Femminicidio

Qualche considerazione tecnica sulla morte violenta di una ragazza di 20 anni

Di Paolo Azzone per ComeDonChisciotte.org

 

La tomba di Giulia Cecchettin diventa un campo di battaglia. Una ragazza di vent’anni, assassinata, diventa la bandiera di una squallida propaganda ideologica. I media ci ripropongono il consueto teatro: destra contro sinistra, femministe contro cattolici e, alla fin fine, femmine contro maschi.

Patriarcato sì, patriarcato no? Non abbiamo davvero bisogno di queste sterili e superficiali diatribe. Vorremmo invece presentare qui qualche riflessione tecnica, basata sulla letteratura scientifica e su una lunga esperienza personale nel trattamento e nella gestione di pazienti psichiatrici autori di reato contro la persona.

Dobbiamo essere anzitutto consapevoli che nelle famiglie e nelle coppie, accanto all’amore, zampilla l’odio. E la morte di una povera giovane è l’ennesima concreta e fattuale testimonianza dell’abisso di dolore e disperazione che popola gli spazi interpersonali delle relazioni di sangue.

L’amore in effetti non è così lontano dalla morte. In ogni epoca ed in ogni latitudine l’omicidio ha segnato talvolta la fine di una relazione d’amore. Le vittime di questi delitti possono essere uomini, ma la grande maggioranza (83% secondo un recente studio danese [1]) sono donne. La differenza trai sessi qui si vede: maggiore peso e forza fisica per i maschi, e maggiore confidenza con l’uso delle armi.

Tuttavia, non è certo in questione solo la struttura del corpo e l’assetto ormonale. Occorre chiedersi quali siano sono le radici emotive ed interpersonali di questi gesti. Ecco, su un piano strettamente tecnico, possiamo differenziare tra i soggetti che commettono uxoricidio – o comunque omicidi di donne a cui sono o sono stati affettivamente legati – tre tipologie prevalenti:

1. Omicidio da lacerazione della superficie di contatto

Donald Meltzer [2] riconobbe due principali percorsi dello sviluppo psichico con associate specifiche psicopatologie: quello bi-dimensionale e quello tri-dimensionale. Le strutture bidimensionali coincidono con l’immensa gamma delle forme fruste di disturbi del neurosviluppo: quadri che non configurano vere e proprie sindromi di Asperger ma che sono caratterizzati da una generale carenza di identificazione con l’oggetto seno.

Questi soggetti sono perciò vincolati ad aggrapparsi all’oggetto d’amore a livello di superficie corporea. Imitano e obbediscono all’amata finché questa è disponibile a mantenere il contatto Ma ogni tentativo di prendersi un proprio spazio o, peggio, di sottrarsi alla relazione è immediatamente percepito come uno strappo della superficie corporea, una ferita da cui sgorga un torrente di rabbia e disperazione. L’omicidio appare allora l’unico modo per congelare per sempre la relazione, per imprigionare l’oggetto amato in una tomba di cui essere poi eterni devoti.

Questo tipo di organizzazione riflette scarse opportunità di relazioni affettive con l’oggetto materno nella primissima infanzia. Certamente, l’impegno lavorativo sempre più generalizzato della madre nei primi anni di vita del bambino, il sempre più diffuso ricorso agli asili nido, la presenza sempre più massiccia di apparecchi multimediali nello spazio domestico possono spiegare in misura rilevante la crescente presenza di questo tipo di strutture nella società contemporanea.

2. Omicidio come atto di affermazione di una onnipotenza narcisistica

Ci confrontiamo in questo caso con personalità caratterizzate da un narcisismo maligno, con marcati tratti antisociali. La caratteristica di queste organizzazioni è l’incapacità di identificarsi con la sofferenza dell’oggetto.

Questi individui gestiscono abitualmente le frustrazioni mediante il ricorso a difese d’azione o al consumo di alcool e sostanze psicotrope. Di fronte ai conflitti interpersonali sviluppano facilmente una più o meno intensa aggressività fisica, con cui si liberano dei sentimenti di rabbia e coltivano l’illusione di poter estrarre dall’oggetto tutto l’amore di cui hanno bisogno.

Anche questa area psicopatologica ha una diffusione sempre crescente nella società contemporanea. Oggi sono questi gli utenti che più impegnano i servizi di salute mentale e gremiscono le comunità sia psichiatriche che per le dipendenze.

Nella storia evolutiva di queste personalità onnipotenti e tossicofiliche incontriamo spesso uno scarso investimento libidico da parte dell’oggetto materno. Sono bambini poco amati, che madri indifferenti hanno preferito gratificare piuttosto che educare, indifferenti all’impatto che i comportamenti del bambino avrebbero determinato nel contesto scolastico e poi nella società. È appena il caso di rilevare che la totale assenza di un autentico rappresentante paterno – inteso come individuo concreto o come presenza simbolica di un principio superegoico, di un codice paterno nel senso di Fornari [3] – è una costante di queste organizzazioni familiari.

3. Il Delitto Passionale

Da sempre, la gelosia è un sentimento centrale nell’organizzazione delle famiglie e più in generale delle relazioni interpersonali. Alimenta un sistema motivazione cruciale per la sopravvivenza del bambino, e condiziona in modo determinante la struttura della coppia coniugale, così come molte relazioni tra pari. In alcune organizzazioni di personalità, caratterizzate da tratti paranoidi particolarmente marcati, così come nelle psicosi paranoidi vere e proprie, la gelosia è in grado di suscitare un odio implacabile e feroce. Certo una parte degli uxoricidi nascono in questa atmosfera emotiva.

