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FINITI STORICAMENTE, MA ZOMBIES ANCORA PERICOLOSI A LUNGO

DI GIANFRANCO LA GRASSA
Ripensare Marx

1. Destra e sinistra, almeno in Italia, rappresentano una “mappa” politica ormai storicamente finita, che dovrebbe aspettare solo la sua archiviazione. Tuttavia, i processi finiti dal punto di vista storico possono ancora durare a lungo e avere certamente degli effetti, ormai solo negativi e di marciume sempre crescente; un po’ come gli zombies, che sono morti ancora viventi e che ti possono mordere facendoti diventare come loro (per ucciderli definitivamente, è ben nota la necessità di sparargli una pallottola a frammentazione nel cervello). Oppure ricordiamoci del motto spesso citato da Marx: “Le mort saisit le vif” (il morto afferra il vivo). In ogni caso, non è mai storicamente semplice seppellire ciò che pure è ormai defunto, non ha più avvenire e produrrà solo effetti pestilenziali, del tipo dei miasmi che si levano dai cadaveri lasciati all’aria aperta a putrefare.
Ricordiamoci, a mo’ di esempio, il “socialismo reale”. Dopo la fase poststaliniana caratterizzata dall’improntitudine di Krusciov, una sorta di Gorbaciov ancora prematuro, ascese al potere in URSS Breznev, e ingessò il paese; da quel momento – e fu da allora che si parlò di “socialismo reale” – il processo iniziato nel 1917 si poté considerare definitivamente consunto in termini storici. Così lo trattò, a partire dalla fine degli anni ’60, l’althusserismo e, in particolare, il mio maestro francese Bettelheim; così ne scrissi anch’io – in quanto allievo di quest’ultimo – dall’inizio degli anni ’70. Tuttavia, il “socialismo reale”, in qualità di zombie, sopravvisse per un altro quarto di secolo, e produsse degli effetti (non tutti negativi, se si pensa alla guerra in Vietnam). Quando però crollò – e nessuno lo poteva prevedere, ed infatti non fu previsto nemmeno con un anno di anticipo – lo fece di schianto, senza nemmeno difendersi, e lasciò i vari paesi “socialisti”, URSS in testa, nel più totale caos e disgregazione per circa dieci anni (e ancora adesso si risentono gli esiti negativi di quel lungo periodo di “morte vivente”).

In Italia, la destra e la sinistra sono ormai cadaveri; eppure producono effetti, a questo punto direi tutti negativi, che si protrarranno per un periodo non prevedibile. Personalmente, propendo per una fascia temporale variabile tra i 5 e i 15 anni; ma si tratta di previsioni del tipo di quelle meteorologiche per il prossimo mese. L’unica certezza da me nutrita è che alla fine il “botto” arriverà; e, quanto più ritarderà, tanto più sconvolgente sarà.

Proviamo ad analizzare brevemente queste forze politiche. Intanto, però, chiarisco che non sono affatto fra quelli che affermano essere entrambi gli schieramenti, di destra e di sinistra, la stessa cosa. Si sente spesso dire: “sono tutti eguali”; no, non è proprio così, anche se naturalmente si tratta di agglomerati eccessivamente variegati, compositi, e perciò molti raggruppamenti dell’uno e dell’altro sono intercambiabili e con posizioni che si sovrappongono e confondono (ancor più di quanto si verifica negli USA tra repubblicani e democratici o tra conservatori e laburisti in Gran Bretagna, ecc.). In generale, però, non sono “tutti eguali”; nello stesso senso in cui non sono eguali masochisti e sadici. Sono anzi contrapposti, ma i sadici “richiamano” i masochisti e questi “esigono” i sadici. Per uscire dal perverso “mulinello”, è necessario eliminare gli uni e gli altri, farli uscire in qualche modo di scena. Spero che l’esempio – per quanto le analogie non siano mai del tutto perfette – serva a chiarire il problema.

2. Razzismo e odio verso il diverso sono umori diffusi nell’elettorato di destra, anche se non al 100% e per di più in qualche modo mascherati, assai malamente però e non sempre, da alcune forze politiche (a parte la Lega) che compongono lo schieramento politico destrorso. Non sono invece per nulla mascherati, anzi ostentati, il filoamericanismo e filosionismo. Su questo punto, l’atteggiamento è particolarmente odioso e irritante perché rozzo, settario, privo di qualsiasi minima problematicità; il che è anche dovuto al fatto che i tre quarti (e forse più) del personale politico della destra non è “professionale” (ed è quindi meno aduso all’ipocrisia e meno abile nel camuffarsi) e il ceto intellettuale è quasi assente, non esercita vera egemonia, si sente isolato e quindi arrabbiato e velenoso.

Bisogna però non indulgere in benevolenza a tal proposito nei confronti della sinistra, il cui personale politico è invece quasi tutto composto da professionisti (ex dei vari partiti di un tempo: PCI, DC, PSI, ecc.), e il cui ceto intellettuale, spocchioso e presuntuoso, è numeroso ed esercita una netta egemonia in tutti i mass media, malgrado – con abile propaganda – abbia convinto i più che “tutte le TV” sono, o almeno erano, in mano a Berlusconi (nemmeno alla destra, ma solo ad una persona specifica!). E’ vero il contrario; da quando è crollata la prima Repubblica, il controllo ideologico è spettato alla sinistra, ed in particolare ai rinnegati del fu PCI. Tutti i media sono intrisi di “politicamente corretto”, il cosiddetto “pensiero unico”, a cui tanti intellettual(oid)i hanno paura di opporsi per non essere considerati retrò. Con felice neologismo, si parla spesso di “buonismo” (il paradigma è quello scioccone, imbonitore superficiale, che ha nome Veltroni). I “buonisti” non sono per nulla buoni, hanno le unghie aguzze, ma nascoste; hanno la “leggerezza dell’essere”, sono ipocriti, con la lacrimuccia sempre pronta per nascondere la loro perversità effettiva; sono tanto “buoni” con i diversi da essere in fondo razzisti, perché li trattano come minorati con cui essere pietosi e caritatevoli; li trattano insomma come appartenenti a “specie protette”. I buonisti, quasi tutti di sinistra (o al massimo centristi), sono una sorta di WWF per esseri umani.

