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IL FURTO DEGLI ARCHETIPI

DI CARLO BERTANI

Ogni forma che tu vedi ha il suo archetipo nel mondo senza spazio.
Se la forma perisce, non importa, l’originale è eterno
.”
Jalad ud Din Rumi – Persia – secolo XIII

Spesso, le sere nelle quali vaghiamo fra domande senza risposte, nelle selve dei punti interrogativi, sono destinate a rimanere tali. Sconsolante – vero? – ma, il più delle volte, così è.
Gli orizzonti si susseguono, l’uno dopo l’altro e li valichiamo con gli stivali delle sette leghe, con la velocità del vento che ci sospinge. Oltrepassiamo interi universi senza renderci conto dei tesori che contenevano.
E’ così anche questa sera, con i primi fiocchi di neve che trapuntano il cielo, e mi domando se – ancora una volta, per spostarci – saremo abbandonati a noi stessi ed ai misteriosi protocolli della burocrazia. Globalizzata anch’essa.

Un tempo – quando gli uomini si fidanzavano ogni giorno con la natura – la neve era un avvertimento soffice, l’invito a soffermarsi un momento nell’aia, oppure a perdere fanciullescamente il senno fra i gorghi della polenta che cuoceva nel paiolo, ribollente di schizzi.
Venne poi l’era nella quale tutto era sacrificato alla produzione – perché produr si deve, produr bisogna – e s’iniziò a non guardare più in faccia né al vento, né alle stagioni. C’era, almeno, la giustificazione che tot automobili e tot pezze di lana trepidavano nella vigilia di prender forma, poiché erano attese.
Oggi, osservo i tetti del borgo e – con l’immaginazione – valico soffitte ed appartamenti abbandonati da decenni, per accompagnarmi – folletto invadente – a chi sotto quei tetti vive. Scopro così, mentre volteggio ancorato alla mia corda d’argento, sguardi persi su pallidi schermi, sonni accompagnati da minute pasticche, religiosi afflati consegnati a minuscoli lumi votivi, che illuminano fiocamente sbiadite immagini d’antichi santi.
Nel freddo, contenuto dalla neve del mattino, la mia è una delle poche auto a spostarsi: segno che nessuno deve recarsi al lavoro. Legioni di pensionati attendono – nei loro grandi appartamenti del tempo che fu, quando risa accompagnavano il canto di giovanette in età da marito – il solo, grande avvenimento che possono aspettare. Che avverrà col caldo di Giugno o nel freddo di Gennaio, ma sempre all’uscita principale dell’antica cattedrale.

Eppure, nonostante le condizioni del tempo siano quasi proibitive, il senso del dovere ci chiama per raggiungere una scuola annoiata, con metà o ancor meno dei presenti: a nulla servirà tanta dedizione. Le poche fabbriche che tentano ancora di produrre qualcosa, lo fanno in condizioni di lavoro che ci hanno quasi riportato indietro nel tempo: la sicurezza è sacrificata all’altare della produzione ad ogni costo, e quei prodotti non sempre sono attesi. Bisogna allora forzare la mano e creare inesistenti attese, accorciare la durata d’ogni bene affinché sia usurato prima possibile, poiché prima del tempo si distrugga[1].
Conosciamo bene questo percorso, ed è inutile riproporlo: era solo per segnare con una tacca l’inizio dei nostri ragionamenti, del nostro vagare fra le pagine elettroniche.
Eppure, nonostante in molti s’inizi a comprendere che la corsa dell’umanità è oramai folle, non si riesce a rallentare l’ingranaggio che – Charlie Chaplin c’avvertì con largo anticipo, in “Tempi moderni” – ci sta stritolando.

Noi, eteree figure che scriviamo sul Web e che firmiamo con nomi veri – i quali corrispondono a persone in carne ed ossa – assistiamo impotenti alla scarsa incidenza dei nostri sforzi. I nomi sono i soliti, quelli che si leggono su molti siti e blog, e non li nomino per non scontentare nessuno.
Tra di noi, talvolta ci si conosce personalmente, mentre nella maggioranza dei casi si hanno contatti via Web: una mail per avvertire di un incontro, un ringraziamento, qualche elogio per un brano ben scritto.
Sull’altro piatto della bilancia, un po’ d’esibizionismo, qualche complesso da “primadonna” e – per fortuna molto raramente – qualche lama che s’incrocia. E che lascia solo una scia evanescente, d’elettronico inchiostro.
Viene allora la domanda, che talvolta chi legge si chiede e pretende, sul perché “non ci mettiamo insieme”, non riusciamo a costruire qualcosa. Me lo sono chiesto anch’io, tante volte.

