Home / ComeDonChisciotte / GENTE IN PIAZZA, E ORA ?

GENTE IN PIAZZA, E ORA ?

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La crisi si è rapidamente espansa a livello mondiale, coinvolgendo, di fatto, tutti i Paesi in qualche modo accodati, direttamente o indirettamente, per propria volontà o forzati da altri, al nostro sistema di sviluppo.

In conseguenza di questo, con lo spostamento pilotato dagli speculatori e avallato dai governi conniventi della crisi dal privato delle Banche al pubblico dei popoli, miliardi di persone stanno accorgendosi sulla propria pelle degli effetti devastanti di un modello sbagliato in partenza.

Consapevolmente o più spesso meno, si avverte in ogni caso che il proprio presente peggiora costantemente e che il futuro diviene ancora più incerto di quanto non lo sia già.
Con lo spostamento della falla generata dalla finanza e dall’economia apolide nei confronti dei debiti pubblici di vari Paesi, e dunque sulla vita di tutti in virtù delle misure che agli Stati vengono imposte per sanare buchi che originariamente non sono i propri, i popoli della terra si trovano ora di fronte a una duplice possibilità. Come ha bel rilevato, tra gli altri, Giulietto Chiesa: arrendersi o reagire.

Fortunatamente appare che in quasi tutte le parti del mondo colpite dal fenomeno vi siano esplosioni di indignazione e collera nei confronti di chi, media, politica ed economia, continua imperterrito a portare avanti decisioni che non fanno altro che peggiorare la situazione.

Se è semplicistico e fuorviante accorpare sotto un unico tetto le varie dimostrazioni, rivolte o più semplici sollevamenti popolari che hanno natura fortemente differente da caso a caso, ciò non toglie che si possa riunire la situazione generale sotto al concetto di voler reagire in qualche modo, comunque.

Profondamente sbagliato, ad esempio, fare correlazioni tra le rivolte in Medio Oriente e quella tra le province della Libia e poi magari correlare le stesse con le manifestazioni in Grecia o con quelle in altre parti d’Europa. Ed è profondamente sbagliato confrontare queste ultime – come sta facendo Obama – con quelle che stanno avvenendo anche negli Stati Uniti con il movimento Occupy Wall Street. Eppure, come detto, un filo rosso di scontento e reazione, tra tutte queste vicende differenti, esiste. Ma è necessario sgomberare il campo da un primo tema, che in realtà è un equivoco, che viene spesso citato a sproposito nelle ultime settimane: non si tratta di una ennesima tornata in auge del movimento No-Global. Il vago sentimento che ne era alla base infatti non ha retto, come era normale che fosse, al passare del tempo. Chi, già all’epoca di Seattle, leggeva nel movimento no global la natura intrinsecamente globalista che ne era di fatto il movente, pur avendo intenti diametralmente opposti, all’epoca venne additato come complice del sistema che il movimento si prefiggeva, non capendo la propria contraddizione di fondo, di combattere. Le cose naturalmente stavano diversamente. Se era vero – e lo era e lo è – che la globalizzazione è uno di quei fenomeni che allora come oggi andava e va assolutamente osteggiato, per i motivi che è oramai superfluo elencare, ebbene ciò poteva essere fatto unicamente attraverso la rivendicazione di esigenze e appartenenze locali. Un movimento no global che però aveva tutti i connotati di una esperienza del tutto globale non poteva che naufragare, e così, almeno con le caratteristiche di quel movimento di allora, è stato.

A essere globale è oggi lo scontento. Che è cosa diversa. E, sebbene in modo del tutto eterogeneo, la volontà di reazione. Cose, entrambe, destinate ad aumentare sia in intensità sia in estensione.

Si avverte insomma, in modo sempre più diffuso, che larga fetta dell’opinione pubblica di tanti Stati abbia, in certa misura seppure in modo disomogeneo da caso a caso, il sentire comune di non essere responsabile dell’accaduto e in conseguenza di non voler pagare per una crisi generata da “altri”.

È su questo “altri” che ora si deve concentrare il discorso. Poiché questi “altri” sono i nostri nemici.

