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FLASH! NOTIZIA APPENA ARRIVATA! …

… LA GUERRA FREDDA NON E’ STATA UNA LOTTA TRA GLI STATI UNITI E L’UNIONE SOVIETICA

DI WILLIAM BLUM
Killing hope

È stata una lotta fra gli Stati Uniti e il Terzo Mondo. Si trattava di gente in tutto il Terzo Mondo che lottava per cambiamenti politici ed economici contro regimi repressivi appoggiati dagli USA, oppure che creava i propri governi progressisti. Questi atti di autodeterminazione non coincidevano con le necessità dell’élite di potere americana, e così gli Stati Uniti passarono a schiacciare questi governi e movimenti anche se l’Unione Sovietica non svolgeva praticamente alcun ruolo in tali scenari (È notevole il numero di persone che si prendono gioco delle teorie cospirative ma che hanno accettato senza discussioni l’esistenza di una Cospirazione Comunista Internazionale).

I funzionari di Washington naturalmente non potevano dire che stavano intervenendo per bloccare il cambiamento economico o politico, così l’hanno chiamata “lotta contro il comunismo”, lotta contro una cospirazione comunista, lotta per la libertà e la democrazia. Tutto questo mi torna in mente per via di un recente articolo sul Washington Post relativo al Salvador. Riguardava due uomini che erano stati in campi opposti nella guerra civile del 1980-1992. Uno era José Salgado, che era stato un soldato del governo, ed è ora il sindaco di San Miguel, la seconda città del Salvador.

Salgado abbracciò entusiasticamente le tattiche di terra bruciata dei suoi capi militari, riferisce il Post, perfino i massacri di bambini, anziani, malati – interi villaggi. Salgado di ricordare che gli veniva detto che tutto era in nome del respingere il comunismo. Ma adesso è ossessionato da dubbi su quello che vide, su quello che fece, e perfino sul motivo per il quale combatté. Una guerra appoggiata dagli USA che all’epoca fu definita come una battaglia contro il comunismo ora da ex soldati del governo ed ex guerriglieri viene vista, più che un conflitto ideologico, come una battaglia sulla povertà e diritti umani fondamentali.

“Noi soldati fummo imbrogliati,” dice Salgado. “Ci dissero che la minaccia era il comunismo. Ma io guardo indietro e mi rendo conto che lì non erano comunisti quelli che combattevamo – eravamo solo povera gente di campagna che ammazzava povera gente di campagna.”

Salgado dice che una volta pensava che i guerriglieri sognassero il comunismo, ma ora che quegli stessi uomini sono suoi colleghi negli affari e nella politica, sta imparando che volevano quello che voleva lui: prosperità, una possibilità di farsi strada nel mondo, libertà dalla repressione.

Tutto ciò rende quello che vedono intorno a loro oggi ancora più straziante e frustrante. Con tutti i loro sacrifici, il Salvador è ancora fra i paesi più poveri nell’emisfero occidentale – più del 40 per cento dei salvadoregni vive con meno di 2 dollari al giorno, secondo le Nazioni Unite. Il paese è ancora tormentato dalla violenza, ancora segnato dalla corruzione. Per alcuni rimane la domanda: ne valeva la pena?

“Abbiamo dato il nostro sangue, abbiamo ucciso i nostri amici e, alla fine, le cose vanno ancora male”, dice Salgado. “Guardate tutta questa povertà, e guardate come la ricchezza è concentrata solo in poche mani.”

I guerriglieri che Salgado un tempo combatté vivono con gli stessi dubbi. L’ex guerrigliero Benito Argueta lamenta che il futuro non è andato come sperava. Anche se alcune fazioni della coalizione di eserciti guerriglieri che lottarono nella guerra civile erano marxiste, ha dichiarato, l’ideologia non ebbe niente a che fare con la sua decisione di prendere le armi e lasciare la fattoria dove suo padre guadagnava solo pochi colon per un lavoro massacrante. Né l’ideologia ebbe un ruolo nel motivare i suoi amici nell’Ejército Revolucionario del Pueblo. Ricorda che lottava “per un pezzo di terra, per la possibilità che i miei figli potessero un giorno andare all’università.”[1]

Il governo salvadoregno non avrebbe mai potuto combattere la guerra distruttivamente e a lungo come fece senza un massiccio afflusso di aiuti militari e addestramento da Washington – valore stimato: sei milioni di dollari; 75,000 salvadoregni morti; circa 20 americani uccisi o feriti in combattimento; i dissidenti ancora oggi devono temere squadre della morte di destra; praticamente nessun cambiamento sociale significativo nel Salvador; i poveri rimangono come sempre; una piccola classe di ricchi ancora possiede il paese. Ma non importa. Il “comunismo” è stato sconfitto, e il Salvador resta un membro leale dell’impero, che invia truppe in Iraq.[2]