I sinistri sono più articolati dei destri in politica estera, ma in fondo filoamericani e filosionisti anch’essi. Fanno finta che la “cattiva” America sia quella di Bush (ma D’Alema tiene buoni rapporti con “Condy”, la Rice). Chi sta dietro alla politica americana di (almeno perseguita) supremazia globale, cioè le grandi concentrazioni di potere finanziario e industrial-militare, è bellamente trascurato; basterebbe solo che cambiasse la Presidenza e si potrebbe essere di nuovo non semplicemente amici, di più ancora (cioè servi), degli USA. Intanto, però, finché dura Bush, si fa finta di essere “preoccupati”, ma non ci si stacca dagli Stati Uniti (“grande nazione e grande democrazia”, che ha quindi tutte le risorse per tornare ad essere il “faro dell’occidente”); e ci si barcamena anche con Israele, cercando di sorridere pure agli arabi, ma non agli estremisti, bensì a quelli moderati, ragionevoli. Insomma, l’ipocrisia classica, ben nota a tutti coloro che hanno testa per ragionare e occhi per vedere. Gli ipocriti, per le persone intelligenti, sono i più pericolosi; irritano di meno, fanno salire il sangue agli occhi un minor numero di volte, ma sono quelli da cui guardarsi veramente, perché sanno mentire e ingannare gli sprovveduti.

Per decifrare tale ipocrisia, per leggere il reale atteggiamento della sinistra, non ci si può fermare al palcoscenico in cui i suoi politici recitano (da guitti, ma sempre meglio degli altri); è necessario frugare e rovistare dietro le quinte. Ci si accorge allora che l’establishment italiano, per quanto internamente scosso da conflitti, è sufficientemente unito nel preferire il Governo di centrosinistra. Il patto di sindacato della RCS – 15 fra i più grandi capitalisti italiani, fra cui Montezemolo, Tronchetti, Della Valle, Merloni, Ligresti, Bazoli (Intesa), Profumo (Unicredit), Geronzi (Capitalia), e altri (anche Benetton, pur se non è nel patto di sindacato) – è quello che ha dato unanimemente il via all’editoriale di Mieli sul Corriere (8 marzo di quest’anno), in cui si invitava a votare il centrosinistra. Inoltre alcuni dei succitati, più altri ancora del tipo di Passera (a.d. di Intesa ed oggi della cosiddetta SanIntesa), hanno pubblicamente ostentato il loro recarsi alle urne per le “primarie” di investitura di Prodi quale leader dell’Unione.

Il più grosso colosso finanziario, che sta nascendo dalla fusione di Intesa e San Paolo, è guidato dai cattolici Bazoli e Salza, notoriamente “amici” di Prodi; al di là dei legami personali, sempre transitori a quei livelli, sta il fatto che la grande concentrazione finanziaria italiana appoggia, come suoi mandatari politici, i gruppi di sinistra, storcendo il naso – ma senza strafare per il momento – di fronte alla “scarsa cultura di mercato” dei settori della sinistra detta estrema (da sfruttare, però, sino in fondo, come vedremo più avanti). La stessa posizione tiene Montezemolo, che intanto – grazie allo statalismo di questa sinistra – si fa fare nuovi regali con la cosiddetta mobilità lunga (di fatto un prepensionamento), ancora una volta con la rottamazione, ecc.

Infine, e a questo volevo intanto arrivare, la nuova grande concentrazione finanziaria della SanIntesa è intrecciata con quella americana, ad es. con la ben nota Goldman Sachs. Sintomatico il tentativo, per ora fallito (ma solo per ricominciare le trame), di impostare un piano – quello che portava il nome di Rovati, fintamente ignorato da Prodi, piano che aveva alle spalle altri due ex dirigenti della già citata banca d’affari statunitense (uno dei quali è viceministro dell’economia) – per impadronirsi di fatto della Telecom, tramite la “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti. Ancora una volta lo statalismo, che la sinistra imbrogliona fa passare per “interesse collettivo”, avrebbe aperto poi la strada alla SanIntesa (degli “amici” mandanti di Prodi) e alle Fondazioni bancarie, sempre con la “supervisione” della finanza americana; in ultima analisi, si sarebbe formata una grossa concentrazione finanziario-massmediatica, fortemente collegata alla parte prodiana del centrosinistra, concentrazione di gran lunga più potente del presunto – e propagandato dalla sinistra – centro di potere del “cavaliere nero”.

Sia per contrasti interni alla parte industriale (Tronchetti e Benetton recalcitranti con Montezemolo che non poteva esporsi troppo), a quella finanziaria (Unicredit, Capitalia e Montepaschi lasciati troppo in disparte dalla finanza “cattolica”) e a quella politica (gran parte dei diessini sospettosi di simili manovre prodiane), l’operazione è saltata; ma non si creda che sia stata abbandonata malgrado si sviluppi assai più copertamente e in nuove forme, e con in parte nuovi protagonisti. E’ comunque evidente a chi segue un po’ queste vicende, che esse si svolgono tutte – per quanto concerne l’ambito politico – all’interno dei vari comparti del centrosinistra. E poiché, come rilevato, esse hanno un preciso legame con la finanza del paese dominante, si ha una prova ben netta che lo schieramento politico in questione è assai più pericolosamente filoamericano di quanto non appaia (grazie alla copertura dei distinguo e “smorfie” nei confronti dell’amministrazione Bush). Detto per inciso, la Goldman Sachs è bipartisan, ha ficcato suoi uomini (ufficialmente ex, com’è ovvio) nell’entourage di Clinton come in quello di Bush; oltre ad aver ben occupato importanti poltrone nel nostro Governo attuale, nella Banca d’Italia (addirittura al vertice), ecc.

3. La politica interna, in particolare quella economica che ha pesanti riflessi su gran parte della popolazione italiana, è manovrata dalla sinistra. Con una piccola maggioranza di voti, essa ha occupato tutte le cariche istituzionali, e grazie al decantato spoil system (che negli USA ha un significato profondamente diverso, data la divaricazione e antagonismo assai minori esistenti tra repubblicani e democratici) sta mettendo i suoi uomini in tutti i gangli decisivi del potere politico, economico e anche militare (si stanno in questo momento precisando una serie di nomine nuove ai vertici delle Forze Armate, e tutte di un “colore”). Sono stati cambiati, in modo del tutto unilaterale, i vertici dei servizi di sicurezza (uno dei nominati ha perfino avuto rapporti con la Nomisma, società privata messa in piedi da Prodi). Infine, ci si sta apprestando a mettere le mani pure sull’Ansa, la principale agenzia stampa italiana. Incredibile poi l’azione di compravendita di politici, in particolare di senatori (in cui si distinguono, per la verità, entrambi gli schieramenti, con prevalenza però del centrosinistra) e il tentativo di provocare altri “ribaltoni”.

