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GLI EFFETTI GLOBALI DELLA CRISI ECONOMICA: UNA STRATEGIA EUROPEA PER LA SINISTRA

DI MICHEL HUSSON
globalresearch.ca

Gli effetti della crisi globale sono stati resi ancora peggiori da ciò che sta accadendo in Europa. Per trent’anni le contraddizioni del capitalismo sono state superate con l’aiuto di un enorme accumulo di diritti fantasma di plusvalore. La crisi ha minacciato di distruggerli. I governi borghesi hanno deciso di conservarli, sostenendo che dobbiamo salvare le banche. Si sono accollati i debiti delle banche chiedendo praticamente nulla in cambio. Eppure sarebbe stato possibile fare questo salvataggio condizionato da alcune garanzie. Avrebbero potuto vietare gli strumenti finanziari speculativi e chiudere le scappatoie fiscali. Potevano anche insistere sul fatto di assumersi la responsabilità di una parte del debito pubblico che questo salvataggio aumentava in modo così drammatico.

Ora siamo nella seconda fase. Dopo aver spostato il debito del settore privato a quello pubblico, la classe dei lavoratori è obbligata a pagare. Questa terapia shock è espressa attraverso piani di austerità che sono tutti molto simili – un taglio delle spese socialmente utili e l’aumento delle tasse più ingiuste. Non c’è alternativa a questa forma di violenza sociale eccetto che obbligare gli azionisti ed i creditori a pagare. Questo è chiaro e tutti lo capiscono.

Il crollo dello schema di una classe dirigente

Ma alla classe lavoratrice europea viene inoltre chiesto di pagare per il fallimento del progetto di una classe dirigente per l’Europa. La classe dirigente pensava di aver trovato un buon sistema con la moneta unica, il patto di stabilità di bilancio (“Patto di stabilità e crescita”), e la totale deregolamentazione della finanza e della circolazione dei capitali. Così la creazione di una concorrenza tra modelli sociali e la riduzione dei redditi dei salariati è diventata il solo mezzo per regolamentare la concorrenza tra capitalisti intensificando le disuguaglianze che hanno portato benefici solo ad una fascia molto ristretta di persone nella società.

Tuttavia questo modello ha messo il carro davanti ai buoi e non era praticabile. Si presupponeva che le economie europee fossero più omogenee di quanto lo siano realmente. Le differenze tra Paesi sono aumentate a causa della loro posizione nel mercato globale e alla loro sensibilità al tasso di cambio dell’euro. I tassi di inflazione non convergevano i tassi di interesse hanno favorito le bolle immobiliari e così via. Tutte le contraddizioni di un programma ridotto di integrazione europea, che gli euro-liberali stanno scoprendo oggi esistevano prima della crisi. Ma queste sono spazzate via sotto gli attacchi speculativi contro il debito sovrano dei paesi più esposti.

Sotto il concetto astratto di “mercati finanziari” ci sono principalmente istituzioni finanziarie europee che speculano utilizzando capitali che gli Stati concedono loro in prestito a tassi di interesse molto bassi. Questa speculazione è possibile solo a causa della politica di non intervento degli Stati e dovremmo interpretarla come una pressione applicata ai governi acquiescenti per stabilizzare i bilanci a carico dei popoli europei e per difendere gli interessi delle banche.

Due compiti immediati

Dal punto di vista della classe lavoratrice è ovvio cosa deve essere fatto: dobbiamo resistere all’offensiva dell’austerità e rifiutare di pagare il debito che non è altro che il debito dalla crisi bancaria. Il piano alternativo su cui questa resistenza deve essere basata richiede un altro modo di condividere la ricchezza della società. Questa è una richiesta coerente. Infatti è contro la compressione dei salari, in altre parole contro l’appropriazione di una parte crescente di plusvalore da parte del capitale.

L’alternativa richiede una vera riforma fiscale che si riprenda i regali che per anni sono stati dati alle imprese e ai ricchi. Essa implica anche la cancellazione del debito. Il debito e gli interessi della maggioranza della popolazione sono del tutto incompatibili. Non ci può essere alcun esito progressivo della crisi se non si mette in discussione il debito, attraverso la sua inadempienza o la sua ristrutturazione. In ogni caso, alcuni Paesi saranno probabilmente in default ed è quindi importante anticipare questa situazione e dire come deve essere gestita.

