anni. La scintilla pare che sia stata la carenza di cibo causata dai picchi record dei prezzi globali riportati dalla FAO nel dicembre del 2010. Il ritorno degli alti prezzi dei generi alimentari due o tre anni dopo la crisi alimentare globale del 2008 non dovrebbe essere una sorpresa. Per la maggior parte del decennio precedente, il consumo mondiale di cereali ha superato la produzione – correlata alla diminuzione della produttività della terra di quasi la metà dal 1990 al 2007, rispetto [al periodo tra il] 1950 e il 1990.

Quest’anno, le catene globali della fornitura alimentare sono state nuovamente “ provate al limite”, a seguito dei cattivi raccolti in Canada, Russia ed Ucraina; il clima più caldo e secco in Sudamerica ha ridotto la produzione della soia; le alluvioni in Australia hanno distrutto i raccolti di grano; per non parlare degli inverni più rigidi, tempestosi e nevosi riscontrati nell’emisfero settentrionale, che hanno danneggiato i raccolti.

Il cambiamento climatico

Una tale scarsità dell’attuale fornitura è stata causata da eventi metereologici sempre più mutevoli e dai disastri naturali, che gli scienziati del clima hanno da lungo tempo indicato come sintomatici di un surriscaldamento globale antropogenico. La siccità esacerbata dal riscaldamento globale nelle regioni chiave per la produzione alimentare ha già portato ad un calo del 10-20 per cento della produzione di riso nell’ultimo decennio. Entro la metà del secolo la produzione mondiale dei raccolti potrebbe diminuire anche del 20-40 per cento per il solo effetto del cambiamento climatico.

Ma il cambiamento climatico farà probabilmente più che generare siccità in alcune regioni. È anche collegato al prospetto di inverni più rigidi negli Stati Uniti orientali, in Asia orientale e in Nord Europa – con l’ accelerare del del tasso [di perdita] del ghiaccio estivo rispetto al mare nell’Artico, che porta all’intensificazione del surriscaldamento, il cambiamento della pressione atmosferica spinge l’aria fredda dall’Artico verso sud [ndt. Amplificazione artica]. Similarmente, persino le inondazioni in Australia potrebbero essere riconducibili al cambiamento climatico. Gli scienziati sono d’accordo che siano state causate da un’oscillazione particolarmente forte El-Nino/La-Nina nel sistema atmosferico dell’Oceano Pacifico Tropicale. Ma Michael McPhaden, coautore di un recente studio scientifico sull’argomento, suggerisce che gli El-Nino, recentemente più forti, siano “ plausibilmente il risultato del surriscaldamento globale”.

L’impoverimento energetico

La situazione alimentare mondiale è stata affiancata da un’eccessiva dipendenza dell’agricoltura industriale dai combustibili fossili, consumando dieci calorie di energia da combustibili fossili per ogni caloria di energia alimentare prodotta. Il problema è che la produzione di petrolio globale convenzionale ha quasi certamente raggiunto il picco massimo, essendo rimasta sospesa su un plateau oscillante a partire dal 2005 – ed è previsto che diminuisca costantemente ed inesorabilmente, portando ad un aumento dei prezzi. Sebbene i prezzi del petrolio siano scesi dopo il crollo del 2008, a causa della recessione, la ripresa dell’attività economica ha fatto aumentare la domanda, portando i prezzi dei combustibili a rimontare fino ai $95 dollari al barile.

Gli aumenti dei prezzi dei combustibili, combinati alle attività predatorie degli speculatori finanziari, che cercano di ammassare profitti investendo nei mercati dei beni di consumo, sono stati alla base dell’inflazione in tutto il mondo. Come nel 2008, le popolazioni meridionali più povere sono state quelle più colpite. Perciò lo scoppio del disordine politico in Egitto e in altre zone non può essere compreso pienamente senza riconoscere il contesto della crisi economica, energetica ed ecologica – problemi intrinsecamente interconnessi, che sono sintomatici di un impero diventato troppo esteso, di un’economia politica globale che ha oltrepassato i limiti naturali del suo ambiente.

