FACEBOOK, O DEL CONDIVIDERE LA SOLITUDINE

FACEBOOK, O DEL CONDIVIDERE LA SOLITUDINE

DI VALERIO LO MONACO

il ribelle.com

Peggiori degli auguri ricevuti su Facebook ci sono solo le condoglianze. E avviene anche questo, a quanto si vede. Sia chiaro, non è nostra intenzione battere il tasto dello scadimento delle conversazioni e dell’anomia che concorre al tipo delle comunicazioni tra le persone al giorno d’oggi. È tema già sviscerato a fondo da tanti saggisti, visto che riguarda un cambiamento dell’uomo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello antropologico. Da addetti ai lavori del campo della comunicazione, però, uno studio sulla natura dei social network e delle modifiche nella società che esso porta con sé, e promuove più che rispecchiare, è praticamente obbligatorio.

Facebook è il fenomeno con maggiore diffusione, e ci ostiniamo a frequentarlo periodicamente, ovviamente non in modo quotidiano ma comunque con un criterio più volto allo studio della cosa che alla sua fruizione: in merito al campo relativo alla informazione infatti, e non parliamo di quello che concerne la cultura, il mezzo è non solo inutile, ma soprattutto controproducente.

Se ne sono accorti persino i grandissimi gruppi editoriali, che dopo aver investito milioni di dollari per diffondersi e farsi ingaggiare nelle conversazioni stanno rapidamente capendo che si ottiene un risultato (in questo caso di ritorno economico, per loro) praticamente nullo. È discorso antico - e affrontato più volte anche da questo giornale - quello relativo alla information overload, al medesimo piano sul quale vengono posti frammenti di informazione di più disparata natura che porta inevitabilmente a confondere ciò che è rilevante da ciò che non lo è (ad esempio nel nostro speciale sull'Informazione, qui). E dunque, alla fine, a impedire di fatto la messa a fuoco di quello che è realmente importante da sapere.

Ma non torneremo su questo punto, gli addicted da social media se ne facciano una ragione: gli studi ci sono, incontrovertibili, e se si ha ancora qualche cellula cerebrale attiva, oltre a quelle bruciate nelle ore sulla propria page, e la capacità di usarla per capire che è necessario approfondire l’argomento prima di imbrattare il web di messaggi a più non posso, basta andarseli a studiare. Studiare, non solo leggere, o taggare o condividere… Tornando a Facebook, a quanto ci pare gli ambiti generali di utilizzo si possono racchiudere a tre macro aree: la comunicazione, la condivisione, l’espressione. Il primo attiene i rapporti tra persone che si conoscono ma si estende fatalmente anche a quelle che non si conoscono, se non attraverso un click per concedere una amicizia. E già qui varrebbe la pena di chiedersi cosa si avrà mai da dire a persone che non si conosce. Ma insomma, ci può stare: si comunica virtualmente già al telefono, via sms o con altri supporti, e oggi lo si fa anche via Facebook. Si prendono appuntamenti, ci si scambia battute e confidenze, anche pubblicamente: chi ha il piacere di comunicare cose della propria vita privata su una bacheca ove chiunque può leggere è libero di farlo. Se la propria vita privata, un tempo considerata inviolabile e condivisibile unicamente con alcuni intimi oggi si preferisce invece divulgarla e renderla pubblica a chiunque, ciò è prerogativa delle proprie scelte. Sulle quali è superfluo sindacare. Si può non condividerle ma il tutto rientra nel campo del proprio arbitrio. Le cose si complicano quando su Facebook qualcun altro condivide aspetti privati di una altra persona, e a livello legislativo non è escluso che possano venire fuori, o prima o poi, delle vertenze di un certo rilievo. Se si va in un posto, si partecipa a qualcosa, e si viene ripresi o taggati o anche semplicemente segnalati da una altra persona su un social media, è sì o no una violazione delle propria sfera? La materia ancora è troppo giovane per fare giurisprudenza, ma siamo convinti che vi sia humus per notevoli dispute in futuro. In merito alla condivisione si apre poi lo scenario relativo alle masse. L’iter è semplice: si decide di condividere qualcosa, spesso qualsiasi cosa, e lo si fa con un click.