Chi legge – oramai l’abbiamo capito – crede nella gran parte dei principi esposti: una sorta di “controcultura” prende forma, a testimoniare che sulla gran parte delle cose la pensiamo allo stesso modo.
Il problema, che qualcuno recentemente citava a proposito di Beppe Grillo – sostenendo che il comico genovese avesse perso “l’attimo fuggente” per fare “massa critica” contro il sistema delle Caste – rimanda allora alla creazione di cultura, con una domanda: può, la cultura, divenire in qualche modo “massa critica”?
E, qui, ci scontriamo con un dilemma di denominazione, ossia definire cosa sia la cultura e, di riflesso, chi siano coloro che tentano di produrla.
Chi produce cultura, almeno in Italia, viene definito “intellettuale”, termine – a mio avviso – un po’ desueto, poiché dovremmo stabilire se i cori di trombe di regime siano, anch’essi, “cultura”. Maurizio Costanzo fa cultura? O intrattenimento? E Santoro?

Un primo aiuto, per me molto chiaro, viene dalla definizione di “intellettuale organico” che dà Costanzo Preve, ossia di uno studioso che è organico – e, oggi, non solo per il pensiero – con una parte politica.
Essere “organici” non è un peccato mortale, però ciò distingue l’intellettuale dallo studioso, il quale potrà – ad esempio – riformulare le sue analisi, senza temere gli strali della nomenklatura.
Stabilito che le frange estreme dell’elettorato italiano non hanno più referenti politici, la “organicità” dell’intellettualismo italiano (sempre nell’accezione di Preve) è quindi condannata a convivere con poche forze politiche, che sono tutte plaudenti al “mercato” ed alla globalizzazione, pur sapendo che la gran parte dei guai che ci affliggono è da lì che vengono. Ma, essendo “organici”, non hanno scampo.
Potranno “limare” fin che desiderano gli aggettivi, dar sfoggio di potenza espressiva, ma non riusciranno mai a forare il cielo, perché sanno che oltrepassare la coltre di nubi li condurrebbe, inesorabilmente, fra i perdenti, a trasmutarsi in soli “studiosi”.
E coloro che non sono “organici” – e quindi non “intellettuali” ma solo “studiosi” – quale compito si trovano ad affrontare?

Spesso, s’avvertono fra i commentatori strali di critiche gratuite: si distingue chiaramente chi pondera attentamente ciò che si scrive da chi è sorretto solo dal desiderio d’apparire. O, peggio, da chi replica – ben protetto da astrusi nick – dalla segreteria di un partito.
Questa precisazione può apparire superflua o, in alcuni casi, offensiva, ma è necessaria per il proseguo della nostra analisi.
Chi non è targato qualcosa, intravede orizzonti immensi da percorrere, ma si trova anche desolatamente solo nel dipingere ciò che osserva, quasi senza riscontro né riferimenti. Magari, qualcuno si sforzasse di replicare proseguendo su quel percorso.
Quando scriviamo di decrescita, di truffe sulla moneta, d’attentati ai valori fondanti della Costituzione, sul lavoro, sull’energia, l’istruzione, la giustizia…finiamo per ripercorrere un sentiero dal quale osserviamo molteplici aspetti della rovina morale, economica e politica del nostro Paese (e dell’intero Pianeta).
A forza di raccontare nequizie, provare tesi scomode e dipanare le ingarbugliate matasse dell’informazione di regime, si è spossati, stanchi, anche un po’ depressi.
E’, allora, proprio in queste sere perdute che ci viene in mente d’abbandonarci alla ricettività: basta scrivere, basta dissertare. Ascoltare.

Così, getti nella feritoia un dvd e guardi un film, non sapendo se ti metterà sonno o se ti donerà qualcosa. In entrambi i casi, qualcosa c’avrai guadagnato.
Il film è “Fiorile” dei fratelli Taviani[2]: almeno, prima d’affidarti, scegli qualcuno che dia affidamento.
E cavalchi, senza accorgertene, in due secoli di profonda Toscana, ch’è sempre stata il concentrato d’emozioni ribollenti e genuine, narrate senza mediazioni, come solo la scuola del Sommo poteva donare.
Il ricucire gli accadimenti storici, abbinandoli alle vite vissute, è prassi del cinema di qualità: “Novecento” o “Barry Lindon” hanno usato la stessa metrica, accomunati da grandi firme della regia cinematografica.

