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GOVERNO IRACHENO E MAFIA UNITI DAL TRAFFICO DI ARMI

DI CERNIG
The Newshoggers

I miei lettori abituali ricorderanno che avevo accennato a questa vicenda quando se ne era cominciato a parlare, ma l’indagine italiana su una massiccia vendita di armi tra la Mafia e l’Iraq sta portando alla luce un putridume molto più grave di quanto si pensasse in origine.

Per prima cosa, la Associated Press ha scoperto che nel commercio erano coinvolti funzionari del governo iracheno, apparentemente senza che il comando statunitense a Bagdad ne fosse a conoscenza (un modo di fare insolito rispetto alla normale procedura seguita nell’acquisto di armi sotto il controllo degli USA).

Perché questi funzionari abbiano usato canali “occulti” e dove fossero nascoste le armi non è ancora ben chiaro.

…Secondo quanto affermato in alcune mail intercettate, gl’intermediari iracheni nelle trattative con l’Italia avrebbero dichiarato che l’accordo aveva ricevuto l’approvazione ufficiale americana, ma un portavoce statunitense a Bagdad lo ha negato. “I funzionari iracheni non avevano messo l’MNSTC-I (Multi-National Security Transition Command-Iraq) al corrente dell’acquisto in corso”, ha ribadito all’AP il tenente colonnello Daniel Williams dell’MNSTC-I, che sovrintende al riarmo e alla formazione della polizia e dell’esercito iracheni.

L’operazione Parabellum, l’indagine condotta dal P.M. di Perugia Dario Razzi, era cominciata nel 2005 come indagine di routine su un traffico di droga del crimine organizzato, si era estesa a un traffico di armi con la Libia, e si è infine allargata all’Iraq.

…Sono stati arrestati quattro italiani, su cui pende adesso un’incriminazione per presunta associazione criminale e presunto traffico di armi, cioè vendita di armi senza autorizzazione del governo. Un quinto italiano è stato arrestato in Africa, e altri tredici sono stati incarcerati con l’accusa di spaccio di droga.

Nei documenti, Razzi definisce “insolito” che il governo iracheno, tenuto in piedi dagli USA, abbia dovuto procurarsi queste armi sul mercato nero.

Gl’investigatori sostengono che la possibilità di un coinvolgimento iracheno era stata presa in considerazione nello scorso novembre, quando un’azienda commerciale di proprietà irachena aveva inviato una mail a Massimo Bettinotti, un trentanovenne proprietario della MIR, con sede a Malta, per sapere se la società era in grado di fornire 100.000 fucili d’assalto AK-47 e 10.000 fucili mitragliatori “al ministero degl’interni iracheno”. Nella mail si specificava: “la procedura commerciale è stata approvata dagli USA e dall’Iraq”.

Apparentemente, la Al-Handal General Trading Co. in Dubai, la società che agiva da intermediaria, aveva già in precedenza contattato Bettinotti per un acquisto di visori notturni e aveva saputo che la MIR avrebbe potuto fornire anche armi.

La Al-Handal era già stata coinvolta in commerci dubbi, e tre anni fa era stata considerata dagl’investigatori americani “perno centrale” dello scandalo iracheno Oil-for-Food.

Per il momento, non è chiara la necessità del Ministero degl’interni di una spedizione di armi di tale portata. In precedenza, il comando statunitense che si occupa della formazione aveva annunciato che avrebbe riarmato l’intero corpo di polizia del ministero entro la fine del 2006; al 26 luglio, il programma avviato tre anni or sono aveva investito 237 milioni di dollari di fondi governativi americani per fornire 701.000 armi all’esercito e alla polizia irachene.

I negoziati tra gli italiani e gl’intermediari iracheni della società al-Handal e della casa madre al-Thuraya Group erano andati avanti velocemente a colpi di email, ma la discussione era poi diventata agitata e nervosa.

Gl’iracheni avevano di volta in volta indicato come utilizzatore finale il Ministero degl’interni o i “Ministeri per la sicurezza”, e a questo punto un Bettinotti piuttosto preoccupato aveva fatto sapere: “Preferiamo trattare l’affare di persona e non per mail”.