L’Egitto post-picco

Sicuramente, l’Egitto è particolarmente vulnerabile. La sua produzione di petrolio ha raggiunto il picco massimo nel 1996, e da quel momento in poi è diminuita di circa il 26 per cento. Dagli anni ’60 in poi, l’Egitto è passato dalla completa autosufficienza alimentare alla eccessiva dipendenza dalle importazioni, finanziate dai redditi del petrolio. Ma come i redditi del petrolio dell’Egitto sono costantemente diminuiti, a causa dell’aumento del consumo nazionale del petrolio in continua diminuzione, così sono diminuite le sovvenzioni alimentari, portando all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Simultaneamente, i livelli del debito dell’Egitto sono orrendi – circa l’80 per cento del suo PIL, nettamente superiori a quelli degli altri paesi della regione. Anche la sperequazione è alta, essendosi intensificata nel corso dell’ultimo decennio sulla scia di riforme neoliberali di “aggiustamento strutturale” – ampiamente implementate in tutta la regione a partire dagli anni ’80 con effetti debilitanti, compresa la contrazione del welfare sociale, la riduzione degli stipendi e la mancanza di investimento nelle infrastrutture. Conseguentemente, oggi il quaranta per cento degli Egiziani vive al di sotto della soglia di povertà dell’ONU di £2 sterline al giorno.

A causa di tali vulnerabilità, l’Egitto, come molti degli stati della zona MENA, si trova sulle faglie di convergenza della crisi economica, ecologica ed energetica globale – e pertanto, sulla prima linea del fallimento del sistema globale, che va aggravandosi. L’impero va in pezzi. Le caute dichiarazioni ufficiali fatte dall’amministrazione Obama illustrano solamente la falsa impotenza della posizione degli USA.

Surrogato imperiale

Mentre il vice presidente Joe Biden ha insistito che Mubarak non è un dittatore, il segretario di stato Hillary Clinton e il presidente Obama hanno condannato in modo poco convincente la “violenza” e hanno espresso il loro sostegno morale per il diritto di protesta. La risposta leggermente smorzata è comprensibile. Per gli ultimi 30 anni, gli Stati Uniti hanno sostenuto il regno brutale di Mubarak con aiuti economici e militari – e attualmente forniscono 1,3 miliardi di dollari all’anno di Finanziamenti Militari Esteri (FMF). Lo U.S. Congressional Research Service riporta inoltre:

“L’Egitto è beneficiario di certe misure di aiuto che sono disponibili solo ad alcuni altri paesi. Dal 2000, i fondi del FMF dell’Egitto sono stati depositati in un conto fruttifero nella Federal Reserve Bank di New York e sono rimasti lì finché non sono obbligati… all’Egitto è consentito di stanziare i fondi del FMF solo per i pagamenti dell’anno corrente, piuttosto che per stanziare l’intero importo necessario per far fronte all’intero costo di acquisti di più anni. Il ‘cash flow’ di finanziamento consente all’Egitto di negoziare importanti acquisti di armi con i fornitori della difesa statunitense”.

Gli Stati Uniti sono inoltre il maggior partner per il commercio bilaterale dell’Egitto. È “uno dei più grandi mercati unici in tutto il mondo per il grano e il granoturco americano ed è un significativo importatore di altri beni agricolturali, macchinari e strumenti”. Gli Stati Uniti sono il secondo maggiore investitore nel paese, “principalmente nel settore del petrolio e del gas”.

Forse la negazione di Biden delle qualità dittatoriali di Mubarak non sono così difficili da capire. Dall’assassinio del presidente Anwar el-Sadat nel 1981, l’Egitto è stato ufficialmente in un continuo “ stato di emergenza”, che secondo una legge del 1958 consente a Mubarak di imporre misure in modo spaventosamente simile al Patriot Act degli USA – detenzione indefinita; tortura; tribunali segreti; autorità speciale per gli interventi della polizia; completa assenza della privacy; e via dicendo, ad nauseam. Per non parlare del fatto che la sperequazione sociale negli USA è effettivamente superiore a quella dell’Egitto.

Amici di famiglia

E tuttavia, infine, l’amministrazione statunitense non può assolversi. Relazioni successive [denominate] Country Reports on Human Rights Practices per L’Egitto del Dipartimento di Stato, seppur conservatrici, catalogano la litania della repressione inflitta di routine sulla popolazione civile durante il decennio scorso per mano delle forze di sicurezza di Mubarak. Quando le è stato chiesto cosa ne pensasse delle scioccanti rivelazioni della relazione del 2009, la Clinton stessa ha ridimensionato le implicazioni, descrivendo Mubarak e sua moglie come “ amici della mia famiglia”. Quindi non è che non sappiamo. Ma che non ce n’è importato niente finché il terrore è diventato talmente insopportabile da esplodere sulle strade del Cairo.