Lasciare l’Euro?

L’offensiva che i popoli stanno affrontando in Europa, è innegabilmente aggravata dalla camicia di forza europea. Ad esempio la Banca centrale europea, a differenza della Federal Reserve negli Stati Uniti, non può monetizzare il debito pubblico con l’acquisto di buoni del Tesoro. L’abbandono dell’euro consentirebbe l’allentamento della camicia di forza? Questo è ciò che alcuni esponenti della sinistra come Costas Lapavitsas e i suoi colleghi stanno suggerendo per la Grecia come passo immediato. Egli propone che sia fatto immediatamente senza attendere l’unione della sinistra per cambiare la zona euro, qualcosa che lui pensa sia impossibile.

Quest’idea è presentata nel resto d’Europa e si scontra subito con l’obiezione che la Gran Bretagna, anche se non fa parte della zona euro, non è stato protetta dal clima di austerità. E ‘anche facile capire perché l’estrema destra, come il Fronte Nazionale in Francia, vuole lasciare l’euro. Per contro è difficile vedere quale potrebbe essere il pregio di un tale slogan per la sinistra radicale. Se un governo liberale fosse costretto a prendere una tale misura sotto la pressione degli avvenimenti, è chiaro che sarebbe il pretesto per un rigore ancora più grave di quella che abbiamo vissuto fino ad ora. Inoltre non ci permetterebbe di stabilire un nuovo equilibrio di forze più favorevole per i lavoratori. Questa è la lezione cui si può attingere da tutte le esperienze passate.

Per un governo di sinistra l’abbandono dell’euro sarebbe un grande errore strategico. La nuova moneta si svaluterebbe come, dopo tutto, un obiettivo desiderato. Ma che immediatamente aprirebbe uno spazio che i mercati finanziari immediatamente utilizzerebbero per iniziare una offensiva speculativa. Si innescherebbe un ciclo di svalutazione, inflazione e austerità. Oltre a ciò il debito, che fino a quel momento era stato denominato in euro o in dollari, potrebbe aumentare improvvisamente a causa di questa svalutazione. Ogni governo di sinistra che decida di adottare misure a favore dei lavoratori sarebbe certamente messo sotto enorme pressione da parte del capitalismo internazionale. Ma da un punto di vista tattico è meglio in questa prova di forza usare l’appartenenza alla zona euro come fonte di conflitto.

Fondamentalmente è vero che il progetto europeo basato sulla moneta unica non è coerente ed è incompleto. Rimuove una variabile di aggiustamento, il tasso di cambio, dalla serie di diversi prezzi e salari all’interno della zona euro. I Paesi della periferia hanno così la possibilità di scegliere tra il percorso tedesco di blocco dei salari o la sofferenza di una riduzione di competitività e la perdita dei mercati. Questa situazione porta ad una sorta di impasse e non ci sono soluzioni che possono essere applicate da subito: tornare indietro getterebbe l’Europa in una crisi che colpirebbe la maggior parte dei Paesi fragili più duramente; e iniziare un nuovo progetto europeo sembra fuori portata al momento.

Se la zona euro esplode la economie più fragili saranno destabilizzate da attacchi speculativi. Nemmeno la Germania avrebbe nulla da guadagnare perché la sua valuta acquisterebbe un valore incontrollabile e il Paese subirebbe quello che gli Stati Uniti d’America oggi cercano di imporre a parecchi Paesi con la loro politica monetaria. [1]

Esistono altre soluzioni che richiedono una completa riformulazione dell’Unione europea: un bilancio finanziato da una imposta comune sul patrimonio che sovvenziona l’armonizzazione dei fondi e degli investimenti che sono sia socialmente ed ecologicamente utile e i Paesi più ricchi che aiutano quelli più poveri con il loro debito pubblico. Ma anche questo risultato non è possibile nel breve termine, non per mancanza di piani alternativi, ma perché la loro attuazione richiede un cambiamento radicale nel rapporto di forze a livello europeo.