Del tutto evidente la smania dell’UDC, o almeno di sue maggioritarie componenti, di passare “a sinistra” (rafforzando il centro di tale schieramento). Particolarmente disgustoso il tentativo, compiuto in particolare dai diesse (con Chiti in avanscoperta), onde trattare un cambio di schieramento da parte della Lega. Già nel 1994 si procedette a questa truffaldina operazione; ed è ben nota l’infelice uscita di D’Alema: “La Lega è una costola della sinistra”, poiché si tratterebbe di una forza popolare, come se non lo fossero stati anche ampi movimenti fascisti e nazisti degli anni ’20 e ’30. Dopo il primo flirt, la Lega venne definita dalla sinistra, per circa un decennio, come razzista, ottusa, ferocemente reazionaria. E sia chiaro che a mio avviso è proprio così: i leghisti vanno indicati per quello che sono dal punto di vista dell’orientamento ideologico, oltre ad essere profondamente rozzi e incolti, tendenzialmente violenti. Se non si trattasse di una organizzazione assai limitata regionalmente (non certo nazionale) e priva, malgrado le furbizie di Bossi (quand’era sano), di una “testa strategica” in grado di guidarla, i leghisti assomiglierebbero molto alle SA di Röhm nel 1933, che avevano però alle spalle la visione di più ampio respiro delle SS e che da queste furono poi in gran parte eliminate (a partire dal loro capo) quando erano ormai servite allo scopo.

Appare perciò particolarmente schifoso il tentativo della sinistra (in particolare dei DS) di accreditare nuovamente tale movimento; non mi sembra di grande rilevanza che ci si riesca o meno, è invece da tenerne conto poiché si tratta della migliore e più chiara dimostrazione che questa sinistra non ha alcun principio se non quello dell’occupazione di tutti i posticini di potere politico, centrale e locale, allo scopo di dimostrare ai potentati finanziari e industriali di cui sopra di essere in grado di servirli adeguatamente, e di non far sorgere quindi in loro la tentazione di sostituirli. Comunque, si tratta di operazioni di “potere” (quelle dei servi) che non fanno altro se non corrompere vieppiù l’intero tessuto sociale e politico, preparando avventure difficilmente prevedibili nei loro tratti precisi, ma certamente di una gravità e di una forza eversiva di pericolosa portata.

E’ in ogni caso bene, a questo punto, lasciar perdere le annotazioni polemiche più contingenti e puntuali per tentare di comprendere il disegno complessivo che è stato abbozzato dai cosiddetti poteri forti, con i loro scherani e sicari politici al seguito. E’ bene però tener presente alcune questioni onde meglio capire la schematicità e il semplicismo di tale disegno e la sua non facile realizzabilità. Innanzitutto i poteri forti non sono compatti, bensì fra loro conflittuali; così come lo sono i loro referenti internazionali, in particolare i potentati del paese dominante centrale. Dopo aver distrutto per via giudiziaria, sempre in collegamento con determinati ambienti americani, il vecchio regime DC-PSI, tali poteri hanno a disposizione un personale politico di una inettitudine e impreparazione che sorprende ogni giorno di più. Si tenga poi presente la mancanza di vedute strategiche degli agenti (sub)dominanti italiani, fondamentalmente costituiti da organismi finanziari – in crescente concentrazione ma senza grandi progetti di ampio respiro, e sempre succubi dei loro simili statunitensi – e da grandi imprese industriali decotte, attive soprattutto in settori non certo di punta, non quelli della “nuova rivoluzione” fondata su informatica, telecomunicazioni, aerospaziale, biotecnologie, ecc. La classe dirigente economica è tanto poco efficiente e di vedute ristrette quanto scadente è il personale politico (e intellettuale) – sia pure quello “professionale” di centrosinistra – che essa appoggia e alimenta.

4. Il progetto di fondo perseguito è in buona parte quello desiderato dalle nostre cosche dominanti – che accettano di sottostare alla direzione di potenti gruppi statunitensi – fin dall’operazione “mani pulite”, posta in essere quando non vi è stata più la spina nel fianco rappresentata dal “campo socialista” dissoltosi pochi anni prima. Malgrado tutto il gran pavoneggiarsi della principale grande impresa italiana – con la sua “qualità totale”, le innovazioni di processo di tipo giapponese (il famoso ohnismo o toyotismo) e altre bufale simili, non lontane da quelle che probabilmente ci vengono raccontate oggi con i miracoli del “borghese buono” Marchionne (così definito da Bertinotti l’intelligentone) – le sunnominate cosche nostrane vogliono da allora trovare il loro equilibrio e i loro spazi subordinati all’interno dell’incontrastata supremazia americana.

Tutto il “terrorismo” fatto intorno al problema della necessità di abbattere il debito pubblico e ridurre drasticamente il rapporto deficit/Pil è guidato dall’intenzione di attuare una grossa redistribuzione del reddito verso i vertici (sub)dominanti italiani, sotto la stretta “osservazione” di quelli (pre)dominanti centrali. Accanto a quest’opera di redistribuzione è stato innescato un sempre più accelerato processo di centralizzazione del capitale finanziario (bancario e assicurativo in primo luogo) al fine di migliorare il controllo del “risparmio” degli italiani (da indirizzare convenientemente per gli scopi dei gruppi sub e predominanti), cercando di evitare grossi scombussolamenti dovuti ad una eccessiva conflittualità e anche ad una troppo corta visione di immediata profittabilità, tipica di centri di raccolta di minori dimensioni. Questo processo non è stato comunque esente da cedimenti in alcuni punti della “struttura”: nel sistema industriale con i crac Cirio e Parmalat (e altri meno noti); in quello bancario, fra l’altro, con il grosso raggiro truffaldino operato dalla Banca del Salento, che ha rovinato parecchie migliaia di risparmiatori e che è ancora tutto da raccontare (e in cui si sarebbe dovuto bruciare del tutto D’Alema se non fosse stato salvato, tutto sommato con la “benevola astensione” della destra, che si è ben guardata dall’andare oltre certe punture di spillo e avvertimenti “mafiosi”).

Con la redistribuzione del reddito, e con il controllo finanziario favorito dalla centralizzazione di tale settore, si intende puntellare il traballante gruppo di grandi imprese industriali italiane, poco efficienti e abbastanza arretrate, spingendo inoltre l’intero sistema-paese verso l’ulteriore accentuazione della sua dipendenza dagli USA; le recenti nomine del Governatore della Banca d’Italia, e di certi altri personaggi in posti nevralgici dei nostri apparati politico-economici – nomine di uomini direttamente legati alla finanza americana – fanno parte di una strategia di crescente subordinazione, tesa a collocare l’Italia in una posizione di qualche importanza ai fini del più complessivo inglobamento dell’area europea entro la sfera di egemonia statunitense, tenuto soprattutto conto dell’ormai incipiente entrata del mondo in una fase storica policentrica a causa della sempre più impetuosa avanzata di altre nazioni ad est (Cina e Russia in testa). Pochissime le grandi imprese italiane – ENI, Finmeccanica e qualche altra – che agiscono in settori avanzati, con punte di eccellenza, ma in mezzo a grandi difficoltà e non sorrette dal sistema-paese (si tratta cioè di punte sostanzialmente isolate e spesso contrastate).