L’Egitto è centrale in una rete di regimi arabi repressivi che la Gran Bretagna e gli Americani hanno attivamente sostenuto fin dall’inizio del ventesimo secolo per sostenere il controllo del petrolio a buon mercato “ad ogni costo”, come ha notato il segretario per gli affari esteri Selwyn Lloyd nel 1956, come pure per proteggere Israele. Alcuni dossier declassificati del Foreign Office britannico rivisti dallo storico Mark Curtis mostrano che gli “sheikhdom” [regni degli sceicchi] del Golfo sono stati in gran parte creati dalla Gran Bretagna per “mantenere la nostra influenza”, mentre l’aiuto della polizia e dell’esercito avrebbe contribuito ad “opporre resistenza alle influenze e alle propagande ostili all’interno degli stati stessi” – particolarmente da parte di “malattie ultra-nazionalistiche”. Il reale pericolo, avvertiva il Foreign Office nel 1957, era che i “dittatori perdessero la loro autorità per opera dei movimenti rivoluzionari o riformisti, che avrebbero potuto rifiutare la connessione con il Regno Unito”.

Il crollo protratto

Non ci stupisce, dunque che il maggior timore delle agenzie di intelligence occidentali e dei consulenti di rischio corporativo non è che la resistenza di massa possa non riuscire a generare democrazie viabili e vibranti, ma semplicemente la prospettiva di un “ contagio” regionale che potrebbe destabilizzare “i campi di petrolio sauditi”. Un’analisi così convenzionale, certamente, perde completamente di vista il punto: l’impero americano, e l’economia politica globale che ha generato, si stanno disfacendo – non a causa di un lontano pericolo esterno, ma per il peso delle sue contraddizioni interne. Non è sostenibile – avendo già oltrepassato i limiti dei sistemi naturali della terra, esaurendo la sua base di risorse, alienare la vasta maggioranza della popolazione umana e planetaria.

La soluzione in Tunisia, in Egitto, nell’intero Medio Oriente e oltre, non consiste meramente nell’aspirazione alla democrazia. La speranza può nascere solo da una riesaminazione fondamentale dell’intera struttura della nostra civilizzazione nella sua forma attuale. Se non usiamo le opportunità presentate da queste crisi per introdurre cambiamenti strutturali fondamentali, allora il “contagio” si allargherà a tutti noi.

Il Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed è il direttore esecutivo dell’ Institute for Policy Research & Development di London. È l’autore di A User’s Guide to the Crisis of Civilization: And How to Save It (2010), che ha inspirato il film documentario, The Crisis of Civilization (2011) che uscirà a breve.

Titolo originale: “The Great Unravelling: Tunisia, Egypt and the Protracted Collapse of the American Empire

Fonte: http://crisisofcivilization.com
Link
01.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Pubblicato da Das schloss

  • nettuno

    Quello che avviene era in parte previsto. Si è dato una accelerata. La politica estera americana ha cambiato strategia è ha permesso che questo si verificasse. La strategia nuova consiste nel creare nemici per israele. Israele poi li colpirà e li distruggerà per allargare i suoi confini. per la Grande Gerusalemme. Spero che i fratelli mussulmani non cadano nella trappola SADATT.

  • AlbaKan
  • geopardy

    Se è per questo, ai tempi dell’uragano Katrina negli Usa, molti analisti non embedded dichiararono che la gestione della crisi messa in atto da Bush si dovesse inquadrare in un concetto più ampio d’intervento repressivo urbano.

    Mi spiego meglio, la militarizzazione insensata di New Orleans, con la conseguente ed ancora in atto deportazione della popolazione povera (che lì è prevalentemente nera), venne considerata una prova generale di come la classe dominante avrebbe esercitato un controllo delle crisi future a livello internazionale, reprimendole con metodi militari nel tentativo di non lasciare spazio a soluzioni politico-economiche volte al sociale, che sarebbero servite da esempio per tutte le masse di diseredati che questo sistema, come afferma il giornale di Murdoch nell’altro articolo, ha generato e continua a generare.

    Si guardi a come viene gestita la crisi del terremoto di Haiti da parte degli Usa e qualcosa comincia a combaciare.