Questo non ha un interesse semplicemente storico. In Colombia ancora infuria una guerra civile. I soldati del governo e un gran numero di paramilitari di destra, con l’indispensabile e perenne appoggio militare degli Stati Uniti, combattono il “comunismo”, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Le perdite hanno superato da molto tempo quelle del Salvador. L’ironia è monumentale, poiché fra quelli etichettati come “comunisti” un pugno fra i più vecchi 10 o 20 o 30 anni fa potrebbero essersi immaginati come gli eredi di Che Guevara, ma da molto tempo ormai la motivazione primaria di queste forze paramilitari “di sinistra” sono i profitti di droghe e rapimenti, la vendetta per la morte dei loro compagni, e rimanere in vita ed evitare la cattura. Un giorno i sopravvissuti dalle due parti potrebbero ben esprimere sentimenti e rimpianti simili ai salvadoregni di cui sopra, chiedendosi che accidenti di senso ci sia mai stato, o almeno chiedendosi quale fosse l’ossessivo interesse degli Stati Uniti per il loro paese (per chi potrebbe esserselo dimenticato, andrebbe notato che l’Unione Sovietica non esiste più dal 1991).

E, un giorno, anche i sopravvissuti di tutte le parti della “guerra al terrorismo” di Washington potrebbero chiedersi chi fossero i veri terroristi.

I tedeschi devono imparare a uccidere

Nell’edizione del 5 settembre 2005 di questo rapporto ho scritto dei decenni di sforzi degli Stati Uniti per svezzare il Giappone dalla sua costituzione pacifista adottata dopo la seconda guerra mondiale e dalla sua politica estera e rimetterlo sulla retta via di essere di nuovo una potenza militare, agendo in coordinamento con le esigenze di politica estera degli USA.

Da alcuni anni naturalmente gli Stati Uniti hanno avuto in mente lo stesso obiettivo per l’altro loro maggiore nemico nella seconda guerra mondiale. Ma fatti recenti indicano che Washington potrebbe star perdendo la pazienza con il livello di sottomissione della Germania all’abbraccio dell’impero. La Germania si è rifiutata di inviare truppe in Iraq e ha inviato in Afghanistan solo forze non combattenti, ancora non abbastanza per gli amanti della guerra al Pentagono e per i loro alleati della NATO. La principale rivista tedesca, Der Spiegel, ha recentemente riferito quanto segue:

A una riunione a Washington, funzionari dell’amministrazione Bush, parlando nel contesto dell’Afghanistan, hanno rimproverato aspramente Karsten Voigt, rappresentante del governo tedesco per i rapporti tedesco-americani: “Vi concentrate sulla ricostruzione e sul peacekeeping, ma le cose sgradevoli le lasciate a noi.” […] “I tedeschi devono imparare a uccidere.”

Un ufficiale britannico ha detto a un ufficiale tedesco al quartier generale della NATO: “Ogni fine settimana noi mandiamo in patria due bare di metallo, mentre voi tedeschi distribuite pastelli e coperte di lana.”

Un collega canadese della NATO ha osservato che era ormai tempo che “i tedeschi lasciassero i loro dormitori e imparassero come uccidere i Talebani.”

Bruce George, il capo della Commissione difesa britannica, ha detto “alcuni bevono tè e birra e altri rischiano le loro vite.”

E a Quebec, un ufficiale canadese ha detto a un ufficiale tedesco: “Noi abbiamo i morti, voi bevete birra.”[3]

Eppure in molti altri contesti dopo la fine della guerra i tedeschi non sono riusciti a separarsi dall’immagine di mostri e assassini nazisti.

Verrà il giorno in cui gli insorgenti Talebani e iracheni saranno derisi dal “mondo libero” perché vivranno in pace?

Secondo il diritto internazionale dovrebbe essere legale criticare lo stato di Israele?

”On Faith” [“Sulla fede”], una rubrica internet del Washington Post e della rivista Newsweek, ogni settimana pone domande a un panel di più di 50 persone appartenenti al mondo religioso. Una domanda recente è stata “Si può essere critici di Israele e non essere antisemiti?”

