I sauditi portano il calcio alle stelle, ma non le loro illusioni

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Declan Hayes
strategic-culture.su

Prima di passare a discutere le stravaganti spese dell’Arabia Saudita nel settore calcistico, vorrei compatire l’agente dell’MI6 Zelensky riguardo alla finale di tennis maschile degli U.S. Open, dove Novak Djokovic, proveniente da un Paese sanzionato, la Serbia, ha battuto il russo (anche lui sanzionato) Daniil Medvedev, il che significa che il principe pagliaccio Zelensky non ha avuto la possibilità di fare uno dei suoi stupidi discorsi o di chiedere qualche altro miliardo ai suoi controllori della NATO.

Parliamo un attimo anche della Coppa del Mondo di rugby, dove un intero stadio si è unito per fischiare il dittatore francese Macron, che aveva cercato di sfruttare la cerimonia di apertura, e poi chiediamoci quanto debba essere cattiva l’America amante del baseball quando tocca alla segretaria stampa della Casa Bianca, nonchè campionessa mondiale di cretineria, Karine Jean-Pierre, tirare fuori dai guai il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden quando perde le rotelle in Vietnam, Paese i cui leader sono stranamente fissati sul miglioramento del benessere di tutti i loro cittadini.

Sebbene i vietnamiti siano coinvolti nella bolla sportiva dei social media come chiunque altro, sarà difficile trovare qualcuno di loro che spenda 100.000 dollari per vedere Messi calciare un pallone in Florida. E di certo non vedrete il governo del Vietnam spendere miliardi di dollari per Ronaldo, Mbappé, Benzema e Neymar come ha fatto il Regno dell’Arabia Saudita nelle ultime settimane.

Sebbene Benzema, Sadio Mane e altri recenti acquisti sauditi abbiano dichiarato che giocare a calcio nel cuore del Paese di Wahhābī è per loro una grande attrattiva, la pillola è stata indubbiamente addolcita dai massicci incentivi finanziari per invogliare a tirare calci ad un pallone in Arabia Saudita. La stessa cosa che i mega dollari sauditi hanno fatto anche per il giocatore inglese della nazionale, leggendario attivista LGBT e ipocrita russofobo a tutto tondo, Jordan Henderson, che viene criticato in questo epico video, e in quest’altro, dove gli autori dimostrano che il PIL saudita è assai modesto se paragonato a quello di Paesi come il Canada o l’Italia, entrambi con economie molto più diversificate di quella dell’Arabia Saudita, che usa lo sport per rifarsi una reputazione.

Sebbene questa massiccia spesa saudita per i migliori talenti del calcio possa fruttare ai reali qualche dividendo in termini di pubbliche relazioni, a prima vista non sembrerebbe avere senso dal punto di vista economico, nemmeno nell’ambito dell’iniziativa Vision 2030 del principe ereditario Mohammed bin Salman, che mira a ridurre la forte dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio tramite una diversificazione in altri settori.

Gli sport del calcio, della Formula 1 e del golf, in cui i sauditi sono ora pesantemente coinvolti, fanno parte della ben più ampia industria dell’intrattenimento della NATO e non c’è modo che, nel prossimo futuro, l’Arabia Saudita o le altre autocrazie del Golfo riescano a liberarsi dal controllo dell’Alleanza. Se si guarda a questo video sprezzantemente russofobico sulle sanzioni contro il calcio russo, ci si può fare una chiara idea dei rischi che corre l’Arabia Saudita per aver costruito la propria federazione calcistica su quelle che sono essenzialmente sabbie mobili finanziarie. Se il calcio russo può essere danneggiato, anche se in modo marginale, dalle intimidazioni e dalle sanzioni della NATO, immaginate cosa potrebbero fare gli stessi bulli della NATO ai sauditi, che non hanno la deterrenza militare e la diversificazione economica della Russia.

E, sebbene l’obiettivo saudita di lavare con lo sport i propri crimini in Siria e Yemen sia comprensibile, secondo la teoria della finanza aziendale, pagare oscene somme di denaro alle stelle del calcio non è il modo migliore per fare una cosa del genere, anche perché i sauditi, appassionati di calcio, non hanno la grande profondità e l’ampiezza dell’interesse che i britannici conservano per il gioco.

L’industria calcistica britannica, con la sua iper-dipendenza dalle criptovalute e da altri token non fungibili, dimostra quanto le finanze dello sport siano inadatte come strumento di crescita economica nazionale. Sebbene i britannici non siano avversi ad utilizzare in modo pesante lo sport a fini politici, si sono diversificati in altre industrie, tra cui la finanza, il turismo e la produzione di armi.

E, se si considera che i 609 milioni di dollari spesi nei vari ingaggi, Ronaldo (222 milioni), Benzema (215 milioni) e Neymar (172 milioni) sono 125 milioni in più di quelli che servivano all’UNICEF nel 2022 per i loro aiuti per la “crisi umanitaria” in Yemen, l’Arabia Saudita ha a sua disposizione molte più opzioni per usare lo sport nelle pubbliche relazioni ora che c’è l’arci-crociato Henderson a sostenerla.