Ora, un uomo si riconosce anche - o forse soprattutto - dalle persone che ha intorno, per gli amici (quelli veri) che frequenta. Per le cose che fa. E per quelle che decide di condividere. A nostro avviso anche, e molto, dalle letture che preferisce. Sulla natura di ciò che maggiormente viene “condiviso” su Facebook lasciamo volentieri la riflessione al lettore. Soprattutto perché si ha il ragionevole sospetto che anche temi di una certa rilevanza vengano spesso condivisi senza essere prima stati compresi. Al di là delle varie sciocchezze (ognuno ha il proprio cosmo di valori, del resto), delle petizioni, delle operazioni di marketing (industrie investono milioni di dollari per innescare operazioni virali che gli utenti del social network si prestano a diffondere ulteriormente), dei vari fake di ogni genere e dei frammenti informativi pizzicati qui o là su internet, è su quello che avviene dopo la condivisione che si rivela l'anima dello strumento. E di chi lo frequenta e alimenta. Un titolo di un post o di un articolo (il solo titolo) può raggiungere migliaia di persone. Dai dati di frequentazione dei siti ci si accorge che tale titolo viene cliccato da una miserrima percentuale di persone (circa l'1%). E di queste ancora meno si prende la briga di andare a leggere del tutto il contenuto dell'articolo stesso. Ciò naturalmente non impedisce a questi lettori di lasciare messaggi e commenti di assoluta nullità ovunque, che non solo non apportano nulla alla (molto eventuale) discussione, ma che talvolta si spingono a contraddire semplicemente ciò che hanno letto (o non letto) con una sentenza secca. Senza alcuna argomentazione. Per lo più, per dirla con Russo e Zambardino (Eretici Digitali, Apogeo) una volta scoperto un mezzo di comunicazione, lo si usa immediatamente girando la manopola del volume al massimo.

Rumore insomma, se non frastuono. Che non merita - non può per sua stessa natura - una eventuale contro risposta: come si fa a rispondere a un commento che non spiega alcuna posizione che non sia un moto intestino di approvazione o disapprovazione? La visibilità del frammento informativo condiviso sul social network può essere dunque molto alta. La sua comprensione è bassissima. E praticamente nulla è la sua portata in merito a ulteriore svolgimento di un eventuale ragionamento e dialogo. Così come è assolutamente nulla la sua incidenza ai fini di un accrescimento informativo e culturale di una massa che pure Facebook lascia presumere di poter raggiungere. Esercizio del nulla, insomma. E faticoso e a forte richiesta di attenzione da parte di tutti. Uno sperpero di energia. Ma è soprattutto in merito all’espressione che Facebook dimostra la natura delle persone che lo frequentano con assiduità. I messaggi che vengono pubblicati mediante la funzione “a cosa stai pensando?” nella homepage di ogni utente sono rivelatori. Vi si deve dedicare qualche ora, a scorrere i vari aggiornamenti, per accorgersi poi - se si è in grado di farlo - di aver bruciato attenzione ed energia psichica per setacciare uno a uno gli sporadici messaggi degni di essere captati da un mare sterminato di rifiuti. Tra gli operatori della comunicazione, cioè tra chi svolge questo mestiere con qualche criterio analitico e professionale (o almeno così dovrebbe essere) si fa largo sempre più spesso una riflessione, ormai largamente condivisa, a margine della attuale e ormai decennale domanda sul futuro dell’informazione e dei prodotti editoriali: se i riceventi di tali prodotti, il bacino d’utenza, è quello che tracima dai social network, e da Facebook in particolare, allora vuol dire che non c’è più alcuna speranza. Non solo per chi fa comunicazione (il che può essere irrilevante oltre a chi vive di questo lavoro) ma soprattutto per chi, pur avendo bisogno assolutamente di cultura e informazione, non si rende conto neanche di averla, tale necessità. Per Habermas la televisione è culturalmente regressiva, per Baudrillard la troppa informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa. Figuriamoci l’information overload di oggi.