Si tratta dunque di fare una gerarchizzazione di questi “nemici”, e i tempi che ci aspettano, se tale percezione avrà consenso, potrebbero vedere posizioni politiche o ideologiche differenti, anche di antica derivazione, essere artificialmente dissociate o artificialmente unite allo scopo. Ci sarà bisogno di alleanze temporanee ma necessarie, anche per chi la pensa(va) in modo molto diverso, se il fine ultimo, così come sembra che sia, sarà quello di svolgere uno sforzo titanico contro chi ha mezzi e potenza sino a ora incontrastati.

Questo rileva la necessità di una azione di lungo respiro, che non si può certo compiere in qualche mese o qualche anno. Distruggere – o rovesciare – una impalcatura finanziaria, culturale, mediatica, politica e poliziesca come quella che tiene in scacco quasi il mondo intero esclude a priori una azione rapida. Chi preferisce, o crede, che basti una azione di questo tipo è un ingenuo. E di movimenti, associazioni, manifestazioni, gruppi e gruppuscoli che tentano di reagire in questo modo purtroppo è pieno. L’azione a breve scadenza, senza profondità storica, è votata al fallimento. Invece qui è necessario il vero e proprio cambio di paradigma del quale abbiamo parlato più volte. Cosa, si converrà, che non è possibile realizzare in poco tempo.

È destinato a rimanere deluso pertanto anche chi ripone la propria fiducia in tante delle manifestazioni di cui teniamo la cronaca in queste settimane sul Ribelle Quotidiano. Pensare che esse possano in qualche modo incidere in maniera realmente storica sulla situazione significa non capire nulla della psicologia delle folle.

Perché ciò che avviene è stimolato dall’istinto, dalla rabbia, dalla indignazione. E dall’indigenza. Tutti detonatori di rispetto e utilità, ma insufficienti per il cambiamento di cui ci sarebbe bisogno.

Questo vorrebbe che fosse già in atto la decolonizzazione dell’immaginario di cui parla Latouche dal nostro sistema di vita. Che vi fosse già la consapevolezza della erroneità di fondo di questo sistema. Insomma che nella mente di una massa critica di persone fosse già scattato il click necessario a cambiare sensibilmente rotta. Non come, invece, sta succedendo: ovvero, per lo più, reagendo per voler tornare alla situazione ante-crisi.

È insomma ancora una volta primariamente culturale il cambiamento di cui vi è bisogno. E di questo purtroppo non v’è traccia. Per ora.

Il che implica ancora una volta prendere coscienza della impossibilità di vedere un rovesciamento della situazione in brevi periodi. Chi se lo aspetta si illude.

Invertire la tendenza culturale è un processo necessariamente lungo, e questo si scontra con la necessità di intervenire subito su una situazione che si è fatta insostenibile. In merito alla stretta attualità, i popoli sentono di dover intervenire immediatamente, ma non hanno chiara la direzione da prendere. Sentono di dover abbattere i banksters, ma non hanno colto i due nemici principali: chi controlla la moneta e chi si sforza ancora di promuovere come migliore possibile l’assunto del nostro modello di sviluppo. Non c’è insomma la consapevolezza di voler cambiare radicalmente il paradigma dominante, ma solo di spazzare via chi, in questo paradigma, li ha ridotti in tale condizione. Il che non è poco, beninteso. Ma si tratta di una volontà insufficiente per cambiare sul serio la direzione. Cosa che è, invece, assolutamente necessaria.

La lotta più importante da fare sarebbe dunque contro se stessi, visto che si dovrebbe mettere in discussione tutti gli stili e i modi di vita che si sono portati avanti sino a questo punto, perché se non si mette a fuoco questo non si può prendere davvero coscienza di chi siano veramente i nostri nemici. Si tratta di una vera e propria impresa, che oltre a necessitare di tempi lunghi, pochi, al momento, hanno il coraggio di decidersi a fare.

Ancora: ci sarebbe bisogno di cambiare i principi, e per farlo si deve tentare di uscire dalla problematica attuale, ovvero avere un’altra visione del mondo e dell’esistenza. Cosa che i più (ancora) non hanno. Basta guardarsi attorno e parlare con la “gente” per rendersene conto.

