Home / ComeDonChisciotte / CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Viva la campagna…che mi dà tutti questi grilli, birilli, cavalli, coltelli, mulini, bambini, tacchini, pulcini, casette, cosette, forchette, saette, tramonti, racconti, bisonti, rimpianti, castagne, lasagne, lavagne, montagne, ombrelli, fratelli, cartelli, caselli, bestiame, pollame, catrame, legname, fragori, fattori, pittori, rumori, patate affettate, posate, scarpate, fontane, cantine, gattoni, fornelli, randelli, piselli, martelli, sentieri, bicchieri, mestieri, profumi, dolcini, legumi, barlumi, cipolle, corolle, betulle, farfalle, formaggi, foraggi…
Nino Ferrer – Viva la campagna – 1970.

Spesso, leggiamo articoli dove ci viene spiegata per filo e per segno com’è nata l’attuale crisi economica, quali saranno i suoi esiti, le contromisure da prendere per cercare riparo.

Non essendo un economista, prendo volentieri atto delle analisi altrui, cerco di capirle anche se – in alcuni casi, non molti per fortuna (capita soprattutto agli stranieri, con in aggiunta la fatica della traduzione) – il linguaggio troppo tecnico scoraggia il lettore. Oppure, gli chiede uno sforzo mnemonico e di sintesi che, talvolta, è veramente arduo.
Quando si spiega, dovendo usare un termine, credo si debba sempre scegliere il più comprensibile per tutti, mantenendo però la precisione del linguaggio. Per ovviare i termini più tecnici, meglio usare una perifrasi od una metafora.

Chiusa questa breve parentesi linguistica, torniamo alla crisi economica tanto strombazzata: l’impressione che si ricava, per l’Italia, è che sia stata poco toccata dagli eventi ben noti, ossia dalla creazione dal nulla di ricchezza inesistente sotto forma di bond “tossici”.

Alcuni grandi comuni italiani sono finiti nel sogno ad occhi aperti del Pozzo di San Patrizio, della Cornucopia a costo zero, ma l’Europa continentale è stata senz’altro meno coinvolta rispetto ai Paesi degli Angli.
Ciò nonostante, assistiamo ad un vero e proprio crollo dell’economia italiana: inutile citare i dati sulla disoccupazione o sul vertiginoso aumento della cassa integrazione, perché li conosciamo tutti.
Anche le analisi d’alcuni centri-studi (visto che non è obbligatorio chiamarli “think-tank”?) presentano un quadro scoraggiante: moltissime famiglie italiane non sono in grado di pagare un conto inaspettato di 600 euro, nemmeno pensare d’acquistare una nuova auto, meno che mai una casa.

Tutto questo è opera della crisi finanziaria internazionale?

Qualcosa sì – una riduzione delle esportazioni può starci – ma la verità è un’altra: è il “sistema-Italia” a non funzionare più, ad essere inequivocabilmente desueto. Tutto sta ad indicarlo, basta riflettere un po’.
Si parte da una scuola che è stata riformata l’ultima volta nel 1923, per passare ad una scuola la quale – senza nemmeno una discussione in Parlamento, con una semplice legge delega – rinverdirà gli antichi fasti, tornando pedissequamente all’impianto del 1923. Che andava benissimo nel 1923 (e fino al 1970 circa): poi, però, mostrò tutti i limiti di un sapere pensato per il 10% della popolazione.

Ad orchestrare questa bella pensata, un ministro che non sa nulla di scuola – assente giustificata dalla “plancia di comando” perché presto sarà madre, ma pur sempre assente – un sottosegretario che è lì soltanto perché ha la proprietà del marchio della vecchia DC, un ministro in pectore – Renato Brunetta – per il quale non merita nemmeno approfondire quali siano le sue competenze in campo didattico.

Passando oltre ma rimanendo nel campo del minus (inteso come mente, pensiero, ecc) veneziano, dovremmo riflettere su una delle sue ultime esternazioni: modificare l’art. 1 della Costituzione, da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”. Tossica?

La disquisizione non è priva di senso, perché il piccolo ministro/forsesindacodiVenezia discende questa sua conclusione da un’analisi da perfetto economista embedded, ossia di una persona che sa perfettamente quali sono i cardini dell’economia globalizzata. La quale, proprio perché tale, ha il precipuo compito di scardinare qualsiasi resistenza al produci/consuma senza sapere quel che fai: fatti venire l’ulcera per 8 ore il giorno, giacché ti chiedi qual senso abbia quel che fai, poi recati al più vicino supermercato e compra senza sapere, ancora una volta, quel che mangerai.

