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COSA VUOLE ISRAELE ?

DI ILAN PAPPE
The Electronic Intifada

Immagina un gruppo di generali d’alto rango che per anni hanno simulato scenari da Terza Guerra Mondiale nei quali possono spostare in giro grandi eserciti, impiegare le armi più sofisticate che hanno a disposizione e godere dell’immunità di un quartier generale computerizzato dal quale possono dirigere i loro giochi di guerra. Ora immagina che sappiano che in realtà non c’è una Terza Guerra Mondiale e la loro esperienza è richiesta per calmare alcuni dei bassifondi vicini o che si debbano occupare della criminalità crescente in borgate disperate e in quartieri impoveriti. E poi immagina, nell’ultimo episodio della mia crisi chimerica – cosa succede quando scoprono quanto sono stati irrilevanti i loro piani e quanto inutili sono le loro armi nella lotta contro la violenza urbana prodotta dall’ineguaglianza sociale, la povertà e anni di discriminazione nella loro società. Possono ammettere di aver fallito o decidere di usare lo stesso l’immenso e distruttivo arsenale che hanno a disposizione. Stiamo assistendo oggi alla devastazione compiuta dai generali israeliani che hanno optato per la seconda possibilità.

Ho insegnato nelle università israeliane per 25 anni. Alcuni dei miei studenti erano ufficiali di alto rango nell’esercito. Vedevo la frustrazione che cresceva dallo scoppio della prima Intifada nel 1987. Detestavano questo tipo di confronto, chiamato eufemisticamente dai guru della disciplina statunitense di Relazioni Internazionali: ‘conflitto a bassa intensità’. Era troppo bassa per i loro gusti. Si trovavano di fronte a pietre, bottiglie molotov e armi primitive che richiedono un uso molto limitato del vasto arsenale che l’esercito ha ammassato nel corso degli anni e di cui non ha ancora verificato le capacità sul campo di battaglia o in zone di guerra. Anche quando l’esercito usava carri armati e F-16, era solo un assaggio dei giochi di guerra che gli ufficiali giocavano nel Matkal israeliano (quartier generale) e per il quale hanno comprato, coi soldi dei
contribuenti statunitensi, le armi più sofisticate e moderne che esistono sul mercato.

La prima Intifada fu sconfitta, ma i palestinesi continuavano a cercare il modo di porre fine all’occupazione. Si sono rialzati nel 2000, ispirati questa volta da un gruppo più religioso di leader nazionali e attivisti. Ma era ancora un ‘conflitto a bassa intensità’; niente più di questo. Non era però quello che si aspettava l’esercito, agognava ad una ‘vera’ guerra. Come espongono Raviv Druker e Offer Shelah, due giornalisti israeliani molto vicini alle IDF (Forze di difesa israeliane) in un recente libro, Boomerang (p. 50), le più importanti esercitazioni militari prima della seconda Intifada si basavano su uno scenario che prevedeva una guerra totale. Si era preannunciato che, nel caso di un’altra insurrezione palestinese, ci sarebbero stati tre giorni di ‘sommosse’ nei territori occupati che sarebbero sfociati in uno scontro frontale con gli stati arabi confinanti, soprattutto la Siria. Un conflitto del genere, si diceva, era necessario per mantenere il potere deterrente di Israele e rinforzare la fiducia dei generali nella capacità del loro esercito di condurre una guerra convenzionale.

