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IL CROLLO IN 3 FASI. ECCO COSA POTREBBE ACCADERE ALL’ITALIA NEL PROSSIMO PERIODO

DI DIEGO VALIANTE
sollevazione.blogspot.it

Nel giro di due giorni lo spread tra Btp italiani e il Bund tedesco è schizzato oltre i 400 punti. Vendite e tutto spiano di titoli dei “paesi periferici” e delle azioni delle banche. Sono state polverizzate d’un botto due illusioni: quella che la cura Monti avesse segnato un’inversione di rotta e che i mille miliardi di liquidità iniettati dalla Bce avessero salvato il sistema bancario.
Come avevamo previsto la “primavera nera” è arrivata. Qui di seguito quello che potrebbe (realisticamente) accadere se non si inverte la rotta, se si lasciano alla guida del paese i seguaci della setta degli eurocrati. Come? 1. Programmare il default cancellando il debito pubblico in mano alla finanza globale;
2. Uscire dall’euro zona e riconquistare la sovranità monetaria;
3. Svalutazione della nuova moneta;
4. Porre la banca d’Italia sotto controllo pubblico;
5. Nazionalizzare il sistema bancario.

«Mentre l’Italia si sta impegnando ad approvare dure misure strutturali per consolidare la propria finanza pubblica, tutte le soluzioni finora si sono rivelate inefficaci ad ottenere un controllo dei mercati finanziari. La decisione del Consiglio Europeo del 9 dicembre non fa eccezione, anche se pone le basi per un nuovo ordine istituzionale tra gli stati membri della zona euro.

Questo accordo sarà sufficiente ad affrontare la crisi di liquidità? Cosa succederà da ora in poi? A prima vista, sembra una soluzione piuttosto debole per affrontare la turbolenza del mercato a breve termine e un picco del debito pubblico dell’Eurozona di oltre € 8000 miliardi.

Tra i paesi esposti alla crisi di liquidità, l’Italia è sotto forte pressione, con un debito in scadenza nel 2012 per oltre € 300 miliardi (oltre alle emissioni di nuovo debito). La maggior parte della raccolta dovrebbe avvenire a marzo (oltre € 115 miliardi). Cosa potrebbe accadere se questo accordo non si dovesse realizzare? Se qualche giudice o un referendum dovesse bloccare o ritardare questo processo, o se la BCE non fosse in grado di intervenire? Quali sono i costi potenziali di non rispondere rapidamente alle prossime crisi di liquidità? E, soprattutto, cosa succederà al secondo più grande debito Europeo (in termini assoluti) e ai paesi più a rischio, se l’Eurozona, nel suo complesso, non ferma il contagio? Lo scenario pessimistico può essere suddiviso in tre fasi, che è probabile che possano verificarsi in un contesto a crescita nulla o negativa e nessun intervento della BCE. La prima fase in parte sta già avvenendo ora.

Fase 1: Crisi di liquidità e di insolvenza

I governi non sono in grado di portare avanti misure di stabilità capaci di rilanciare la crescita, diminuire la spesa pubblica e contenere il debito pubblico. Le misure fiscali potrebbero non essere sufficienti.

I tassi di interesse sul debito pubblico aumentano a livelli insostenibili. Una volta superata questa soglia, i tassi diventerebbero più volatili e salirebbero a un ritmo molto più veloce di prima, in quanto il mercato diventerebbe gradualmente illiquido (meno investitori disposti a comprare).
La BCE non interviene con un piano trasparente a lungo termine per ridurre e controllare i tassi di interesse (quantitative easing). Altre istituzioni non hanno abbastanza potenza di fuoco.

La mancanza di liquidità e la perdita graduale di accesso al mercato peggiora la capacità di rimborso del debito del paese. In poche settimane o mesi (a seconda delle condizioni di solvibilità del paese), la crisi si trasformerebbe da crisi di liquidità a crisi di insolvenza. In effetti, in una crisi più ampia, le privatizzazioni e le vendite dei beni pubblici sarebbero meno redditizie rispetto a delle condizioni di mercato stabili. Per esempio, non ci potrebbe essere la liquidità sufficiente per vendere il patrimonio immobiliare pubblico Italiano a prezzi convenienti per ridurre una parte del debito pubblico.

La crisi di liquidità colpirà settori chiave della spesa pubblica (stipendi, pensioni, ecc.). Lo Stato può diventare temporaneamente insolvente nei confronti della popolazione e delle imprese.

La BCE e il FMI potrebbero ancora non voler intervenire, in quanto i paesi membri potrebbero non avere raggiunto un accordo politico su come questo intervento dovrebbe essere fatto.

L’Italia e/o altri Stati membri dichiarano ‘default’ su una parte del loro debito. Default parziale o totale non importa. Quando accade, la perdita di fiducia – e quindi dell’accesso al mercato – è irreparabile, e spesso per anni.

Fase 2: Pressioni Deflazionistiche

Senza la possibilità per il paese di controllare il debito e ripagare quello vicino alla scadenza, e con il 60% del debito detenuto da investitori nazionali, enormi perdite peserebbero su risparmiatori e banche, non solo in Italia.