Un meccanismo per formare perfetti imbecilli, laddove qualsiasi critica (nel senso, ovvio, di chi ancora esercita il raziocinio) è bandita: defeco ergo sum, ecco il regale incipit dei nostri tempi.
Fallo però in fretta, giacché la produzione costante ed in aumento di rifiuti è necessaria per finanziare gli enti locali, grazie agli inceneritori ed ai contributi CIP6 che incassano sulla nostra bolletta dell’ENEL, quei soldi che in bolletta sono indicati come contributo per le energie rinnovabili. Ci prendono per il sedere alla grande.
Spostare questo cardine della nostra Costituzione, dal lavoro alla finanza, significa semplicemente dire agli italiani: qui non si produrrà più nulla, o ben poco. Un tempo avevamo veri e propri gioielli tecnologici – Ansaldo, Olivetti, ecc – pubblici e privati, e li abbiamo gettati nella spazzatura per riciclarli sotto forma di tangenti e prebende per noi (classe politica) ed i nostri lacchè imprenditori. Oppure siamo noi politici i lacchè? Non si sa e non importa: tutti assieme appassionatamente.

Siccome non si produrrà più nulla, meglio investire laddove ancora si lavora: un unanime coro – destro, sinistro, alto e basso – invita, consiglia, spinge ad investire in “Cindia”, ovvero nelle economie orientali. Le quali, nonostante queste bazzecole della crisi, hanno continuato ad avanzare imperterrite.

Si dà il caso che gli italiani in grado di seguire cotanta sapienza brunettiana (ossia possedere capitali) siano soltanto un 20% circa, a largheggiare, perché gli altri sono quelli che pagano i debiti ed i mutui con la tredicesima. Se desiderate un po’ di “parlar forbito”, pigliatevi l’espressione “inarrestabile declino del ceto medio”.

Continuo?

No, basta ed avanza, perché ho scritto tantissimi articoli [1] per spiegare l’inganno politico/economico/energetico/istituzionale nel quale siamo stati precipitati: non avrebbe senso continuare. Meglio pensare al domani: al nostro domani, non al loro, a questa razza sciagurata.
Giungendo al dunque, una quisquilia come quasi 50 milioni d’italiani si troveranno – nei prossimi anni – ad affrontare il dilemma di come campare. Intendiamoci: non sarà fame – sono furbi, sanno cos’è l’elemosina – ma dimentichiamoci tanti piccoli “benefit” che ancora godiamo.
Tanto – non so se ve ne siete accorti – l’economia da “sguazzo” che propongono – i “pacchetti crociere”, le “impedibili” occasioni di viaggio, la moda all’ultimo grido, l’automobile supertecnologica e via discorrendo – sono pianificati, pensati per un plafond che non supera il 30% della popolazione. Gli altri, semplicemente, stanno a guardare.

Il che, potrebbe non essere proprio un gran danno. Basta riflettere.

Se abbandoniamo quel modo di pensare, non avremo nessun bisogno di una crociera che segue il copione della solita abbuffata a pranzo ed a cena, soltanto che avviene sull’acqua. Con l’imprevisto del mal di mare, che potrebbe farvi vomitare tutto: meglio, si prendono le pastiglie per il mal di mare e s’ingurgita nuovo cibo. Il PIL ringrazia.
Siccome superare i 130 Km orari costa salato, meglio nemmeno possedere uno dei “gioielli” da 200 all’ora: a momenti, ai fatidici 130 c’arriva una Panda.

Insomma, questo mondo di consumi stratosferici sembra creato apposta per gli allocchi che vogliono crederci: non abbiamo nessun bisogno – per la nostra salute fisica e psichica – di questa panoplia d’inutili orpelli.
Rimane il problema dei mancati introiti, degli scarsi guadagni, poiché un Paese che non produce può concedere solo salari da fame. Ovvio, che sono “da fame” anche perché dobbiamo mantenere quel 20% d’aguzzini.
C’è modo di sopravvivere degnamente in un simile scenario?

Sì, a patto di riflettere sulle contromisure da adottare.
Ovviamente, da qui in avanti, non bisognerà più pensare in termini generali – ossia globalizzati, si finirebbe nel loro cortile – bensì riferirsi alle situazioni personali, per quella che è semplicemente la nostra situazione economica, lavorativa, familiare, ecc, cercando a quale delle possibili “falle” della globalizzazione possiamo accedere per meglio campare.
Ciascuno prenda in esame la propria vita – famiglia, lavoro, impegni, ecc – e si soffermi su quel che può praticare, per migliorare la propria condizione, sia per l’oggi, sia per le scelte che potremo trovarci ad affrontare domani.