…A dicembre gl’italiani, che avevano trovato un broker bulgaro, erano stati in grado di offrire prodotti di origine russa: 50.000 fucili AKM (una versione migliorata dell’AK-47), 50.000 fucili AKMS (le stesse armi, ma con impugnatura pieghevole) e 5.000 fucili mitragliatori PKM.

Gli irachei avevano obiettato sul prezzo richiesto (39,7 milioni di dollari) ma erano sembrati soddisfatti. Gli atti processuali mostrano che gl’italiani prevedevano un profitto di 6,6 milioni e che stavano già prendendo disposizioni per il trasporto aereo delle armi. A questo punto il PM Rezzi ha agito, emettendo un ordine di cattura del tribunale di Perugia.

Contattato nel suo ufficio ad Amman (Giordania), Waleed Noori al-Handal ha negato che la società di famiglia abbia agito in modo scorretto nel caso italiano della vendita di armi.

“Non abbiamo niente da nascondere”, ha dichiarato all’AP.

Citando i nomi di “amici” tra gli alti gradi dell’esercito statunitense in Iraq, al-Handal ha detto che ha portato a termine numerosi contratti di forniture e servizi per le truppe di occupazione americane. Alla domanda sul perché avesse dichiarato di avere l’accordo degli USA per il fallito acquisto in Italia di armi, ha sostenuto di avere nelle sue mani un documento dell’esercito statunitense che stipula: “Autorizziamo al-Thuraya Group a concludere affari di qualsiasi tipo”.

A Bagdad, il ministro degl’interni si è rifiutato di discutere il caso degli AK-47, ma un alto funzionario del dicastero, che ha mantenuto l’anonimato vista la delicatezza dell’argomento, ha riconosciuto di aver cercato le armi tramite al-Handal.

A proposito dei canali irregolari utilizzati, ha detto che il ministero “non chiede ai fornitori come sono entrati in possesso delle armi”.

Anche se non ha voluto entrare nei dettagli, il funzionario ha dichiarato che “buona parte” delle armi erano destinate alle forze di polizia della provincia occidentale di Anbar. Ma l’affermazione fa nascere qualche dubbio: i rapporti del Pentagono parlano di 161.000 poliziotti addestrati in tutte le 18 province irachene, e indicano che il ministero ha ricevuto 169.280 AK-47, 167.789 pistole e 16.398 fucili mitragliatori, armi destinate alle forze di polizia e ai 28.000 agenti di frontiera.

Secondo un documento che completa questo rapporto – e analizza l’estensione del mercato nero delle armi nel paese – esisterebbero oltre sette milioni di pistole in mano ai “civili” iracheni, e alla polizia di Anbar mancherebbe “una buona parte” delle armi loro assegnate. Sembra chiaro che gli acquisti sul mercato nero effettuati attraverso i funzionari del governo iracheno sono, in qualche misura, destinati non alle forze di sicurezza governative ma alle milizie o alla vendita sul mercato nero per l’arricchimento personale di funzionari corrotti.

L’esercito statunitense ha anche usato una rete di società private, alcune di origine estremamente dubbia, per trasferire dalla Bosnia all’Iraq oltre 200.000 pistole, molte delle quali sono immediatamente scomparse. È molto probabile che almeno in alcuni casi ci si trovi di fronte allo stesso tipo di corruzione di cui è accusato il maggiore James Cockerham, recentemente arrestato per il più grosso caso di truffa ai danni dell’esercito venuto alla luce durante lo sforzo di ricostruzione iracheno.

È interessante notare che tutti questi fatti sono avvenuti negli anni 2004 e 2005, quando il responsabile statunitense incaricato di coordinare le procedure di appalto della difesa irachena, nel contesto della formazione delle forze di sicurezza del paese, era il generale Saint Petraeus.

Titolo originale:”Iraq’s Arms Deal With The Mafia”

Fonte: http://cernigsnewshog.blogspot.com/
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12.08.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Carlo Pappalardo

Pubblicato da Das schloss