La paura si diffonde rapidamente nel sistema finanziario ed economico, e i capitali si spostano definitivamente verso i paesi dell’euro ‘più sicuri’. Già oggi le banche Italiane stanno sperimentando fughe di capitali e sono fortemente dipendenti dalle finestre di prestito della BCE a breve termine (fino a 3 mesi). La quantità di M3 nel sistema finanziario Italiano è a un livello storico basso (Manasse, 2011). La BCE già oggi fa fatica a far funzionare correttamente il mercato interbancario.

Gli altri Stati membri dell’area euro congelerebbero le attività estere delle banche Italiane per affrontare le perdite imposte alle banche straniere da un default Italiano.

A causa dell’alto rischio di insolvenza per individui e imprese, una forte stretta creditizia si abbatterebbe sull’intera economia Italiana e, indirettamente, sul suo sistema bancario, spingendolo in una spirale discendente. Ci sono segnali che una enorme stretta creditizia è già cominciata.

Effetti a catena su piccoli investitori e imprese, che iniziano la coda agli sportelli delle banche per prelevare denaro dai loro depositi, per timore che le banche siano sottocapitalizzate e possano essere sull’orlo del default.

Il governo Italiano è costretto a bloccare o limitare i prelievi dai conti correnti, per salvare il sistema finanziario ed economico dal crollo totale.
Non ci sono risorse a nessun livello da investire nella crescita e forti pressioni deflazionistiche spingerebbe il paese in un prolungato periodo di crescita negativa.
Entrate fiscali inferiori al previsto e il cattivo stato del sistema finanziario renderebbero la situazione dell’Italia ancora più insostenibile.

Se anche allora BCE e FMI non intervengono in modo sostanziale per fornire liquidità, questa volta direttamente al paese, la procedura di uscita dell’Italia dalla zona euro diventerebbe inevitabile, con enormi costi diretti e indiretti per l’intera area dell’euro (Eichengreen, 2007). La nuova denominazione dei contratti in valuta nazionale comporterebbe ulteriori perdite per risparmio e investimenti. Molte transazioni rimarrebbero bloccate (anche presso i tribunali) per mesi o anni.

Il sistema bancario italiano crollerebbe definitivamente. La zona euro crollerebbe o sarebbe ricostruita intorno a pochi paesi ‘più sicuri’, come Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Fase 3: Pressioni Inflazionistiche e Instabilità Politico/Economica

Oltre ai tagli agli stipendi e alle pensioni, a causa della impossibilità di accesso ai mercati finanziari, la svalutazione della moneta nazionale nel periodo successivo all’uscita dall’euro aumenterebbe l’inflazione per individui e imprese, che dovrebbero sostenere ulteriori perdite se non avessero potuto trasferire i loro beni all’estero.

A causa del rischio elevato d’insolvenza, i tassi di interesse per prestiti e mutui salirebbero alle stelle e l’ulteriore crisi del credito porterebbe l’economia e il sistema finanziario in un lungo periodo di crisi.

L’economia potrebbe riprendere a crescere presto, grazie alla forte svalutazione (vedi Argentina), ma questo accadrebbe in un paese che ha attraversato una prolungata difficoltà economica e finanziaria, rimasto senza risorse per promuovere investimenti a lungo termine e per soddisfare la spesa pubblica storica.

In assenza di stabilità economica e finanziaria, gli investimenti diretti stranieri scenderebbero ancora di più, almeno nel breve termine.

Gli indici di povertà della popolazione aumenterebbero.
Questi meccanismi collegati coi bassi consumi interni potrebbero generare una pericolosa spirale che getterebbe l’intero paese in un prolungato periodo di crisi economica, politica e sociale.

In questa situazione difficile da governare, i partiti radicali ed estremisti potrebbero guadagnare un sempre maggiore consenso.
I flussi migratori verso altri paesi Europei crescerebbero a livelli insostenibili, causando forti problemi diplomatici tra i paesi dell’UE. Se l’euro si scioglie, molto probabilmente l’intera Unione Europea crollerebbe. Accordi come Schengen sarebbero sospesi, almeno nel breve termine.

L’intensità e la velocità di un tale scenario di ‘morte e distruzione’ potrebbe cambiare a seconda dei fondamentali del paese. Tuttavia, la probabilità di evitare questa escalation è certamente più alta se le istituzioni Europee, e in particolare la BCE, dovessero intervenire per evitare il default e quindi per lanciare un accordo federalista di politiche fiscali di riequilibrio delle forti disparità tra i paesi dell’Eurozona».

