DOVE VA BEPPE GRILLO ? UN'ANALISI SOCIOLOGICA

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DI CARLO GAMBESCIA

Al posto di Beppe Grillo tremeremmo. Ieri la Repubblica gli ha dedicato il titolo d’apertura, le pagine 2-3 e un paio di commenti non benevoli di Michele Serra e Massimo Cacciari (intervistato da Carlo Brambilla). Ma per quale ragione Grillo dovrebbe preoccuparsi? Perché si tratta di un giornale dalle antenne sensibili, capace di riconoscere il nemico a grande distanza… Per poi distruggerlo mediaticamente.

Che cosa non andrebbe in Grillo secondo la Repubblica? Il suo “populismo”, ovviamente antipolitico, il che ha già sapore di prossima scomunica… Visto il trattamento ricevuto da Silvio Berlusconi, altro populista d’Italia, assai malvisto dall’ establishment finanziario laico, vicino al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Pertanto, crediamo, che si preparino tempi non facili, per Grillo e il suo movimento.
Ma cerchiamo di affrontare l’argomento in termini oggettivi.
Il successo della manifestazione di ieri – il cosiddetto V-Day – mostra che sul piano politico Grillo ha nella manica alcune carte da giocare. Vediamo quali.In primo luogo personali. Qualunque partito italiano, ora, lo vorrebbe nelle sue schiere.

In secondo luogo di movimento. Stando alla cronache, il “grillista” è di tutte le età (ma con lieve predominio dei giovani), proviene dal ceto medio in crisi (con predominanza di precari e studenti, ma sembra anche pensionati ) e soprattutto ha notevoli capacità di mobilitazione (si tratta di dati estrapolati dalle cronache di ieri e quindi da “prendere con le molle”; che, tuttavia, possono costituire una prima base osservativa). Riunire in tutta Italia alcune centinaia di migliaia di persone non era facile, soprattutto la seconda domenica di settembre e in concomitanza con altri eventi. E Grillo, invece, ha raggiunto l’obiettivo: il che significa che ieri è sorta sociologicamente un’ entità politica di “movimento” e non solo legata alla blogsfera, che risponde ai tre requisiti canonici: un capo (Grillo); un’identità (fondata sul rifiuto della “politica politicante” , sulla promozione della democrazia diretta e, pare, stando al sito di Grillo, sulla “decrescita felice”); una forza d’urto movimentista composta di migliaia di aderenti. Probabilmente capace di fare politica all’esterno delle istituzioni.

In terzo luogo di partito. Il movimento, una volta consolidatosi, nell’arco di un anno o due, potrebbe trasformarsi in partito. E dunque presentarsi regolarmente alle elezioni. E fare politica direttamente nelle istituzioni.
Tuttavia, e in quarto luogo, il movimento, potrebbe anche essere ridimensionato, per ragioni legate alla volontà di Grillo o alle circostanze interne e/o storiche, e trasformarsi in gruppo di pressione. E dunque fare politica attraverso le istituzioni, passando per i partiti, o per particolari personalità politiche.

Queste sono le quattro possibilità che Grillo ha davanti a sé. Attualmente (o almeno fino a ieri), Grillo, sembra agire, secondo la logica del gruppo di pressione: attraverso le istituzioni (si pensi allo strumento delle iniziative di legge). Ora però, potrebbe passare a una logica di emendamento, dal basso, agendo sulle istituzioni, pur rimanendone all’interno, attraverso lo strumento del referendum. Il passaggio è delicato, dal momento che un’organizzazione referendaria, implica:
a) strutturazione sul territorio (che in parte minima già esiste, grazie ai gruppi dei cosiddetti “amici di Grillo”);
b) quadri dirigenti intermedi;
c) una massa di attivisti e simpatizzanti (in tutto, almeno un settecentomila unità).
Pertanto la scelta referendaria, potrebbe facilitare la trasformazione del movimento, nato appena ieri, in partito (che però richiederebbe, a prescindere dalla legge elettorale, per un minimo di visibilità, almeno un milione/un milione e mezzo di unità, tra attivisti, simpatizzanti e votanti). Oppure potrebbe condurre alla stabilizzazione del “grillismo” nei termini di un movimento sociale flessibile, capace di intervenire sul territorio, in risposta alle “chiamate del capo”. Pertanto due delle quattro possibilità elencate, potrebbero costituire gli anelli di un processo politico evolutivo dal movimento (stadio a), al partito (stadio b). Mentre la trasformazione in gruppo di pressione implica, come accennato, il rischio del ridimensionamento sociale e dunque operativo. Ma anche la stabilizzazione in termini di movimento, alla lunga, potrebbe favorire un’istituzionalizzazione dello stesso, e dunque il venire meno della portata innovativa, che in genere caratterizza i movimenti sociali, come fenomeni di stato nascente.

