Il dramma di Valentina: «quel vaccino non si doveva fare»

Valentina Maccotta non doveva vaccinarsi per gli stessi vaccinatori che l'hanno esentata dalla II dose. Eppure, nonostante alcuni problemi di salute dichiarati, la commissione aveva dato il via libera alla prima dose perché «non sono note controindicazioni». E' stata tra la vita e la morte per un trombo e oggi rischia l'infertilità. «Ho denunciato Astrazeneca. I medici? Hanno lo scudo penale», dice lei alla Bussola. Intanto il legale non trova consulenti di parte: «Ne ho contattati venti: hanno paura dell'Ordine». Procura di Roma al lavoro: «Se si riconoscesse la responsabilità dell'Asl 2 di Roma, si aprirebbe il vaso di pandora delle anamnesi mancate e la vaccinazione di massa andrebbe in crisi».

di Andrea Zambrano

Il caso di Valentina Maccotta è un perfetto esempio di che cosa succede quando la malasanità incontra il mal di vaccino. Dopo l’iniezione ha avuto fortissime emorragie nella zona uterina, che le hanno provocato il rischio infertilità e un intervento chirurgico salvavita, ma quel vaccino non doveva esserle somministrato per stessa ammissione dei medici vaccinatori. Solo che nessuno di quei medici componenti la commissione del suo centro vaccinale e che le hanno dato il via libera, pagherà perché per i sanitari è previsto lo scudo penale.

Così il suo legale ha denunciato AstraZeneca, riservandosi però di estendere la responsabilità a quei medici dell’Asl Roma 2 che, incautamente, ma al riparo della legge, le avevano dato il via libera alla prima dose nonostante i suoi problemi di salute.

Il caso è di fondamentale importanza perché mostra che cosa sia stata la campagna vaccinale in Italia, soprattutto nei primi mesi, quando non erano ancora riconosciuti molti degli effetti avversi gravi, come ad esempio le trombosi, ma si è proceduto comunque a vaccinare.

Anamnesi incomplete per mancanza di notizie sulle reazioni avverse. È qui che parte la storia di Valentina, di Anzio, 35 anni, mamma single che alla Bussola, accompagnata dal suo avvocato Claudio Scaramella, racconta il suo dramma.

Ho sempre avuto problemi a restare incinta – racconta -. Dopo diversi aborti spontanei mi diagnosticarono la celiachia, una malattia autoimmune alla tiroide e una malattia coagulatoria da anticorpi, il Lupus. Oggi soffro di trombofilia ed emofilia, ma proprio durante questi accertamenti mi si apre la possibilità di fare il vaccino”.

Valentina è maestra d’asilo, quindi una delle categorie professionali a cui era stata data la facoltà di vaccinarsi già da marzo. È scettica, la sua situazione sanitaria potrebbe essere a rischio. Anche il suo medico di base è perplesso. Spinta sull’onda della campagna vaccinale di massa e dalle rassicurazioni che provenivano da media e dallo stesso governo, Valentina entra così in contatto col centro vaccinale portando con sé tutta la documentazione e confidando che le venisse rilasciata un’esenzione.

I medici si sono consultati, erano in cinque e poi se ne sono usciti con un responso: “Al momento non abbiamo controindicazioni con Astrazeneca”. Ma si tratta di una frase tranello perché la mancanza di controindicazioni per pazienti con quelle patologie potrebbe essere dettata dal fatto che la campagna vaccinale era ancora agli inizi e molti casi non si conoscevano. Eppure, si procede. Valentina riceve la prima dose.

La sera stessa arriva la notizia della morte dell’ufficiale di Marina vaccinatosi con Astrazeneca. Mi sale la paura”. Ma poche ore dopo, Valentina inizia a stare male. Dolori fortissimi che proseguono fino all’11 aprile quando la maestra, mentre è in riunione sviene. Arriva il 118, l’emorragia alle ovaie è ingente. “Vengo operata d’urgenza, mi salvano la vita”.

