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DECRESCITA. MA NE SIAMO PROPRIO SICURI ?

DI GIANLUCA BIFOLCHI
Achtung banditen

Metterò da parte il mio sospetto che le simpatie crescenti che la cosiddetta decrescita sta incontrando siano in definitiva una moda che vada al di là dei meriti specifici di natura teorica di autori come Serge Latouche, e che trovi ampi varchi in una sinistra sedotta dall’impatto emotivo del nuovo concetto e dalla possibilità di sostituire la fatica dell’analisi dei problemi con comode formule preconfezionate. Esprimerò invece alcune gravi riserve a cui finora non ho trovato risposta tra i fautori della nuova dottrina.

Sembrerebbe che tanto le difficili condizioni ambientali del pianeta che il carattere alienante della vita di coloro che abitano le regioni a più alto sviluppo economico del mondo, imporrebbero una diminuzione in termini assoluti dell’attività produttiva e dei livelli di consumo, oltre che una destrutturazione delle aree urbane per reinsediare gli esseri umani in aree rurali a minore densità antropica. Tralasciamo la sicurezza di chi traccia relazioni tra diagnosi dello stato di vita del pianeta e grandiosi progetti di ingegneria sociale, da attuarsi per la necessità di evitare la catastrofe ambientale globale, e in subordine per godere delle gioie di una vita più semplice e meno condizionata dai valori materiali. Chiediamoci piuttosto se tutte le implicazioni di una simile scelta sono state eviscerate e soppesate.

Mi limiterò ad un paio di esempi. Per cominciare non vi è sostenitore della decrescita che, pur desiderando un ritorno a stili di vita più elementari, desideri rinunciare agli agi offerti dalla corrente elettrica. Ovviamente essa va generata e va dato atto ai decrescisti (espressione a cui non confersco alcun sarcasmo) di porsi con molta serietà il problema del prossimo raggiungimento del picco dei giacimenti petroliferi, e i problemi climatici legati all’uso massiccio di combustibili fossili. Da qui l’enfasi sulle energie da fonti rinnovabili o che non si esauriscono in tempi storici, come ad esempio la luce solare. Si parla ad esempio di nuove concezioni dell’ingegneria civile per cui gli edifici saranno miracoli di raccolta di luce solare co nsfruttamento di ogni superficie esterana utile per l’esposizione di cellule fotovoltaiche. E va bene. Ma ancora oggi il bilancio tra l’energia necessaria a costruire i pannelli solari e quella che essi sapranno restituire prendendola dal sole non è particolarmente entusiasmante, e per la produzione di questi articoli sarà comunque necessario fare ricorso alle fonti tradizionali, declinanti e inquinanti. Immaginiamo pure che la tecnologia saprà fare miracoli nei prossimi anni e che le cellule fotovoltaiche sapranno capovolgere il bilancio energetico tra produzione e resa a regime in maniera decisamente interessante. La domanda è: cosa credono che sia la tecnologia, i decrescisti? Magia? Tanto la ricerca che la produzione di ipersofisticati pannelli solari non potrà avvenire senza grandi immobilizzazioni di capitale, distretti industriali per mettere a disposizione la componentistica necessaria, e grandi infrastrutture per far funzionare il sistema.

Facciamo un altro esempio, le promesse che in campo medico sembrano legate alle biotecnologie. Sembra realistico che le ricerche sulle cellule staminali comporteranno un’autentica rivoluzione nel campo della medicina. L’aspetto meno clamoroso di questa rivoluzione riguarderà la possibilità di curare malattie come il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, il diabete; ancora più interessante è però la possibilità di eliminare il concetto di principio attivo universale di un determinato farmaco, per terapie personalizzate in base al profilo genetico del paziente, che aumenteranno in maniera esponenziale la probabilità di guarigione. Affianchiamo queste potenzialità all’importanza dei sistemi diagnostici, sembre più basati su sofisticate tecnologie come quelle della risonanza magnetica, dell’imaging cerebrale, della scintigrafia eccetera. Chiediamoci: che tipo di medicina vogliono i decrescisti? Se vogliono questa medicina (come io la voglio, per quello che essa può offrire ora e per quello che offrirà in futuro), è necessario che comprendano come il trattamento medico che si vede all’opera nel tentativo di alleviare ed eliminare le sofferenze di un singolo paziente non sia che il punto finale di una complessa filiera che congloba capitali, scienza, tecnologia e organizzazione industriale, in forme difficilmente compatibili con le fantasie bucolico-comunitarie che in genere accompagnano i discorsi sulla decrescita.

Si, si può rispondere che si vuole la decrescita, la deurbanizzazione, e al tempo stesso tutto ciò che di buono la tecnologia può offrire, da efficienti turbine eoliche all’eliminazione delle malatie degenerative grazie all’ingegneria genetica; e che per ottenere tutto ciò basti inventare un nuovo paradigma industriale che renda compatibili le due diverse esigenze. Perché no? Si tratta solo di parole… Se non fosse però per il sospetto che certe esaltazioni di una vita semplice, meno vincolata ai valori materiali e più legata a quelli della comunità non siano che l’espediente retorico per desensibilizzare anticipatamente la risposta negativa che necessariamente sorgerà quando i neofiti della decrescita cominceranno a comprendere la vera portata delle rinunce che una “vita semplice” comporta, come ad esempio veder morire un proprio caro senza la possibilità di fornirgli cure che lo salverebbero e che sarebbero disponibili, se non fosse che la società è cambiata e non mette più a disposizione certi benefici “materiali”, secondo l’esperienza di milioni di persone nell’Africa di oggi che non hanno accesso ai farmaci.

La questione se il vecchio concetto di “sviluppo sostenibile” non è più sufficiente a sventare i rischi di una catastofe ambientale planetaria e occorra parlare tout-court di decrescita (delle forme di antropizzazione, prima ancora delle attività economiche in senso stretto) è di tipo scientifico, e va affrontata con i dati a disposizione, senza lo stolto ottimismo progressista dei pifferai della modernità, ma anche senza i catastrofismi di chi è attirato più da profezie millenaristiche che dalla necessità di trovare soluzioni pratiche ai problemi. Quello che non non trovo più tollerabile è la tendenza dei decrescisti a ricorrere a giochi di prestigio verbali per nascondere le vere implicazioni di ciò che predicano, suggerendo che si possa cambiare l’organizzazione industriale di un paese, anzi del pianeta, con lo stesso atteggiamento con cui si cambia la carta da parati di un appartamento.

Gianluca Bifolchi
Fonte: http://achtungbanditen.splinder.com/
24.11.07

Pubblicato da Davide