Il futuro del “Grillismo” dipenderà perciò, oltre che dagli ostacoli posti dai partiti e dalle istituzioni esistenti, dalle capacità decisionali e organizzative di Beppe Grillo. Dalla qualità dei suoi programmi. E dalla sua volontà di fare o meno “politica sul serio”. Dal momento che fare politica sul serio, significa, almeno nelle società democratiche, trasformarsi in partito e partecipare alle elezioni, per governare da soli o insieme ad altri. Per contro il movimento e il gruppo di pressione non hanno valenza politica, soprattutto nei tempi lunghi: perché i movimenti, storicamente parlando, o si trasformano in partiti legali o fanno le rivoluzioni, conquistando il potere con la forza. Altrimenti i movimenti finiscono per rientrare nella normalità (“normalità”, che in alcune sue schegge impazzite, può implicare, secondo le tradizioni ideologiche, anche il terrorismo). Per riaccendersi socialmente, di tanto in tanto, in relazione all’andamento delle vicende esterne e agli alti bassi del cosiddetto potere carismatico dei capi… Quanto ai gruppi di pressione, si tratta di vere e proprie organizzazioni sistemiche di gestione di valori trasformati in interessi economici, più o meno legali, secondo le legislazioni nazionali.
Tre notazioni finali.

In primo luogo, il grillismo, mostra la forza della cosiddetta “blogsfera” e di internet. Forza che non deve però essere sopravvalutata, perché se è vero che “la rete” svolge un interessante ruolo di catalizzazione e informazione delle forze sociali, è altrettanto vero che i processi politici implicano capi e dirigenti capaci, programmi concreti, e soprattutto masse reali, e non solo virtuali, o comunque in grado di trasformarsi da virtuali in reali.
In secondo luogo, il grillismo è esploso con il centrosinistra al potere. E questo dovrebbe far riflettere la sinistra sugli errori commessi. E soprattutto sulla necessità di non liquidare Grillo, come populista e nemico della democrazia. Dal momento che questa accusa potrebbe favorirne il riflusso a destra.

In terzo luogo, la presunta volontà di Grillo di andare oltre la destra e la sinistra, è indubbiamente interessante, ma purtroppo ambigua e pericolosa per lo sviluppo politico del grillismo. Perché se intesa in termini istituzionali, indica la ricerca di una “pacifica” collocazione partitica al centro, o comunque, da gruppo di pressione e/o movimento sociale stabilizzato; se intesa in termini anti-istituzionali, può attirare su di lui, feroci accuse di qualunquismo, populismo o neofascismo, come già sta accadendo. Purtroppo, la scelta di voler andare “al di là della destra e della sinistra”, pur condivisibile sul piano soggettivo, crediamo possa acquisire senso soltanto nel quadro oggettivo di una simultanea (storicamente parlando) trasformazione totale dell’attuale sistema politico, economico e sociale in qualcosa di completamente nuovo. Con tutti i rischi e pericoli di involuzioni autoritarie che questi processi implicano.
Parliamo, ovviamente di rischi, perché come abbiamo scritto altrove, l’antipolitica di oggi può essere la politica di domani.
Ma Beppe Grillo è disposto ad assumersi questo rischi? Ha la tempra del capo e dell’organizzatore?
Da ieri sembra di sì.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Link
10.09.07

VEDI ANCHE: UFF….POPULISMO E V DAY

TRAVAGLIO – MA QUALE ANTIPOLITICA

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