    In parole povere, una difesa estrema del sistema ultraliberista e dei privilegi dei pochissimi.

    Il tutto rientra nella logica della “sicurezza” inaugurata dai neoconservatori nordamericani (neocons), all’interno della quale rientra anche Guantanamo.
    Questa idea della sicurezza sopra ogni cosa si è espansa, in parte, anche da noi ed è un mantra continuo sulla bocca di molti nostri politici, non credo sia un caso.

    Insomma l’idea prevalsa non è quella del risolvere le crisi, come logica pretenderebbe, dal punto di vista sociale ed economico, ma repressivo.
    Ora il rischio è che la crisi, che sta colpendo uno spazio sempre più ampio di società mondiali, comprese quelle degli Usa e dell’Ue, viaggi a un ritmo che i potenti hanno precedentemente sottostimato, per questo c’è un affanno particolare volto a frenare i tempi delle rivolte ed a cercare compromessi che non le facciano diventare vere e proprie rivoluzioni in senso economico.

    Per me, sono ancor più preoccupati di questo, che di Israele o dell’equilibrio mediorientale (che poi rispecchia la stessa logica economica vigente).

    Ciao
    Geo

  • geopardy

    Non dimentichiamoci che negli Usa, dal governo precedente, è stato proposto l’ampliamento delle carceri fino ad una capienza di 25 milioni di persone (sarebbero lager non carceri in tal caso).
    Non ho notizie dello stato attuale del progetto, nè se sia andato in porto, in tal caso, però, circa un eventuale ripensamento da parte dell’attuale governo, dato che la chiusura di Guantamo, tanto sbandierata da Obama in campagna elettorale, non è avvenuta, non ci conterei molto.

  • AlbaKan
    • Verissimo, infatti la FEMA che doveva essere un’ente per la protezione civile, ha intralciato anche i soccorsi della croce rossa e volontari  nell’uragano Katrina… 
    • Riguardo ai carceri…ci sono 800 campi negli Usa che sembrano più campi di concentramento che “carceri” veri e propri…. 
    • A riguardo comunque ti segnalo anche un altro articolo.

    STATI UNITI: LO STATO DI EMERGENZA SOPPIANTA LA COSTITUZIONE? [www.vocidallastrada.com]

  • geopardy

    Tutto porta, l’ho letto

  • geopardy

    Sentamo l’unica voce palestinese che sono riuscito a rintracciare sull’argomento Egitto.

    L’insurrezione d’Egitto e le sue implicazioni per la Palestina

    di Ali Abunimah *

    su http://electronicintifada.net del 06/02/2011

    Siamo nel bel mezzo di un terremoto politico nel mondo arabo e la terra non ha ancora smesso di tremare. Azzardare previsioni quando gli eventi sono così mutevoli è rischioso, ma non c’è dubbio che la rivolta in Egitto – comunque si concluderà – avrà un impatto radicale in tutta la regione e nella stessa Palestina.

    Se il regime di Mubarak cadrà, e a sostituirlo ce ne sarà uno meno legato a Israele e agli Stati Uniti, per Israele sarà un grande smacco. Come ha commentato Aluf Benn sul quotidiano israeliano Haaretz, “La perdita di potere del governo del presidente egiziano Hosni Mubarak lascia Israele in uno stato di panico strategico. Senza Mubarak, Israele resta quasi senza amici in Medio Oriente; lo scorso anno, Israele si è giocata l’ alleanza con la Turchia ” (” Without Egypt, Israel will be left with no friends in Mideast”, 29 Gennaio 2011).

    Infatti, osserva Benn, “A Israele sono rimasti due soli alleati strategici nella regione. La Giordania e l’Autorità palestinese”. Ma ciò che Benn non dice è che entrambi questi due “alleati” non sono immuni (dal dissenso – n.d.t.).

    Nel corso delle ultime settimane sono stato a Doha per approfondire i Palestinian Papers pervenuti ad Al Jazeera. Questi documenti sottolineano la misura in cui la scissione tra l’ Autorità palestinese a Ramallah, spalleggiata dagli Statui Uniti e guidata da Mahmoud Abbas e Fatah, da un lato, e Hamas nella Striscia di Gaza, dall’altro – rappresentino null’altro che il risultato della decisione politica delle potenze della regione: Stati Uniti, Egitto e Israele. In questa decisione rientra a piè pari il rigoroso mantenimento del blocco di Gaza da parte dell’Egitto.