Queste “cavalcate” fra i secoli, spesso, sono guardate con troppa dis
tanza: comprendo che chi oggi è giovane stenta a trovare legami con quei mondi, ma chi ha vissuto i tempi ed i ritmi del vecchio mondo agreste, ritrova quei legami. Seduto sulla sponda di un carro trainato da un mulo, raccoglievo le drupe d’uva spina dalla siepe al ritmo ballonzolante di un mezzo ch’era esattamente uguale ai carriaggi che si vedono, oggi, solo nei film d’epoca.
Cos’altro ci lega alla nostra Storia? Non le cronache narrate nei libri – toccano corde ancora troppo superficiali – bensì quelle emozioni che dischiudono una lacrima, che sospirano l’animo. Qualcosa ha insegnato De André, operando su storie antiche – pensiamo a Creuza de ma, sorprendentemente il suo album più venduto – che ci riportano all’oggi, a qualcosa che sopravvive dentro di noi, mentre conduciamo questa vita forsennata nella quale nessuno è più “qualcosa”. “Fare tutto è diventato un’esigenza”, ricordava Ivano Fossati.

Dobbiamo allora domandarci – come “studiosi” liberi da ogni marchio – perché certe scene di un film scatenano emozioni, strappano lacrime, amareggiano, lasciano l’animo colmo di gioia. Sono emersioni di sentimenti che non si possono addurre soltanto alle storie individuali – non apriamo qui, per favore, antichi dibattiti fra sociologia e psicologia – perché vanno ad incidere più nel profondo.
Il cinema ci presenta figure incastonate nei loro vissuti: eppure, trepidiamo, c’arrabbiamo, soffriamo. Qui la Gestalt è scavalcata perché non c’è spazio per crearla: rimane solo una possibilità, l’idem o l’alter con il personaggio. Se non scattano né l’uno e né l’altro, scatta il dito sul telecomando ed andiamo a letto.
In che modo, però, c’identifichiamo? E con quali parti dei personaggi – che sappiamo benissimo essere professionisti della scena, ma in quel momento non importa – finiamo per identificarci, per compiere un tratto di percorso insieme a loro, nella Roma imperiale o nel Giappone medievale?

A restringerle un poco, non sono molte: il sacerdote (o saggio, stregone, monaco errante, ecc), il guerriero (eroe, coraggio, rettitudine, ecc), il mercante (sagacia, astuzia, ponderatezza, ecc) e poche altre. Più facile l’identificazione maschile (la Storia è stata fatta e scritta prevalentemente da uomini), più difficile, e ristretta a poche figure, quella femminile.
Qui s’aprirebbe uno spiraglio assai interessante: come può, l’universo femminile oramai slegato dai simboli tradizionali, trovare figure di riferimento che non siano legate al focolare? Si chiede alla donna d’essere qualcuno che non ha passato, e si desidera assegnarle compiti che sono, per lei, nuovi? Ci sarebbe materiale per un altro articolo.
Le figure archetipe, invece – i riferimenti arcaici – per la popolazione maschile esistono, e sopravvivono in posture dell’animo oramai nascoste, perché il cammino della nostra civiltà ha dovuto frantumarle.
E’ stato un percorso graduale, che ha condotto l’umanità a dimenticare – anno dopo anno – i suoi riferimenti arcaici.

La perdita degli archetipi non può essere sottovalutata, soprattutto da coloro i quali addossano tutte le responsabilità dell’attuale crisi (che è una crisi di civiltà, non di società) a semplici fattori economici. Se così fosse, sorgerebbero – potenti – dal corpo sociale precise ed organiche richieste di cambiamento, e sarebbero dinamiche positive ed inarrestabili, nonostante la censura mediatica.
Invece, le proposte sono frammentarie e sconclusionate: e, questo, avviene da parte di chi le propone, ma anche dalla confusione di chi ascolta e, a sua volta, ripropone “aggiustamenti” con un semplice meccanismo di scelta multipla, quasi si trattasse di un test. Insomma, “quoto” e “non quoto”, e finisce lì.

Se la civiltà occidentale s’afferma col mercantilismo, prosegue con il colonialismo, la rivoluzione industriale e, infine, entra in crisi proprio per la ri-proposizione acritica di modelli non più attuali, nel corpo sociale non esistono più valori di riferimento per una critica fondata – e dunque, “forte” – e quindi fruttuosa per sua stessa natura. Nel panorama variegato della civiltà occidentale, iniziano a crollare quelli che furono i suoi valori fondanti: la religione, ad esempio, ridotta a semplice secolarizzazione e sbiadito spettacolo dell’evento devozionale e filosofico. Per salvare il salvabile, s’elegge un nero alla presidenza americana e si “sdogana” il seminario di Lefebvre, ma lo sfondo rimane il medesimo.
La cultura va in crisi perché il controllo della stessa avviene mediante complessi meccanismi di coercizione economica, a loro volta diretti dal potere politico, ma non dimentichiamo che si tratta di un aspetto dialettico: i “controllori” non sono soltanto il misero prodotto di un processo, una società segreta, un manipolo di nuovi “carbonari” che si riuniscono a Davos. Prima di giungere a quel punto, hanno maturato in loro stessi la perfetta condizione di smarrimento dell’archetipo, dello scrittore e del politico, del filosofo e dell’economista. Si rifugiano, allora, nella stregonesca credenza che il mercato possa tutto sanare: ma, questa impostazione, è la resa totale dei loro archetipi, che avevano anzitempo smarrito.
Quali potrebbero essere le risposte?
Prima, l’analisi, altrimenti non si va da nessuna parte.