Dal punto di vista prettamente numerico, la quantità di persone, di popoli, di nazioni e di macro aree del mondo che avrebbe tutto l’interesse a operare una vera e propria rivoluzione in tal senso è la stretta maggioranza. Solo che mancano, appunto, la consapevolezza di esserlo e la volontà di cambiare la direzione. Ai più basta tornare a come si stava qualche anno addietro, con meno debiti, un po’ più di denaro in tasca e qualche mascalzone in meno nelle stanze dei bottoni. Ma tutti, o quasi, tornerebbero a lavorare otto o dieci ore in fabbrica, a mettersi in coda la mattina e la sera, e in sostanza a rimanere schiavi del sistema della crescita con in più l’inconsapevolezza di lavorare per guadagnare denaro che è prodotto da pochi padroni del vapore che ce lo vendono a carissimo prezzo.

È purtroppo quest’ultimo il filone maggioritario delle manifestazioni in corso in tante parti del mondo. E in questo caso non c’è affatto da stare allegri.

L’economia e la finanza globalizzate, vedremo, già vanno e andranno ancora di più in futuro di pari passo con l’instaurazione di uno Stato su scala planetaria. Una delle prossime parole con le quali ci troveremo a fare seriamente i conti è quella di “governance” (della quale parleremo in un’altra circostanza). Ma soprattutto faremo i conti con ciò che essa vuole dire nella nostra attualità. Il “sistema” dei banchieri e di tutti i vassalli e surrogati farà di tutto prima di alzare bandiera bianca, e dietro l’angolo già si vede il momento in cui, così come fatto sino ora ammonendoci sulla “necessità” dell’austerity perché “ce lo chiedono i mercati”, ci arriveranno a far accettare la “necessità” di una nuova super moneta (prodotta dagli stessi, sia chiaro) per far rispettare la quale ci sarà “necessità” di nuove forme di cittadinanza e di super polizia.

Ma “I tempi di crisi”, osservava Ernst Junger, “portano sempre con sé questo dato dell’esperienza: la volontà di uno solo ha più rapidità ed efficacia di quella di un’assemblea, specialmente quando si deve garantire il funzionamento dei grandi apparati”.

È insomma ingenuo, da parte nostra, aspettarci dei cambiamenti rivoluzionari dalle manifestazioni e dai movimenti attualmente in corso (e da quelli immediatamente futuri) in tutto il mondo. Pur continuando a lottare in una prospettiva di lungo termine, ovvero sul campo della battaglia culturale, delle idee, per cercare di incidere sulle mentalità al fine di auspicare una vera presa di coscienza generale che è necessaria a qualsiasi velleità di serio e radicale cambiamento, è più al piccolo, all’immediato prossimo, a noi stessi e alla piccola cerchia di chi ci è intorno che si deve puntare. Possiamo avere molta più efficacia e rapidità su noi stessi e su pochi altri – e questi altri con noi – che aspettando la rivoluzione delle masse.

La “società mercantile”, come rileva in un modo che più incisivo e corretto non si può Alain de Benoist, “è destinata a morire, perché nessuno vuol morire al suo posto per essa”. Ecco, sino a che ci saranno ancora nel mondo persone che scenderanno in piazza per reclamare il proprio posto di lavoro nel sistema e con le metodiche attuali e la possibilità di accedere al consumo (cioè continuare a essere schiavi e utilizzare la moneta debito) questa società mercantile non potrà crollare. Ma nel momento in cui una massa critica si renderà conto che una vita del genere è in realtà una condanna a morte nello stesso momento in cui si vive per perpetrare lo stato delle cose, allora la diserzione sarà di massa. E noi ribelli ci sentiremo un po’ meno soli.

Valerio Lo Monaco

www.ilribelle.com/
13.10.2011

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

La Voce del Ribelle è un mensile – registrato presso il Tribunale di Roma,
autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 – edito da Maxangelo
s.r.l., via Trionfale 8489, 00135 Roma. Partita Iva 06061431000
Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco
All rights reserved 2005 – 2008, – ilRibelle.com – RadioAlzoZero.net
Licenza SIAE per RadioAlzoZero n° 472/I/06-599
Privacy Iscrizione ROC – Registro Operatori della Comunicazione – numero 17509 del 6/10/2008

Pubblicato da Davide

  • geopardy

    Chiaro come il sole, se non si cambia direzione dal basso, anche se qualche cialtrone internazionale dovesse essere punito e qualche regola in più si dovessero immettere ( ben vengano, naturalmente), ci ritroveremmo da capo a 15 nel giro di poco tempo.