    Se cadrà il regime di Mubarak, gli Stati Uniti perderanno l’enorme influenza sulla situazione in Palestina, Abbas e l’Autorità Palestinese perderebbero quindi uno dei loro principali alleati contro Hamas.

    Già screditata dalla propria posizione di collaborazione e di resa esposte dai Palestinian Papers, l’Autorità Palestinese ne uscirebbe indebolita ulteriormente. Senza un palusibile “processo di pace” che giustifichi il suo continuo “coordinamento per la sicurezza” con Israele, o addirittura la sua stessa esistenza, si potrebbe già iniziare a fare il conto alla rovescia per assistere all’implosione dell’AP . Anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea alla repressiva polizia dell’Autorità Palestinese dello “stato in permanente via di realizzazione” potrebbe non essere più politicamente sostenibile. Hamas potrebbe trarne beneficio in un primo momento, ma non necessariamente nel lungo termine. Per la prima volta da anni stiamo assistendo a movimenti di grandi masse che, nonostante includano gruppi islamisti, non sono necessariamente dominate o controllate da loro.

    Bisogna anche considerare l’effetto dimostrativo che le proteste hanno per i palestinesi: la durata dei regimi tunisino ed egiziano ha giocato sulla percezione che questi non fossero sovvertibili, così come sulla loro capacità di terrorizzare parte delle loro popolazioni e di cooptarne altre. La relativa facilità con cui tunisini si sono liberati del proprio dittatore, e la velocità con cui l’Egitto, e forse lo Yemen, sembrano andare per la stessa direzione, possono anche fungere da messaggio ai palestinesi che né Israele né le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese sono indomabili come sembrano. In effetti, la “deterrenza” di Israele già ha preso un duro colpo dalla sua incapacità di sconfiggere Hezbollah in Libano nel 2006, e per aver rafforzato Hamas a Gaza con gli attacchi dell’inverno 2008-09.

    Per quanto riguarda la AP di Abbas, mai sono stati spesi così tanti soldi ricevuti da donazioni internazionali per una forza di sicurezza e con risultati così scarsi. Il segreto di Pulcinella è che senza l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e l’assedio a Gaza (con l’aiuto del regime di Mubarak), Abbas e la sua guardia pretoriana sarebbero caduti già da tempo. E’ improbabile che questo castello di carte palestinese rimanga in piedi ancora a lungo, costruito sulle fondamenta di un processo di pace fraudolento, da USA, UE, Israele e con il sostegno dei decrepiti regimi arabi che ora sono sotto la minaccia della loro stessa gente.

    Questa volta il messaggio dovrebbe esser che la risposta non è nella resistenza militare, ma piuttosto nel potere della gente e nella maggiore attenzione alle proteste popolari. Oggi, i palestinesi rappresentano almeno la metà della popolazione nella Palestina storica – Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza assieme. Se si sollevano all’unisono per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli? Israele non ha mai smesso di dare dimostrazione di violenza brutale e forza letale nei villaggi della West Bank tra Bil’in e Beit Ommar.

    Israele deve temere che, se rispondesse a qualsiasi sollevazione generale con brutalità, il suo già precario sostegno internazionale potrebbe iniziare ad evaporare più velocemente di quello di Mubarak. Il regime di Mubarak, a quanto pare, sta subendo una rapida “delegittimazione”. I leader israeliani hanno dimostrato che una tale implosione del sostegno internazionale li spaventa più di ogni minaccia militare esterna . Con lo slittare del potere verso la popolazione araba e lontano dai loro regimi, i governi arabi non possono permettersi di rimanere silenti e complici come hanno fatto per anni di fronte all’oppressione di Israele verso i palestinesi.

    Come per la Giordania, il cambiamento è già in corso. Ho assistito a una protesta di migliaia di persone nel centro di Amman ieri. Queste proteste, ben organizzate e pacifiche, sollecitate da una coalizione di partiti islamici e dell’opposizione di sinistra, sono partite da settimane nelle città di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Samir al-Rifai, lo scioglimento del parlamento eletto in quelle che sono state ampiamente riconosciute come elezioni fraudolente in novembre, nuove libere elezioni sulla base di leggi democratiche, giustizia economica, fine della corruzione e la cancellazione del trattato di pace con Israele. Ci sono state significative manifestazioni di solidarietà per il popolo egiziano.