E Facebook è inevitabilmente l’estensione migliore per l’Homo Videns di Sartori, passato dalla cultura orale, dai libri, alla televisione (quando non nato e cresciuto solo sulla tv) a internet : egli si è formato per immagini, rinunciando al vincolo logico e del tutto incapace di pensare in astratto e dunque comprendere termini e temi che implicano un concetto che va capito, un ragionamento che va fatto, una cultura che va formata e stratificata. Quest'uomo, oggi, ha quindi proprio con i social network lo strumento adatto per condividere ed esprimere la propria incultura. E soprattutto per dare uno sbocco alla propria anomia. Di questo si tratta. Aggiornare il proprio stato con frasi spezzettate che hanno senso solo per sé, soddisfa la necessità atavica dell'uomo di sentirsi esistere mediante l’espressione, perché evidentemente non si esiste altrove, per esempio nella vita reale. La necessità e la volontà fortissima di esprimersi, di auto determinarsi e di affermarsi in ogni circostanza possibile è il segno manifesto di una debolezza interiore. Studi di psicologia sono inequivocabili, in tal senso. E la semplicità e l'immediatezza con la quale Facebook permette di farlo - oltre alla percezione che si ha nel farlo, come se il messaggio pubblicato, per ciò stesso, sia immancabilmente letto e recepito da tutti - sorregge, come una stampella, l'impossibilità odierna di autoaffermarsi altrove. La necessità che spinge una persona a scrivere pubblicamente il luogo in cui si è (o si è stati) quello che si è mangiato, quello che si è comperato e qualunque cosa - qualunque cosa, sic! - si sia pensata, sottende alla volontà di affermare costantemente di esserci, di esistere. Quasi non ci si sentisse esistere altrimenti. Ci si esprime sul social network in pochi secondi, pensando di partecipare a qualcosa, a quel flusso frequentato da tanti altri, e ci si sente nuovamente parte del mondo. Anche se lo si fa nel tetro spazio soffocante della propria solitudine. Con l'aggravante che una volta sperimentato questo anestetico a buon mercato, si divora il proprio tempo nel consumarlo diverse ore al giorno, e si evita così accuratamente una riflessione più seria sulla propria miseria e quella generale dei tempi moderni di cui invece ci sarebbe estremo bisogno.

La frustrazione di oggi, che pur dovrebbe portare invece a una reazione necessaria, viene così incanalata e disinnescata nella illusione di esserci comunque, di esistere, di partecipare appunto a un "network", di essere "in società". Mentre si è soli e dispersi davanti a un monitor. Si potrebbe facilmente arrivare a sostenere che esiste una correlazione diretta tra il tempo speso su un social network virtuale e la propria assenza ovunque altrove: più si passa il tempo lì, meno si vive di qui. Lo scadimento non è solo informativo e culturale (pertanto: nessuna capacità di comprendere e conoscere e dunque tanto meno di organizzarsi per reagire alla società, in qualche modo) ma anche psichico. Oltre che estetico e morale. Una volta divenuti terminali soprav-viventi della macchina "social network" perdiamo passo a passo, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anche gli ultimi respiri di umano che ci sono in noi. Da qui, il passo a fare auguri o condoglianze pubblicamente a persone che non si conoscono è brevissimo, e viene messo d’un colpo. Così, senza neanche pensare più…

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2014/6/27/facebook-o-del-condividere-la-solitudine.html

27.06.2014

Commenti (34)

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    1. Teopratico 30 giugno 2014

      Innanzi tutto grazie a Lo Monaco e a voi arguti commentatori, da anni "vi" seguo, non ho molti altri mezzi di informazione. Do uno sguardo e cerco di farmi una idea del mondo qui, col "mainstream" mi faccio una idea dell'uomo al massimo contrastando conati. Mi iscrivo solo ora per quanto interessante sia la discussione ( un retro-pensiero mi ha sempre consigliato di rimanere anonimo," chi si iscrive qui sarà segnato con la biro", altro che fb!). E non mi dilungo più, scusate.

      Anche io mi sono iscritto a fb tanti anni fa... per caso, per coglioneria (mi disperavo per contattare una ragazza) e già devo preparare la mia futura arringa di difesa? Anche io Lo odio, come quasi tutti ( e in questo le vostre riflessioni mi stanno aiutando a capirne il perché). Ma per esempio spesso lo uso per diffondere qualche poesiola, qualche pensiero pungente, paradossale. Perfetto sarò segnato in rosso a vita, un giorno mi arresteranno(?) , ma mi piace immaginare di azzoppare qualche algoritmo, di renderlo canceroso, la poesia non può essere ricevuta ciberneticamente, ancora no e forse mai. Chissà se provoca una falla, chissà se imparano a ripararla, solo questo mi diverte. Poi è un "luogo" come un altro? E che solo quello è il luogo ipercontrollato? Io per esempio non frequento circoli "intellettuali", per storia mia e cultura, su fb riesco a raggiungere cervelli interessanti, 1/100, e dialogare per non diventare matto, non so se nella realtà mi risulta più facile. Poi vorrei che vedeste la faccia di un vecchietto quando gli mostro foto antiche postate dal gruppo del suo paesello natìo. Saluti.