    In crisi è la stessa filosofia di vita devastante per tutto l’ecosistema (di cui noi siamo una delle parti da esso espresse), a maggior ragione se tutti i popoli del mondo la volessero adottare, cosa sempre più realistica mi sembra.

    Se non fermiamo questa follia della crescita infinita, potremmo giungere all’estinzione o lì vicino e presto ci ammazzeremmo l’un l’altro per toglierci le briciole che rimarrebbero di tutte le risorse di questo limitato pianeta.

    Chiunque di voi abbia visto Rollerball, in cui ogni forma di individualismo doveva essere contenuta al massimo, pena la stessa vita, dovrebbe ricordare che, secondo il copione del film, a quel punto ci si era dovuti arrivare a causa della guerra tra le corporazioni, la quale aveva portato quasi all’estinzione il genere umano e siccome le corporations erano basate su di un autentico culto dell’individualismo, questo doveva essere represso (naturalmente, generando altri mali, come in ogni eccessiva costrizione), una lettura assai realistica dell’oggi, secondo me.

    La lotta che frena una vera evoluzione sociale è sempre combattuta tra la contingenza e l’autentica presa di coscienza, quanto più prevale la prima tanto minori saranno gli obiettivi da raggiungere e la loro durevolezza.

    Comunque: forza indignati (ed io lo sono da tanto tempo)!

    Bisogna pur iniziare in qualche maniera.

    Ciao

    Geo

  • Break74

    Ogni volta che leggo un testo del genere noto sempre che non siene tiene conto di un fattore determinante.
    IL PICCO DEL PETROLIO.
    E come se ci si dimenticass ogni volta di questo piccolo particolare.
    E’ ovvio che per la maggiorparte delle persone
    “basta tornare a come si stava qualche anno addietro, con meno debiti, un po’ più di denaro in tasca e qualche mascalzone in meno nelle stanze dei bottoni. Ma tutti, o quasi, tornerebbero a lavorare otto o dieci ore in fabbrica, a mettersi in coda la mattina e la sera, e in sostanza a rimanere schiavi del sistema della crescita con in più l’inconsapevolezza di lavorare per guadagnare denaro che è prodotto da pochi padroni del vapore che ce lo vendono a carissimo prezzo.”…
    ma non si potrà piu’ tornare indietro.
    Quello stile di vita nolente o dolente sta per finire.
    Ricordiamocelo

  • geopardy

    Il picco del petrolio, se eventualmente fosse reale, non rappresenterebbe altro che l’ennesimo aspetto di un super sfruttamento delle risorse da parte di questo sistema, anzi, forse proprio la causa prima di un tale dissennato sviluppo, essendo stata, per molto tempo, una risorsa a bassissimocosto costo, in più facilmente reperibile e tutto fa presumere che così sia stato.

    La colpa non sarebbe, comunque, del petrolio in senso stretto, ma dell’illusione che si è generata nella storia moderna, che essa fosse una fonte inesauribile e, nonostante quello che si dica, non intravedo un suo degno sostituto.

    Ammesso che sia già stato raggiunto il picco, ma anche se non fosse prima o poi avverrebbe, minerebbe certamente dalle fondamenta questo sistema, ma, secondo me, il problema sta ancor di più nella paradossale accumulazione di ricchezza da parte dei pochi che, anche in presenza di una fonte sostituibile, rallenterebbe soltanto i problemi generati da un siatema di pura accumulazione con conseguente speculazione, infatti, questo sistema era ancor più sfruttatore quando a muovere le macchine era il vapore.

