I RISORTI

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DI RITA PENNAROLA
lavocedellevoci.it

Si chiama The Undead. E’ il libro del giornalista scientifico Dick Teresi, a lungo direttore del prestigioso Digest, che sta mettendo sottosopra le certezze degli americani in fatto di morte cerebrale ed espianti di organi. Soffocato in Italia dalla solita cortina di silenzio, il volume ha trovato ampio risalto sulla grande stampa statunitense. Ecco in esclusiva cosa rivela.

La resurrezione? Forse esiste. L’ultimo caso (ma solo in ordine di tempo) si e’ verificato domenica 8 ottobre su un treno regionale partito da Roma. Luigi, un giovane di 26 anni, si e’ improvvisamente accasciato colto da malore. Il convoglio e’ stato fermato a Ciampino, dove era nel frattempo sopraggiunta l’ambulanza del 118 ad attenderlo. Sono trascorsi 45, lunghissimi minuti nei quali il cuore dell’uomo non batteva piu’: era fermo, hanno detto i sanitari che prestavano i primi soccorsi. Dopo numerosi massaggi cardiaci, il battito e’ ripreso ed ora il giovane e’ ricoverato in gravi condizioni. Tecnicamente, per i medici si e’ trattato d’un caso di “resurrezione”, benche’, chiamato ad interpretare il fenomeno, un luminare della “Cattolica” affermi che probabilmente il battito non doveva essere mai cessato del tutto, ma poteva aver subito un rallentamento estremo. Talmente estremo da risultare impercettibile a qualsiasi moderna apparecchiatura di controllo…

Non sappiamo ad oggi se saranno compiuti e resi noti ulteriori approfondimenti sulla vicenda. Ma nel nostro Paese questo accade assai di rado. Perche’ simili situazioni rischiano di mettere in discussione quanto la maggior parte della classe medica ritiene pacificamente acquisito in materia di fine vita, e di riaprire il dibattito sul momento esatto della morte, trascinandosi dietro la possibilita’ di rivedere, alla luce delle piu’ moderne acquisizioni, anche la normativa che consente il prelievo di organi a scopo di trapianto. E tutto cio’, proprio mentre in queste settimane le tv nazionali trasmettono la campagna del ministero della salute per favorire la donazione di organi.

Poche le voci che si levano in Italia dalla comunita’ scientifica per riaprire questo incandescente capitolo. L’ultimo esponente autorevole era stato il chirurgo e senatore del PD Ignazio Marino, che durante il Festival della Salute di Viareggio del 2009 aveva sottoscritto un documento in tal senso, insieme a colleghi di diverse nazionalita’. Cui aveva fatto seguito una lettera rivolta ai centri di riferimento da Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti, in cui veniva ribadita la validita’ dei criteri adottati. Da allora, quasi piu’ nulla.
Diversamente da noi, in altri Paesi – soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti – di tanto in tanto il confronto si riaccende anche sulla grande stampa, specialmente sull’onda emozionale suscitata da fatti di cronaca. Un caso assai simile a quello avvenuto nei giorni scorsi a Roma si era verificato a marzo in Inghilterra, quando il calciatore del Bolton, Fabrice Muamba, si e’ accasciato durante la finale di Coppa d’Inghilterra contro il Tottenham, a Londra, ed e’ rimasto “morto” per 78 minuti. 48 interminabili minuti di vani tentativi per rianimarlo sul campo, piu’ altri 30 in ospedale. Alla fine il campione ha reagito alle scariche del defibrillatore ed e’ tornato alla vita.

Gli echi delle polemiche divampate su un blog che riunisce medici locali filtrano oggi in Italia, assieme ad altre preziose notizie sull’argomento, grazie al lavoro di Rocco Maruotti, per anni chirurgo a Pittsburgh e da tempo a Milano. «E se lo espiantavano come NHBD (Non Heart Beating Donor) con i protocolli Denver o Pittsburgh dopo 3-5 minuti, perche’ aveva una donor card?…», ha affermato sul blog un anestesista a proposito di Muamba. E un altro: «Non firmate mai donazioni, non accettate donor card! Vi hanno forse donato la casa, l’elettricita’, il gas, la sorella, la figlia o altro? E perche’ volete donare un vostro parente ancora vivo e quindi ucciderlo?».