La prima mossa da compiere – tenuto conto che nei decenni antecedenti, in specie durante il regime DC-PSI, si erano notevolmente arricchiti strati consistenti di cosiddetto ceto medio – non può che essere la “scrematura”, almeno parziale, di quest’ultimo; partendo però da livelli di reddito sufficientemente bassi, altrimenti del tutto minimo sarebbe il risultato di simile operazione per i grandi centri finanziari (italoamericani) e per le grandi imprese decotte (e “arretrate”). Un simile risultato richiedeva l’ascesa alla presidenza confindustriale di un uomo che rappresentasse tali concentrazioni economico-finanziarie, facendo fuori il precedente Presidente (D’Amato), troppo sensibile agli umori delle PMI (piccolo-medie imprese). L’operazione riuscì, e portò Montezemolo al vertice della Confindustria, mediante l’allora stretta alleanza tra i settori grande-industriali e il sistema finanziario unito in quell’occasione attorno a Fazio, onde far quadrato dopo i crac Cirio, e soprattutto Parmalat, in cui si era scoperto il gioco sporco delle banche, coadiuvato da quegli organismi al limite della (il)legalità che sono le società di rating, di decisiva rilevanza per l’azione della finanza americana (pre)dominante.

Nel discorso di insediamento, Montezemolo difese a tutto campo Fazio, allora sottoposto all’attacco di Tremonti per motivi assai diversi da quelli ufficialmente dichiarati, e su cui non posso qui diffondermi; dico solo che il “meno peggio” (pur essendo egualmente di scarso valore strategico) era rappresentato dai piani del secondo, costretto invece a dare le dimissioni da Ministro poiché il centrodestra, diviso come al solito (AN e UDC stavano con Fazio), non volle scontrarsi con i “poteri forti” (i “famosi” del patto di sindacato della RCS più qualche altro tipo Generali ecc.), che lo schieramento allora governativo sperava ancora di poter circuire e ammansire, senza rendersi conto che il progetto da questi poteri nutrito (quello sopra accennato) richiedeva l’appoggio del centrosinistra.


Passò poco più di un anno e, a partire da un seminario (a porte chiuse) tenuto dalla Margherita (Rutelli in particolare) a fine maggio del 2005, con la partecipazione dei big dell’establishment italiano, si scatenò l’attacco contro Fazio, reo di aver difeso una gretta “italianità” (nel mondo dell’osannato mercato globale!) durante le vicende addensatesi attorno alle scalate del Bilbao verso la BNL (in contrasto con l’Unipol) e dell’olandese AbnAmro sull’Antonveneta (ambita dalla Banca popolare di Fiorani). Quando ormai stava riuscendo l’operazione “italiana”, anzi era già riuscita quella sull’Antonveneta, i soliti “poteri forti” (quelli già in opera nella stagione di “mani pulite”) fecero intervenire la magistratura (la solita Procura di Milano) e tutto fu rovesciato.

La scusa fu la (certo non inventata) scorrettezza e le manovre illegali dei “furbetti del quartierino” (solo più “ingenui”, però, nel senso di più scoperti, dotati di minori cinture di protezione, perché non erano certo più banditi dei vincenti, dell’establishment “ufficiale” già più volte citato). Il motivo scatenante fu la scalata che Ricucci tentò – e, se la tentò, qualcuno ben più potente di Fazio (anch’egli in fondo uno “strumento”) doveva pur essersi mosso in suo appoggio – nei confronti della testata principale, il Corriere, dei “poteri forti”. I motivi reali, meno “superficiali”, non sono però molto chiari (cioè, non lo sono per me); la vicenda che divise la sinistra – con D’Alema, Bersani e Visco sotto tiro; con Fassino, “coniglio” che fece immediatamente ritirata, dopo però aver pronunciato la famosa frase di soddisfazione (“allora, abbiamo una banca”) in una telefonata con l’allora presidente di Unipol – è senz’altro dipesa da scontri forti all’interno dello stesso establishment dominante, scontri che ogni tanto riesplodono come durante i tentativi dell’Intesa di papparsi Capitalia poi dirottati sul San Paolo, o come nella vicenda Telecom finita con la sostituzione di Tronchetti con un abile e bravo “faccendiere” (sempre stato in stretto contatto con la sinistra) alla Presidenza di quella società, ecc.

La destra – salvo alcuni suoi settori, e ovviamente Tremonti soddisfatto della liquidazione del suo avversario Fazio, nonché richiamato al Governo – è apparsa sfuocata in quello scontro bancario, è stata tenuta lontana dalle fondamentali manovre di potere che il più volte citato establishment intendeva svolgere dentro il centrosinistra. Tutto si concluse poi con il già ricordato invito dato dal patto di sindacato della RCS (con editoriale di Mieli sul Corriere) a votare per tale schieramento. E’ ovvio che una simile presa di posizione fu assunta nel momento in cui i sondaggi davano per nettamente perdente lo schieramento opposto, e soprattutto davano in forte ascesa l’UDC nel centrodestra (ed erano già iniziati i contatti al fine di gettare le basi per il passaggio di tale partito dalla parte opposta dopo le elezioni) nonché i partiti di centro del centrosinistra. Il disegno dei “poteri forti” si è complicato perché il responso elettorale è stato ben diverso da quello sperato: ci fu un quasi pareggio tra destra e sinistra, l’UDC è cresciuta ma è restata pur sempre un quarto di FI arrivata ad una percentuale non prevista e rimasta primo partito in modo netto; nel centrosinistra ha prevalso, in senso relativo, quella detta “estrema”, mentre i centristi, e anche i DS (6 punti in meno di FI), non hanno fatto troppo bella figura.

Il progetto si è così fatto più difficile, ma non è stato abbandonato, pur nell’ambito di un sordo scontro, sempre in atto, tra coloro – si pensi alla finanza “cattolica” che ha realizzato la concentrazione SanIntesa, ma non solo a questa – che si fidano di più dei loro agenti politici stretti attorno a Prodi, e quelli che privilegiano diversi ambiti, “laici”, dello stesso schieramento (si pensi, ad es., a Profumo dell’Unicredit e altri, più vicini ai diesse e a certi settori della Margherita). Il centrodestra – che pure si sta in questo momento avvantaggiando in termini elettorali, ma solo per l’inettitudine, l’arroganza e lo scontro di progetti contrapposti all’interno del centrosinistra; tutti fenomeni contraddittorî causati dai conflitti interni ai “poteri forti”, oltre a tutto abbastanza incerti sulla via migliore da seguire – è in gran parte fuori da questi giochi dei potenti; salvo subire, reagendo poi nello stesso modo, qualche campagna d’acquisto di parlamentari o magari di interi gruppi politici, tipo i vari ex democristianucci.