Jonathan Sarna, professore di storia ebraica americana alla Brandeis University ha risposto: “Molto dipende dai motivi della critica. Oggi è facile trovare critici indegni. […] le loro voci stridule non sono né moderate dall’amore né venate di tristezza. Il loro desiderio è vedere distrutto lo stato ebraico. I critici degni, al contrario, sono più scarsi. […] le loro parole mescolano la lode al rimprovero. Parlano direttamente, tristemente, e sempre con dolore.”[4]

Eccoci qua. Una domanda tanto evidentemente ridicola che non dovrebbe essere neanche proposta da due giganti mediatici o da chiunque altro abbia una qualche pretesa intellettuale, ma viene proposta per via dell’incessante pressione della lobby israeliana negli Stati Uniti e in tutto il mondo. E riceve poi una risposta appropriatamente ridicola.

Si può esprimere riserve su un decreto papale e non essere anticattolici? Si può essere critici dei pellegrinaggi alla Mecca, che spesso finiscono in tragedia, e non essere antislamici? Si può essere critici della negligenza africana riguardo all’AIDS e non essere razzisti?

Perché chiunque nel mondo critichi la guerra degli USA in Iraq deve essere innamorato degli Stati Uniti? Per essere presi sul serio – essere giudicati “degni critici” – devono nella stessa frase offrire qualche sorta di lode per gli Stati Uniti? Dobbiamo giudicare che chi non lo fa desidera vedere distrutto lo stato americano? Chi sta in Palestina e il Libano, e sulle sue teste e sulle sue case cadono le bombe israeliane, può essere un degno critico delle politiche israeliane? Non stanno parlando “direttamente, tristemente, e sempre con dolore”?

40° anniversario della Marcia sul Pentagono, il prossimo 17 marzo; un estratto dalle memorie di William Blum.

Il 21 ottobre 1967 la marcia sul Pentagono, certamente uno degli atti di protesta e disobbedienza civile più straordinari e imponenti nella storia – il governo acquattato nelle sue trincee di fronte a un audace assalto alla sede del suo potere ad opera dei suoi stessi cittadini; una dimostrazione molto più grande dei Bonus Marchers del 1932 (quei veterani della prima guerra mondiale colpiti dalla depressione che chiedevano il pagamento dei loro certificati premio [“bonus”] del governo SUBITO, non in un qualche futuro illusorio – la gente pacificamente riunita per chiedere al governo soddisfazione per le loro richieste, schiacciata violentemente e in modo umiliante da truppe federali sotto il comando di un generale chiamato MacArthur, e del suo aiutante chiamato Eisenhower, e del loro ufficiale subordinato chiamato Patton.)

Dopo un entusiasmante concerto di Phil Ochs al Reflecting Pool, circondato da 150.000 dei suoi più intimi amici, la maggior parte dei dimostranti marciò sul Memorial Bridge verso la fabbrica della guerra. Indimenticabile: il tetto del Pentagono quando il colosso cominciava a profilarsi e noi marciavamo sempre più vicini – i soldati di guardia, distanziati sul tetto da un’estremità all’altra, armi pronte, immobili, che ci osservavano dall’alto con tutta la maestà di guerrieri di pietra o dèi in cima a un tempio classico greco. Per la prima volta quel giorno mi chiesi – non senza eccitazione – in che situazione mi stavo cacciando.

Era completamente diversa dalla mia prima protesta al Pentagono. Questo non era un gruppo di pacifisti quaccheri e nonviolenti giurati, che potevano far emergere il lato meno macho perfino dei militari professionisti, e che sarebbero stati ricevuti con cordialità alla mensa del Pentagono. Oggi eravamo benvenuti e al sicuro come agenti dell’antidroga a un raduno di motociclisti. Fra di noi c’erano molti che ai ragazzi al Pentagono dovevano prudere le mani dalla voglia di mettergli le mani addosso, come quelli del Committee to Aid the National Liberation Front [Comitato di aiuto al Fronte di liberazione nazionale], con le loro bandiere Vietcong, e dell’SDS, e di altri gruppi “antimperialisti”, che quel giorno restarono coinvolti in alcuni dei primi scontri.

In netto contrasto a questo genere di dimostranti c’erano gli illuminati come Norman Mailer, Marcus Raskin, Noam Chomsky, Robert Lowell, Dwight McDonald – uomini in abiti scuri, camicie bianche e cravatta come per allontanare gli spiriti maligni con la croce della rispettabilità.