L’Europa ha vissuto due rivoluzioni: la prima – 1789 – tentò di cancellare i residui del mondo medievale e ci riuscì, “uscendo” con la creazione della nuova aristocrazia napoleonica. La quale, non essendo più il prodotto di millenarie casate e nemmeno giustificata per diritto divino, si poneva proprio come contraddizione aperta e lampante con il passato, senza che gli attori dell’epoca n’avessero, probabilmente, compiuta coscienza.
La seconda – 1917 – partì con giustificazioni teoriche apparentemente solide, ma avvenne in una nazione impreparata a riceverle: Marx, immaginava la rivoluzione socialista in Germania o (con minore probabilità) in Gran Bretagna.
Invece, fu creata una nuova borghesia – la burocrazia del PCUS – che sopperì alla secolare mancanza di quel ceto nella Russia zarista: fu una sorta d’attuazione (con le ovvie differenze) del dettato decabrista di quasi un secolo prima. Al punto che, la nomenklatura sovietica, intitolò agli antichi rivoluzionari ottocenteschi un’isola nel Golfo di Finlandia.
La nuova borghesia sovietica portò a compimento un processo (con tutti gli errori del caso, ovviamente) e consegnò al III Millennio una nazione con strutture e cultura abbastanza simili al resto d’Europa.
Ma, ricordiamo, non ci fu nessuna rivoluzione socialista.

Cosa attende, oggi, il Pianeta per ripartire? Noi, nessun altro.
Aspetta una nuova generazione di “intellettuali” – questa volta non “studiosi” perché nuovamente organici a fresche scuole di pensiero e rinnovate formazioni politiche, addirittura “ideologiche”, potremmo azzardare – la quale stenda, con dovizia di prove, il certificato di morte della civiltà mercantile per come la conosciamo da almeno cinque secoli. Una “balletta”, ovviamente.
Quindi, ripartendo da quel “certificato”, sgombri le macerie di un falso intellettualismo e ne stenda le basi per crearne, infine, uno totalmente nuovo.
Ovvio che le questioni economiche sarebbero le prime a venire al pettine, ma anche sul concetto di decrescita ci vorrebbe un bel dibattito: non tutti assegnano al termine l’identico significato.
E – l’uomo che torna a prendere su di sé la responsabilità di quel che si produce, di come produrlo e quanto produrne – potrà sorvolare tranquillamente sulle simbiosi/interazioni/contraddizioni che il nuovo modello imporrà nel sociale?
Poiché, per uscire dall’attuale, terrificante parabola calante del mercantilismo (da alcuni definita, proprio in termini spregiativi, “mercatismo”) non ci può essere che una presa di coscienza: solo noi possiamo decidere quante automobili servono, quan
to dovranno durare, chi e come dovrà produrle…altrimenti, l’attuale fase – oramai marcescente – della globalizzazione ci trascinerà in un vortice terrificante di guerre, ingiustizie planetarie, disastri economici, ambientali, sociali.
La responsabilità è ardua. Affrontabile? In tutta coscienza, non lo so. Perché?

Poiché, nel frattempo, sono stati frantumati – sono stati proprio spezzati gli stampi – gli archetipi fondanti dell’ordinamento sociale. Non si tratta di semplici defaillance del modello: esso, è proprio tramontato.
Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana. Raffigurato come un codino e sparagnino esecutore del potere asburgico, in realtà era una figura forte, che avvertiva l’importanza della sua funzione. A sua volta, la burocrazia imperiale riconosceva ampiamente e sotto molti aspetti (economici, normativi, ecc) l’importanza dei funzionari, come insostituibili “tasselli” della costruzione imperiale. Dunque, come i Mandarini cinesi, il funzionario asburgico rappresenta in qualche modo un archetipo.