La frustrazione era insostenibile quando i tre giorni nell’esercitazione sono diventati sei anni. E ora la visione principale dell’esercito israeliano per i campi di battaglia oggi è ancora quella dello ‘shock and awe’ (‘colpisci e terrorizza’) piuttosto che quella di cacciare cecchini, attentatori suicidi e attivisti politici. La guerra a ‘bassa intensità’ mette alla prova l’invincibilità dell’esercito ed intacca la sua capacità di impegnarsi in una guerra ‘vera’. E, cosa più importante di tutte, non permette ad Israele di imporre unilateralmente la sua visione sulla Palestina, un paese de-arabizzato in mani prevalentemente ebraiche. La maggior parte dei governi arabi sono stati compiacenti e abbastanza deboli da permettere agli israeliani di perseguire nelle sue politiche, tranne la Siria e Hizbollah in Libano. Se l’unilateralismo israeliano avrà successo dovranno essere neutralizzati.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada nell’ottobre 2000, potè evaporare un po’di frustrazione con l’uso di bombe da 1000 chili su una casa a Gaza o durante l’operazione Defense Shield nel 2002 quando l’esercito ha distrutto con i bulldozer il campo di rifugiati a Jenin. Ma anche questo è stato solo un assaggio di quello che l’esercito più forte in Medio Oriente potrebbe fare. E nonostante la demonizzazione della forma di resistenza scelta dai palestinesi nella seconda Intifada – gli attentatori suicidi – bastavano solo due o tre F-16 e un paio di carri armati per punire collettivamente i palestinesi distruggendo completamente la loro infrastruttura umana, economica e sociale.

Conoscevo bene questi generali per quanto li si possa conoscere. La settimana scorsa hanno fatto un giorno di esercitazione. Basta uso random di bombe da un chilo, navi da guerra, elicotteri e artiglieria pesante. Il debole e insignificante nuovo ministro della difesa, Amir Perez, ha accettato senza esitazione la richiesta dell’esercito di distruggere la striscia di Gaza e ridurre in polvere il Libano. Ma potrebbe non essere sufficiente. Può ancora deteriorarsi in una guerra totale con l’infelice esercito siriano e i miei ex studenti potrebbero anche spingere verso un’eventualità del genere compiendo azioni provocatorie. Inoltre, se si crede a quello che si legge qui nella stampa locale, potrebbe anche degenerare in una guerra a distanza con l’Iran, con il massimo appoggio da parte degli Stati Uniti.

Nella stampa israeliana anche i resoconti più parziali di quelle che sono state proposte dall’esercito al governo di Ehud Olmert come possibili operazioni negli anni a venire, indicano chiaramente ciò che entusiasma i generali israeliani in questi giorni. Niente di meno che la totale distruzione di Libano, Siria e Tehran.

I politici ai vertici sono più mansueti, fino a un certo punto. Hanno soddisfatto solo parzialmente la fame dell’esercito di un ‘conflitto ad alta intensità’. Ma la loro politica del giorno è già stata assunta dalla propaganda e dalla ragione militare. Per questo motivo Zipi Livni, ministro degli esteri israeliano, una persona altrimenti intelligente, stanotte (13 luglio 2006) ha potuto dire genuinamente alla TV israeliana che la maniera migliore per recuperare i due soldati catturati ‘è di distruggere completamente l’aeroporto internazionale di Beirut’. Rapitori o eserciti che hanno due prigionieri di guerra naturalmente vanno immediatamente a comprare per i sequestratori e i due soldati dei biglietti per il prossimo volo da un aeroporto internazionale. ‘Ma potrebbero trasportarli nascosti in un auto’ hanno insisitito i giornalisti. ‘Oh, certo’ ha detto il ministro degli esteri israeliano, ‘ed è per questo che in Libano distruggeremo anche tutte le strade che portano fuori dal paese’. Questa sì che è una buona notizia per l’esercito, distruggere aeroporti, dar fuoco a cisterne di petrolio, far saltare in aria ponti, distruggere le strade e infliggere danni collaterali alla popolazione civile. Almeno l’aviazione può mostrare la sua ‘vera’ potenza e compensare per gli anni di frustrazione del ‘conflitto a bassa intensità’ che aveva mandato i migliori e i più audaci israeliani a correre dietro ragazzini e raggazine nei viali di Nablus o di Hebron. A Gaza l’aviazione ha già sganciato cinque bombe del genere, mentre negli ultimi sei anni ne aveva sganciata solo una.

Potrebbe non essere sufficiente comunque però per i generali dell’esercito. Hanno già detto chiaro e tondo alla TV che ‘noi qui in Israele non dovremmo dimenticarci di Damasco e di Teheran’. In base alle esperienze passate sappiamo cosa intendono con questo appello contro la nostra amnesia collettiva.