I bisogno primari dell’umanità sono principalmente tre: ripararsi, cibarsi e coprirsi. Iniziamo da quelli.
Il “riparo” è la casa, bene per il quale gli italiani s’indebitano per generazioni.
Pensandola un po’ come un aikidoka – ossia una persona che utilizza la forza d’attacco avversaria e la trasforma in difesa – in fin dei conti lasciano degli spazi, dei “buchi” aperti attraverso i quali potrebbe transitare un esercito.
L’Italia è un Paese a forte urbanizzazione: tutti gli indicatori statistici ed economici lo mostrano.
La ragione?
Una serie d’errori strategici compiuti negli ultimi decenni: nessun serio piano per salvare la nostra agricoltura al punto che oggi, per sette agricoltori anziani, in Italia, ce n’è soltanto uno giovane. In Francia e Germania, ad esempio, c’è praticamente la parità, ossia un normale ricambio generazionale in agricoltura.
La rapida industrializzazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale fu pagata dalle campagne, che videro intere comunità giungere al lumicino: oggi, i medesimi luoghi sono praticamente delle comunità di pensionati.

Va da sé che il mercato immobiliare ha seguito l’andazzo e, la medesima situazione abitativa, in un paesino costa da 1/3 ad 1/6 rispetto alla città, affitto o casa di proprietà essa sia, al punto che le agenzie immobiliari sono poco propense a trattare questi immobili, giacché i margini di guadagno sono minimi.
Un appartamento in città, del valore di 300.000 euro, in un paesino scende sotto i 100.000; di più: le case isolate, con terreno annesso (veri “sogni” per chi abita in città), spesso costano ancora meno. Non tutte le aree del Paese seguono questo andazzo – i rustici maremmani non costano certo poco – ma tutta l’area prealpina ed appenninica ha subito una forte riduzione dei valori immobiliari, e sarebbe un peccato non approfittarne.

Si potrà obiettare che il lavoro è in città: con la perdurante crisi, di sistema per l’Italia, l’accentramento nelle città diventerà presto inutile. A ben vedere, l’urbanizzazione – dalla rivoluzione industriale in poi – è stata una necessità, più che una scelta: ora, che le aziende smobilitano, chiudono, riducono il personale, è ancora sensato programmare il proprio futuro in una città?
Ci sono moltissime attività professionali che si possono svolgere anche lontano dalla città – per questo non incentivano la banda larga, sono più furbi di quel che pensiamo – oppure recandosi in città solo per il tempo necessario.
Nelle scuole, spesso, anche personale di ruolo si sposta dalla città al circondario, segno che preferiscono vivere in città. Ma conviene?

Quali sono i vantaggi del decentramento?
Non si tratta soltanto del basso costo delle abitazioni, bensì del minor costo di molti balzelli, ad iniziare dalla tassa sulla spazzatura, l’acqua…per terminare con nessuna multa per divieto di sosta.
E l’energia?
Nei piccoli paesi è prassi che ci si riscaldi con la legna: scaldo circa 180 metri quadrati (più l’acqua calda per circa otto mesi l’anno), in una zona molto fredda e nevosa del Piemonte, con circa 1.500 euro l’anno. Le caldaie a legna, oggi, sono dei veri e propri gioielli, che consentono la carica una sola volta il giorno, ed è possibile controllare molti parametri per risparmiare.
Ho eseguito una semplice comparazione con mia suocera, che abita in Riviera, la quale – per riscaldare una villetta di circa 100 metri quadri – spende un capitale in metano e sta al freddo.

Fra l’altro, questi sistemi centralizzati consentono ogni genera di truffa: dagli scandali dei contatori “taroccati” che ogni tanto saltano fuori, fino all’anidride carbonica immessa nelle tubazioni (con la scusa di mantenere costante la pressione) che ci fanno pagare come metano. Provate a non utilizzare il metano per qualche mese: quando riaprirete le valvole dell’impianto, per parecchi minuti uscirà un gas che sa di metano, ma che non s’incendia. Più, ovviamente, tasse e balzelli che spillano con mille scuse sulle bollette.
Quando acquistate la legna, comprate energia e non foraggiate nessun apparato legato al potere: se, invece, siete robusti potrete tagliarla da soli, in un appezzamento di vostra proprietà oppure comprando il “taglio” a prezzi irrisori. In questo caso vi servirà qualche attrezzatura, ma una motosega ed un vecchio trattore vi costeranno quanto un’utilitaria usata!

Passiamo al secondo bisogno primario: coprirsi.
Mi fa quasi sorridere il pensiero di spendere soldi per gli abiti: la gente butta via di tutto! Approfittiamone!
In questi giorni di freddo, indosso il cappotto che fu di mio padre ed il cappello che fu di mio suocero: le colleghe – sempre attente a come vai vestito – mi chiedono dove ho scovato due capi così eleganti. Dal guardaroba di due persone a me care, ma oramai defunte! Stessa cosa per il lussuoso impermeabile che metterò in Primavera: roba di sartoria parigina. Era dello zio di una mia amica.
Ma non si gettano solo gli abiti dei defunti: un’amica di mia moglie, le telefonò per chiederle se le interessava una pelliccia di visone, giacché l’aveva letteralmente tratta dal sacco che la figlia stava gettando nella spazzatura. Ed è perfetta, senza il minimo difetto!