    Nessuno dei partiti che hanno aderito alla manifestazione auspica per la Giordania lo stesso tipo di sconvolgimenti di Tunisia e Egitto, e non c’è ragione di credere che tali sviluppi siano imminenti. Ma gli slogan che ho sentito durante le proteste sono senza precedenti per il loro coraggio e per la loro diretta sfida all’autorità. Qualsiasi governo sensibile ai desideri del popolo dovrà rivedere le sue relazioni con Israele e gli Stati Uniti.

    Da oggi solo una cosa è certa: qualsiasi cosa succederà nella regione, la voce della gente non potrà più essere ignorata.

    Fonte: http://electronicintifada.net/v2/article11762.shtml

    * Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).

  • geopardy

    L’insurrezione d’Egitto e le sue implicazioni per la Palestina

    di Ali Abunimah *

    su http://electronicintifada.net del 06/02/2011

    Siamo nel bel mezzo di un terremoto politico nel mondo arabo e la terra non ha ancora smesso di tremare. Azzardare previsioni quando gli eventi sono così mutevoli è rischioso, ma non c’è dubbio che la rivolta in Egitto – comunque si concluderà – avrà un impatto radicale in tutta la regione e nella stessa Palestina.

    Se il regime di Mubarak cadrà, e a sostituirlo ce ne sarà uno meno legato a Israele e agli Stati Uniti, per Israele sarà un grande smacco. Come ha commentato Aluf Benn sul quotidiano israeliano Haaretz, “La perdita di potere del governo del presidente egiziano Hosni Mubarak lascia Israele in uno stato di panico strategico. Senza Mubarak, Israele resta quasi senza amici in Medio Oriente; lo scorso anno, Israele si è giocata l’ alleanza con la Turchia ” (” Without Egypt, Israel will be left with no friends in Mideast”, 29 Gennaio 2011).

    Infatti, osserva Benn, “A Israele sono rimasti due soli alleati strategici nella regione. La Giordania e l’Autorità palestinese”. Ma ciò che Benn non dice è che entrambi questi due “alleati” non sono immuni (dal dissenso – n.d.t.).

    Nel corso delle ultime settimane sono stato a Doha per approfondire i Palestinian Papers pervenuti ad Al Jazeera. Questi documenti sottolineano la misura in cui la scissione tra l’ Autorità palestinese a Ramallah, spalleggiata dagli Statui Uniti e guidata da Mahmoud Abbas e Fatah, da un lato, e Hamas nella Striscia di Gaza, dall’altro – rappresentino null’altro che il risultato della decisione politica delle potenze della regione: Stati Uniti, Egitto e Israele. In questa decisione rientra a piè pari il rigoroso mantenimento del blocco di Gaza da parte dell’Egitto.

    Se cadrà il regime di Mubarak, gli Stati Uniti perderanno l’enorme influenza sulla situazione in Palestina, Abbas e l’Autorità Palestinese perderebbero quindi uno dei loro principali alleati contro Hamas.

    Già screditata dalla propria posizione di collaborazione e di resa esposte dai Palestinian Papers, l’Autorità Palestinese ne uscirebbe indebolita ulteriormente. Senza un palusibile “processo di pace” che giustifichi il suo continuo “coordinamento per la sicurezza” con Israele, o addirittura la sua stessa esistenza, si potrebbe già iniziare a fare il conto alla rovescia per assistere all’implosione dell’AP . Anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea alla repressiva polizia dell’Autorità Palestinese dello “stato in permanente via di realizzazione” potrebbe non essere più politicamente sostenibile. Hamas potrebbe trarne beneficio in un primo momento, ma non necessariamente nel lungo termine. Per la prima volta da anni stiamo assistendo a movimenti di grandi masse che, nonostante includano gruppi islamisti, non sono necessariamente dominate o controllate da loro.

    Bisogna anche considerare l’effetto dimostrativo che le proteste hanno per i palestinesi: la durata dei regimi tunisino ed egiziano ha giocato sulla percezione che questi non fossero sovvertibili, così come sulla loro capacità di terrorizzare parte delle loro popolazioni e di cooptarne altre. La relativa facilità con cui tunisini si sono liberati del proprio dittatore, e la velocità con cui l’Egitto, e forse lo Yemen, sembrano andare per la stessa direzione, possono anche fungere da messaggio ai palestinesi che né Israele né le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese sono indomabili come sembrano. In effetti, la “deterrenza” di Israele già ha preso un duro colpo dalla sua incapacità di sconfiggere Hezbollah in Libano nel 2006, e per aver rafforzato Hamas a Gaza con gli attacchi dell’inverno 2008-09.