Che cosa dobbiamo fare in un momento molto difficile come questo? La lotta contro i piani di austerità e il rifiuto di pagare il debito sono il trampolino di lancio per una controffensiva. Dobbiamo poi fare in modo che la resistenza sia rafforzata con la discussione di un progetto alternativo e l’elaborazione di un programma che offra sia risposte “pratiche” che una spiegazione generale del contenuto di classe della crisi. [2]

Il compito specifico della sinistra internazionalista e radicale, è di collegare le lotte sociali che si sviluppano in ciascun Paese ragionando a favore di un diverso tipo di Europa. Cosa stanno facendo le classi dirigenti? Stanno affrontando le politiche che devono seguire, perché sono la difesa degli interessi che sono ancora in gran parte su base nazionale e contraddittoria. Eppure, non appena devono imporre misure di austerità per la propria classe lavoratrice presentano un solido fronte unito.

Ci sono cose migliori da fare che sottolineare le differenze reali che esistono tra i vari Paesi. Essere in gioco significa avere un punto di vista internazionalista sulla crisi in Europa. L’unico modo di opporsi realmente all’ascesa dell’estrema destra è di indicare degli obiettivi diversi dal solito capro espiatorio. Possiamo dichiarare una reale solidarietà internazionale con i popoli che soffrono di più a causa della crisi, chiedendo che i debiti siano equamente ripartiti in tutta Europa. In questo modo dobbiamo opporre un progetto alternativo per l’Europa a quella della borghesia europea che sta trascinando tutti i Paesi all’indietro socialmente. Come è possibile non capire che la nostra mobilitazione, che si trova di fronte il coordinamento della classe dominante a livello europeo, deve essere basata su un nostro proprio progetto coordinato? Se è vero che le lotte avvengono in un quadro nazionale esse verrebbero rafforzate da una tale prospettiva, invece di essere indebolite o portate alla sconfitta in un vicolo cieco nazionalista. Gli studenti che hanno manifestato a Londra cantando “all in this together, all in this together” (Ci stiamo tutti dentro insieme) sono un simbolo di questa speranza viva.

Per una strategia europea

Il compito è difficile come il periodo che la crisi ha aperto. Tuttavia la sinistra radicale non deve bloccarsi nella scelta impossibile e iniziare l’avventura rischiosa di lasciare l’euro e di una idea utopica di armonizzazione delle valute. Si potrebbe facilmente lavorare su alcuni obiettivi intermedi, che sfidano le istituzioni europee. Per esempio:

* Gli Stati dell’Unione europea dovrebbero prendere in prestito direttamente dalla Banca centrale europea (BCE) a tassi d’interesse molto bassi e le banche del settore privato dovrebbero essere obbligate ad assorbire una certa quota del debito pubblico.

* Dovrebbe essere messo in atto un meccanismo di default che consenta al debito del settore pubblico di essere cancellato in proporzione alle agevolazioni fiscali per i ricchi e ai soldi spesi per i salvataggi bancari.

* La stabilizzazione di bilancio deve essere trasformata da una riforma fiscale che tassa i movimenti di capitali, le transazioni finanziarie, i dividendi, le grandi fortune, gli alti salari e i redditi da capitale a un tasso standard in tutta Europa.

Dobbiamo capire che questi obiettivi non sono né più lontani né più vicini a una “uscita dall’euro”, che sarebbe vantaggiosa per i lavoratori. Sarebbe sicuramente assurdo aspettare una uscita simultanea e coordinata da parte di tutti i Paesi europei. L’unica ipotesi strategica che si può quindi concepire deve prendere come punto di partenza l’esperienza di una trasformazione sociale che inizia in un Paese. Il governo del Paese in questione prende le misure, per esempio imponendo una tassa sul capitale. Se si tratta di pensare in modo chiaro ciò anticiperà la ritorsione di cui sarà oggetto e imporrà controlli sul capitale. Con questa misura di riforma fiscale si pone apertamente in conflitto con le regole del gioco europeo. Non ha alcun interesse a lasciare unilateralmente l’euro. Questo sarebbe un enorme errore strategico in quanto la nuova moneta sarebbe immediatamente sotto attacco, con l’obiettivo di abbattere l’economia del Paese “ribelle”.