Conoscere, poi, una persona che fa il rigattiere è forse più proficuo d’avere amici banchieri: nessun pezzo d’antiquariato che ho in casa – dagli armadi in noce ai secretaire, le madie, le culle, le scrivanie – fu pagato più di 100.000 lire. Ci vuole parecchio lavoro per rimetterli in sesto, ma del “fattore” lavoro parleremo al termine dell’articolo.
E non buttano via solo le cose vecchie: tempo fa, il rigattiere mi regalò un lettino da bambini per mio nipote – una marca notissima, “di grido” – ancora imballato nel cellophane. Era stato gettato via senza esser mai stato usato!

In alcune città esistono oramai dei centri di scambio gratuito, oppure magazzini dove si trova a poco prezzo roba usata in buono stato: alcuni esempi? Rarissimo modellino di un leudo (barca ligure con l’albero inclinato verso prua) in legno, perfetto: cinque euro. Binocolo Zeiss perfettamente funzionante, in uso agli ufficiali tedeschi della Kriegsmarine (il meglio che esista): 100 euro.

Un tempo anche e-bay era conveniente, e lo è ancora molto, ma per le cose nuove: lentamente, è diventata una vetrina commerciale per addetti ai lavori. Non mi strappo le vesti per questo mutamento, e per molti acquisti è conveniente, ma il rigattiere rimane la miglior vetrina.

E passiamo al cibarsi.
Nell’abitudine globalizzata, cibarsi significa fare lo shopping al supermercato: attentissimi alle etichette, alla qualità (?), alla certificazione (boh…), alla provenienza (mah?)…
Ciò che vogliono è privarci della possibilità d’essere, almeno parzialmente, autosufficienti: tutto l’ambaradan globalizzato pensa al “fai da te” solo per venderti trapani e seghetti. A patto che li usi pochissimo, altrimenti mandi in malora l’industria del mobile e l’edilizia: contraddizioni capitaliste.
Il verduriere, in campagna e nei piccoli paesi, è sotto casa: si chiama “orto”.

Provate a sottrarre dal vostro bilancio mensile gran parte della spesa per i vegetali: fatto? Quanto vi rimane?
L’orto non è soltanto una fonte di ricchezza e di salute: è una pratica zen.
Ci vuole tempo, impegno ed un po’ di fatica ma la ricompensa è, sul piano meramente pratico, avere deliziosi minestroni e fantasiosi sughi ogni giorno, verdure così gustose che – quando assaggerete quella del supermercato – vi sembrerà di masticare della plastica.
Ci sono, inoltre, due importanti “ricadute”: la prima è la fiducia in se stessi che nasce dalla soddisfazione di provvedere, da soli, ad un bisogno primario. Non si tratta di un borioso “l’ho fatto io”, bensì della consapevolezza d’essere in grado d’ottenere dei risultati senza dover chiedere niente a nessuno. E, di conseguenza, nessuno potrà ricattarvi per quello che sarete in grado di fare da soli.
Il secondo frutto è più sottile, e si gusta negli anni: è la pace interiore che si prova osservano le file ordinate degli ortaggi che crescono, la bellezza dei fiori che diverranno frutti, i contrasti di colore fra il verde acceso della Primavera e la terra smossa, oppure il rigoglio di colori dell’Estate e dell’Autunno. Vi scoprirete silenziosi e consapevoli attori di un processo del quale fate parte, e la vostra mente farà una gran scorpacciata d’endorfine.

Ma l’orto non è soltanto un piacere solitario, se avrete la fortuna d’avere un vicino con il quale andate d’accordo: un vicino, tanti anni fa, mi regalò 125 piantine di finocchio, che trapiantai. Quell’anno, le condizioni meteorologiche furono favorevolissime per i finocchi: regalai finocchi a tutto il vicinato.
L’orto diventa, dunque, il luogo dove la ricchezza perde significato, perché – quando un ortaggio cresce bene ed è abbondante – a parte la modesta quantità che potrete congelare, il resto vi toccherà regalarlo. E lo farete con gioia.
Lo scambio diventa la regola con i vicini: hai una pianta d’albicocche? Più famiglie faranno la marmellata. Sei scarso d’insalata? Quello che, nell’Estate, ha raccolto le tua albicocche, provvederà.
Posso raccontare queste cose per esperienza diretta, per centinaia di baratti che ho fatto senza toccar moneta: mangio i germogli di bambù di mio cugino perché a lui non piacciono, tanto qualcosa da barattare ci sarà sempre.

Autosufficienza e baratto sono una delle migliori medicine che possiamo prendere per guarire dalla malattia del capitalismo: ricordiamo che, fra i Nativi Americani, era usuale scambiare in modo rituale gli oggetti, come le offerte sacrali del nostro mondo antico.
Voglio però terminare con una tiratina d’orecchie.