L’insegnamento fu, per molto tempo, considerato quasi una “missione”, al pari del medico, e non un semplice “mestiere”. Quasi un’arte.
C’era, da parte dello Stato, il riconoscimento di questa figura mediante un trattamento economico e normativo che la favoriva, che le riconosceva l’importanza del suo agire.
Con questo, non si vuol affermare che non siano esistiti pessimi insegnanti (probabilmente esistettero anche in passato, ma solo le “vette” sono ricordate), ma che l’archetipo dell’insegnante era, almeno, preservato. Oggi, gli insegnanti ricevono gli adeguamenti salariali sulla base della tabella “operai-impiegati-insegnanti”: il che, la dice lunga sul loro prestigio sociale. Vengono mantenuti in servizio fino a 65 anni, poiché nessuno prende mai in considerazione le difficoltà – oggettive – che esistono nel dialogo fra le generazioni. Perché non fanno cantare i tenori o le soprano fino a 65 anni? Poiché i risultati sarebbero deludenti ed acclarati, mentre fra le mura delle scuole non si sa cosa avviene. In ogni modo, l’archetipo è oramai frantumato.

Ho assistito, casualmente, alla distruzione di un archetipo.
Il ferroviere era anch’esso figura archetipa: era colui al quale ci s’affidava per giungere a destinazione.
Chiedendo lumi sulla soppressione di un treno, dovetti assistere ad una scena che mi fece stringere il cuore:
«Un tempo – raccontava il capostazione – per sopprimere un treno ci dovevano essere validissime ed insuperabili motivazioni. Oggi, basta che manchi una persona in più nell’organico e sopprimono. Guardi – continuava – fra due anni andrò in pensione e non vedo l’ora: questo non è più lavorare, questo è diventato un inferno, oppure una barzelletta». Ciò che narrava, non era la débacle delle Ferrovie Italiane, era la frantumazione – che percepiva soffrendo – della sua dignità di lavoratore: era il suo archetipo che andava in pezzi.

L’archetipo del funzionario onesto e capace – il quale tenterà magari di riattare l’esistente, cercando le soluzioni meno onerose – quello dell’insegnate che cercherà di forgiare spiriti liberi, critici e responsabili, e quello del ferroviere che avrà come primo obiettivo far in modo che i viaggiatori trovino i treni ad attenderli, sono vere e proprie iatture per il “mercatismo”. Poiché non riconoscono il vuoto, inesistente, falso modello del banchiere contemporaneo, espropriato anch’esso del suo archetipo – ossia del banchiere che non fornisce più denaro per catalizzare la creazione di beni, bensì s’adopera solamente ad inventare truffe destinate ad incrementare una massa monetaria fittizia e truffaldina – come il deus ex machina al quale tutto deve sottostare.
Gli archetipi originari, entrano in collisione con queste “raffigurazioni” imposte dal circuito mediatico, ed assorbite – purtroppo, la popolazione non ha scampo! – a largo spettro: vengono, inesorabilmente, distrutti.

In questo scenario, una manciata di “studiosi” cerca almeno di dipingere l’esistente – non può avere, oggi, i mezzi per soluzioni salvifiche! Solo qualche accenno! – e si trova esposta alla critica di critici che hanno smarrito, a loro volta, “l’archetipo” del critico. Altro che “quoto” e “non quoto”: provare per credere.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/02/il-furto-degli-archetipi.html
6.01.2009

[1] Lo scorso Ottobre, ai primi allarmi per la crisi economica, un alto dirigente della Skoda (l’una vale l’altra…) dichiarò che bisognava “seriamente iniziare a pensare a ridurre la vita media di un’autovettura a sette anni”.
[2] Non voglio, qui, mostrare il legame fra l’articolo ed il film. Chi l’ha visto capirà, chi non l’ha visto, riceverà un suggerimento per guardarlo.

Pubblicato da Davide

  • virgo_sine_macula

    Da segnalare il passaggio:la rivoluzione del 1917 parti’ con giustificazioni teoriche apparentemente solide.Quell’avverbio,apparentemente appunto,la dice lunga di come anche l’autore sia disincantato riguardo all’insuccesso e al tradimento degli ideali della rivoluzione socialista,che ha sostituito una tirannia ad un’altra tirannia,nuovi schiavi a vecchi schiavi,il tutto edificato pero’ sopra uno sterminato cumulo di cadaveri.Infine,al termine del ragionamento,l’autore conclude dicendo:ma non ci fu nessuna rivoluzione socialista.Meno male che qualcuno ancora intellettualmente onesto a sinistra esiste ancora.

  • scirau

    Davvero un bell’articolo, come capisco il tuo pensiero, continua così, e come una valanga che ingrossa durante la discesa speriamo sia il nostro percorso. Speriamo di trascinare milioni di persone verso una consapevolezza lucida.
    Grazie ancora.