Dobbiamo abbandonare l’idea che ci sono scorciatoie “tecniche”, ritenere che il conflitto è inevitabile e costruire un equilibrio favorevole di forze di cui è parte la dimensione europea. Un punto di sostegno per la capacità di ledere gli interessi capitalistici. Il Paese che da il via, potrebbe ristrutturare il debito, nazionalizzare capitali esteri ecc, o minacciare di farlo. I governi di “sinistra” di Papandreu in Grecia o Zapatero in Spagna non hanno nemmeno sognato di fare questo.

Il principale punto di sostegno è costituito dalle misure prese in cooperazione. Ciò è completamente diverso dal protezionismo classico, che sostanzialmente cerca sempre di guadagnare terreno rosicchiando parti del mercato globale. Ogni misura progressiva d’altro lato è efficace nella misura in cui sia condivisa da un certo numero di Paesi. Dovremmo quindi parlare di una strategia, che si basa sulla seguente idea: siamo disposti a tassare il capitale e prenderemo le misure necessarie per proteggere noi stessi. Ma abbiamo anche la speranza che queste misure, che proponiamo, siano attuate in tutta Europa.

Possiamo riassumere dicendo che dobbiamo pensare intensamente al legame tra la rottura del progetto neoliberale europeo e il nostro progetto di creare una nuova Europa piuttosto che vedere queste due idee in opposizione tra di loro.

Michel Husson
Fonte: www.globalresearch.ca/
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=22708
10.01.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

Note

1 Michael Hudson, “U.S. ‘Quantitative Easing’ Is Fracturing the Global Economy (http://gesd.free.fr/hudsonqi.pdf).”

2 Bloco de Esquerda (Left Bloc) Portugal: “On the crisis and how to overcome it (http://gesd.free.fr/bloco510.pdf)”, 23 Mag 2010.

Pubblicato da Davide

  • Rossa_primavera

    Concordo pienamente con quanto scritto.Sebbene l’articolo esordisca
    con parole piuttosto massimaliste e radicali come plusvalore e
    contraddizioni del capitalismo,mutuate dal linguaggio marxista,le
    soluzioni poi proposte sono del tutto ragionevoli e di buon senso:non
    occorre rinnegare l’Euro e l’Europa per apportare quelle riforme
    da sinistra riformista,scusate la tautologia,che ci consentirebbero di
    vivere meglio e di superare l’attuale impasse economica.Piu’ tasse sui
    redditi da capitale,meno tasse sui redditi da lavoro e uno stato serio
    che garantisca i piu’ deboli e imponga limiti e paletti ben precisi dentro
    i quali le banche e le finanziare possano muoversi.In fondo la
    soluzione per risolvere molti problemi appare se non altro concettualmente abbastanza semplice,ma temo che la sua implementazione,cioe’ la sua messa in atto,non lo sia altrettanto.

  • Nolisbona

    Dall euro come ripete Barnard da mesi si può’ uscire solo tutti insieme e in quel caso non sarebbe per nulla un disastro.

  • terzaposizione

    Dall’Euro si può uscire senza disastri….Vivete tutti di design, moda, slow-food? Perchè purtroppo ci sono ancora degli imprenditori che importano prodotti HiTech, che in Italia a causa della ns. servitudine anglo-americana non produciamo nonostante fossimo leader del settore fino al dopoguerra, e che hanno per decenni subito i danni delle svalutazioni competitive della £.Bello fare impresa svalutando la valuta,proprio da magliari.

  • AlbertoConti

    Utopico o no sarebbe bello battere i falsi europeisti di Maastricht col rilancio della vera Europa unita, unita contro di loro, spodestandoli dalla roccaforte bancaria che hanno da sempre occupato a tradimento. Perfino una nuova santa alleanza con gli USA su tale base di lotta potrebbe far parte del sogno-utopia. Se no il peggio, guerra, distruzione, fame e miseria.