Tutto sommato, però, si va nella direzione voluta prima delle elezioni. Si cerca di ammorbidire il più possibile la sedicente estrema sinistra (sintomatica l’elezione di Bertinotti a Presidente della Camera, cui si è dovuto rassegnare D’Alema), e di utilizzare al meglio il suo scervellato e ottuso statalismo. Anche la sua predilezione per l’ideologia del conflitto capitale/lavoro (perché questo è ormai, per tale sinistra, una pura mistificazione ideologica consapevole) è abilmente sfruttata. Alcuni settori, del tutto minoritari e insignificanti, vogliono interpretare tale conflitto, presunto principale, ancora come lotta per la redistribuzione dal profitto al salario (se non addirittura per la trasformazione anticapitalistica), ma non è per nulla facile comprendere dov’è il profitto, quello che nella teoria marxista era percepito dai veri dominanti, che si sarebbero via via ridotti ad un pugno di rentier parassiti, a seguito dei processi di centralizzazione dei capitali. In realtà, la gran parte delle “estreme”, costituita da individui più cattolici che marxisti, di quelli che predicano contro i ricchi e a favore dei poveri, è pronta ad individuare i nemici principali nei cosiddetti ceti medi, che sono null’altro che lavoratori autonomi, e spesso solo formalmente autonomi. L’odio dei lavoratori salariati (in specie i resti della “classe” operaia, in gran parte composta da anziani e da già pensionati) viene scatenato contro notai, gioiellieri, boutiquiers, ecc.; ma si rivolge poi verso l’intero comparto degli autonomi, dove la gran massa non è certo costituita da ricchi nababbi.

Con queste modalità di lotta, e con l’appoggio della sinistra tutta intera, i poteri forti cercano intanto di portare a buon termine la suddetta “scrematura” del “ceto medio” (cioè del lavoro autonomo, non sempre realmente tale); a tal fine – la prima parte del disegno complessivo – serve l’appoggio delle masse del lavoro dipendente (in effetti, una non larga maggioranza di quest’ultimo, forse perfino una minoranza, pur se rumorosa e attiva in fatto di manifestazioni), cui non viene spiegato che persino i notai e i gioiellieri, ecc. non fanno parte dei gruppi autenticamente dominanti, non sono nel patto di sindacato della RCS, non hanno il controllo della SanIntesa o delle Generali e delle altre grandi banche e assicurazioni, non hanno rapporti di (sub)dominanza con la Goldman Sachs o la Morgan Stanley, ecc.; notai e gioiellieri, ecc. non fanno cioè parte di quelle concentrazioni di potere (finanziario-industriali) che persino ufficialmente (appunto con l’editoriale del Corriere dell’8 marzo u.s.) si sono schierate a favore del centrosinistra. In questo modo, si utilizzano strati di dominati contro altri, cioè i dipendenti (salariati) contro gli autonomi (che siano reali o solo nominali); e molti dei primi appartengono alle fasce salariali alte, e molti dei secondi si situano nei livelli di reddito medio-bassi. Ecco il disegno dei veri dominanti, e la “ingenuità” (cioè la disonestà al limite dell’autentica criminalità) delle dirigenze dei “sinistri” apparati politici e sindacali, che si fanno – del tutto consapevolmente (ecco perché non sono ingenui ma veri delinquenti) – strumento privilegiato dei grandi gruppi finanziari e industrial-decotti nostrani, strettamente uniti a quelli statunitensi.

5. Se si riesce a portare a termine la prima mossa di redistribuzione del reddito verso l’alto, quale potrà mai essere la seconda? Questa è ancora più chiara ed esplicita; fin d’ora, le solite società di rating (due delle quali hanno declassato il nostro paese giudicando “insufficiente” la finanziaria; si badi bene: non sbagliata, non contraria allo sviluppo, bensì ancora insufficiente a “sanare” i nostri conti!), il FMI (anch’esso sulla stessa lunghezza d’onda delle suddette società), i vari organismi europei, ecc. “consigliano” più coraggiose “misure strutturali”. Montezemolo – non diversamente da altri vertici di associazioni imprenditoriali come la Confapi, la Confcommercio, e altre – critica la finanziaria per cavalcare il crescente malcontento della base (cavalcare per spegnere o almeno attenuare il dissenso e rendere rassegnati al peggio), e poi va a cena e colloquia con Prodi e altri ministri, fa cauti apprezzamenti filogovernativi, del tutto dovuti visto che ha ricevuto i soliti regali, come sempre li ha avuti la Fiat dal fascismo in poi (e vogliono farci credere che quest’ultima va ormai a gonfie vele, nel qual caso non avrebbe bisogno di così smaccati favori nel mentre si pesta la base confindustriale!). Comunque, le critiche di questi vertici delle associazioni dell’industria, e delle altre categorie della piccola imprenditoria nei vari settori economici, battono anch’esse sul tasto della necessità di affrontare infine le “riforme strutturali”. A tutte queste voci si aggiunge poi quella di Draghi, uomo della finanza americana posto ai vertici del nostro sistema bancario quale custode di attività tese a favorire le strategie di supremazia dei (pre)dominanti statunitensi; egli pure è nella sostanza favorevole alla finanziaria, invita il Parlamento ad approvarla così com’è senza attenuazione della sua pesantezza per quasi tutta la popolazione, ma per passare subito dopo a misure assai più incisive.

Si è dunque ben capito qual è l’obiettivo cruciale della seconda parte dell’operazione progettata: sgretolare lo “Stato sociale”, i suoi assi portanti costituiti da pensioni e sanità, le due di gran lunga principali voci del debito pubblico e del rapporto deficit/Pil. Ma poi, altro punto decisivo su cui si insiste è la liberalizzazione del mercato del lavoro (anche delle “professioni”, certo, ma ancor più di questo mercato). Tutte le forze e gruppi di potere che abbiamo appena citato stanno scalpitando, sono ormai impazienti. Nemmeno il centrodestra, malgrado la legge “Biagi” o i progetti di riforma pensionistica di Maroni, ecc., ha raggiunto risultati “apprezzabili” (secondo i gruppi di potere in questione). E’ necessario sbrigarsi, non si può aspettare oltre. Che il problema della conclamata competitività nei “mercati globali” non dipenda fondamentalmente dal costo del lavoro, ma da ben più decisivi motivi, sono ormai in molti a dirlo; e non sono tutti di “estrema” sinistra. Ma simili obiezioni non hanno in realtà alcuna importanza, perché non interessa affatto la competitività del sistema-paese, che esigerebbe l’elaborazione di strategie precise – politiche non meno che economiche – così come fanno ad es. Cina e Russia, le nuove potenze emergenti nell’attuale incipiente fase policentrica che si approssima. E sarebbe pure necessario puntare sulle industrie di eccellenza della “nuova rivoluzione industriale”, non sul salvataggio di grandi imprese in affanno e su smanie di centralizzazione finanziaria. Nel mentre si mena l’organino – dopo un ventennio circa di demenziale peana innalzato al “piccolo è bello”, ai distretti industriali, alle reti (sempre di piccole imprese) – sulla “meraviglia” delle nostre 4000 medie imprese, con il loro 30% del Pil, i loro oltre 600.000 addetti; imprese multinazionali, tecnologicamente avanzate, capaci di sviluppare un’ottima attività di ricerca e di innovare nei prodotti, di costruire sofisticate reti di marketing, e balle varie. Dovremo studiare a fondo le motivazioni ideologiche di questa campagna a favore del “medio è bello”; ma non c’è tempo per diffondersi qui sull’argomento.