Si trovano appezzamenti da adibire ad orto sempre più facilmente: perché? Poiché sono pochissime le persone sotto i 40 anni che meditano di tenere un orto: i vecchi se ne vanno, e crescono le erbacce.
In compenso, fioriscono le palestre: vuoi un fisico “da sballo”? Vieni – la mielosa canzone capitalista – spendi ed attueremo la metamorfosi: conosco persone di 90 anni che non hanno mai visto una palestra in vita loro, ma hanno sempre coltivato l’orto, ed hanno dei fisici che ci metterei la firma ad averli io, quando e se arriverò a quell’età.

Cari ragazzi (scusate la deformazione professionale): se volete iniziare a pensare ad un mondo più giusto e più equo, ma anche più gioioso e salubre, qualche abitudine bisogna cambiarla. Ed accettare anche un po’ di fatica.
Va benissimo informarsi, studiare, discutere e criticare ma è meglio anche “saper fare”, perché nessuna pratica della sola mente vi donerà quelle sicurezze interiori che derivano dal mangiare la propria insalata, dal trasformare un tronco d’albero in una scrivania, dal risistemare le tegole del tetto dopo le nevicate invernali.
E, quando sarete temprati dall’esperienza, sempre meno persone potranno raccontarvela per coprirvi di dubbi ed approfittare di voi: ci vuole un po’ d’impegno – questo è certo – ma il risultato è certo. Provare per credere.
Un futuro di comunità interdipendenti deve necessariamente progredire su due gambe: l’analisi teorica, la sintesi delle soluzioni, la curiosità per l’innovazione e lo scambio dell’informazione. Ma, se manca la prassi dell’esperienza diretta, è un mondo che nasce zoppicando. E continuerà a claudicare.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/consigli-per-gli-acquisti.html
3.02.2010

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte

[1] Vedi: http://www.carlobertani.it/articoli.htm

Pubblicato da Davide

  • amensa

    questo articolo è semplicemente da inquadrare ! mi consola che quanto ho scoperto e cominciato a praticare 20 anni fa, sia stato così ben descritto.
    complimenti.

  • Santos-Dumont

    Mi associo alla concisione del commento precedente. Un sentito grazie a Bertani.

  • anonimomatremendo

    E chi i soldi non ne ha,come fa a risparmiarli?

    E chi é senza orticello?

    E chi non ha amiche che gettano nell´ immmondizia pellicce di visone?

  • CarloBertani

    “Ciascuno prenda in esame la propria vita – famiglia, lavoro, impegni, ecc – e si soffermi su quel che può praticare, per migliorare la propria condizione, sia per l’oggi, sia per le scelte che potremo trovarci ad affrontare domani.”

    Questa frase non l’ho scritta a caso. Mi rendo conto che possano esistere situazioni per le quali nessuno di questi “consigli” è praticabile, ma non è detto che non lo possano diventare in futuro.

    Inoltre, alla base di tutto, è importante la riflessione che il mondo dello “spreco” può avvantaggiare chi non ha, a patto di mettersi nell’ottica d’approfittarne, nei modi e con le soluzioni che è possibile attuare.

    Insomma, prima d’affrontare la realtà, è meglio svegliarsi dal sogno globalizzato. Ciao.

  • Tonguessy

    Caro Carlo, quello che dici è sacrosanto a patto di non essere un ricattato (leggi lavoratore dipendente) con obbligo non di dimora (questa non è ancora stata vincolata) ma di frequenza giornaliera in centrocittà. Si parla delle solite 8 ore quotidiane. Prova tu a immaginare l’inferno di doverti sorbire quasi un’ora all’andata e un’ora al ritorno per la soddisfazione del paesaggio bucolico. Aggiungi alle precedenti 8 un altro paio di ore, mettici la pausa pranzo et voilà: cominci a maledire il casale e desiderare il mini a due passi dall’ufficio.
    Si tratta pur sempre dei soliti rapporti costi/benefici, dove i costi li determina l’ambiente di lavoro (leggi padronato) ed i benefici l’individuo.
    Ora se, per i motivi sopra citati, il disgraziato si sistema nel loculo da 25mq, certamente non avrà la legnaia a disposizione, visto che non avrà, con molta probabilità, nè garage nè cantina. Quindi sfuma la possibilità della cucina economica o stufa a legna (e dove ci starebbero poi?), e subentra la necessità dell’impianto a metano. Di conseguenza tutto il resto.
    Questo tipo di sviluppo non è compatibile (se non a fronte dei costi cui accennavo) con la ruralità. Poco importa se il settore primario (come l’agricoltura) sarebbe da considerare a priorità più alta del terziario: i dati dicono che gli addetti all’agricoltura sono un misero 2% della forza lavoro totale. Aggiungici pure qualche percento di pesca, allevamento etc e resti sempre abbondantemente al di sotto della soglia di “liberazione dell’umanità dalle fatiche per merito delle macchine”. In realtà questo modello prevede sempre più macchine per “liberare” sempre più forza-lavoro da impiegare in attività sempre più distanti da quella fatica fisica che, giustamente, dipingi come rimedio a tanti mali. Tutti bancari, impiegati di assicurazioni, finanziarie, telelavoratori, operatori di call center e così via. Tutti con obbligo di frequenza giornaliera. Quando l’interesse principale è questo (ovvero quando la fonte primaria di guadagno è questa) che senso ha impegnare ancora altro tempo oltre a quello già fissato per contratto nel raggiungere il proprio ufficio?
    Certo, l’ideale è una cittadina di qualche migliaio di abitanti, dove tutti si conoscono e non esiste necessità di speculazione edilizia perchè spazio ce n’è in abbondanza. Magari tu sei in questa invidiabile situazione. Ma le leve che comandano lo spostamento di merci e forza-lavoro stanno lavorando in tutt’altra direzione. Vedi l’inurbamento selvaggio della Cina.