I soldati prigionieri a Gaza e in Libano a questo punto sono stati cancellati dall’agenda pubblica. Si tratta di distruggere Hizbollah e Hamas una volta per tutte, non di portare a casa i soldati. In maniera simile, l’estate del 1982 l’opinione pubblica israeliana ha completamente dimenticato la vittima che ha fornito al governo di Menachem Begin la scusa per invadere il Libano. Era Shlomo Aragov, l’ambasciatore di Israele a Londra, che aveva subito un attentato da un gruppo di dissidenti palestinesi. Questo attacco aveva dato ad Ariel Sharon il pretesto per invadere il Libano e rimanerci per 18 anni.

Vie alternative alla risoluzione del conflitto non vengono proposte nemmeno in Israele, neanche dalla sinistra sionista. Nessuno parla di soluzioni ragionevoli come uno scambio di prigionieri o l’inizio di un dialogo con Hamas e altri gruppi palestinesi almeno su una lunga tregua per preparare il terreno a negoziati politici più sensati in futuro. Questa alternativa è già sostenuta da tutti i paesi arabi, ma purtroppo solo da loro. A Washington Donald Rumsfeld può aver perso alcuni dei suoi deputati nel dipartimento della difesa, ma lui continua ad esserne il segretario. Per lui la completa distruzione di Hamas e di Hizbollah – a qualsiasi prezzo e purché senza perdite di vite statunitensi – ‘giustificherebbe’ la ragion d’essere della Teoria della Terza Guerra Mondiale che ha cominciato a diffondere già nel 2001. L’attuale crisi per lui è una giusta battaglia contro un piccolo asse del male – lontana dal pantano dell’Iraq e precursore per gli obiettivi finora non ancora raggiunti nella ‘guerra contro il terrorismo’ – Siria e Iran. Se in realtà in Iraq l’Impero stava in parte lavorando per conto terzi, il supporto completo che il presidente Bush ha dato alla recente aggressione israeliana a Gaza e in Libano dimostrano che potrebbe essere arrivato il momento di saldare il debito: ora il delegato deve salvare l’Impero impantanato.

Hizbollah vuole indietro il pezzo di Libano meridionale che Israele continua a mantenere. Vorrebbe anche avere un ruolo più importante nella politica libanese e dimostra solidarietà ideologica sia con l’Iran che con la lotta palestinese in generale, e quella islamica in particolare. Questi tre obiettivi non sempre sono fra loro complementari e sono risultati in uno sforzo bellico contro Israele molto limitato negli ultimi sei anni. La completa ripresa del turismo dalla parte israeliana del confine col Libano prova che, a differenza dei generali israeliani, per le sue proprie ragioni Hizbollah è molto contento di un conflitto ad intensità molto bassa. Se e quando si raggiungerà una soluzione esauriente della questione palestinese anche questo impulso si estinguerà. Entrare per 100 iarde (poco più di 91 metri) proprio in Israele è un’azione del genere. La reazione ad un’operazione tanto moderata con guerra totale e distruzione indica chiaramente che in questione è il grande progetto e non il pretesto.

Non c’è niente di nuovo. Nel 1948 i palestinesi hanno optato per un conflitto ad intensità molto bassa quando l’ONU ha imposto loro un accordo che gli strappava dalle mani metà della loro patria e la dava ad una comunità di nuovi arrivati e coloni, la maggior parte dei quali era arrivata dopo il 1945. I leader sionisti hanno aspettato molto tempo questa opportunità ed hanno avviato un’operazione di pulizia etnica che ha espulso la metà della popolazione nativa del paese, hanno distrutto la metà dei loro villaggi e hanno trascinato il mondo arabo in un conflitto non necessario con l’Occidente, i cui poteri erano già sul punto di abbandonare il colonialismo. I due progetti sono interconnessi: più l’esercito israeliano si espande, più è facile terminare l’opera incompleta del 1948: la totale de-arabizzazione della Palestina.

Non è troppo tardi per fermare i progetti israeliani di creare una nuova e terribile realtà. Ma la finestra di opportunità è molto stretta e il mondo ha bisogno di darsi da fare prima che sia troppo tardi.