Comunque, tutto questo battage menzognero e manipolatorio vuol conseguire, lo ripeto, l’obiettivo di smantellare il Welfare e la difesa del lavoro; e non semplicemente di quello salariato, poiché alla lunga si vuol essere liberi di “sfruttare”, sia pure con metodi diversi, l’intera gamma dei lavori realmente subordinati (al di là della forma salariale o meno della loro remunerazione). Se non si capisce questo, ci si consegna mani e piedi alle forze dominanti che attuano la ben nota politica del divide et impera, e per le quali, fra l’altro, l’obiettivo appena indicato – la sunnominata seconda parte del disegno complessivo dei veri dominanti – è, in fondo, ancora una tappa intermedia.

Bisogna sempre partire dalla questione fondamentale: i nostri gruppi dominanti sono (sub)dominanti che hanno scelto la prospettiva di sistemarsi negli anfratti e “spazi” della rete di egemonia globale degli USA, che i (pre)dominanti di tale paese sono disposti a concedere loro in cambio della subordinazione e della complicità con i loro disegni. Si tratta di impedire, man mano che ci si avvia verso un’epoca policentrica, che l’Europa si schieri su posizioni autonome – complicando ulteriormente il quadro internazionale entro cui gli USA sviluppano le loro strategie egemoniche – o, peggio, si colleghi con le potenze emergenti ad est. L’Italia è considerata, almeno come l’Inghilterra o più ancora, una pedina importante per impedire che si coagulino nella nostra area almeno alcuni gruppi di paesi con funzione antiegemonica nei confronti del paese predominante.

Sarà necessaria in futuro un’analisi più estesa e approfondita di quella che qui soltanto accenno; per suo tramite verrà messo in luce come l’accelerazione del processo di centralizzazione finanziaria in atto nel nostro paese, più il sostegno temporaneo – con probabile progressivo ridimensionamento – di grandi imprese ormai in impasse, più la tessitura di una rete costituita dalle incensate medie imprese, faccia parte del disegno di sostanziale subordinazione italiana all’egemonia USA, e di utilizzazione del nostro paese, cioè delle sue concentrazioni di potere (sub)dominanti, per scompaginare e bloccare sul nascere eventuali tentativi di maggiore autonomia europea. Poiché non tutto può essere programmato secondo i piani dei (pre)dominanti centrali – che hanno le loro belle gatte da pelare e la necessità ormai impellente di rielaborare le loro attività aggressive ai fini della supremazia – è ovvio che alcune grandi imprese italiane, tipo ENI o Finmeccanica, possono trovare spazi di azione parzialmente autonoma; ma in mezzo a enormi difficoltà, con numerosi bastoni messi tra le ruote e la non integrazione di tale azione in quella più complessiva del sistema-paese, che resta subordinato alla potenza in questa fase ancora preminente.

Aggiungo che si continua a blaterare intorno alla necessità di proseguire, e anzi di accelerare, il processo di liberalizzazione e di privatizzazione, che potrebbe rilanciare lo sviluppo mettendo in moto la “virtuosa libera concorrenza”, con accelerati processi innovativi, abbassamento dei costi e dei prezzi, impulso alla crescita via aumento della domanda da parte dei consumatori, su cui in definitiva verrebbero a scaricarsi gli effetti positivi di questa “fantastica” (nel senso di fantasiosa) sequenza di “felici” eventi. Su posizioni del genere, del tutto neoliberiste, si collocano sia la destra che la sinistra considerata “riformista” (ovviamente quella “responsabile”, non dedita a sogni “estremistici e infantili”). Per quanto simili menzogne, propalate per imbonire la popolazione meno preparata, sollevino forte indignazione, non bisogna rispondere con i vecchi schemi dello statalismo, confuso con la difesa dell’interesse collettivo. Chi si presta a diffondere quest’altra – e solo apparentemente contrastante – menzogna, si assume gravi responsabilità.

Lo Stato, il “pubblico”, non rappresenta il “collettivo”; fa anzi spesso da battistrada alla predominanza di grandi concentrazioni economico-finanziarie capitalistiche, la cui proprietà in forma giuridicamente privata non rappresenta affatto l’elemento decisivo del loro (pre)potere. Bisogna ragionare di più e demistificare l’ideologia della contrapposizione tra pubblico e privato, che sono semplicemente gli aspetti antitetico-polari di un unico flusso di potere promanante dai gruppi di agenti dominanti che egemonizzano, tramite questa bivalente manipolazione ideologica, la maggioranza della popolazione, dividendola in due gruppi che si combattono inutilmente e a tutto vantaggio dei suddetti dominanti: un gruppo che crede fermamente nelle virtù taumaturgiche della “libera iniziativa privata” e un gruppo che, altrettanto fermamente, crede di essere difeso nelle sue condizioni di vita dall’azione del settore “pubblico” (e degli agenti politici disonesti e maneggioni che vi si intrufolano per fare i propri personali interessi, solo fingendo di difendere quelli della collettività).

Tutta questa complessa manovra dei (sub)dominanti italiani ha possibilità di riuscire? Ne dubito assai, dato il quadro politico esistente; e anche l’inettitudine, la mancanza di prospettive di lungo raggio, insomma la vocazione al piccolo, piccolissimo cabotaggio, delle organizzazioni che lo compongono. Fra l’altro, come già rilevato, gli stessi (pre)dominanti centrali sono in situazione di relativo stallo, in cerca di nuove strategie più adeguate ai tempi, alla complessità della struttura che caratterizza attualmente la formazione sociale mondiale. Se sono in difficoltà questi ultimi, se non riescono ancora a “rimettere la barra al centro” (ed è incerto e abbastanza complesso, e confuso, anche l’orizzonte politico statunitense), figuriamoci qui da noi! Destra e sinistra sono agglomerati di forze disomogenee, cui si aggrappano comparti diversi della società italiana in situazione di forte disorientamento e incertezza per il futuro; ogni partito e partitino deve difendere la sua quota elettorale, non è interessato ad una sintesi più lungimirante, che vada oltre il brevissimo periodo. Ciò che cristallizza la situazione, che mantiene in sella l’attuale maggioranza è la paura di perdere il governo in caso di nuove elezioni. Essa ha occupato tutto l’occupabile, i suoi parlamentari (ma anche quelli dell’opposizione) hanno bisogno dei famosi 2 anni 6 mesi e un giorno per godere dei vantaggi di una legislatura considerata valida a tutti gli effetti.