  • maristaurru

    Tutto molto bello, ma ci tengo a sottolineare che i miei migliori insegnanti, di uno spessore che tra quelli dei miei figli ho ritronato solo fra i tanti in due insegnati, erano ai limiti della pensione, i miei genitori benchè colti e di aperte vedute, così almeno erano considerati, non erano alla pari con i miei “anziani insegnanti” Che avevano ampiamente previsto, uno analizzando la storia e la geopolitica, gli attuali sconvoglimenti compreso l’affacciarsi della questione musulmana, che ci aveva saputo esporre con chiarezza nelle sue grandi linee e nei problemi che avrebbe portato e nelle inevitabili strumentalizzazionic he si sarebbero avute , e parlo del liceo degli anni 60, l’altra il declino della cultura classica e certo imbarbarimento simil culturale di cui ci faceva notare i prodromi ridendone con noi. Giovane è bello, a me fa pensare ad uno slogan che lascerei ai cortei , mi permetta professore: da una parte si deve fare strada ai giovani, dall’altra, esperienza, conoscenze e moderazione dovrebbero essere un patrimonio da non gettare.
    Io non sottovaluto poi che in fondo, guidati dai vecchi nell’ombra, sono stati giovani ed inconsapevoli rampolli della finanza che ci hanno rovinato alla grande, o sbaglio? E se i vecchi debbono guidare nell’ombra, non crede sia meglio che ci mettano la faccia ? Scrivo di getto e forse mi spiego male, salto dei passagi e me ne scuso, confido nella pazienza interpretativa diciamo, connaturata all’arte dell’insegnamento, qualora voglia legger queste due righe.

  • tersite

    non sono uno studioso, nè un intellettuale. considero la politica per quella che è: una delle tante maschere del potere. inviterei comunque l’autore dell’articolo e tutti i lettori a porsi una domanda. cos’è un essere umano? geneticamente, scientificamente, culturalmente, storicamente. ieri, l’altro ieri, oggi e dopodomani. quanto o cosa rimane di lui-fanciullo-individuo-persona- padre- soldato-dottore- ragioniere? come e soprattutto chi, é uscito vivo dalle rivoluzioni, dalle guerre e dalle carestie? l’uomo è un essere artificialmente progettato per essere schiavo. l’unica speranza è che se ne renda conto pure l’altra metà, dell’uomo! puoi vedere quanti “tempi moderni”, “metropolis”,”brazil” vuoi, se sei solo nella sala…. non ti resta che piangere!

  • brunotto588

    Et voilà, Bertani, caschi sul mio terreno preferito, perciò intervengo.
    Premettendo che sono un tuo estimatore e sempre seguo i tuoi post, mi sembra che qui difetti un po’ la sintesi: ho fatto fatica a leggere, ed a seguire il filo logico del discorso.
    Per cui rispondo per quel che ho sintetizzato dal tuo lungo post, sperando di essere in tema.

    Mancano gli archetipi proprio perchè la “propaganda mediatica” ha completamente distrutto un intero immaginario senza sostituirlo: come prendere una macchina, asportarle il motore, e pretendere che cammini; o meglio: come prendere un uomo, togliergli il cervello lasciandone solo gli automatismi funzionali, e pretendere che non si trasformi in un Frankenstain.

    E’ SEMPRE l’ immaginario che crea la Realtà, mai viceversa !

    Chi ( giustamente ! ) individua nelle dinamiche economiche e monetarie la causa prima dello sfacelo di civiltà, sorvola a cuor troppo leggero quanto tutto questo non possa avvenire se non con una precedente o concomitante opera di demolizione dell’ immaginario collettivo, o culturale, o archetipo che dir si voglia … Distruzione affidata ai media e alla pubblicità, ( e forse l’ esperimento ha travalicato le intenzioni stesse di chi l’ ha messo in moto ).

    Ora la “nuova propaganda” strombazza un ritorno alle origini, una riscoperta “verde”, una decrescita globale … ma anche queste puzzano troppo di idee troppo velocemente indotte, e non frutto di una vera “cultura”, che ha bisogno di più tempo e riflessione per potersi delineare !!!

    Attenzione dunque innanzitutto alle nuove direzioni che prenderà la Propaganda, o rischiamo di cadere come polli sempre nella solita trappola.

    La medicina è sempre la stessa: presa di coscienza.
    Presa di coscienza, nello specifico, di come funziona la propaganda e l’ induziona mediatica di immaginario ( prima ) che diventerrà ( poi ) comportamento, non ci sono cazzi …
    Presa di coscienza di dinamiche che sono, come tu dici, Assolute ed Archetipe, ma che possono facilmente essere strumentalizzate attraverso un semplicissimo meccanismo di “spostamento” pubblicitario: insomma, quello che vale per un semplice spot vale per tutto il nostro apparato mentale e culturale prima, e decisionale poi.