E se è improbabile che i sauditi diventino presto esportatori netti di armi di distruzione di massa o, se vogliamo essere onesti, di aiuti umanitari, e se è improbabile che, nei prossimi anni, la loro industria del turismo si espanda molto al di là della mucca da mungere dell’Hajj, la finanza è, in termini calcistici, un obiettivo aperto per i sauditi, la cui iniqua ridistribuzione del business del petrolio e del gas non sarà spazzata via da tutti i profumi dell’Arabia o, se è per questo, della Siria.

Cito la Siria perché, in primo luogo, negli ultimi anni la sua sotto-finanziata squadra di calcio ha avuto un ottimo rendimento e, in secondo luogo, la sua industria dei profumi è sopravvissuta, insieme a quella farmaceutica, anche se in forma molto ridotta.

Tutti questi settori dovrebbero essere oggetto di investimenti interni e i sauditi, lasciando da parte le loro azioni passate, dovrebbero cercare di entrare in gioco come investitori attivi piuttosto che come rentiers passivi.

Considerato che, con tutto quello che hanno patito, Iraq, Yemen e Siria offrono buone opportunità ai primi investitori, Paesi come l’Arabia Saudita, che hanno denaro da spendere, dovrebbero esplorare e perseguire attivamente queste opzioni, da soli o con i loro potenziali partner dei Paesi del Golfo e/o dei BRIICS.

E non solo lì, ma in tutta la confederazione BRIICS, alla quale l’Arabia Saudita vuole aderire. L’attuale leadership nigerina, per fare un esempio, vuole aumentare il prezzo dell’uranio da 0,80 dollari al kg a 200 dollari al kg. Tuttavia, data la mancanza di sofisticazione del Niger nel trading online di strumenti finanziari over-the-counter (OTC) e contratti per differenza (CFD), la domanda è se il Niger, un attore relativamente minore nel mercato dell’uranio, sia in grado di attuare con successo questo cambiamento e come potrebbe superare un boicottaggio logistico da parte dell’Unione Europea.

Se spostiamo i riflettori dal Niger all’Africa intera, il terreno economico qualitativamente non cambia. Come ci dicono gentilmente i nostri amici del World Economic Forum, le esportazioni dell’Africa consistono principalmente in materie prime, petrolio, gas e altri prodotti primari, oltre che, naturalmente, in metaforici camion pieni di calciatori di talento per i mercati europei e sauditi.

Sebbene siano passati più di 60 anni dall’Anno dell’Africa, quando un’ondata di decolonizzazione e panafricanismo aveva travolto il continente, la marcia dell’Africa verso l’industrializzazione è stata molto lenta. Anche se il Belgio, la Francia e le altre potenze coloniali hanno fatto ben poco per accelerare la spinta dell’Africa verso la modernizzazione, gli africani, per tutta una serie di ragioni, hanno significativamente bloccato tale processo.

Anche se la Cina stia costruendo elefanti bianchi sotto forma di inutili ponti in Mozambico, la ricchezza in alluminio dell’Africa occidentale dimostra che la cooperazione saudita – e dei BRIICS – con i Paei africani ha un grande vantaggio. Sebbene il governo del Ghana, insieme alla Banca Mondiale e ai media economici della NATO abbiano a lungo cantato le possibilità di questa industria, i rischi, piuttosto che le ricompense, sono stati troppo grandi durante i 75 anni di storia della Upper Volta Aluminium Company e dei suoi predecessori.

Sebbene le abbondanti riserve di bauxite del Ghana lo rendano un ottimo candidato per lo sviluppo dell’industria dell’alluminio e dell’allumina, il Ghana non ha la forza finanziaria e la protezione ambientale della Germania, il suo principale partner per l‘estrazione della bauxite a cielo aperto, e la profondità finanziaria di cui godono la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Se l’Arabia Saudita intende davvero impegnarsi nei BRICS come parte dei propri piani di sviluppo, allora potrebbe prima guardare ai piani cinesi Vision 2049, analizzare l‘iniziativa cinese per la Groenlandia e stabilire se l’Arabia Saudita potrebbe contribuire a creare una versione africana della Via della Seta glaciale cinese senza dover affrontare la trappola del debito che la Cina deve regolarmente affrontare per la Groenlandia come per il Mozambico o lo Sri Lanka.

Sebbene, allo stato attuale delle cose, la scelta sia solo del Regno dell’Arabia Saudita, le opzioni per una crescita sicura e costante in Africa, Vietnam e Russia esisteranno ancora per molto tempo dopo che in Arabia Saudita Henderson avrà infilato per l’ultima volta i lacci LGBT nei sue scarpette sponsorizzate dalla NATO. Sebbene l’Arabia Saudita debba essere lodevolmente elogiata per aver posto fine alla sua collusione nei genocidi siriani e yemeniti voluti dalla NATO, se vuole il rispetto che desidera, deve guadagnarselo non esibendo pagliacci da circo calcistico iperpagati, ma mettendo i soldi dove sono necessari, nei progetti realizzabili di Siria, Yemen, Russia, Vietnam e di tutta l’Africa.

Declan Hayes

Fonte: strategic-culture.su
Link: https://strategic-culture.su/news/2023/09/14/saudis-shatter-soccer-ceiling-but-not-their-own-delusions/
14.09.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Declan Hayes, pensatore e attivista cattolico, ex docente di Finanza presso l’Università di Southampton.

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