THE UNDEAD

Questo, pero’, e’ solo il punto di partenza. Perche’ dagli Stati Uniti rimbalzano notizie su un libro dal titolo shock: The Undead (I non morti), uscito negli Stati Uniti da Pantheon Books a marzo 2012 e da noi pressoche’ sconosciuto. Cosi’ lo presenta l’editore: «Questo libro spiega perche’, anche con gli strumenti della tecnologia avanzata, cio’ che noi pensiamo della vita e della morte, sulla coscienza e la non-coscienza, non e’ esattamente chiaro, e come questo problema sia stato ulteriormente complicato dal business del prelievo di organi». Scrittore e giornalista, a lungo direttore della rivista Science Digest, una sorta di “Bibbia” del settore, Dick Teresi firma un libro capace di parlare ad un pubblico vastissimo, cui spiega come «la determinazione della morte sia oggi diventata piu’ complicata che mai».

Al centro, l’inafferrabile concetto di “morte cerebrale”, qui illustrato attraverso interviste ad esperti, lavoratori di hospice e pompe funebri, specialisti del coma e persone che dal coma sono uscite, chirurghi dei trapianti e procacciatori di organi, anestesisti che studiano il dolore nei pazienti morti “per legge” e i medici che ne hanno salvato altri dal prelievo di organi. E ancora, le voci di infermieri che si occupano di cadaveri a cuore battente in terapia intensiva, o quelle di medici che si sentono surrettiziamente spinti a dichiarare pazienti morti invece di salvarli, e molti altri. Le loro parole? Un colpo al cuore…

Nel libro c’e’ anche una breve storia di come si arrivasse alla determinazione della morte ai tempi degli antichi egizi e degli Incas, e via via fino al ventunesimo secolo. Teresi attinge a scritti e teorie di scienziati famosi, medici e ricercatori – fra gli altri Jacques-Be’nigne Winslow, Sherwin Nuland, Harvey Cushing e Lynn Margulis – per rivelare come le teorie sulla morte e “la morte stessa” siano cambiati nel tempo. «Con Undead – ha scritto la stampa americana – Teresi ci induce a pensarci due volte prima di fidarci del metodo con cui la comunita’ scientifica decide quando qualcuno e’ morto».

Non e’ caduto nel vuoto, oltreoceano, il rigoroso, accorato appello implicito nelle pagine di Teresi. Scrive sul New York Times Elizabeth Royte: «I criteri di Harvard (messi in pratica per la prima volta nel 1968 dal pioniere dei trapianti Christian Barnard, ndr) suppongono che la morte cerebrale preluda ad un rapido passaggio verso la tradizionale morte cuore-polmone. Ma a Teresi viene spiegato che un paziente in morte cerebrale e’ in grado di mantenere una lunga lista di funzioni corporee, tra cui alcune risposte sessuali, le reazioni di stress alla chirurgia, la capacita’ di gestazione di un feto».

Preso atto del fatto che la diagnosi di morte cerebrale risponde piu’ che altro a formule convenzionali, Teresi va a collocarsi fisicamente tra l’equipe di trapianto e i pazienti «prossimi agli inferi», quelli «con una corteccia che non risponde, ma tronco cerebrale funzionante». «E ora le cose – continua Royte – si fanno davvero raccapriccianti». Teresi afferma che una piccola minoranza di pazienti in stato vegetativo, o con persistenza minima di coscienza, sentivano di potersi sedere e parlare. Ma l’onere di dimostrare che sono in grado di farlo spetta a loro, «nonostante il fatto che i chirurghi possano essere distratti dalle loro urla durante il recupero degli organi». «Questa e’ roba forte – conclude Royte – e Teresi, che e’ stato direttore di pubblicazioni come Science Digest e Omni, non si tira indietro».