  • CarloBertani

    La situazione che descrivi è veritiera, poiché la tendenza del capitalismo globalizzato è proprio l’inurbamento (vedi anche il Brasile): si privilegiano le situazioni di controllo sociale.

    Non si può escludere, però, che nei mutamenti che avvengono nelle nostre vite – magari oggi non prevedibili – qualcuno si trovi nella situazione di poterne approfittare.

    L’articolo, in definitiva, voleva semplicemente dire “se siete nella condizione di poterlo fare, pensateci, questa è la mia esperienza”.

    Magari ci sono persone che avrebbero la possibilità di fare “il salto”, ma che mancavano di dati e d’esperienze per iniziare a programmarlo. In fin dei conti, il lavoro dello scrittore dovrebbe essere un servizio sociale.Ciao.

  • duca

    Esistono gli orticelli da balcone: non sto scherzando, si può far crescere l’insalata su delle tasche appese al muro del balcone (stile portapantofole da appendere per capirsi), invece dei gerani metti il rosmarino, che quando fiorisce è splendido etc. La salvia e il prezzemolo al posto delle piante grasse… Insomma volendo ce n’è da fare

  • Matt-e-Tatty

    Mi fà venire il buon umore leggere ciò che ho progettato per mè (con tutti i dubbi del caso) e stò realizzando con qualche variante, costosi pannelli fotovoltaici per mio beneficio a spese del prossimo mio che paga gli incentivi, riscaldamento a legna anche del mio boschetto, ufficio adiacente all’abitazione con tutto il beneficio che ne deriva dalla gestione al carburante (ho stimato 12000Km all’anno in meno rispetto alla situazione attuale), l’orto che fù caro a mio padre… uno stile di vita più “a misura d’uomo” e certamente meno stressante.
    Terminata la poesia i dubbi che espongono altri sono anche i miei, l’operaio in cassa integrazione non acquista nemmeno la casuccia semidiroccata a 50 Km da dove (a volte) lavora, se anche così fosse tutto il risparmio sarebbe bruciato nei cilindri dell’auto. La casetta a basso prezzo fuori mano è un mito, nella realtà in cui vivo, costano troppo per una famiglia di due operai (ne ho una io a 1 km dal centro urbano ma è frutto dei sacrifici di altre generazioni e non dei miei … roba da corvi bianchi, la maggior parte dei miei coetanei è in affitto), per cui, diventa un sogno per i più: l’orto con i buoni finocchi e le altre verdure per il minestrone… e con il minestrone se ne và gran parte della poesia.
    Visoni e vestiari vari: la cosa che ho notato è che la gente butta tutto, lei Bertani ha centrato nel segno, ma anche questo è un fenomeno destinato a scomparire, personalmente saranno 15 anni almeno che non spendo il ricavo di 2 giorni di lavoro per un paio di pantaloni, le scarpe le acquisto nei giorni di mercato in piazza… quella che per mè è una questione di pricipio ( e che mi ha dato piccoli grandi vantaggi in periodo di vacche grasse) sarà consuetudine e necessità negli anni a venire ( lo dico con sottile ironia, amici che erano vestiti CK e Cavalli fino a l’altro giorno e che a volte mi hanno criticato per il mio abbigliamento “spartano” o “poco ricercato” oggi non la vedono in modo molto differente da come l’ho sempre vista io) e ci sarà di certo un livellamento dato da una maggiore richiesta… non subito però, fanno la fila di fronte al negozio di CK quando aprono i saldi ergo ancora per un pò acquisterò le pedule a 25€ in piazza anzichè a 150 nel negozio ma non durerà molto a lungo.
    E ora la nota più dolente: ho 2 figli, l’istruzione pubblica come lei fà notare è destinata a ingloriosa fine (già ad oggi in alcune scuole se si ammala il maestro gli scolari stanno al loro posto con il bidello che ogni tanto compare sulla soglia dell’aula), triste fine farà anche la sanità pubblica negli anni a venire, e il prezzo della svendita delle risosrse pubbliche farà presto sentire il suo peso, le conquiste dei nostri padri sono immolate sull’altare degli stipendi ai portaborse, dei Kwh pagati a 45 centesimi dalla nostra società a chi ne approfitta (per disperazione) come mè, di lavori pubblici che anzichè 100 paghiano 400 tra tangenti e bustarelle (come nel caso dell’ospedale dell’Aquila,della TAV ecc.).
    Non ce la possiamo fare e il nostro piccolo orticello sarà risorsa di chi l’orticello possiede.
    Unica magrissima “soddisfazione” sarà riaffrontare le discussioni passate tra qualche anno con gli operai che hanno votato persone come Prodi e come Papi….
    Cordilamente e con stima.

