DI MASSIMO FINI
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Sancire attraverso il frettoloso diktat di un disegno di legge che il processo penale non possa durare più di sei anni è pura follia. Per centrare un simile obbiettivo occorre una riforma organica che comporta uno studio approfondito (per sostituire il vecchio Codice di procedura penale uno stuolo di giuristi, capitanati da Gian Domenico Pisapia, ci lavorò per due lustri), perché non si tratta semplicemente di dare maggiori risorse finanziarie all'ordine giudiziario, di organizzare meglio gli uffici, di informatizzarli, ma è essenziale snellire e smagrire drasticamente il processo che attualmente prevede possibilità pressoché infinite di ricorsi, di controricorsi, di impugnazioni, di eccezioni, di rinvii, di incompetenze (per territorio, materia, funzione), molto spesso di valore puramente formale, il tutto spalmato su tre gradi di giudizio dove anche l'ultimo, quello della Cassazione, che dovrebbe limitarsi a un mero controllo di legalità, è diventato anch'esso, attraverso il grimaldello della coerenza della motivazione col dispositivo, un giudizio di merito. Tutti gli altri Paesi hanno un solo grado di merito. Noi, in pratica, ne abbiamo tre.La presunzione di innocenza dovrebbe fermarsi al primo grado, o quantomeno al secondo, per diventare poi una più ragionevole presunzione di colpevolezza, altrimenti il sacrosanto principio della presunzione di innocenza "fino a condanna definitiva" si trasforma, come è avvenuto tante volte in questi anni attraverso la prescrizione, in una sostanziale impunità. Senza questo repulisti preventivo non si avrà il "processo breve", si avrà un processo che non potrà mai arrivare a definizione, un processo nullo senza per questo essere inesistente perché comporterà un dispendio enorme e inutile di energie, economiche e personali.
Scardinare, in nome del "processo breve", un intero impianto penale, senza aver prima apprestato le misure necessarie a renderlo tale, per le esigenze di una sola persona che, in contrasto col principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, pretende di sottrarsi ai processi che lo riguardano, raddoppia questa follia. Il disegno di legge è infatti tagliato su misura per i reati imputati a Berlusconi. Così reati gravi e gravissimi come la corruzione, la frode fiscale, gli omicidi colposi dei medici, l'aggiottaggio, le truffe ai servizi sanitari e, naturalmente, la corruzione in atti giudiziari, (che è al centro del processo per cui è stato condannato Mills) cadranno sotto la mannaia dell'impossibilità pratica di esaurirli in sei anni. Mentre per il borseggio su un autobus, per una truffa di pochi euro sul "gratta e sosta", per il reato contravvenzionale di immigrazione clandestina, si potrà andare avanti a oltranza.
Ma in realtà il disegno di legge sul "processo breve" non fa che accentuare, e rendere per così dire ufficiale, una tendenza in atto da quindici anni, da quando, dopo la bufera di Mani Pulite, ebbe inizio la Restaurazione. La tendenza cioè a instaurare in Italia un doppio diritto penale: uno per i reati da strada, che sono quelli commessi dai poveracci, e un altro per i reati finanziari, per la corruzione, per la concussione, che sono quelli commessi dai politici e dai "colletti bianchi". Per questo secondo tipo di reati, il cui accertamento è già di per sé molto complesso, si è inzeppato il Codice di un tale numero di norme cosiddette "garantiste" da rendere il processo ancora più lungo di quanto lo sia normalmente in modo da essere pressoché certi di arrivare alla prescrizione i cui termini sono già stati dimezzati dalla legge detta "ex Cirielli". In pratica si è garantita a "lorsignori" l'impunità. Per i reati da strada invece non solo le pene si sono fatte sempre più dure ma queste facce da culo del centrodestra, così "garantiste" con i "colletti bianchi", pretendono che gli autori vadano in galera subito, prima del processo, attraverso la carcerazione preventiva. Dimenticando disinvoltamente, i "garantisti" dalla doppia morale, che la carcerazione preventiva, proprio in base al principio della presunzione di innocenza, non è un anticipo di pena, ma può essere disposta solo in presenza di precise esigenze: 1)Pericolo di fuga; 2) Pericolo di reiterazione del reato; 3) Pericolo di inquinamento delle prove.
Questa disparità di trattamento viene giustificata col fatto che i reati da strada creano un particolare "allarme sociale". Ma qui bisogna intendersi sul concetto di "allarme sociale". Lo scippo a una vecchietta è certamente odioso e crea "allarme sociale". Ma una bancarotta può mettere sul lastrico cento vecchiette. La vera differenza è che i reati da strada sono solo più evidenti, mentre quelli dei "colletti bianchi" sono più nascosti, più subdoli e anche più facili e più vili, ma non sono per questo meno gravi, anzi spesso lo sono di più anche perché, essendo sistematici, inquinano e corrodono la legalità di un intero Paese.