IL CROLLO DELLE CERTEZZE

Il libro rimbalza piu’ volte sulla grande stampa americana. E non solo sbalordisce pubblico e giornalisti, ma riaccende un furioso dibattito fra i medici. «Dopo il caso di Terry Schiavo – scrive a maggio sempre sul NYT Abigail Zuger, docente di medicina alla Columbia University – l’ultima battaglia di primo piano finita quasi sette anni fa, tutto e’ stato tranquillo in superficie, smentendo il tumulto continuo negli ospedali e nelle aule di tribunale su cosa, esattamente, segni la fine della vita». Ma poi a squarciare il silenzio e, molto spesso, anche l’omerta’, arriva The Undead «in cui il veterano del giornalismo scientifico Teresi ci fa da guida ideale attraverso quei purgatori oscuri in cui la vita e la morte possono essere assai difficili da distinguere». Perche’ «ahime’ – conclude Zuger – la medicina moderna si e’ lasciata alle spalle la certezza newtoniana qualche tempo fa. Ora, come accade con la fisica delle particelle, e’ diventato troppo evanescente e complesso offrire certezze, sia nei regni della salute che della malattia, in cui tutti i risultati sono pura probabilita’, sia nel regno della morte».

Ma ancor prima che le ricerche di Teresi innescassero la miccia, altri provvedimenti annunciati gettavano scompiglio in una parte della comunita’ internazionale. Ecco cosa si legge in un articolo del Daily Mail di qualche mese fa: «Se saranno adottate le nuove norme in materia, per espiantare gli organi da trapiantare subito dopo che il cuore ha smesso di battere i chirurghi non dovranno piu’ aspettare per assicurarsi che il battito non riprenda». «Attualmente – viene spiegato – in questi casi i medici prima di espiantare sono tenuti ad attendere un tempo non inferiore ai due minuti per assicurarsi che non vi sia una ripresa spontanea del battito. Con le nuove norme non sara’ piu’ cosi’. Ma i piu’ critici temono che d’ora in poi i pazienti gravi vengano visti piu’ che altro come banche di organi e tessuti».

Un rischio che potrebbe restare, almeno «fino a quando – avverte un medico sul blog dei chirurghi americani – l’avanzare dei rilievi scientifici sul cervello non dimostrera’ che finora sono stati commessi abusi di incommensurabile portata. E cominceranno a piovere le richieste di risarcimento danni…». Altra segnalazione raccolta da Rocco Maruotti, che dedica la sua vita a scandagliare questo labile, tremendo confine.

LA VALLE DELL’OBIEZIONE

Ed e’ proprio lungo quel crinale che, smarriti gli entusiasmi iniziali, si registra un calo nelle volonta’ di donazione (in Italia sono stati finora 1617 i donatori nel 2012, contro i 2265 dell’anno precedente e i 2292 del 2010), mentre sul versante opposto crescono le forme, spesso silenti, di obiezione da parte di medici e infermieri. Perche’ poi, a parte quella che per alcuni esperti e’ l’indefinitezza del “confine”, ci sono anche gli abusi.

Come in Germania, nel 2010 classificatasi per donazioni al 15esimo posto su 24 Paesi del mondo, alle spalle di Spagna, Stati Uniti e Francia. Dati che potrebbero subire un’ulteriore flessione dopo le recenti rivelazioni dello Spiegel: «Il sistema sanitario tedesco – scrive il quotidiano – e’ molto rispettato in tutto il mondo, ma lo scandalo montante sulle frodi nel trapianto di organi ha scatenato un acceso dibattito sull’etica sanitaria nel paese». Alcuni medici, infatti, sono sospettati di aver interferito coi risultati delle analisi dei loro pazienti «per spingerli in cima nella lista dei trapianti, facendoli apparire piu’ gravi di quanto fossero e consentendo loro di scavalcare le liste d’attesa». Una manipolazione che, secondo gli inquirenti ora al lavoro su questo caso, andava avanti da anni tanto a Gottingen quanto a Ratisbona, ed aveva fatto registrare nei rispettivi nosocomi picchi inspiegabili di trapianti.

Rita Pennarola
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=576
22.12.2012

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