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HO CHI MINH E LA LOTTA CONTRO L'IMPERIALISMO


Ho Chi Minh e la lotta contro l’imperialismo giapponese, francese e statunitense

DI MARTA ROJAS

In occasione della celebrazione del trentesimo anniversario della liberazione di Saigon, pubblichiamo una presentazione della vita e dell’opera del fautore del Vietnam indipendente: Ho Chi Minh. Rifiutando qualsiasi compromesso nel quale si imbarcava una parte della sua generazione, Ho Chi Minh combatté senza tregua contro l’imperialismo, sia che esso fosse giapponese, francese o statunitense. Rimane uno dei simboli più forti della lotta per la libertà del XX secolo.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel 2 settembre 1945 quest’uomo minuto con la barba brizzolata, dai diversi nomi, tra cui quello di Ho Chi Minh, entrasse definitivamente nella storia mondiale come uno dei personaggi chiave del XX secolo.

Quel giorno, sulla piazza di Ba Dinh nel centro di Hanoi, una città del nord del Vietnam diventata la capitale del paese, Ho Chi Minh annunciava al mondo la creazione della Repubblica popolare democratica del Vietnam. Non c’è voluto molto per scoprire le sue eccezionali doti di tattico e di stratega rivoluzionario. Che fosse un innovatore lo sapevano già a Parigi, a Mosca, in Cina e nel suo paese, ma ignoravano ancora quasi tutto delle sue idee visionarie, della sua tenacia e, soprattutto, della capacità di raccogliere un intero popolo attorno ad una lotta contro gli ultimi ridotti del colonialismo francese e, in seguito, contro il potente imperialismo. Il mondo se ne sarebbe ben presto meravigliato.


Ho Chi Minh saluta il presidente francese Georges Bidault nel 1946
che riconosce la Repubblica Democratica del Vietnam del Nord

Esistono testimonianze cinematografiche di questa moltitudine che invade la piazza Ba Dinh per ascoltare Ho Chi Minh che proclama la Repubblica con un microfono appoggiato su di una base circolare. Era la fine della seconda guerra mondiale. Gli alleati avevano battuto i nazisti e la Francia, capitale, all’epoca, di numerosi paesi d’«oltremare», era anche in un certo modo redenta. Il generale De Gaulle passava per un eroe della Resistenza. Il rivoluzionario Ai Quoc, o Ho Chi Minh, scelse proprio quel momento strategico per proclamare l’indipendenza del suo paese, da nord a sud, e assumere il potere che gli conferiva il suo ascendente sull’intero popolo. Per inciso, il Vietnam aveva appena abbandonato una guerra senza pietà contro il Giappone, entrato nell’Asse Roma-Berlino-Tokyo per impadronirsi dell’universo. Le carestie imperversavano in tutto il paese e provocavano milioni di morti. Negli anni in cui fu occupata dalla Germania, la Francia non riuscì ad inviare il minimo contributo alla sua colonia strategica del sud-est asiatico.
Nel contesto di un paese esangue Ho Chi Minh e i suoi compagni del partito comunista d’Indocina, in seguito Vietnam, proclamano una repubblica sovrana e indipendente, pronta ad aiutare i fratelli del Laos e della Cambogia a liberarsi anche loro dal giogo coloniale nei tempi più brevi possibili.

Non si può davvero parlare della fondazione della Repubblica democratica del Vietnam – oggi Repubblica socialista del Vietnam – senza ricordare la saggezza politica di Ho Chi Minh e la perfetta conoscenza della vita nelle colonie. Durante la sua giovinezza, trascorsa a Parigi, Ho Chi Minh fu uno dei fondatori del Partito comunista francese. All’interno di questa organizzazione si pronunciò per la liberazione delle colonie francesi, col più grande stupore dei suoi compagni che finirono tuttavia, per la maggior parte, per capirlo. Avendo lavorato come cuoco e marinaio semplice a bordo di un cargo che toccava tutti i porti francesi dell’Africa (all’epoca aveva ventidue anni), conosceva bene la situazione delle colonie africane. In seguito, aveva dovuto prestare servizio a bordo di una nave da guerra francese che era ormeggiata nella rada di Shameen, nella concessione francese di Canton.

A Parigi, fu giornalista e ritrattista, e anche lettore insaziabile. Il giovane Nguyen Ai Quoc che, nel 1923 si recò da Parigi a Mosca al 5° Congresso internazionale comunista in qualità di delegato del Partito comunista francese, si interessava già al movimento rivoluzionario nelle colonie. Dal congresso ritornò con una doppia missione: decidere per la rivoluzione cinese e animare il movimento rivoluzionario nel suo paese, il Vietnam. Come primo passo fondò l’Associazione di giovani rivoluzionari del Vietnam. Per questo motivo doveva essere imprigionato; si pensò che fosse morto in Cina ma riapparve in Vietnam.