Nessuno ha orientamenti di più ampia portata; in simile situazione, sostituire la cosiddetta sinistra “radicale” con pezzi centristi del centrodestra appare poco fattibile. Si tratta di puri calcoli aritmetici che non tengono conto delle condizioni reali degli strati sociali e delle forze politiche. Fra l’altro, gli imbonitori, in tal caso di sinistra, vogliono farci credere che siamo alla vigilia di chissà quale ripresa; quando tutte le previsioni sono al grigio, ed alcune persino al nero. Per bene che vada, avremo anni a venire di galleggiamento, di stagnazione sostanziale, di imbozzolamento in una crisi che più ancora che economica sarà sociale: perdita di sicurezza, di coesione, di slancio, malgrado la “magnificenza” di queste grandi concentrazioni finanziarie – con apertura delle nostre banche verso l’estero – e le “meravigliose” sunnominate 4000 medie imprese che dovrebbero reggere lo sviluppo impetuoso dell’intero paese.

Non è purtroppo vero che “le bugie hanno le gambe corte”, ma nemmeno si può ingannare per l’eternità un paese con cifre e numeri che hanno la stessa valenza, e la stessa credibilità, di quelle dell’Istat (o dell’Eurostat) sull’inflazione in Italia e in Europa. E in un paese capitalistico vale il “principio di Alice” (riportato in “Alice dietro lo specchio”): se si vuol restare nello stesso posto (cioè fermi), è necessario correre sempre più velocemente. Poiché noi rallentiamo…..il lettore tragga da solo le conclusioni; magari non catastrofiche, ma squallide, scialbe, meschine. Se non la bufera, qualcosa di peggiore: lo stagno, il pantano, la melma vischiosa. Insomma, una bella putrefazione, il marciume che avanza su tutti i fronti. Ci vorrà ancora del tempo, non illudiamoci; la storia non si misura sulla base dei tempi della vita umana, pur se è vero – il crollo del “socialismo reale” insegni – che certi processi degradano lentamente per anni e anni per poi precipitare di colpo. In ogni caso, il tempo verrà dello sbaraccamento di questo quadro politico, della fine effettiva di destra e sinistra, oggi ancora da trattare quali “morti viventi”, che camminano tra noi e ci mordono attirandoci nel loro “Regno delle ombre”.

6. E’ certo necessario che tutti i minuscoli gruppetti di critici effettivamente radicali inizino a raggrupparsi, ma sapendo che la fretta è a volte cattiva consigliera, che la volontà soggettiva non è in grado né di anticipare i tempi né di indirizzare i processi storici verso gli sbocchi da essa agognati. Bisogna molto riflettere; certo anche agire, e non sempre con la bussola adatta, ma senza esagerare in improvvisazione che degenera poi nella più completa improntitudine. In ogni caso, chi ancora vuole scegliere tra destra e sinistra, chi discetta sul “meno peggio”, chi insiste nel “gridare al lupo” nei confronti di Berlusconi – come ha fatto per 12 anni la sinistra, mentre il “lupo” era lei – è connivente con i gruppi finanziari e industrial-decotti italiani e con quelli che sono tuttora i loro “sicari” preferiti. Possibile che ci si scordi una intelligente ammissione del defunto Agnelli (fatta nel 1994!). Pensateci un po’ elettori di sinistra, veramente “coglioni”. Disse l’Avvocato (non sono le testuali parole, ma quasi le stesse): “per fare una politica di destra [cioè di difesa dei suoi interessi] c’è bisogno della sinistra”. Ecco la verità, papale, papale.

Noi ci troviamo oggi in una situazione che, mutatis mutandis (e tenuto conto che non abbiamo alle spalle, per il momento, una grande crisi come quella del 1929-33), rassomiglia a quella della marcia e sfatta Repubblica di Weimar, un’indegna accozzaglia di interessi dei grandi gruppi finanziari tedeschi asserviti a quelli USA. Questo grumo di interessi, che dissanguava la Germania, fu appoggiato pienamente dai socialdemocratici (i diessini di allora), e perfino da studiosi e politici un tempo marxisti come Hilferding che vent’anni prima aveva scritto uno dei grandi “classici” di tale teoria: Il Capitale finanziario. Non ho intenzione di fare un bilancio storico di quell’esperienza, del resto non urgente, ma sono convinto che i comunisti di allora, dopo un primo errore commesso nel definire socialfascisti i socialdemocratici, ne commisero un secondo ancora più fatale: la formazione dei fronti antifascisti con questa degenerata ciurmaglia di sostenitori del grande capitale finanziario; e si dettero così la famosa zappa sui piedi, sostenendo che tale capitale appoggiava il nazismo (come si era sostenuto in Italia in riferimento al fascismo). In realtà, era esattamente il contrario – la grande finanza era favorevole ai democratico-borghesi con le loro appendici socialdemocratiche – e i comunisti non conquistarono le simpatie popolari in due paesi cruciali dove potevano esserci ben altre possibilità per loro.

Comunque, non insistiamo sulla valutazione storica di quell’epoca. Oggi, però, è non un semplice errore, bensì dimostrazione di profondo degrado e corruzione, l’atteggiamento della sinistra ex comunista, che dà appoggio ai grandi potentati finanziario-industriali dei (sub)dominanti italiani. Nessuna alleanza sia pure tattica – con questa devastante infezione che impedisce la rinascita in Italia di una prospettiva effettivamente critico-rivoluzionaria contro il capitalismo – è ammissibile. Bisogna combattere la sinistra per quello che è, come una grave pestilenza che si è abbattuta su di noi. So benissimo che il vero cancro è rappresentato dai capitalisti del patto di sindacato della RCS, e dagli altri (non molti) a questi uniti – oltre che in sordo conflitto tra di loro – per mettere a soqquadro le risorse del paese a loro favore e a favore dei loro soprastanti statunitensi. Tuttavia, come sempre avviene nella storia, la chiara indicazione dei reali dominanti, di quelli che si muovono dietro le quinte e sono i veri registi della “rappresentazione teatrale”, non può che essere seguita dall’accanita lotta e scontro condotto sul palcoscenico nei confronti delle marionette da essi mosse con mille fili, per recidere i quali il tempo si sta facendo sempre più stretto. Per battere le “armate bianche”, durante la rivoluzione russa, bisognava sparare e uccidere i mugiki e i contadini che formavano la truppa e il “sottufficialato”; raramente si riusciva a “beccare” qualche elemento dello Stato Maggiore composto dai nobili, dai “cadetti”.