    Non è che la maggioranza dei popoli stesse meglio quando il petrolio era a buon mercato, semplicemente, non era destinata ad essi tale ricchezza.
    Ora se oggi come oggi, qualche popolo potrebbe stare meglio con l’aumento del prezzo del greggio, gli fanno guerra in tutti i modi, perchè la leaderhip vuole essere lei e solo lei ad usufruire delle eventuali ricchezze residue.

    Il problema è, secondo me, principalmente questo, ma è intrinseco al sistema.

    Il petrolio a buon mercato ha semplicemente permesso alle società cosiddette più sviluppate (senza nulla togliere alle lotte durissime sostenute dalle varie generazioni per i diritti, che oggi ci stanno togliendo e che non erano certamente mosse dal desiderio di istituire una simile globalizzazione), di poter innescare la mondializzazione attraverso un’ era di consumi “illimitati”.

    Se tutto ciò va in crisi, meglio per tutti, prima o poi lo capiremo.

    Ciao

    Geo

  • Hamelin

    Bell’articolo!Finalmente si inizia ad arrivare a capire che queste proteste non servono ad un Quazzo…anzi sono di gran lunga utili al sistema che in effetti legittimano.Lo scopo di chi comanda é sempre stato Ordo Ab Chaos…Creando il Caos ( che aumenta con queste specie di manifestazioni ) loro poi si imporranno per portare l’ordine…Mi chiedo se la gente che va a manifestare contro i tiranni banchieri….abbia ancora soldi in banca ed utilizzi ancora il sistema bancario…Questa la direbbe tutta sulla bontà delle proteste…Purtroppo per come la penso la gente non é ormai piu’ in grado di ribellarsi al di fuori della logica del sistema…La sua ribellione é un aforma programmata del sistema stesso.Anche perché il sistema ha speso forti energie per piegare l’animo umano ai suoi voleri cosicché un uomo quanda guarda un altro uomo non lo riconosce come se stesso ma come un entità diversa.Anni di egoismo , disprezzo, competizione sfrenata , consumismo sfrenato , sprechi mancanza di pietà hanno corrotto fortemente l’animo umano.E’ per questo che la gente quando cerca un alternativa la ricerca sempre e solo nel sistema.Perché ormai non sa piu’ fare altro.Non riesce piu’ a pensare a se stessa ed al mondo in una logica diversa da quella che non sia stata imposta dal sistema stesso.

  • glab

    bah! ste attività colorate a me mi puzzano di “manovra di potere” ovvero:
    prima che l’opposizione (al potere imperante) sia vissuta dallo spirito del popolo è meglio occuparne gli spazi espressivi con figuranti appositi.

  • Onilut

    Esatto. Provate a guardare un qualsiasi tg e contate quante volte viene pronunciata e scritta la parola “precario”. “Tu sei un precario?” domanda l’intervistatrice. E il tizio di turno reclina il capo, fa uno sguardo molle però poi, tutto ringalluzzito e con una certa fierezza, dice: “Sì, sono precario”. Ma Cristo Santo! Precario rispetto a cosa? Rispetto a chi? Al lavoro? Al salario? Ti piglierei a ceffoni. Il piatto della solita vecchia sbobba ti traballa davanti e tu con la tua cannuccia precaria non riesci a trangugiare la brodaglia? Smettetela di definirvi precari. Siete anzitutto esseri umani e dovete pretendere qualcosa di COMPLETAMENTE NUOVO. Altrimenti non resterete che pecorelle, deliziose pecorelle mansuete. Governate da porci.