Nel vasto parcheggio dove all’inizio eravamo confinati l’ostilità aperta fu tenuta sotto controllo, ma era chiaro che la pace era profonda solo pochi centimetri. Si verificarono ripetuti falò di cartoline precetto – una vera performance, con le cartoline fiammeggianti tenute alte ed esibite dritte sotto gli occhi dei soldati, i cui volti erano mascherati in una studiata indifferenza. Anche se questo presagiva un conflitto di dimensioni imprevedibili, trovavo entusiasmante vedere tutti questi giovani che agivano tanto impavidamente secondo i propri principi. mi dispiaceva di essere troppo vecchio per avere una cartolina da bruciare.

Si accesero sparse sacche di confronto, che presto si svilupparono in scontri più estesi e seri. In un punto una discussione informale sul Vietnam con i soldati fu dispersa dalla polizia militare con i manganelli. Più tardi entrarono in scena dei paracadutisti della 82ª divisione aerotrasportata, veterani del Vietnam, baionette inastate, faccia a faccia infine con questa gente di cui avevano sentito tanto parlare, i piccoli figli di puttana privilegiati il cui continuo strillare di diritto internazionale e moralità e Dio sa cos’altro dava aiuto e conforto al nemico, i piccoli, vigliacchi, mocciosi renitenti che sguazzavano nel sesso e nella droga mentre i soldati sguazzavano nel fango e nella morte (e anche loro nella droga).

I paracadutisti procedettero a prenderci a calci in culo – dopo il Vietnam questa era una passeggiatina – e molti dimostranti contusi e malmenati furono portati via verso i cellulari in attesa, contribuendo a portare a quasi 700 il numero totale degli arrestati in quel giorno. I dimostranti, la cui unica difesa era quella di tenersi sotto braccio, chiesero ai soldati di ritirarsi, di unirsi a loro, di agire anche solo da esseri umani, gridando attraverso un megafono: “I soldati non sono il nostro nemico, il nostro nemico è chi prende le decisioni.” Anche se era un’affermazione sincera, il suo mancato effetto sugli aggressori fece cedere il posto a rabbiose, impotenti imprecazioni come “bastardi” e “figli di puttana”.

Io non avevo granché da ridire all’idea il vero nemico fossero i capi, ma avevo una vera difficoltà con le
espressioni di “amore” per i soldati che alcuni sciocchi hippy si lasciarono sfuggire. I soldati, dopo tutto, avevano preso delle decisioni, proprio come altri della loro generazione avevano optato per la renitenza alla leva o per il Canada. Questi soldati, in particolare, venivano freschi dai campi della morte. L’idea di “responsabilità individuale” non è solo uno slogan conservatore.

Diversi testimoni oculari dissero alla Washington Free Press che in altre aree del “campo di battaglia” avevano visto ben tre soldati abbandonare armi ed elmetti e unirsi alla folla, e che almeno uno di loro era subito dopo stato preso e trascinato nel Pentagono dalla polizia militare. A successivi tentativi di ottenere dal Pentagono informazioni su questi soldati fu risposto di no.[5]

Nessuna prova è come la mancanza di prove

”I pazienti di AIDS che soffrono di nevralgia debilitante fumando marijuana ottengono un sollievo pari o maggiore di quanto tipicamente ne ricaverebbero da farmaci che necessitano di ricetta medica – e con minori effetti collaterali – secondo uno studio condotto in condizioni rigorosamente controllate con erba coltivata dallo stato.”[6]

E così, ancora un altro studio che illustra l’assurdità del fatto che negli Stati Uniti l’uso della marijuana è illegale. Resta da vedere se le forze anti-marijuana si prenderanno mai il disturbo di rispondere con uno dei loro fatui argomenti. Quello che preferisco è che “l’uso della marijuana conduce all’eroina”. Come fanno a saperlo? Beh, il 95% o il 97% di tutti quelli che usano eroina prima ha usato marijuana. È così che lo sanno. Naturalmente il 100% di tutti quelli che usano eroina prima hanno usato il latte. Quindi bere latte conduce all’eroina?

I peccati di omissione sono più insidiosi dei peccati attivamente commessi

Diane Rehm ha un ampio e leale uditorio alla National Public Radio, e penso faccia un lavoro piuttosto buono con le sue interviste di vasto respiro, ma questa donna ha un difetto radicato: non capisce molto bene l’ideologia – non distingue destra da sinistra, conservatore da liberale, liberale da radicale di sinistra, e così via. Molto spesso raduna un gruppo di ospiti per discutere di qualche problema assai controverso, e al suo interno non c’è una persona che abbia credenziali genuinamente di sinistra, o anche solo prossime alla sinistra; e da numerose osservazioni che le ho sentito fare, la mia ipotesi è che non sia perché abbia un pregiudizio conservatore, ma piuttosto perché ha una comprensione inadeguata di cosa distingue la destra dalla sinistra; anche se chiunque la aiuti a scegliere gli ospiti potrebbe essere ben consapevole di quello che fa.