  • Matt-e-Tatty

    Salvia e rosmarino da balcone non equivalgono a un’orto, se lei pensa di coltivare in condominio nel balcone di casa un quantitativo di verdure sufficiente anche solo a 1/3 del fabbisogno familiare, si cominci a cercare un avvocato perchè i suoi vicini intenteranno in futuro una causa civile contro di lei.
    Il modello di vita del Bertani è romantico e condivisibile, la sua visione è ottimistica ma purtroppo, credo sia soluzione efficace solo in parte e per pochi.
    Il consiglio di guardarsi intorno e di “correre ai ripari” iniziando nuova vita meno consumistica e più pratica è un invito alla riflessione utile, specialmente per la mia generazione, quelli che sono cresciuti negli anni 80 e 90…. in fin dei conti Bertani ha una visione molto simile a quella dei nostri genitori e dei nostri nonni… molti di noi se hanno qualcosa lo devono a persone che hanno vissuto con il “modello di vita Bertani”.

  • Altrove

    Caro Bertani, un bell’articolo. L’unica critica che io ti muovo è verso la fine dello scritto: “Cari ragazzi”. No, questo mi sembra ingiusto (se intendi le nuove generazioni alle quali appartengo). Chi è un ragazzo che, come tanti, non è cresciuto nell’agio e nel consumismo (perchè non poteva permetterselo) ciò che tu dici lo ha sempre fatto, non solo per “ideologia”, ma per necessità. Agire in questo modo è adesso per noi quasi una imposizione, mentre molte generazioni precedenti hanno fatto più o meno quello che gli pareva fregandosene del futuro nel quale viviamo noi ora. Così i vestiti ce li scambiamo, le case le condividiamo, il cibo lo arrabattiamo. Molti finiscono in campagna e si gestiscono un piccolo orto, comprano un mezzo insieme per sportarsi. Ma se devo essere sincero, questa è più una costrizione che una scelta, dettata dalla presa di coscienza di un semplice fatto: La generazione dei nostri genitori ha fatto quello che voleva e spesso come peggio poteva. Noi per riparare questi danni non possiamo… Non sto dicendo che non sia bello il “fare”, ma solo che c’è differenza tra scelta e necessità (morale o fisica che sia). Questo mondo è fatto per voi, non per noi. A voi i bei ricordi, a noi la noia e la decadenza. Non sono qui per incolpare nessuno, anzi per incentivare alla collaborazione tra le generazioni. Non sarebbe giusto che i miei figli o nipoti paghino per quello che io ho o non ho “fatto”, e ancora peggio se non li lasciassi vivere come ho potuto fare io. Come dici tu “temprati dall’esperienza” che, ahimè a non tutti è stata permessa di fare da quelle stesse generazioni che ci criticano proprio questa mancanza. Spero di non aver frainteso, ma mi sono sentito in obbligo di scrivere questo breve commento. Un saluto affettuoso e di rispetto a tutti, vecchi, adulti e ragazzi…

  • redme

    ..soprattutto nell’orticello non manchi mai cannabis indica…altrimenti come si fà a scrivere questi saggi consigli…

  • GRATIS

    Non solo quoto, ma noto un altro punto di contatto con Bertani. La mia scelta di vivere in una casa di campagna di un piccolo paese piuttosto che in città, dove insegno – con tutti i vantaggi di economia, semplicità e benessere psico/fisico che ne derivano – lo attesta. Con l’aiuto di un vecchio contadino della zona ho sfruttato il pezzo di terra che circonda la casa per ricavarne olio extravergine e vino aglianico DOC e naturalmente qualche pianta da frutta oltre alle verdure dell’orto. Da 20 anni ci coltivo la cannabis con la quale ho sostituito le pillole di gardenale che mi erano state prescritte per curare l’epilessia da cui purtroppo sono affetto, liberandomi dalla schiavitù del farmaco (guai a dimenticare la pillola!) e da quando uso questo rimedio naturale e ridicolamente illegale non ho più avuto alcuna crisi. Con l’occasione rivolgo tutti gli attenti lettori di CDC un invito a seguire e sostenere il dibattito per la legalizzazione. Le soddisfazioni della coltivazione della terra sono perfettamente descritte da Beratni. La coscienza della tua autosufficienza, ti danno una forza interiore che all’inizio ti sorprende, poi ti ci abitui e ti ritrovi con la pace che ti dà il sentirti per davvero un figlio della Terra.
    Naturalmente anche nel paesino ci sono persone che il sabato si mettono in macchina per raggiungere i Centri Commerciali nei pressi dell’autostrada. In questi luoghi alienanti possono soddisfare il proprio bisogno di appartenenza alla massa dei fortunati consumatori di città. Per loro non posso fare altro che pregare.