Sul piano della politica estera, è necessario contrapporsi all’egemonismo USA – e al suo miglior sicario in questo compito, cioè Israele – senza eccessivi distinguo (se non qualche volta in sede solo tattica e di breve periodo) tra gli ottusi e forsennati filoamericani e filosionisti della destra e i più “marpioni” e ipocriti servitori dell’egemonismo in questione (magari più dei democratici che dei repubblicani) che si annidano a sinistra. A tal fine, è senz’altro corretto porre in luce la barbarie di questi “civili” difensori dell’occidente, i massacri che compiono, le distruzioni indiscriminate, le torture, ecc. Sia però chiaro che tale atteggiamento si rifà ad una scelta morale del tutto giusta e più che apprezzabile e condivisibile. Tuttavia, è necessario lasciar ampio spazio alla politica. In questo contesto, la lotta contro la supremazia USA (e di Israele) non deve essere di principio, condotta in generale, per pura scelta “etica”, senza considerare la fase oggi esistente, i suoi equilibri e rapporti di forza. Siamo ancora in una situazione largamente monocentrica, ma siamo anche convinti che essa evolva verso il policentrismo. Dobbiamo favorire l’entrata in questa nuova fase, e dunque appoggiare tutto ciò che la favorisce: dall’islamismo alla crescita delle nuove potenze ad est; con la consapevolezza che è soprattutto questo secondo aspetto della presente epoca a favorire l’evoluzione suddetta (da solo, l’islamismo otterrebbe assai minori risultati). Dobbiamo soprattutto combattere perché in Europa (e in Italia in particolare, visto che noi agiamo qui) si affermino forze decisamente nuove e nemiche di destra e sinistra, oggi unite, sia pure con modalità diverse (da tenere tatticamente presenti), nell’appoggiare l’egemonismo americano.

E’ indispensabile essere ben saldi su due questioni decisive. Innanzitutto, è indispensabile tener conto che non si affermerà alcun affrancamento dell’Italia e dell’Europa (o meglio di alcuni suoi paesi) dalla loro condizione di (sub)dominanza, se non si verificherà un sufficiente sviluppo della loro autonoma potenza; per cui occorre prestare molta attenzione ai criteri necessari al possibile rafforzamento della stessa. Per ottenere un simile risultato, è indubbiamente oggi necessario guardare ad est non in modo occasionale (e magari solo per alcuni accordi su fonti energetiche o altro del genere). Ci si comporterebbe allora da meri economicisti, mentre è necessaria una svolta pure politica, per propiziare la quale sarebbe urgente “far fuori” sia destra che sinistra. Però, attenzione! Quando si sarà entrati effettivamente nel policentrismo, bisognerà “giostrare” all’interno delle varie contraddizioni tra paesi (tra “potenze”), non ci si potrà fissare soltanto sulla lotta all’egemonismo americano. Senza dubbio, quell’epoca è ancora lontana, per cui sembra inutile l’avvertimento che sto dando. Invece no, perché è necessario porsi fin d’ora in quest’ottica; altrimenti, alla lunga, si affermeranno quelli che, con denominazione generica (proprio per segnalare che si tratterà comunque di un fenomeno nuovo da non interpretare con le stantie categorie del fascismo e del nazismo), ho indicato come rivoluzionari dentro il capitale, mentre quelli contro il capitale resteranno a far prediche moraleggianti e “buoniste” (e verranno, molto giustamente, spazzati via come “pulci fastidiose” o “grilli parlanti”).

Nel contempo, questo mi sembra ovvio, se si ha da essere rivoluzionari contro il capitale, ci si deve porre, e sempre fin d’ora (malgrado la lunghezza e la non certezza dei tempi “storici” a ciò necessari), nell’ottica della trasformazione della società. Si deve cioè camminare su due gambe: la potenza per agire all’interno delle contraddizioni interdominanti che si acuiranno con il previsto policentrismo, e la trasformazione sociale, senza la quale si promuoverebbe di fatto un semplice mutamento di struttura nell’ambito di una formazione sociale fondamentalmente capitalistica (pur se con notevoli diversità rispetto alla precedente e attuale). Sia chiaro che, anche per realizzare tale trasformazione, è ormai inevitabile e urgente un ripensamento generale della teoria della società capitalistica; si può solo partire dal marxismo (soprattutto per la sua valenza di analisi strutturale, contraria a semplici considerazioni culturalistiche o addirittura personalistiche), ma riconoscendo la sua vecchiezza, la previsione sbagliata di effetti decisivi della dinamica del capitale, che è andata in tutt’altre direzioni rispetto a quella pensata da Marx (con tutti i marxisti, ivi compreso il sottoscritto, al seguito per circa un secolo e mezzo).

Qui mi fermo, perché credo di aver già scritto molto in altra sede su questo mutamento di teoria, che dovrà comportare una radicale modificazione della prassi politica. Dovremo pensare ancora molto a questa teoria e a questa prassi; l’importante è intanto fissare alcuni punti “di non ritorno”, fra i quali la completa revisione delle “bambinate” (perché tali sono oggi) relative al conflitto capitale/lavoro (sempre sottintendendo che si tratta di quello soltanto dipendente nella sua forma salariale), l’estrazione di plusvalore come elemento fondante di una semplicistica dicotomia della società del tutto inesistente, ecc. Decisivo è comunque, in questo momento, non arretrare di un passo, per opportunismo e tatticismo deteriori, nella dura critica contro questi zombies rappresentati da destra e sinistra. Qualche minima tattica (di breve periodo, occasionale) è magari ammissibile, ma nell’ambito di una chiara denuncia di entrambe. Non esiste il “meno peggio”, non esiste il “nemico principale” che consenta la corrompitrice e traditrice alleanza con la sinistra, al momento il vero e cruciale puntello dei gruppi (sub)dominanti italiani, finanziari e industrial-decotti, vere truppe di manovra dei (pre)dominanti americani; tutti gruppi dediti al crescente “pompaggio” delle “ricchezze” accumulate nel nostro paese (non semplicemente create tramite lo “sfruttamento” della forza lavoro salariata).

Ripensiamo e approntiamo, sia pure per il lungo periodo (non però “eterno”), le conseguenti e coerenti teorie e attività politiche (interne e internazionali). I filosofi si dedichino pure – e non lo dico con ironia! – alle considerazioni intorno ai destini dell’uomo nei secoli futuri. I più modesti cultori del pensiero e dell’azione cui io appartengo – sociologi, economisti, politici, ecc. – si limitino ai prossimi anni e, al massimo, a due-tre decenni. E ci si dia da fare, se si ha voglia di andare oltre il tran-tran della “quotidiana”, e generalmente opportunistica, azione politica, condita con teorie di comodo, vecchie e ormai in sfacelo, o tanto “nuove” da essere pure fantasie “alla moda”, da propinare a platee di deboli di mente o di semicolti “piccolo-borghesi” affetti da spleen.

Gianfranco La Grassa

Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com
Link: http://files.splinder.com/ded8f1a366fad5bbb6d4fabeb3c02b2e.doc
23.11.2006

Pubblicato da Davide

  • Truman

    Molti concetti interessanti, ma non capisco la necessità di parlare ancora del fallimento del socialismo reale, quando il problema attuale è il fallimento del capitalismo reale. E dopo l’abbandono del comunismo non si sa proprio cosa sostituire a tale sistema vistosamente fallito.