    1. cardisem 28 giugno 2014

      È un approfondimento interessante...

    1. Fedeledellacroce 28 giugno 2014

      Ignorante!
      si dice feisbuc!

    1. Cataldo 28 giugno 2014

      Facebook o twitter etc come per tutte le estensioni del senso, per dirla in termini classici, richiede una anestesia propedeutica all'utilizzo, il fatto di sapere che è cosi aiuta molto a non perdere la bussola.

      A breve, come accade ora per il cellulare, sarà un grande lusso non essere connessi a questi strumenti, la stessa informazione elementare di non essere iscritti acquisisce sempre più connotati diversi e controintuitivi.

      Ma qui la tecnologia non c'entra molto, nello specifico, in quanto si rientra sempre nella rivoluzione digitale, è il classico esempio della differente azione delle economie di scala quando si rapportano all'informazione, si creano possibilità prima nemmeno immaginabili.
      Nello specifico, man mano che la concentrazione procede, le forme di aggregazione delle informazioni fanno salti di stato; mentre la rivoluzione industriale agiva in orizzontale qui c'è una freccia verticale, che porta a trasformazioni ontologiche dei risultati attesi, Facebook è uno di questi.

      Il controllo delle elite sui crocevia e sull'utilizzo effettivo di questi flussi è totale, ed ha permesso di ovviare anche ad una limitazione intrinseca che ha internet rispetto il controllo, ovvero il funzionamento stesso dei protocolli di base come il TCP, che non prevedono gerarchie di routing obbligate: gli aggregatori, come i motori di ricerca e facebook, creano una sorta di aspirapolvere che allo stesso tempo riordina i flussi, molto più comodo che passare al setaccio un mare.

      Per questo sono ideologicamente contrario all'utilizzo di questi strumenti :)

    1. cardisem 28 giugno 2014

      E fai bene a non avere un account FB. Figurati se io sto qui a fare l’agente di commercio per FB... Tuttavia, poiché sono stato da te (non per nome citato), e mi dispiace per la prima parte del mio commento, che non immaginavo sarebbe stata la sola raccolta e discussa, considera che un vasto Movimento politico di cui sono membro, si serve nella sua organizzazione zonale proprio di una pagina FB...

      Io che non amo né ho la pazienza per FB resto fuori da tante informazioni perché non ho la costanza di aprire quella pagina FB..
      Potrei fare qualche altro esempio di carattere più privato...

      Ho detto "tutti" ma poi ho anche scritto "mi trovo praticamente costretto”...

      Poiché viviamo in una società tecnologica (macchinari industriali) e post-tecnologica (informatica-comunicativa) credo che il discorso si potrebbe allargare da FB a molte altre cose che non attirano egualmente l’attenzione.

      Io vedo un solo rischio, che ho riscontrato in molte situazioni: quello di assumere una posizione "ideologica” di fronte a un qualsiasi oggetto o strumento prodotta dalla tecnica... Contro l’automobile non perché inquina, fa rumore e tante altre cose, ma perché è l’automobile...

      Io distinguerei fra ciò che aumenta gli spazi di libertà (dignità, benessere, salute...) e ciò che lo comprime, mortifica, distrugge, uccide...

      Se l’1% governa la terra e opprime il 99%, la colpa non è del singolo prodotto della tecnica, ma solo e unicamente di quell’1%.

      Come ci si difende dall’1%? Come ci si ribella?....

    1. Chronos 28 giugno 2014

      Raccolgo questi articoli per documentare che non sono il solo a credere che Facebook sia una pessima allucinazione planetaria (piú di un miliardo di iscritti).

      Non ho un account e non mi importa se lo hanno "tutti" (in realtá solo uno su sette circa);
      dall'aprirne uno, mi ha sempre trattenuto l'immagine che Facebook fosse semplicemente il muro dei cessi digitale.

      Ognuno scrive quello che puó, nel contesto che meglio lo esprime.