    La medicina è sempre quella, gli Assoluti, come gli archetipi, sono sempre quelli proprio perchè “Universali”, ( da distinguere nettamente dagli archetipi “culturali” ) e presiedono al funzionamento della nostra mente proprio in quanto “intimamente connessi col nostro essere umani” … Certo, qui più che in ogni altro campo occorre reimpossessarsi di quello che ci hanno tolto.

    Lo so, il discorso è complesso e l’ estrema sintesi rischia di renderlo poco intelligibile … mi sto ponendo gli stessi interrogativi sul mio blog, ( Il Linguaggio Dimenticato ) vienimi a trovare magari …

    E sintetizzando all’ osso: se fisicamente siamo fatti all’ 80 % di acqua, funzioneremo bene introducendo acqua nel nostro corpo: provate a vedere cosa succede pasteggiando con acido cloridrico …
    Non si capisce perchè la stessa cosa non dovrebbe valere, a maggior ragione, per la nostra mente, e proprio per gli aspetti superiori della nostra mente.

    Ed infine: se ogni consapevolezza deve portare ad una azione, questo è il primo campo su cui condurre una rivoluzione: non costa nulla, non è cruenta, ed è l’ unica che abbia garanzie di durata nel tempo.

    Ciao,
    Bruno.

  • Affus

    l’uomo è come uno stelo d’erba in un prato , oggi passi e lo vedi , domani passi e non c’è più .

  • sultano96

    Bertani mi trova perfettamente allineato a lei in questa disamina sugli archetipi. A suo conforto l’archetipo del medico non esisteva, bensì esisteva quello del Jerofante, assimilabile all’insegnante che se fosse degno del nome renderebbe superfluo il medico, riducendolo ad orpello della BIG-Pharma.
    La filosofia popolare recita che :”Non esiste miglior medico di se stessi!”; aggiungo io: se ben istruti. In seguito è scontato sostenere che abbisognamo di ottimi insegnanti! Quest’ultimi riveleranno ai propri allievi la miglior conduzione dietetica, i classici greci insegnano!

  • Zret

    Arrivare quasi al capolinea, senza aver capito quasi niente.

  • Imer

    Io amplierei un po’ il discorso…

    Secondo me la gente dovrebbe riflettere sul fatto che anche tornando a fare i lavori come da “archetipo” le cose andrebbero cambiate comunque; questo perchè siamo troppi e con uno stile di vita distruttivo per l’ambiente…

    Qui urge un cambiamento radicale nello stile di vita e di pensare, il denaro deve tornare ad essere un semplice sostituto delle pecore et simili nei “baratti” quotidiani, vivere con lo scopo di arricchirsi (in senso monetario) rende misera la vita e molto spesso porta a fare scelte molto poco ecologiste.

    Pensate a dove saremmo oggi se la ricerca fosse stata senza scopo di lucro, se tutto fosse fatto senza scopo di lucro! E la gente si vedesse come una grande comunità in cui ognuno fa qualcosa di UTILE per il semplice bene comune, come in un gruppo di amici!
    Si avrebbero persone più competenti nei loro campi di interesse e quindi specialisti davvero ESPERTI dato che non è il lucro a muoverli.
    Cultura e informazione libera renderebbero molti mestieri obsoleti e risolverebbero i problemi di salute del mondo occidentale (portati quasi al 100% da inquinamento e DIETA scorretta); renderebbero poi la gente molto più autosufficente e consapevole.
    E molto, molto altro…..

    Mi rendo conto che a vedere ora il mondo sembra utopia, ma anche un’utopia può diventare realta se la gente ci crede… se si sforza di migliorare e di far migliorare gli altri… Si potrebbe cambiare il mondo se si VOLESSE…

  • tersite

    forse, ma io non sono di ‘destra radicale'(!)…….

  • myone

    Mancano gli archetipi proprio perchè la “propaganda mediatica” ha completamente distrutto un intero immaginario senza sostituirlo

    “Ogni forma che tu vedi ha il suo archetipo nel mondo senza spazio.Se la forma perisce, non importa, l’originale è eterno.”

    Parlare dell’ archetipo del tutto e di noi, davanti a pasta e fagioli, guarirebbe convertirebbe risolverebbe il tutto. Solo che forse non si e’ mai parlato. Non lo si e’ mai pensato. E quando l’ hanno fatto, in bene o in male, ha sempre cambiato qualcosa. Purtroppo, nel senso che ci voleva una scurengia per capire e per muovere.