Nello sviluppo infantile, sospetto e gelosia sono particolarmente evidenti in coppie madre-bambino caratterizzate da una emotività intensa. Laddove il bambino sperimenta spesso rabbia ed impulsività da parte della madre non è in grado di sviluppare una fiducia di base [4] verso gli uomini e le donne che incontrerà nel corso della sua vita.

In questa configurazione l’omeostasi del sé è costantemente minacciata dal tradimento o dell’imprevedibilità degli oggetti d’amore. I conseguenti sentimenti di rabbia e di impotenza possono allora spingere il soggetto a gesti estremi, fino all’omicidio.

Tra i delitti contro le donne forse, solo questa tipologia presenta dei parallelismi con determinate norme e pregiudizi sociali. Il diritto antico, ebraico, greco e romano, ha spesso riconosciuto il diritto del marito di uccidere la moglie o il suo amante o entrambi quando colti in flagrante adulterio. In Italia, il codice Zanardelli si ispirava allo stesso principio quando prevedeva una condanna mite per i delitti compiuti da un marito accecato dalla gelosia. Nel mezzogiorno d’Italia l’uccisione della moglie adultera poté contare fino a qualche decennio fa di un implicito consenso sociale. Per i delitti della gelosia è dunque possibile ammettere l’esistenza di un rapporto organico con i valori di una ferita società patriarcale.

Quale soluzione?

Abbiamo passato in rassegna le organizzazioni di personalità più tipicamente osservate nei soggetti che compiono gravi delitti nei confronti della propria moglie o partner. Occorre ora cercare di chiarire come e perché questi elementi strutturali si attivino e si traducano in un dato momento in una specifica e tragica risposta comportamentale. Dobbiamo a questo scopo allargare il campo di osservazione. Dobbiamo spostarci dalle condizioni peculiari e patologiche associate a questi delitti alla organizzazione generale della coppia coniugale.

Occorre riconoscere che la coppia coniugale è luogo di amore ma anche di odio. La particolare intimità e dipendenza reciproca che caratterizzano le coppie rende possibili scambi emotivi continui e spesso incontrollati. La coppia è dunque inevitabilmente un luogo dove la sofferenza circola più meno liberamente. Ogni coppia umana si configura quindi fenomenicamente come uno spazio abitato da dinamiche sadomasochistiche.

Quando queste dinamiche divengono particolarmente intense esse attivano manifestazioni comportamentali, ed è proprio qui che le strutture patologiche si rivelano sul piano fenomenologico. La rabbia, l’odio, la disperazione diventano aggressività violenza e morte.

Chi si impegna direttamente con i pazienti autori di gravi reati sa bene che queste emozioni non possono essere localizzate in modo specifico in uno dei membri della coppia. Ad esse possono contribuire in una certa misura sia la vittima sia il carnefice. In questi sistemi sadomasochistici non è possibile localizzare con precisione un desiderio di morte. La classica configurazione dell’omicidio-suicidio mostra come in alcune situazioni il delitto risponda poco a finalità di controllo o ritorsioni. È il segno – oscuramente condiviso – della fine di una coppia.

Forse questa dimensione può aiutarci a comprendere perché i vari provvedimenti giuridici (diffide, divieto di avvicinamento, obbligo di dimora …) si rivelino spesso inefficaci nella prevenzione di questi delitti. I due partner continuano a cercarsi e a ritrovarsi, a dispetto di divieti e controlli, fino all’incontro finale.

Che possiamo fare oggi noi per prevenire questa e le altre tragedie? Ampi settori della società invocano corsi scolastici contro il patriarcato. A chi possiede una minima esperienza diretta di queste vicende questa iniziativa non può che apparire patetica. Il patriarcato in Italia non esiste più. Inoltre, è ridicolo pensare che qualche lezioncina appresa alle elementari possa arginare comportamenti per cui si va incontro a decenni di carcere ed in occasione dei quali non di rado il colpevole sceglie volontariamente la propria morte.

In questo contesto, una prevenzione può avvenire solo a un livello del tutto diverso. Abbiamo mostrato in questo breve contributo come le organizzazioni di personalità associabili a questi gravi delitti contro la persona siano in gran parte frutto di uno sviluppo sfavorevole nei primi mesi e anni di vita. Potremo allora comprendere e prevenire questi fenomeni solo nella misura in cui percepiamo l’assoluta centralità della coppia madre bambino nella strutturazione della futura civiltà adulta.

È questo il luogo sacro in cui viene insegnato ed appreso l’amore ed il rispetto. Qui si gioca il rapporto tra la follia e la salute mentale, tra il narcisismo maligno e l’amore oggettuale, tra il ritiro e le relazioni interpersonali. E qui, tra il seno della madre ed il bambino che succhia il latte, si gioca la bilancia tra la gioia ed il dolore, la fiducia della vita e la ricerca della morte. Dobbiamo renderci conto che una donna può avere molti ruoli ma che solo l’amore e le cure per i piccoli possono salvare la società umana dal tracollo e dalla dissoluzione finale.

Insomma, per prevenire i delitti nelle coppie d’amore non dobbiamo rivolgerci alla feroce Lilith, icona di tante femministe, ma ancora una volta a Maria Madre di Dio e a tutte le donne che come lei generano, partoriscono e allattano.

Di Paolo Azzone per ComeDonChisciotte.org

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