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IL CAOS GLOBALE

FONTE: MOVISOL

Nell’intervista mandata in onda il 27 dicembre dalla National Public Radio, l’ex presidente della Federal Reserve USA sir Alan Greenspan ha ammesso candidamente che il sistema finanziario e monetario mondiale è spacciato. “La previsione che debbo fare”, ha affermato il primo regista delle bolle finanziarie degli ultimi vent’anni, “è che ad un certo punto si verificherà l’imprevisto, che ci metterà a tappeto … Le probabilità di questo sviluppo stanno aumentando, mi pare, perché siamo entrati in zone vulnerabili”. Egli ha detto inoltre: “Siamo giunti ad una svolta e i miglioramenti straordinari verificatisi nell’economia mondiale negli ultimi quindici anni sono transitori, e stanno per cambiare … Dunque, ritengo che si vada verso un ribaltamento di tutto questo processo”.

In effetti, le parole di Greenspan non descrivono le dimensioni del crac finanziario in corso, per il quale non esistono soluzioni di ordine “monetario”, come Lyndon LaRouche spiegò già in una webcast a Washington il 25 luglio scorso. Ai vertici dell’oligarchia finanziaria della City di Londra ci si rende conto che il crac irreversibile sta accelerando. Negli ultimi mesi sono andati in fumo attivi bancari per circa 1500 mila miliardi di dollari e un volume analogo è andato in fumo nei mercati borsistici. La crisi che colpisce nel primo trimestre del 2008, e che coinvolge il settore assicurativo e quello dei titoli derivati, sarà di dimensioni ben più drammatiche della crisi dei mutui USA del 2007, che al confronto sembrerà poca cosa.

Soltanto in questo contesto possono essere inquadrate e comprese l’ondata di assassinii politici, l’esplosione di scontri etnici e religiosi e la diffusione globale del caos (vedi QUI). Nessuno di questi fenomeni può essere considerato un avvenimento locale o regionale. Sono tutti parte di un’unica strategia mirante ad un unico obiettivo globale: distruggere gli stati nazionali, lanciare la guerra asimmetrica mondiale, protratta per più generazioni, e consolidare il controllo sui giacimenti delle materie prime del pianeta nelle mani dei cartelli privati anglo-olandesi.

Jacques Attali, al servizio dei Warburg di Londra, ha recentemente riconosciuto il nesso tra la realtà finanziaria e l’esplosione del caos in un commento apparso il 3 gennaio sul settimanale finanziario francese L’Express: “Che l’assassinio di un leader dell’opposizione in un paese del Sud [Pakistan — ndr] scombussoli così gravemente i mercati finanziari asiatici, e con essi quelli del mondo intero, rivela la fragilità estrema del pianeta … Il mondo intero sembra correre verso il precipizio. Come se si preparasse una collisione tra due treni a piena velocità”.

La paternità del caos globale non è da attribuirsi agli “anglo-americani” ma piuttosto ad un Impero Britannico “invisibile” ed all’estesa oligarchia anglo-olandese che esso serve. Qualche lettore potrà dubitare che Londra sia ancora il centro dell’impero, capace di scatenare il caos, ma da un punto di vista storico, i contorni di un impero britannico “invisibile” non sfuggono tanto facilmente.

Primo, praticamente tutti i centri finanziari offshore che dominano il sistema finanziario deregolamentato e globalizzato si trovano nelle colonie britanniche o olandesi. Secondo, da decenni gli inglesi dominano l’industria privata dei mercenari, imprese che operano in coordinazione con i grandi cartelli britannici delle materie prime che già posseggono gran parte dei diritti minerari in Africa, Australia e America Latina. Terzo, il Commonwealth delle Nazioni, presieduto dalla regina Elisabetta II, è composto da 53 paesi che rappresentano un quinto delle terre emerse ed una notevole percentuale delle risorse strategiche e della popolazione del globo.

Questo apparato è stato messo in moto per fomentare il caos e provocare i conflitti. Poiché il sistema finanziario globale non può essere “riformato” ed è certo che Londra non si sottometterà mai volontariamente ad una riorganizzazione fallimentare che consenta alle nazioni di ripristinare il proprio controllo sovrano sul credito e sulla moneta, essa non potrà che giocare l’unica carta che le resta, il caos globale.

Movisol – movimento internazionale per i diritti civili solidarietà
Fonte: http://www.movisol.org
7.01.08

Pubblicato da Davide

  • radisol

    di Rony Hamaui

    Sino allo scorso giugno, avevano peraltro macinato utili miliardari e messo in piedi sistemi di gestione e distribuzione dei rischi, almeno apparentemente, molto efficienti. In quel momento anche la situazione congiunturale mondiale appariva piuttosto positiva, se si eccettua un segmento relativamente piccolo dell’economia americana, quale è quello dei mutui subprime. Eppure oggi, a pochi mesi di distanza, nonostante i massicci interventi delle banche centrali, la crisi di fiducia nei riguardi del sistema bancario rischia di trasmettersi a numerosi altri settori dell’economia e contribuire a causare la più grande recessione americana degli ultimi decenni. In presenza di tassi di default degli impieghi ancora limitati, pochi hanno capito i motivi per cui le principali banche hanno in qualche mese registrato oltre 50 miliardi di perdite e il peggio potrebbe ancora non essere arrivato.