Questo breve excursus della sua giovinezza cerca di stabilire una verità indiscutibile: Ho Chi Minh era un uomo dalle idee innovatrici che, sin dagli anni della sua giovinezza, acquisì una conoscenza profonda e concreta del mondo in cui viveva. Era un letterato, insegnante e figlio di insegnante che conosceva benissimo il vietnamita, la lingua e la scrittura cinese, il francese e il russo. Quando lo intervistai a Hanoï, alcuni mesi prima di morire, mi salutò in uno spagnolo perfetto che sosteneva di aver imparato dal tempo in cui era marinaio.

Nell’euforia della vittoria contro il nazismo, la Francia, incoraggiata dagli Stati Uniti, si propone di prendere in mano la situazione delle sue colonie. Ma né Ho Chi Minh, né i suoi stretti collaboratori – il leggendario generale Giap, Phan Van Dong, Le Duan e tanti altri – furono colti di sorpresa: arruolarono un potente esercito di contadini che combatté contro le forze della riconquista. La guerra si estese da nord a sud del Vietnam e a Dien Bien Phu, nel 1954, le forze coloniali più allenate del mondo subirono una sconfitta spettacolare. I vietnamiti entrarono nell’ufficio del generale francese che comandava le operazioni e lo fecero prigioniero.

A partire da questa colossale vittoria, il Vietnam poteva indubbiamente pretendere di vivere in pace come un’unica famiglia da nord a sud. Tuttavia, il gioco delle alleanze internazionali tra gli Stati Uniti e la Francia, gioco al quale partecipò un gruppo di vietnamiti arricchiti, decise diversamente.

In virtù degli accordi della fine della guerra, che segnava anche la fine del colonialismo francese nel Vietnam, le truppe francesi dovevano concentrarsi a sud del diciassettesimo parallelo per suddividere il paese. Lo spostamento delle truppe avrebbe necessitato di un certo periodo di tempo che gli Stati Uniti, sostenuti da un governo «provvisorio» vietnamita, misero a profitto per dividere il Vietnam, aiutandosi con un vero e proprio fiume di soldi e di armi.

A nord, dunque, la Repubblica democratica del Vietnam con la capitale Hanoi e a sud, la Repubblica del Vietnam del Sud con capitale Saigon. Quest’ultima costituiva una forza temibile che si metteva contro un nord alle prese ancora con le carestie, in cui l’autorità si sforzava tuttavia di preparare un esercito capace di respingere qualsiasi minaccia mettendo in opera gli ideali di Ho Chi Minh e del Partito comunista del Vietnam: l’istruzione per tutto il popolo, il miglioramento delle condizioni di vita nei limiti del possibile, l’unità del popolo aldilà delle appartenenze religiose o etniche, il rafforzamento delle strutture amministrative e lo sviluppo di una industria nascente, in particolare con lo sfruttamento del carbone e dei porti.


Ho Chi Minh (a destra) in compagnia di Vo Nguyen Giap, probabilmente il più grande stratega militare del XX secolo

A nord, quindi, Ho Chi Minh e il suo partito si apprestavano a mettere in opera gli ideali per cui avevano lottato. Il mondo non ci mise molto a capire che i rivoluzionari del sud si organizzavano in guerriglie che beneficiarono dell’appoggio del nord. Ho Chi Minh in persona ricevette una donna, Nguyen Thi Dinh, originaria della zona di Ben Tre, e venne messo in opera un ponte con una velocità vertiginosa e attraverso vie insospettabili: la celeberrima «Pista Ho Chi Minh» che attraversava fiumi, montagne e foreste impenetrabili e che il nemico non fu mai in grado di trovare.
La guerra di liberazione del sud era un fatto, e il motto di Ho Chi Minh fu sempre lo stesso fin dal primo giorno: «Un solo Vietnam». Separato artificialmente, il Vietnam doveva riunificarsi.

Si trattò del peggiore dei genocidi del XX secolo da parte di una potenza contro un piccolo paese. Durante un periodo di oltre dieci anni il Vietnam del Nord dovette affrontare un esercito sofisticato composto da forze aeree, marittime e terrestri che disponevano di armi chimiche, di bombe a frammentazione, dell’agente arancio (agent orange, il terribile defogliante il cui nome proviene dal colore dei recipienti mentre il suo principio attivo era la terribile diossina, NdT), di fosforo, di napal e anche di uno schieramento elettronico che l’ingegnosità dei vietnamiti riuscì a superare. Contro il Nord, la guerra fu aerea. Secondo stime modeste, le vittime vietnamite furono due milioni. Agli Stati Uniti la guerra costò alcune migliaia di morti che fecero vacillare l’impero. La «sindrome del Vietnam» ha ispirato in seguito decine di film in cui si rivedono le immagini brutali della più incoerente delle guerre. Contro i bombardamenti, i vietnamiti ricorrevano ad armi che terrorizzavano i soldati statunitensi armati fino ai denti: trappole di bambù posizionate nella foresta e vespe pronte all’attacco. Questo è ciò che Ho Chi Minh ha chiamato “la guerra di tutto il popolo per la salvezza nazionale, la libertà, la sovranità e la riunificazione”, e che costituisce una vera e propria dottrina militare.


