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ENRICO BERLINGUER E LA QUESTIONE MORALE

a cura di ALESSANDRA COLLA
alessandracolla.net

Trent’anni dopo, l’intervista rilasciata da Berlinguer a Scalfari sulla delicatissima questione morale. Ho evidenziato (in rosso, ovviamente) qualche punto, che mi pare non soltanto saliente e degno di attenzione, bensì di desolante attualità. E se questo è “comunismo”, signore e signori, sono “comunista” anch’io.

Intervista a Enrico Berlinguer

di Eugenio Scalfari

* * *

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterrand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981

A cura di Alessandra Colla
Fonte: www.alessandracolla.net
Link: http://www.alessandracolla.net/2011/07/29/enrico-berlinguer-e-la-questione-morale/
29.07.2011

Pubblicato da Davide

  • ROE

    Enrico Berlinguer è stato un grande uomo. Un onesto. La sua analisi della realtà italiana parte dalla concenzione marxista sugli effetti del capitalismo. La questione morale da lui posta è attuale, anzi peggiorata. Ma. come Lenin e Mao, nemmeno Berlinguer è riuscito ad indicare la soluzione vincente per realizzare concretamente il socialismo e successivamente il comunismo. Del resto, Marx ed Engels hanno saputo analizzare la malattia ma non le cause precise e soprattutto la terapia.

  • Onilut

    “L’iperreale boato ipnopedico del Potere t’assorda le orecchie, scava fra i timpani e sonda le cervella, s’accosta al midollo, cerca il punto più buio, quello più remoto – là dove risiede l’acme dell’anima – lo cerca e lo trova, prima o poi lo trova, e lì rimbomba di giorno in giorno, di minuto in minuto, a ondate dolci, a ondate quiete, a ondate serene – e tu vorresti che non ci fosse, credi addirittura di potertene liberare ma quel suono, dannato, quel suono è di tutti e non c’è ragione di credere che tu non ne sia in qualche modo infettato, affranto, colpito.”

  • AlbaKan
    • E chi lo sa se non è riuscito ad indicare la soluzione vincente, oppure la grande massa della popolazione non ha saputo “ascoltare”, forse allora come oggi il popolo è solo un branco di pecore…come dice Scalfari in una domanda “se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono”
  • laudris

    Sacrosante parole, ma queste sopra tutte sono oggi quanto mai attuali perchè vanno ben oltre la situazione della nostra italietta:

    “Il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

    Ed è esattamente quello che sta succedendo ora.

  • IVANOE

    Si infatti la questione morale di berlinguer… bella eredità che ci ha lasciato…i partiti occupano le poltrone delle TV…. infatti ci ha messo bianca berlinguer alla rete tre !!! ma quale questione morale… la morale di chi ? deò cugino di cossiga noto atlantista ( tipo i letta gianni ed enrico ? )
    Ma quale alternativa ci ha lasciato contro questo sistema becero e borghese ? Nessuna alternativa abbandonati da questo tiratore di volate per il capitalismo feroce e predatorio. Ma di cosa dobbiamo parlare ? Il PCI dell^ epoca il più grande partito occidentale che poteva non permettere la lottizzazione della tv che cosa ha fatto ? Niente si è venduto al più forte lasciando alla mercè i più poveri… ma quale berlinguer e la questione morale un’altra farsa che è servita per abbindolare il popolo e continuare a servire come ha fatto prima togliatti ( che si era tolto di mezzo il più grande comunista italiano di tutti i tempi antonio gramsci ) il patto atlantico.

  • buran

    Berlinguer non è da santificare, a mio parere, ma è senz’altro un uomo politico che è stato sotto molti punti di vista un bel po’ sopra alla media. Quello che lui denuncia in questa intervista è senz’altro vero, anzi sacrosanto, ma manca un’analisi altrettanto severa e spietata del PCI. Non è sbagliato dire, ad es., che in molte amministrazioni locali a cominciare da quelle regionali il comportamento del Partito non era diverso dagli altri. La “mutazione genetica” (espressione azzeccata usata un decennio dopo da Cossutta) del PCI era in corso già da parecchio ai tempi di questa intervista e per contrastarla occorreva fare una rivoluzione politica e culturale anche interna. Credo che Berlinguer ne fosse consapevole di sicuro, ma per non indebolire il Partito e salvaguardare l’immagine di quello che era un punto di riferimento per i lavoratori ha evitato di affrontare la questione. Purtroppo, a mio avviso, è stato un errore decisivo, possiamo ben dirlo, anche se col senno di poi.

  • ROE

    I popoli sono certamente così. D’altra parte, chi vive in una struttura gerarchica (non solo nel capitalismo ma in generale) non può essere diversamente, salvo eccezioni: secondo la fisica, una su centomila. Ma la “soluzione vincente” deve tenere conto di questa realtà e riuscire a superarla, trasformando la gerarchia in conarchia. Altrimenti non è una soluzione vincente ma solo un tentativo illusorio.