  • Roma

    Non ci siamo assolutamente caro Lo Monaco.
    Dal suo articolo emerge il sogno di una nuova società e di nuovi valori. Ma le chiedo: quali in concreto? Perchè le parole e le utopie sono tutte belle e intelligenti, ma la realtà è molto più dura di qualsiasi teoria.
    Purtroppo, e ripeto purtroppo, ho il presentimento che il futuro che ci attende sarà di sanque, dolore e sudore. In principal modo per la stragrande maggioranza di persone che in questo secolo dell’oro sono riuscite, nei Paesi occidentali, ad affrancarsi dalla povertà endemica e dalla schiavitù.
    Perchè dietro a questo sistema che tutti giudichiamo marcio, ma che ha portato (nell’occidente) il benessere, l’enorme allungamento della vita media per tutti, condizioni igienico-sanitarie che nemmeno immaginavano i nostri nonni, dietro a questo sistema c’è il buio della povertà e della carestia.
    I nostri nipoti non avranno sicuramente più l’assillo di lavorare 10 ore al giorno e di stare in coda in mezzo al traffico, ma avranno l’assillo delle malattie, delle violenze del ricco, dell’ignoranza e della violenza connessa all’ignoranza, in poche parole: sarà il MEDIOEVO!
    O speriamo che le masse prendano il controllo dei fattori di produzione? E soprattutto, speriamo che le masse siano in grado di far funzionare i fattori di produzione? Magari comandati da un bell’ufficio politico stile Politburo?
    Su, queste utopie qualche sfortunato le ha già sperimentate nel XX° secolo, e sappiamo come è andata a finire e come hanno vissuto in 70 anni di regime….

  • geopardy

    Se non solidarizziamo tra di noi allora siamo sconfitti prima di iniziare qualsiasi tetativo.

    La satira è sicuramente meglio della guerriglia, a meno che non ci sia costretti per sopravvivenza.

    Questo è il principale motivo per cui continuiamo a prendercelo nel di dietro, dividi et impera si diceva in questa penisola nel momento di massimo potere da noi mai raggiunto.

    Sospettiamo sempre l’uno dell’altro e non riconosciamo neanche quando l’altro cerca il bene collettivo.

    Basta!

    L’ora di essere uniti sta giungendo, vedrai che da tutto questo, prima o poi, qualcosa di buono verrà fuori.

    Alla manifestazione la stragrande maggioranza non è colorata come potrai ben vedere dalla tua comoda poltrona di fronte al televisore.

    Ciao

    Geo

  • geopardy

    Ti stai fermando al mero taglio televisivo, non me lo aspetterei da un frequentatore di internet e per di più di siti di informazione alternativa.
    Ti assicuro che lì c’è tantissima gente non precaria, nel senso che intende il giornalista, anche se con il sistema che vogliono instaurare il precariato sarà per tutti o quasi tra non molto, è la loro nuova trovata economica quella di precarizzare i popoli.

    Sono d’accordo con te con il sentirsi esseri umani e di pretendere qualcosa di nuovo, naturalmente.

    Per il resto odio queste definizioni sistemiche anch’io, ma non sottovalutare il taglio che vorrebbero dare a questa manifestazione come del resto ti ho già scritto sopra.

    Agli eventi se si vuole avere una visione più corretta bisogna esserci, altrimenti si rischia di cadere nella trappola dei mass media embedded.

    Ciao

    Geo

  • geopardy

    Mi ha telefonato or ora mia moglie che è presente alla manifestazione e mi ha riferito di gruppi vestiti di nero e con enormi mazze in pugno che stanno tentando di far dgenerare il corteo (i famigerati “black blok “, poi risultati in gran parte, precedentemente, infiltrati della polizia) distruggendo varie cose lungo il percorso.

    La satira e la pace proprio non la digeriscono,

    Ciao

    Geo

  • glab

    sarei molto lieto di essermi sbagliato.
    ps: a casa mia la tv è stata sbattuta furi molti anni fa.

  • dana74

    ecco appunto, stavo in pensiero se non spuntavano.
    C’è più criminali nella polizia che in galera.

  • dana74

    bell’analisi, decisamente completa.

  • mikaela
  • geopardy

    Bel gesto quello di sbattere fuori la televisione da casa.

    Dovrebbero farlo tutti per la qualità a cui è giunta.

    Ciao

    Geo

  • alvise

    Come sarebbe a dire “e ora!”. Ora sta al governo muovere. Con tutte le contraddizioni e le critiche per quello che è successo a roma, senza colpe di chi voleva protestare pacificamente, la mossa è stata fatta dalla gente, ora il governo è sotto scacco e si deve difendere, di pezzi per difendersi ne ha, visto che siamo agli inizi della partita, inizi nel senso degli indignati. Ecco la risposta a “e ora”, noi stiamo aspettando la mossa per fare la contromossa, oppure gettiamo giù il re, che negli scacchi significa di aver perso.