La popolazione civile, la prima vittima dei massicci bombardamenti americani

Proclamata il 2 settembre 1945, la Repubblica democratica del Vietnam diventava una realtà indistruttibile. Ancora meglio: un bel giorno, il 30 settembre 1975, trenta anni fa quindi, le televisioni del mondo trasmettevano lo spettacolo senza precedenti di soldati appartenenti alle truppe scelte dell’esercito nord-americano che correvano come conigli sui tetti di una città, nella speranza di riuscire ad aggrapparsi ai pattini di un elicottero o a qualsiasi altro motore che potesse facilitare la loro fuga dal Vietnam. Fu un fuggi fuggi generale nel caos più assoluto! Nell’ufficio aperto a Parigi dai vietnamiti cominciarono i negoziati tra il governo degli Stati Uniti e il Fronte di liberazione del Vietnam del Sud, al quale, finalmente, erano riconosciute le prerogative di un governo.
I dibattiti furono presieduti dalla celebre Thi Binh dei Dépêches internationales (Dispacci internazionali), il cui vero nome è Nguyen Thi Binh, un nome che assomiglia a quello della contadina di Ben Tre, Nguyen Thi Dinh, diventata vicecomandante supremo del Fronte nazionale di Liberazione.

La giusta causa del Vietnam sollevò un forte movimento di solidarietà in tutto il mondo. Cuba fu il primo paese al mondo a riconoscere l’FNL (Fronte nazionale di liberazione) del Vietnam e a dar vita a un comitato di solidarietà con il Vietnam del Sud, che avrebbe esteso in seguito il suo raggio d’azione a Laos e alla Cambogia. I più progressisti tra gli intellettuali, gli artisti, gli scienziati e gli insegnanti del mondo si riunirono in un Tribunale internazionale, costituito sotto la presidenza del Premio Nobel Bertrand Russell, che aveva sede a Stoccolma, Oslo, Parigi e in altre città. Alcuni uomini e donne di buona volontà degli Stati Uniti, tra cui alcuni soldati che combatterono in Vietnam, giocarono un ruolo importante nelle campagne di solidarietà con questo piccolo popolo aggredito brutalmente dalla più grande potenza militare del mondo.

L’uomo che proclamò la Repubblica del Vietnam il 2 settembre 1945 morì il 9 settembre 1969 e non fu, quindi, testimone della colossale vittoria del suo popolo. Lasciò però un testamento politico che fu percepito come un comandamento: il Vietnam sarà libero, indipendente e sovrano, il nemico sarà sconfitto e il popolo vietnamita costruirà un Vietnam dieci volte più bello. Sarà unito. «Il nostro paese avrà l’onore di essere una piccola nazione che, grazie alla sua lotta eroica, avrà trionfato su due grandi imperialismi – francese e statunitense – e avrà apportato un grande contributo al movimento di liberazione nazionale», scriveva testualmente.

Formulò anche la sua ultima volontà: «La mia ultima volontà è che il nostro partito e il nostro popolo, strettamente uniti nella lotta, costruiscano un Vietnam pacifico, unificato, indipendente, democratico e prospero, e contribuiscano in maniera preziosa alla Rivoluzione mondiale» (Hanoi, 10 maggio 1969).

Fonte:www.voltairenet.org
Link:http://www.voltairenet.org/
article127579.html?var_recherche
=Ho+Chi+Minh?var_recherche=Ho%20Chi%20Minh
7.10.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FLORIANA FIGURA

Pubblicato da Truman

  • flavioceda

    “Grazie… Zio Ho.”

    Lo ricordiamo con immutata gratitudine e perenne affetto. Con commozione davvero ininterrotta -all’occasione- e rinnovata oggi, e sincera.
    Fummo bambini che era già vecchio, e sapemmo, anche dopo, che non aveva mai dismessa dignità, attenzione, affetto, amore.
    Da ragazzetti “irruenti” lo amammo come padre, quasi. Come un padre vago. Come uno dei tanti padri, dell’umanità.
    Come fratello anziano e lontano, cosa.. normale, e come… COMPAGNO.
    Più avanti, più avanti nell’essere giovani e già vivendo casa, una cucina, comprammo un libro di ricette… del Viet-nam, per e con una amorosa. E per affetto, e per salvarlo dalla calcinazione, da una bancarella dei remainders, che allora si chiamava “usato”.
    Fra ingredienti semplici, e piatti poveri… xilografie. Arte povera, minore, su materiali poveri. Non oro, usato come fondo o materiale, ma canne di bambù disegnate.
    E foglie, case di legno, cascine.
    Una poesia di un bimbo, delle elementari. Che parlava forse del riso, e di risaie.
    Terminava con un “Grazie… Zio Ho… “
    che abbiamo ancora nel cuore.
    Era un libro bellissimo che sapeva, e parlava di mangiare: cibo, arte, poesia…
    tutti e tutto, la stessa cosa.
    Grazie, Zio Ho, per… un mondo migliore.