In realtà questa doppia legislazione che si sta affermando in Italia, che si è anzi già affermata anche se il progetto del "processo breve" non andasse in porto, non ha giustificazione né legittimazione alcuna. È solo la vecchia, cara, infame giustizia di classe.
Massimo Fini
Fonte: www.massimofini.it/
17.11.2009
articolo pubblicato su "Il Fatto"
Diapason 22 novembre 2009
Maristarru basta analizzare quel che accade al giudizio etico che si emise, nei vari decenni, circa quanto successe nel nostro Paese dal 20 al 45. Immediatamente dopo la catastrofe, vivissimo il ricordo di ciò che esso aveva significato e accesissima la sensazione di emergenza nel creare prima possibile un nuovo ordinamento blindato - ossia in grado resistere agli attacchi - in grado di impedire che risuccedesse, i padri costituenti partorono un documento che, più di 60 dopo, ancora regge l'evoluzione della cultura, della morale, dell'etica e del progresso tecnico-scientifico. Nei 15-20 anni successivi i nostalgici furono condannati, e giustamente, ad una condizione di sostanziale clandestinità: dichiararsi "di destra" esponeva immediatamente al sospetto di apologia e suscitava sdegno e emarginazione intellettuale. Nell'ombra molte forze tramavano pianificando azioni eclatanti di restaurazione fascista, alcune furono fuse insieme fino ad arrivare alla tragica burla di Borghese, ma sostanzialmente il Paese era solidamente defascistizzato, a cominciare dalle istituzioni.
Il fallito golpe però, purtroppo, insegnò molto: si comprese che era finita l'epoca delle azioni eclatanti basate sull'appoggio delle forze armate (o parte di esse) e il fallito colpo di stato in Spagna del 1981 confermò questa consapevolezza.
Il Movimento Sociale Italiano fu ripetutamente costretto a rinnegare, anche se non lo fece mai completamente, eventuali aspirazioni di restaurazione del regime. Fu sostanzialmente costretto a bagnare le sue cartucce, tradendo coloro che vi vedevano il modo per riportare un regime simile a quello del ventennio nuovamente al comando, e democraticamente. Fu questo il motivo per cui l'MSI non ottenne mai successi elettorali eclatanti... Ma nasceva un nuovo metodo: quello della fascistizzazione strisciante e (per dirla alla Grillo) del "golpe al rallentatore". Per tutti gli anni 80 e 90 televisione e editoria non fecero altro che sommessamente sibilare nelle orecchie degli italiani, specie i più giovani, colpevole indulgenza nel giudicare il fascismo. Ci fu una costante ma non eclatante opera di parziale riabilitazione: camuffandosi da opinionisti che sostanzialmente condannavano il regime fascista, gli interventi spesso si concludevano con il classico "qualcosa di buono però lo ha fatto, bisognerebbe trovare il modo di recuperare quel buono e reinserirlo nella trama sociale attuale" - ossia: riproviamoci!!! Io ho 42 anni e avevo un nonno che ricorda perfettamente cosa è stato il fascismo, COME è salito al potere, quali leve psicologiche ha furbamente sollecitato, quali tendini mentali ha solleticato. Ora è morto, come la maggior parte dei nonni che sanno, perché c'erano, cosa è stato e come si è prodotto quel cataclisma. Tra poco l'ultimo di "quelli che c'erano" sarà morto, e anche i figli di "quelli che c'erano" hanno i loro annetti. E già i figli, pur ben consapevoli che il fascismo va evitato, ne hanno una concezione sbiadita, disinnescata, non proprio granitica: è una concezione figlia dei racconti dei loro padri, è una concezione figlia di chi non ha vissuto quel periodo. I nipoti, classe di cui faccio parte, ne hanno consapevolezza ancora più tremolante e confusa, dubbiosa. Io mi sono approfonditamente documentato, per un decennio, per completare ciò che mi fu raccontato, ma quanti altri lo hanno fatto? Quanti sono riusciti a tener accesa quella fiaccola? Vedo quindicenni abbagliati da slogan rumorosi ma vuoti, esaltanti ma vaghi, passionali ma pericolosamente generici. Temo il momento in cui alcuni di quei quindicenni avranno trenta o trentacinque anni e occuperanno posti di potere, di responsabilità, di amministrazione pubblica. Temo il momento in cui la memoria storica di quanto accadde e, soprattutto, di quali furono i primi sintomi (ossia quella memoria che ci potrebbe permettere di capire in tempo che stiamo ricadendo nello stesso baratro) sarà considerata "esagerato vecchiume", temo il momento in cui il "riproviamoci" verrà fieramente innalzato a slogan politico. In quel momento non ci sarà nessuno a dire "no, è un tragico errore, io c'ero e posso dirlo". A nulla varrà l'allarme lanciato dai pochi consapevoli: verranno bollati come "intellettualoidi che bloccano il progresso per assurde fisime vecchie di decenni". La storia è un ciclo, si dice.