    1. GioCo 27 giugno 2014

      Personalmente non ho proprio "analisi" sul fenomeno in quanto tale: lo penso uno strumento, come l'azienda, il denaro, l'atomica. Strumenti cognitivi che non hanno veramente niente di negativo, ma come il coltello se lo tiene in mano un assassino è diverso che se lo tiene in mano un contadino.
      Anche l'assassino potrebbe coltivare carote e patate e aver bisogno del coltello ma non mi reco da lui a chiedere ortaggi mentre lo maneggia, giusto? ... e non penso che lo sto denigrando per questo, giusto?

      "L'azione virale" è una roba tanto paradossale e insulsa che parlarne può solo offendere chi la pratica. E' un po' come "Anonymous": sentirsi qualcuno facendo nessuno. Fatico ad accettare che chi ha intelligenza (e di solito è proprio che ne ha da vendere) si faccia turlupinare da fesso in quel modo.

      Ma questo mestamente è quanto ... :(

      Certamente l'esperto di arti marziali shaolin nei fantasy ferma con le dita la lama della Katana del brutto-Kattifo e la strappa di mano al nemico e così dimostra con sorriso beffardo che "l'arma è a doppio taglio", perché chi la brandisce poi deve dimostrare di saper fare bene anche senza, ma quando si riuscirà a capire che è solo un giochino mentale da prestigiatore per sfigati?

      Sono convinto che la risposta è "mai" o perlomeno un tempo tanto lungo quanto non vorremmo mai sapere che sia.

    1. grillone 27 giugno 2014

      io non uso facebook(che è sicuramente anche uno strumento di controllo), ma non condivido neanche questi pregiudizi! facebook è uno strumento, e come tale può essere usato bene, male, o addirittura da schifo. se uno vuole condividere la propria passione sportiva, oppure vuole creare una rete di contatti tra ex compagni di scuola o ex commilitoni, va benissimo usare facebook; se uno, invece, lo usa solo per ammazzare il tempo, gli consiglio anchio di trovarsi un passatempo piu intelligente

    1. Quantum 27 giugno 2014

      Ci sono fior di studi e facoltà di neuroscienze e psicologia indirizzati proprio a ottenere quello che hai descritto.



    1. alsalto 27 giugno 2014

      assolutamente no.
      gli sforzi per profilare la gente son storia antica.
      penso comunque che interessi principalmente l'aspetto commerciale della questione, per il resto si, e' comunque un rafforzativo per l'intelligence.
      Che poi, tante storie ma basta la tessera fedelta' dell'esselunga.

    1. lucamartinelli 27 giugno 2014

      allora, riguardo la seconda parte: credo ci sia di peggio. Ho sempre sostenuto che il Grande Fratello fosse un trucco per abituare le persone ad essere spiate: ora le videocamere sono su tutte le strade, buono o cattivo che sia. FB è un trucco dei padroni per catalogarci per bene. Sono così bravi che sono riusciti a farci cantare come canarini e così gli abbiamo detto tutto di noi. Facciamo un esempio estremo: domani c'è un colpo di stato: non solo vengono a prendermi perchè sanno che sono oppositore ma prendono tutti i miei amici che la pensano come me! Esagero?

    1. alsalto 27 giugno 2014

      lo stesso motivo perche' altrettanto ne ebbe il pranzo e' servito.
      ma anche i gormiti tra i mocciosi.
      od i cigilloni di gomma ad ibiza.

    1. alsalto 27 giugno 2014

      anche perche' a furia di scusami e perdona abbiamo ammazzato le palle a 'sto giro, echeccacchio oooooo!!!!
      hahhahha, si scherza!

      in merito alla seconda parte che dire?
      butta il mostro in prima pagina rimane il gioco da tavolo preferito.

      ps. anni fa ricevetti un invito da parte di un amico ad iscrivermi a faccia libro, manco sapevo che fosse. Mi registrai e dopo essermi scoperto ad origliare le foto pubblicate da gente che conoscevo ma non vedevo da anni ed anni provai un tale miserabile senso di tristezza da guardone che decisi di cancellare (che poi lo blocchi solo) l'account e tornai felicemente a dedicarmi al porno cecoslovacco d'autore.

    1. cardisem 27 giugno 2014

      Non inteso fare una apologia o un elogio di FB: ho detto che lo detesto.
      Posso anche spiegare perché allora ho anche io un account FB, ma non credo che sia interessante e valga la pena spenderci delle parola.

      Può forse avere un senso – come nell’articolo – tentare una analisi e una spiegazione dell’incredibile successo che questa piattaforma ha avuto...