Il 26 maggio la donna è ormai fuori pericolo, ma porta i segni delle emorragie, con dolori che non si sono mai spenti. Torna al centro vaccinale per chiedere l’esenzione dalla seconda dose. E dopo aver portato la documentazione di quanto accaduto alcuni giorni prima, i medici la esentano subito dalla seconda dose e viene catalogata come non vaccinabile. “I medici dicono che non si sarebbe dovuto somministrare Astrazeneca, ma allora non si conoscevano queste reazioni avverse”. Pochi giorni dopo arriva la notizia della morte di Camilla Canepa che porta al blocco del vaccino Astrazeneca nelle donne giovani.

Oggi Valentina non ha più l’ovulazione, ha una cicatrice molto grande, ha cicli sballati e dolori persistenti e ha presentato una denuncia con il suo avvocato, il quale alla Bussola spiega: “Ho improntato la querela non tanto sulla responsabilità professionale del medico, ma sul produttore del vaccino per un reato specifico: somministrazione di medicinali guasti. Quando Valentina ha fatto il vaccino, infatti, non era ancora noto il caso dei trombi e non era stata ancora dichiarata l’inidoneità ai soggetti a rischio trombosi”.

Il legale sa che il cosiddetto scudo penale, che pure ha dei vizi di legittimità costituzionale, potrebbe mettere i medici al riparo dall’azione penale, ma non da quella civile, propriamente risarcitoria, nel caso in cui venisse accertato che la donna avesse subito un danno direttamente dalla vaccinazione. “Nella querela indichiamo genericamente anche gli eventuali altri responsabili – prosegue Scaramella – ma il concetto che deve passare è che la campagna vaccinale è stata fatta in assenza di informazioni su eventi gravi avversi che si dava per scontato non esistessero pur essendo presenti fin da subito forti dubbi di tutto il mondo scientifico”.

Molto dipenderà dal pm che seguirà il caso e dalle mosse che farà perché “non si tratta solo di un caso di reazione grave avversa da vaccino, ma anche di malagestione del suo caso”.

Ma la strada è in salita: il legale non riesce a trovare nessun medico disposto a fare una CTP (consulenza tecnica di parte) e che quindi li segua attestando il nesso di causa col vaccino. “Di 20 medici che ho contattato, in 18 mi hanno detto di no per paura di ritorsioni dell’ordine dei medici, uno mi ha chiesto una cifra esorbitante per dissuadermi e l’altro si è reso disponibile, ma non è medico esperto con competenza su questi casi”.

Avvocato e assistita stanno così procedendo tra mille difficoltà, non ultima quella dell’irreperibilità del consenso informato che Valentina ha firmato a marzo: “Quel consenso informato non è più disponibile – prosegue il legale – ne ho fatto richiesta all’Asl, ma di tutta la documentazione l’unico certificato che non è arrivato è proprio questo. Eppure, averlo sarebbe indispensabile per dimostrare che in realtà ai pazienti non vengono sottoposti consensi informati, che sono disponibili sono quando la sperimentazione è finita, ma semplici informative, che cambiano di volta in volta – e sono cambiate anche in questo caso – con l’aggiungersi delle reazioni avverse”.

Con l’Asl che nega documenti e medici non disposti a prestarsi come consulenti, a Valentina non resta che sperare nella Procura di Roma dove un pm ha già aperto un fascicolo e sta procedendo parallelamente anche contro ignoti. Dal buon esito di questa causa dipenderanno molte denunce simili che stanno arrivando nelle procure. Il fatto che non siano state svolte anamnesi accurate prima del vaccino è grave e potrebbe chiamare in causa i singoli medici, ma il fatto che le anamnesi, anche attualmente, sono rese vane da una incompleta conoscenza delle reazioni avverse, che è giocoforza in una fase come questa ancora di sperimentazione, anche se su larghissima scala, potrebbe estendere anche il campo delle responsabilità.

Resta in ogni caso il grande interrogativo: che cosa sarebbe stato della campagna di vaccinazione di massa se si fosse iniziato ad escludere dall’inoculo fin da subito tutti quei fattori di rischio che nell’incontro col vaccino si sono rivelati dei veri e propri nessi di causa per reazioni gravi, invalidanti o anche fatali?

NDRQui il modulo del caso in esame.

Fonte articolo: https://lanuovabq.it/it/quel-vaccino-non-si-doveva-fare-il-dramma-di-valentina-tra-emorragie-e-denunce

 

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