    Un gigantesco castello di carta

    Con l’incosciente benevolenza delle autorità di vigilanza, l’interessata complicità delle agenzie di rating e la partecipe incuranza degli azionisti, negli ultimi dieci anni le principali banche internazionali sono riuscite a concedere una quantità enorme di crediti facendosi finanziare dal mercato senza utilizzare il loro capitale di vigilanza e senza registrare alcunché nei loro bilanci. In presenza di una normativa fumosa, di crescenti spinte competitive e delle incapacità di valutare a pieno rischi mai sperimentati prima, il meccanismo messo in piedi sembrava garantire maggiori rendimenti ai risparmiatori e forti guadagni alle banche senza correre troppi rischi.
    La tecnica è piuttosto semplice. Basta erogare o meglio comprare un portafoglio di impieghi a medio-lungo termine più o meno omogenei (mutui ipopecari, prestiti al consumo, impieghi alle imprese eccetera), metterli in un veicolo, in alcuni casi accollarsi la prima tranche di perdite (mai più dell’8 per cento) per migliorare la qualità degli asset, farsi assegnare un rating dalle agenzie, emettere sul mercato dei certificati di credito a breve (commercial paper) che finanzino il veicolo e godersi gli straordinari margini che queste attività procurano sia alle banche che alle agenzie di rating. Il meccanismo appariva, inoltre, particolarmente virtuoso poiché da un lato permetteva di distribuire i rischi su uno spettro di investitori molto vasto e dall’altro consentiva di erogare maggior credito a costi contenuti a una platea di soggetti che altrimenti non lo avrebbero ottenuto.
    A giugno 2007 il mercato degli asset-backed commercial paper (Abcp) contava di circa 1500 miliardi di titoli in circolazione attraverso oltre quattrocento programmi attivi che rappresentavano oltre il 50 per cento del mercato del commercial paper.
    La crisi del mercato dei mutui subprime, seppure limitata in termini dimensionali (a tutt’oggi le insolvenze ammontano a soli 770 milioni di dollari) mette in evidenza tutte le debolezze dell’enorme piramide di carta che è stata costruita. Ci si accorge allora che le banche hanno pochi incentivi a vigilare sulla buona qualità degli impieghi messi nei veicoli e che non riescono a gestire in maniera flessibile situazioni di lieve difficoltà, come il ritardo nel pagamento di qualche rata; che le agenzie di rating sono state forse troppo generose nel valutare questi strumenti e comunque hanno considerato solo i rischi di credito, ma non quelli di liquidità a essi strettamente correlati; che gli investitori si sono fidati in maniera acritica dei giudizi delle agenzie di rating, senza comprendere i rischi insiti nelle attività che andavano a finanziare; e soprattutto che le banche si sono comunque impegnate a finanziare tali veicoli in caso di market distruption, che peraltro appariva piuttosto remoto. Infatti il disallineamento tra le scadenze dell’attivo, tipicamente a lunga, e quelle del passivo a breve comporta necessariamente un rischio di rifinanziamento del veicolo. Pertanto gli Abcp impongono alla banca sponsor, che deve essere dotata di un adeguato rating per supportare il rating del veicolo, di costituire una linea di credito incondizionata da mettere a disposizione del veicolo in caso di difficoltà a emettere carta commerciale. Tale manovra tuttavia assorbe capitale regolamentare e rende la posizione delle banche più fragile. Inoltre in presenza di incertezza sul mercato, come quella osservata negli ultimi mesi, le banche faticano a finanziarsi anche sul mercato interbancario. In presenza di spread molto alti sui mercati monetari, i veicoli diventano economicamente non convenienti e le banche cominciano a perdere, aggravando ulteriormente la percezione del loro stato di debolezza.

    Una situazione che potrebbe peggiorare

    Le banche centrali hanno cercato di alleviare questi problemi abbassando i tassi ufficiali e immettendo un enorme ammontare di liquidità che aveva lo scopo di finanziare le banche che, a loro volta, dovevano finanziare i veicoli da loro sponsorizzati. La crescita del prezzo del petrolio e le tensioni inflazionistiche che ne possono derivare hanno però complicato la manovra delle banche centrali. Le tensioni pertanto non si sono attenuate e finora non si è riusciti a ricreare un clima di fiducia sui mercati.

    Tuttavia, la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi poiché da un lato la riduzione del rating delle banche potrebbe impedire loro di rifinanziare i veicoli, dall’altra alcuni di questi, tipicamente i Siv (structred investement vehicles), contengono specifiche clausole sul valore degli asset e sul grado di liquidità che potrebbero costringere gli sponsor a liquidare gli attivi delle Siv a qualsiasi prezzo. A questo punto, le perdite delle banche sarebbero ben più ingenti. Di qui la sfiducia nel settore finanziario e il fondato timore che la crisi vera non sia ancora iniziata.

    http://www.lavoce.info