    1. Cataldo 27 giugno 2014

      Facebook è un protocollo aggiuntivo sulla rete che serve solo a canalizzare meglio le informazioni vestro i mostruosi database di controllo, sempre più immani, un favore che si fa ai controllori.
      Non a caso tutte le attività economiche legate ai "social" sono partite con alla radice investitori riconducibili ai soliti noti, tutte, nessuna esclusa; un motore immobile, direbbe il filosofo, ha canalizzato miliardi di dollari verso queste strutture prima ancora che fatturassero un verdino, solo questo dovrebbe far riflettere su tante cose, su cosa è l'economia di mercato negli anni duemila, su cosa muove la borsa, etc etc.

      Sul piano dei contenuti la deriva al ribasso, alle forme più elementari di espressione, è implicito nella forma, il minimo comune denominatore delle monadi di Facebook è tutto ad un palmo dalla pancia dei singoli partecipanti, è molto difficile che possa andare oltre, il rapporto che si può impostare tra i costrutti pubblicati non ha sfumature, cosi come non c'è una gerarchia, le monadi sono impilabili all'infinito o quasi.

      Accanto a queste considerazioni va anche detto che in generale la comunicazione interpersonale si impoverisce sempre più su tutti i fronti, il motivo profondo è la guerra aperta che si conduce da anni al senso critico dei cittadini, che opera su tutti i fronti, dalla scuola ai media, dalla politica all'economia, tutta la comunicazione attuale è sempre più omologante, in forme sempre nuove e subdole, che risultano di difficile interpretazione o individuazione anche a chi da anni si affanna a studiarle.

    1. cardisem 27 giugno 2014

      Se vuoi mi scuso io per non aver dato una sufficiente e argomentata "motivazione”, ma era perché non attribuivo importanza a una qualsiasi mia personale motivazione, che non ho difficoltà a dire (e anche plausibile) ma che assolutamente non ritenevo fosse cosa da meritare una discussione.

      Invece la seconda parte, dove non ho avuto nessun commento, è per me una cosa assolutamente grave: una persona che viene "spiata” in un momento che quella persona considerava assolutamente "privato” si inscena una messa in scena assolutamente vergognosa con tutti i telegiornali, le radio, i giornali a soffiare sopra... Non ho dato le specifiche, per non violare la privacy e il diritto all’oblio delle persone, ma questo mi resta bene impresso nella memoria e se come ho detto faccio un uso "ridotto” e "ridottissimo” di FB (peraltro ordinario canale di comunicazione di Cinque Stelle) è perché conservo la "memoria” di questo e altri casi...

      Siamo all’inizio di una nuova forma di comunicazione e non ritengo di dover sempre dire di no a un principio di regolamentazione normativa della materia che sia autenticamente (e non truffaldinamente) a protezione di ognuno di noi che decide di usare le nuove forme di comunicazione.

      Per autocomplimentarmi/ci dico che questo Forum (salvo sporadici inquinamenti) è quanto di meglio abbia trovato sulla rete.

      Non mi sento offeso e nessuno mi deve delle scuse.

    1. lucamartinelli 27 giugno 2014

      nessun processo, ci mancherebbe altro...buona giornata.

    1. lucamartinelli 27 giugno 2014

      perfettamente d'accordo, anzi forse dovrei scusarmi con Cardisem. Ovviamente non era mia intenzione processarlo. Non mi soddisfaceva la sua motivazione. Bastava che scrivesse che lui aveva FB e finiva lì, senza aggiungere il fatto di "sentirsi costretto". Saluti

    1. alsalto 27 giugno 2014

      sono io che li faccio.

      e' che ho un senso dell'umorismo bizzarro e tempo da buttare,
      tuttavia ne ottengo un sacco di foto di tipe che accanottano le labbra.
      a volte ci mettono dentro pure le dita.

    1. Quantum 27 giugno 2014

      Io preferisco dare un'analisi diversa di fenomeni come Facebook.

      Coscienza collettiva. Oppure "intelligenza" (sic!) collettiva. Come api e formiche.

      Tramite un network si mettono insieme opinioni e pensieri. Si diviene un macro-essere interconnesso.

      Questo però apre a numerosi interrogativi sulla sua efficienza e come può essere condizionata.

      Ed a livello centralizzato l'ape regina saprà già come sfruttare le coscienze delle operaie.

      Oppure menti brillanti sapranno quali informazioni fare circolare viralmente.


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