Il programma del 27 febbraio, con qualcuno che aveva sostituito la Rehm, è un esempio significativo. L’argomento era l’Iran – tutti i controversi problemi che circondano quel paese erano sul tavolo. Al dibattito partecipavano: 1) un membro del Council on Foreign Relations (CFR), la più antica e più tradizionale istituzione privata che appoggia l’imperialismo USA; 2) un membro dell’American Enterprise Institute, che fa sembrare il CFR decisamente progressista; 3) un membro della Brookings Institution, che ideologicamente è alla pari del CFR. Il rappresentante della Brookings era Kenneth Pollack, ex analista della CIA e membro del personale del National Security Council, che sarà sempre ricordato (o almeno dovrebbe esserlo) per il suo libro del 2002: “The Threatening Storm: The Case for Invading Iraq” [“La minacciosa tempesta: il motivo buono per invadere l’Iraq”]. Possiamo non vedere l’ora che esca il suo prossimo libro, “Il motivo buono per il riscaldamento globale”?

In una società che a parole appoggia tanto il dissenso, la libertà di parola e pubbliche discussioni “equilibrate”, lo schieramento degli ospiti di Diane Rehm è tristemente tipico del mainstream. Si tratti della Commissione sull’11 settembre, dell’Iraq Study Group, della commissione del Congresso sull’assassinio di JFK, o di una qualsiasi delle altre commissioni d’inchiesta del Congresso negli anni, il punto di vista interrogativo, provocatorio e progressista non può quasi mai essere accettato nella buona società.

Il capitalismo ha superato la sua data di scadenza?

Il prigioniero ad Abu Ghraib in Iraq, in piedi su una scatola, un cappuccio nero appuntito sul volto, le braccia aperte, fili elettrici che gli pendono dalle dita, che portano ad altre parti del suo corpo mascherato… un simbolo, un’immagine iconica della guerra degli USA contro il popolo iracheno.

E adesso avremmo, se ne fosse disponibile una foto, quella che potrebbe essere un’immagine iconica della guerra degli USA contro il popolo americano, o almeno contro la sua sanità – un paraplegico, senza sedia a rotelle o deambulatore, che in un modo o nell’altro si muove lungo una strada di Los Angeles, con una sacca per colostomia che pende dal suo corpo miserando, trascinando con i denti una borsa con i suoi averi… Questo essere umano era stato portato dallo Hollywood Presbyterian Medical Center a un ospizio per senza tetto, che aveva rifiutato di accettarlo; l’uomo allora si era gettato in strada dal furgoncino dell’ospedale. Dei testimoni hanno detto che l’autista del furgoncino ha ignorato i loro gridi di aiuto e invece si è rifatta il trucco e si è messa il profumo prima di partire a razzo.[7]

Questo è uno dei diversi casi nel recente passato di “scaricamento senzatetto” a Los Angeles. È tutto molto comprensibile, da un punto di vista contabile. Gli ospizi per senzatetto hanno solo un certo numero di letti, gli ospedali hanno un budget e attivi e passivi devono stare in equilibrio. È ciò che accade quando un libero mercato in una società libera garantisce l’accesso alla Coca Cola ma non a cure sanitarie.

Doonesbury

Qualcuno ha notato come Doonesbury da quasi un anno è andato calando? Non solo la striscia di solito non è molto divertente, ma molto spesso non è neanche politica; un sacco di umorismo da sitcom. A chi serve? Ci sono tante altre strisce a fumetti da scegliere. Che è successo a Garry Trudeau?

William Blum
Fonte: http://www.killinghope.org
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer43.htm
05.03.2007

Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI

NOTE

[
1] Washington Post, 29 gennaio 2007, p.1

[2] Per ulteriori dettagli sul periodo della guerra civile vedi William Blum, “Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II” [edizione italiana “Il libro nero degli Stati Uniti”, Fazi editore], capitolo 54.

[3] Der Spiegel, 20 novembre 2006, p.24

[4] Washington Post, 24 febbraio 2007, p.B9

[5] “West-Bloc Dissident: A Cold War Memoir”, http://members.aol.com/bblum6/mem.htm

[6] Washington Post, 13 febbraio 2007, p.14

[7] Los Angeles Times, 15 febbraio 2007

Pubblicato da Davide