    Per quanto riguarda la AP di Abbas, mai sono stati spesi così tanti soldi ricevuti da donazioni internazionali per una forza di sicurezza e con risultati così scarsi. Il segreto di Pulcinella è che senza l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e l’assedio a Gaza (con l’aiuto del regime di Mubarak), Abbas e la sua guardia pretoriana sarebbero caduti già da tempo. E’ improbabile che questo castello di carte palestinese rimanga in piedi ancora a lungo, costruito sulle fondamenta di un processo di pace fraudolento, da USA, UE, Israele e con il sostegno dei decrepiti regimi arabi che ora sono sotto la minaccia della loro stessa gente.

    Questa volta il messaggio dovrebbe esser che la risposta non è nella resistenza militare, ma piuttosto nel potere della gente e nella maggiore attenzione alle proteste popolari. Oggi, i palestinesi rappresentano almeno la metà della popolazione nella Palestina storica – Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza assieme. Se si sollevano all’unisono per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli? Israele non ha mai smesso di dare dimostrazione di violenza brutale e forza letale nei villaggi della West Bank tra Bil’in e Beit Ommar.

    Israele deve temere che, se rispondesse a qualsiasi sollevazione generale con brutalità, il suo già precario sostegno internazionale potrebbe iniziare ad evaporare più velocemente di quello di Mubarak. Il regime di Mubarak, a quanto pare, sta subendo una rapida “delegittimazione”. I leader israeliani hanno dimostrato che una tale implosione del sostegno internazionale li spaventa più di ogni minaccia militare esterna . Con lo slittare del potere verso la popolazione araba e lontano dai loro regimi, i governi arabi non possono permettersi di rimanere silenti e complici come hanno fatto per anni di fronte all’oppressione di Israele verso i palestinesi.

    Come per la Giordania, il cambiamento è già in corso. Ho assistito a una protesta di migliaia di persone nel centro di Amman ieri. Queste proteste, ben organizzate e pacifiche, sollecitate da una coalizione di partiti islamici e dell’opposizione di sinistra, sono partite da settimane nelle città di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Samir al-Rifai, lo scioglimento del parlamento eletto in quelle che sono state ampiamente riconosciute come elezioni fraudolente in novembre, nuove libere elezioni sulla base di leggi democratiche, giustizia economica, fine della corruzione e la cancellazione del trattato di pace con Israele. Ci sono state significative manifestazioni di solidarietà per il popolo egiziano.

    Nessuno dei partiti che hanno aderito alla manifestazione auspica per la Giordania lo stesso tipo di sconvolgimenti di Tunisia e Egitto, e non c’è ragione di credere che tali sviluppi siano imminenti. Ma gli slogan che ho sentito durante le proteste sono senza precedenti per il loro coraggio e per la loro diretta sfida all’autorità. Qualsiasi governo sensibile ai desideri del popolo dovrà rivedere le sue relazioni con Israele e gli Stati Uniti.

    Da oggi solo una cosa è certa: qualsiasi cosa succederà nella regione, la voce della gente non potrà più essere ignorata.

    Fonte: http://electronicintifada.net/v2/article11762.shtml

    * Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).

  • nettuno

    Si Geo , quello che dici è una anlisi corretta. La mia logica era più ipotizzata, ma sempre possibile, per questo ho detto che Israele ha bisogno di nemici concreti che si possono incattivire con delle provocazioni. Tuttavia la transizione del Mubarak era stata preparata.. così dicono .. Io in questo momento sto cercando di capire il senso delle dichiarazioni di David Cameron: “Il multiculturalismo ha fallito” vedi –> http://www.stranieriinitalia.it/attualita-cameron_il_multicurturalismo_ha_fallito_12473.html –se già sapevano queste cose, perchè uscire proprio adesso in un conferenza internazionale?
    E’ evidente che c’è in atto un cambio di strategia nei contronti del mondo arabo ed orientale.. non riesco a vedere il retro della medaglia..