  • wilcoyote

    Il peggio è più probabile, la legge di Murphy è inesorabile, la natura umana pure…

  • cavalea

    In una situazione di ritrovata sovranità, politica, economica e monetaria, la svalutazione è quello strumento che ha permesso una crescita economica costante dal dopoguerra fino agli anni 80.
    Fu solo con l’imposizione della globalizzazione, intesa come cancellazione di ogni sovranità degli stati, che siamo arrivati al punto in cui siamo.

  • Viator

    E in che modo soluzioni di questo genere consentirebbero lo sterminio delle classi dirigenti che ci hanno portato in queste secche?

  • Rossa_primavera

    Sterminio non e’ parola che appartiene al mio vocabolario:mi basterebbe l’incarcerazione di alcuni e l’uscita dalla politica di altri.

  • geopardy

    Il fatto che Marx sia stato il miglior analista del capitalismo (aldilà della validità storica delle sue applicazioni) è riconosciuto anche dagli economisti liberisti, i quali lo hanno ammesso soltanto dopo la caduta del muro.
    Il plusvalore è il fine stesso del capitalismo, se preferisci chiamiamolo guadagno che è la medesima cosa.
    Le forze politiche dovrebbero riequilibrare e ridistribuire parte di esso in favore di chi lo produce realmente, il lavoratore e proprio attraverso i suoi diritti (Marchionne, personalmente, non produce una sola auto in concreto, ma è anch’egli un lavoratore anche se particolarmente privilegiato), ma anche verso chi ne sarebbe matematicamente escluso (disoccupazione strutturale) e verso chi non ne potrebbe far parte per impedimenti fisici e mentali, altrimenti a cosa servirebbe il concetto di società civile?
    Tutto questo è iniziato a crollare quando è stato inserito il termine “datore di lavoro” riferito al proprietario legale dell’impresa e non a chi lo dava realmente (sempre il lavoratore).
    Questa ridefinizione dell’impresa, in quanto “datore di lavoro”, tutta incentrata sulla figura del proprietario legale, rende il lavoro stesso una merce, come precisamente previsto da Marx con oltre un secolo di anticipo.
    Chi dà realmente lavoro, come terminologia vorrebbe significare, ci tengo a ribadirlo, è chi lo fa attivamente, anche se sta ad alti vertici gestionali.
    Possiamo anche far finta che non ci sia mai stato Marx, ma toglieremmo dalla sfera cognitiva un valido analista in merito alla comprensione evolutiva delle nostre società.
    Possiamo cambiare la terminologia, ma dificilmente, analizzando l’evoluzione capital-finanziaria ci discosteremmo di molto dalle sue analisi.
    Il fatto che i detentori del capitale nei vari paesi europei, pur divergendo in interessi tra di loro, come riferito nell’articolo, siano sempre uniti nel togliere diritti ai lavoratori (o chiamali come vuoi) e nel far pagare ad essi il prezzo finale di qualsiasi avventurismo, denota le caratteristiche di appartenenza ad una medesima classe, la classe degli imprenditori.
    Queta operazione è possibile perchè sono riusciti a rompere il concetto di classe tra i subalterni (o spirito di categoria se preferisci).
    Siamo al ricatto largamente previsto, o così o niente, la Fiat ce lo sta dimostrando in Italia, come i fatti della Grecia, dell’Irlanda e così via lo dimostrano in Europa.
    Ciao
    Geo

  • Rossa_primavera

    Non nego la validita’ dell’analisi marxista nel contesto in cui sorse ma
    la trovo,perdonami,un attimino fisiologicamente superata.Le classi
    sociali sono mutate non sono sparite,il mondo e’ cambiato,l’economia e’
    cambiata servono nuove lenti,nuovi occhiali,per leggere la nuova realta’,
    non e’ solo una questione di terminologia.La sfida della globalizzazione
    impone nuove analisi sovranazionali.
    Voglio comunque farti una domanda provocatoria se posso.Fino al
    1989 la Germania era divisa in due,una,quella occidentale,applicava
    un modello molto vicino al modello neoliberista capitalista,l’altra era
    retta dal cosiddetto socialismo reale derivante dall’applicazione del
    pensiero marxista.Secondo te in quale delle due un operaio stava
    meglio?