    Oggi, non c’e’ nessuno che parli di archetipo, e se lo fa, lo mette sull’ archetipo gia’ esistente, che e’ l’ obrobio dell’ archetipo che si vuol far passare per archetipo.

    Tutto si dissolvera’. Il nostro archetipo si riprendera’ e ci riprendera’.
    Questa’ e’ l’ unica certezza degli archetipi.
    La ragione e il pensiero dell’ archetipo non originale
    che non fa esistere tutto questo, dira’ senz’ altro l’ opposto,
    e continuera’ nella sua effimera e perdente strada.

  • brunotto588

    Un po’ ermetico, parbleu !

    Comunque: non è una questione così astratta come sembra; parlare di comportamenti e pensiero indotto senza capire questo è come voler discutere, che ne so, di economia prescindendo dal signoraggio: si vedono le stranezze, ma non si capisce da dove provengano.

    Anzi, il concetto di immaginario indotto sta al mondo del pensiero esattamente come il signoraggio sta all’ economia: è “il” problema: non capirlo è come affermare che se ti viene addosso un camion ti può uccidere perchè è ben visibile, mentre un virus no, perchè è invisibile …

    “Prima si fa la lavatrice, poi si crea il mercato” recita un famoso detto …
    provate ora ad applicarlo su vasta scala, magari in questi termini: prima si inventa la “democrazia” ( o mercato, o qualunque cosa volete ), poi la si esporta …

    E’ esattamente la stessa cosa.

    La distribuzione massiva di qualunque cosa ( merce o concetto ) presuppone che prima si sia creata una mentalità diffusa pronta a recepirla. E’ questa dinamica che va ben capita, perchè è anche la più evitabile di tutto l’ intero processo.

  • brunotto588

    Non si tratta del “cosa”, ma del “come” tornare a fare le cose !

    E non serve “inventarsi” strane modalità … basta difendere coi denti quelle già scritte nella nostra stessa natura.

    Il discorso non è affatto filosofico, ma pratico: se un semplice spot ha il potere di indurre un comportamento “non mediato” dalla ragione verso l’ acquisto di un prodotto, immagina la potenza di un bombardamento mediatico “culturale” continuo e fuorviante …

    E’ quello che “sostituisce i nostri archetipi” con i suoi, o per meglio dire ne sfrutta la carica psicologica reindirizzandola verso altro.

    La “depersonificazione massiva” è l’ obiettivo cui tende il sistema ( ed è di questo che parla Bertani ): gli automi sono meglio controllabili di chi abbia mantenuto una forte connotazione caratteriale ed una forte identità.

    La “Nuovo Ecologismo”, per esempio, sfrutterà la nostra positiva carica mentale che si associa a questo concetto per rifilarci nel didietro qiualcosa che comunque sarà utile, e non contrario, al mantenimento dello stesso sistema: esattamente come avvenne quando le campagne le hanno fatte abbandonare a tutti, perchè occorreva “andare dietro” uno stile di vita prospettato come “moderno”, più redditizio, ecc, ecc, ecc …

    Ma se noi “mangiassimo la foglia” potremmo rendere questo facile monopolio delle nostre menti molto più difficile, se non addirittura impossibile …

    Ricordate che “la nostra testa” è la prima vera merce di cui il sisterma ha bisogno per perpetuarsi !

  • Eurasia

    “(…) All’improvviso, se non del tutto di sorpresa, il mondo moderno, formato dalla tecnologia moderna, si trova coinvolto simultaneamente in tre crisi. Primo, la natura umana si rivolta contro gli inumani modelli tecnologici, organizzativi e politici perchè li trova soffocanti e debilitanti; secondo l’ambiente vivo che sostiene la vita umana si lamenta e brontola e dà segni di tracollo parziale; e, terzo, è chiaro a chiunque abbia piena conoscenza della materia che la rapinosa utilizzazione delle risorse non rinnovabili del mondo, particolarmente quella dei combustibili fossili, è tale che si profilano in lontananza, nel futuro prevedibile, seri impedimenti alla crescita e un virtuale esaurimento.
    Ognuna di queste tre crisi, o malattie, può rivelarsi mortale. Non so quale delle tre abbia maggiore probabilità di essere la causa diretta del collasso. Ciò che è chiaro è che un modo di vita che si basa sul materialismo, cioè sulla espansione permanente e illimitata in un ambiente finito, non può durare a lungo e che la sua vita futura è tanto più corta quanto meglio realizza i suoi obiettivi espansionisti. (…)” (Ernst F. Schumacher – Piccole è bello (pagg. 118-119) – 1973 … 1977 prima edizione in lingua italiana Moizzi Editore S.p..A)