Diego Valiante è laureato alla Luiss e membro del European Capital Markets Institute (ECMI) e del Centre for European Policy Studies (CEPS)

Fonte: http://sollevazione.blogspot.it/
Link: http://sollevazione.blogspot.it/2012/04/euro-disastro.html
12.04.2012

** Fonte: Voci dall’estero

Pubblicato da Davide

  • Affus

    Laureato alla Luiss , ex Pro Deo , di nefasta memoria …….mhhhhhhhh mhhhhmh…. mhhhhmmmmm

  • brezzarossa

    Bisognerebbe aggiungere anche un sesto punto punto da mettere al PRIMO posto. (Scusate il maiuscolo non so come si fa a sottolineare)

    1. Rafforzamento considerevole degli effettivi nei Nuovi Servizi Segreti Italiani in modo da proteggere tutte le personalità e gli enti che dovessero farsi carico della riconversione a Stato Sovrano. Tali Servizi dovranno essere autorizzati ad eseguire operazioni inconsuete anche fuori dei confini nazionali.

    Questo vale sopratutto per gli attuali punti 5 e 6. dai punti 1 a 4 c’è sempre la possibilità di fare ancora una bella paccata [ 😉 ] di soldi a sbafo.

    Comunque questo programma lo metterei tra le cose da fare. Condivisibile.

  • brezzarossa

    😉

  • xcalibur

    …articoli simili non fanno altro che alimentare l’isteria da default imminente e fanno il gioco di chi vuole “salvare l’Italia” , i debiti ingiusti non si pagano, punto. Il default ci fa una pippa, anzi, ben venga, l’Italia sara’ sempre sull’orlo del precipizio ma non ci cadra’ mai, statene certi, ammazzare la vacca da mungere non gli conviene…

  • Allarmerosso

    si ma la vacca siamo noi !!!

  • Georgejefferson

    Alberto Bagnai
    Giovedì, 29 Settembre 2011

    Nella precedente esperienza, quella del 1992, il cambio si mosse in linea con i fondamentali macroeconomici. L’ultimo riallineamento della lira si era avuto nel 1985.

    http://www.bis.org/about/chronology/1980-1989.htm

    Dal 1986 al 1991 il differenziale di inflazione fra Germania e Italia

    e nel 1992 il cambio effettivo nominale dell’Italia si deprezzò di circa il 20%

    http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/download.aspx

    recuperando i 6×4=24 punti di rivalutazione reale subiti (tenuto conto di due piccole rivalutazioni del marco intervenute nel frattempo; International Financial Statistics, Agosto 2010, serie136..NECZF… ). Il cambio nominale cioè si comportò come previsto dalla teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto.

    Dal 1993 al 2010 oggi il differenziale di inflazione con la Germania è stato in media di un punto l’anno. La perdita di competitività cumulata su questi 18 anni è stata quindi del 18% (sempre WEO database). Per riassorbirla basterebbe una svalutazione comparabile a quella del 1992, cioè del 20%, non del 100%. I mercati, che quando gli conviene ai fondamentali ci guardano, acquisterebbero immediatamente delle lire svalutate del 100%, perché saprebbero benissimo che a quel livello sarebbero sottovalutate, e il cambio, ove mai l’isteria del momento lo spingesse più in basso, recupererebbe. E del resto, perché non dovrebbe? Non solo la teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto è generalmente verificata dai dati (Noman, 2008, Economics Bulletin), ma è anche (giusta o sbagliata che sia) quella cui fanno riferimento gli stessi mercati nel formulare le loro previsioni

    (Takizawa et al., 2011, “In Which Exchange Rate Models Do Forecasters Trust?” IMF Working Papers: 11/116).

    Sembra invece plausibile l’argomento che siccome dipendiamo dall’estero per tante vie, una svalutazione ci sterminerebbe. Sembra, ma non lo è, perché è contrario all’evidenza disponibile e perché contiene un errore di ragionamento economico. L’errore consiste nel ritenere che se i prezzi dei beni esteri aumentassero, noi continueremmo comunque a comprarne. Non compriamo solo petrolio dall’estero, compriamo anche tante cose alle quali possiamo rinunciare o che potremmo ricominciare a produrre in Italia (prima che la nostra industria sia sterminata). E per quanto riguarda le fonti di energia, basta ricordare che dopo la svalutazione del 1992 la nostra bolletta energetica rimase sostanzialmente inalterata (i dati vengono dal database Chelem e qui trovate un grafico

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002468.html).

    Scusate se sono stato così pedante nell’indicare le mie fonti. Era solo per ristabilire un equilibrio. In democrazia l’informazione è importante, e la disinformazione è fascista. E adesso basta sparare sulle ambulanze: vado a cercare un forum di sociologi per spiegar loro cos’è l’”embeddedness”. Confesso di non saperne assolutamente nulla, ma mi sembra corretto ricambiare la visita di cortesia. E poi, magari loro non se ne accorgono. Ma qui ci sono dati, e coi dati, ahimè, non si scherza. Non fidatevi di chi ve li nasconde, e nemmeno di chi se li inventa

  • Tanita

    BRAVO!!!
    Mettere paura è uno dei modus operandi della dominazione. Così da far accettare la totale cessione di sovranità, processo in corso.
    Il meglio che può capitare all’Italia, da ogni analisi economico razionale ed eterodosso, è il default, il recupero della propria moneta e della Banca Centrale, il chè farà possibile riprendersi la capacità di portare avanti le proprie politiche economiche e non quelle che fanno comodo ad altri.