Ilan Pappe è senior lecturer al dipartimento di scienze politiche all’Università di Haifa e presidente dell’Emil Touma Institute for Palestinian Studies ad Haifa. Studioso di storia della Palestina, storia del conflitto israeliano-palestinese e di storia del Medio Oriente è uno dei più importanti storici viventi. Fra i suoi libri troviamo The Making of the Arab-Israeli Conflict (Londra e New York 1992), The Israel/Palestine Question (Londra e New York 1999), A History of Modern Palestine (Cambridge 2003), The Modern Middle East (Londra e New York 2005) e prossimamente, Ethnic Cleansing of Palestine (2006)

lan Pappe

Ilan Pappe
Fonte: http://electronicintifada.net/
Link : http://electronicintifada.net/v2/article5003.shtml
14.07.2006

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da OLIMPIA BERTOLDINI

Pubblicato da Olimpia

  • marzian

    COSA VUOLE ISRAELE?

    DI GIANLUCA BIFOLCHI
    Anzetteln

    Escalation è espressione del gergo militare che significa aumento progressivo dell’intensità del combattimento. Ieri, il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha “deplorato questa escalation”. Per quanto successivamente abbia precisato che condanna tutta la violenza in Medio Oriente, l’uso della parola non può che sottolineare la “sproporzionata” reazione di Israele ad una singola azione degli Hetzbollah, concretizzatasi con un attacco rapidamente estesosi fuori dalla zona di frizione, per colpire obiettivi civili e produrre un elevato numero di vittime.

    Lo storico israeliano Ilan Pappe produce un’interessante analisi [electronicintifada.net] sulle ragioni dell’escalation. In Israele le autorità civili sono relativamente deboli di fronte all’esercito, e quest’ultimo è guidato da ufficiali che, addestratisi su scenari di conflitto su larga scala, sono profondamente frustrati dal logoramento causato loro dal combattimento a bassa intensità promosso dai Palestinesi, come ad esempio gli attentati suicidi della seconda Intifada, ed ancor più il lancio di razzi Qassam per cui Israele sta venendo a realizzare che non c’è alcuna vera risposta militare in termini convenzionali.

    Ma i rapimenti di soldati e l’attacco ad avamposti e pattuglie israeliani da parte di milizie palestinesi ed Hetzbollah, forniscono il pretesto per l’apertura del fronte al tipo di combattimento generalizzato in cui le alte sfere dello stato maggiore di IDF si sente maggiormente a suo agio. I politici si adeguano facendo propria la retorica militarista, mentre nel dibattito presso l’opinione pubblica il tema dei soldati sequestrati tende a sfumare via, dimostrando la sua natura di pretesto.

    Questo non significa che i pruriti bellicosi dell’esercito non siano accompagnati ad alcun progetto politico. Il giornalista libanese Talal Salman chiarisce cosa sta cercando di ottenere Israele [electronicintifada.net], cioè nientemeno che l’eradicazione di ogni forma di resistenza armata nel Medio Oriente, ed in particolare in palestina, nel Libano, ed in Iraq. Il sistema di punizione collettiva che Israele sta attuando a Gaza ed in Libano — crimine di guerra ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra — consiste nel porre sui paesi arabi, cioè sulle loro elite politiche e le loro opinioni pubbliche, la responsabilità — sia pure indiretta, per passività — delle attività “terroristiche”, cioè di tutto ciò che oggi in Medio Oriente prende a bersaglio obiettivi Israeliani ed Americani. Il rifiuto dell’amministrazione Bush a chiedere ad Israele di fermare l’escalation a Gaza ed in Libano, va letta non solo in base alla tradizionale alleanza (da cui oggi si sfila perfino la Gran Bretagna), ma come una condivisione di questo obiettivo strategico specifico. Gli Stati Uniti temono che Hamas e Hetzbollah prendano definitivamente la forma di resistenze nazionali fornendo un modello per le milizie scite e sunnite in Iraq, che potrebbero coalizzarsi definitivamente contro il governo fantoccio e le forze di occupazione.

    Gianluca Bifolchi
    Fonte: http://anzetteln.splinder.com/
    Link: http://anzetteln.splinder.com/post/8689589/COSA+VUOLE+ISRAELE
    15.07.2006