  • ROE

    Esatto. Salvo eccezioni: secondo la fisica, una su centomila.

  • ROE

    L’unico modo per sfuggire a questa realtà è che i lavoratori assumano la responsabilità della produzione partecipando direttamente ai rischi ed ai risultati delle imprese. Solo così si passa “dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato” (Il Capitale, Libro III, Sez. V, cap. 36, Ed. Riuniti, pagg. 705-706).

  • ROE

    C’è un problema di responsabilità. La singola parte di un sistema complesso organizzato in una struttura gerarchica può innescare un reale cambiamento soltanto se la sua azione attrae la larga maggioranza delle altre parti e diventa “emergenza” che provoca una transizione di fase dell’inteo sistema. Se l’azione della singola parte non attrae la larga maggioranza, rischia di far involvere il sistema e far pagare il suo “tentativo” ai pochi che ne sono attratti.

  • buran

    Si, ma le condizioni c’erano: il prestigio personale di Berlinguer era grande nel partito (e anche fuori) e la delusione interna per le precedenti politiche di compromesso con la DC era diffusa. Se l’autocritica fosse stata radicale (toccando realmente anche le proprie responsabilità) e credibile sarebbe stata un’operazione possibile. Invece ci si fermò a metà del guado (anche per la sua scomparsa improvvisa), o forse anche prima, e quello che venne fuoei fu il “nuovo PCI” di Occhetto che poi produsse quello che sappiamo.

  • Tonguessy

    L’autocritica non poteva essere troppo radicale, pena lo sfaldamento del PCI. A sinistra del PCI c’erano gruppi con cui il PCI stesso non intendeva collaborare. L’unica strada percorribile era quindi il mantenimento del prestigio acquisito in lunghi anni di battaglie. Peccato che tale prestigio fu tranquillamente svenduto alla morte di Berlinguer, che possiamo così ricordare come l’unico capoccia in grado, nei sui anni, di mantenere la distanza dall’extrasinistra senza avvicinarsi troppo al centro, mantenendo un certo controllo sui miglioristi. Alla sua morte sappiamo bene come è andata.

  • ericvonmaan

    Berlinguer predicava bene ma razzolava male, e altrettanto i suoi “discendenti”: chi abita in una regione “rossa” sicuramente capirà cosa intendo…

    …”I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.” …

    …”Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. …

    Come diceva Totò? MA MI FACCIA IL PIACERE !!!!

  • GioCo

    La risposta a questo post è complessa e non so se riuscirò a darne il giusto spessore, evitando al contempo il rischio di apparire “contrario” a delle posizioni in apparenza così condivisibili.
    Il punto infatti è che quest’analisi lucida e svuotata di due fattori imporanti, alla luce dei quali non si può più essere completamente d’accordo.
    Il primo fattore è quello della dinamica economica a livello mondiale: dalla meccanica dei prestiti che ha reso possibile “anche” (ma non solo) il “miracolo economico italiano”, alla morsa in cui il nuovo colonialismo occidentale ha lasciato le vecchie province africane e mediorientali, per assicurarsi l’accesso a basso costo delle materie prime, fino all’orrendo sfruttamento della manodopera nei paesi “in via di sviluppo” (eterno). Tutto questo rende l’industria un nodo, che è possibile sciogliere solo se smette di esistere come organizzazione verticale. Perché altrimenti, a prescindere dalla bontà dei suoi vertici, essa funzionerà comunque come un aspirapolvere di forza sociale ed economica o come una mazza capace di sfondare qualunque resistenza.
    Il secondo fattore è quello della dinamica interpersonale, cioé del rapporto che l’uomo ha con il suo prossimo. Che poi è lo stesso distorto che l’uomo ha verso il suo ambiente in generale: un rapporto di sfruttamento suicida che vede le cose come di valore solo se sono a lui funzionali, con un rapporto talmente egocentrico da lasciare senza speranza il futuro della vita sul pianeta.
    I “legittimi interessi” di chiunque, se pensati a scapito di altri esseri umani o di una porzione di vita non umana con cui condividiamo questa gigantesca “serra botanica” che chiamiamo Terra, sono “legittimi squilibri”, destinati prima o poi a creare più disastri di quanti intendono ripararne.
    Come dico spesso, non sono i peggiori tra di noi a fare i casini più grandi.

  • ROE

    Esatto. La prospettiva marxista è finita con Gramsci e si è trasformata in riformismo. E così in tutto l’occidente: nei paesi economicamente più sviluppati, i proletari hanno beneficiato dello sfruttamento del lavoro e delle risorse dei paesi più poveri e gli ex proletari sono diventati dei piccoli borghesi. Con i risultati che vediamo.