  • AldoVincent

    Unica pecca di questo articolo, la citazione:
    Nino Ferrer, autore della canzone, dopo il successo ottenuto, si ritirò in campagna ma colto da depressione, si ammazzò
    ehehehe

    ALDO VINCENT
    http://www.giornalismi.info/aldovincent

  • Tetris1917

    Carlo (consentimi il tono confidenziale), leggendo questo articolo mi e’ preso un magone crepuscolare. Insomma mi sono sentito come Cesare Pavese, seduto al tavolo dell’unico bar del paese, con un bicchiere di vino, a guardare la gente che passa. Si capisce che quello che proponi e’ una decrescita dei consumi e un rimodellamento della propria esistenza, su ritmi piu’ umani. Ma questo potrebbe andare bene per una fetta di popolazione, diciamo avanti con l’eta’, ma per i giovani? Per coloro che invece di decrescere, vogliono crescere? Possiamo accontentarci di farli vivere coltivando insalate e seguendo lo scorrere del villaggio? Io non voglio sfuggire al nocciolo del tuo articolo. Secondo me, la via (teorica) indicata da Marx, come societa’ socialista, e’ l’unica che vedo almeno al momento, praticabile. Io penso che le barbarie, arriveranno anche nella nostra ipotetica casa di campagna, seppur riscaldata a legna, con l’orto ben coltivato. Da questo modello marcio di capitalismo non si sfugge, nemmeno aggiustandolo o rendendolo piu’ umano, lo si supera. A presto leggerti, con stima sincera.

  • Zret

    La patetica utopia di un addormentato.

  • duca

    Certo che no: era una affermazione provocatoria in risposta al “e chi non ha…”.
    Non sottovaluti però le potenzialità di qualche cassetta di frutta riempita di terriccio e qualche metro quadro di balcone soleggiato. Dove crescono i gerani possono crescere le zucchine (un po’ invasive in effetti, forse meglio i peperoni o le melanzane, vanno meno in larghezza, dove si arrampica la buganvillea si arrampica anche il pomodoro… Sicuramente non si arriverà neanche ad un terzo del proprio fabbisogno, però fa bene allo spirito.
    Anche io sono cresciuto negli anni ’80 e ’90 e condivido le sue osservazioni.
    Saluti

  • stendec555

    già………

  • Jack-Ben

    Zret non ho capito il tuo messaggio…. eppure seguio il tuo blog… con chi c’e’ l’hai???

  • antsr

    Vorrei aggiungere al discorso di Bertani il progetto Scec che comporta una grande solidarietà, oggi, più di prima importante, una comunità che dipende sempre meno dai supermarket o da altri grandi magazzini rispetto ai negozi della comunità. Penso che il tutto sia già conosciuto. Sono esperienze che vanno avanti in 10 regioni ed un altra come i gruppi gas.

  • Zret

    Non che il sogno di Bersani non sia condivisibili, ma se negli USA hanno vietato il biologico e se le verdure e la frutta egli orti privati sono pieni di alluminio e bario, ritengo che bertani stia solo cullandosi con un bel sogno. Nella foto si intravedono nuvole chimiche.

  • dr34m1ng

    come sempre la ringrazio per il suo ottimo punto di vista. Le faccio notare però questa volta che c’è una pecca. Quel cari ragazzi, in realtà doveva essere cari padri di ragazzi ventenni. Alcuni giovani si stanno rendendo conto di come andiamo a rotoli, la stra-grande maggioranza dei quarantenni invece si compra il suv, l’iphone, il profumo giovanile ecc ecc

    per quanto riguarda l’orto è sempre stato il mio sogno.. 🙂

  • CarloBertani

    Voglio ringraziare gli utenti per i contributi forniti: l’articolo ha raggiunto l’obiettivo prefissato, ossia suscitare una discussione sul tema delle possibili politiche di “resistenza” alla globalizzazione.

    Ovvio che non si può chiedere al un articolo di tre pagine la soluzione di problemi epocali, terrificanti nei loro effetti per molti di noi. Al più, può fornire qualche consiglio: avevo io stesso premesso che le soluzioni proposte potranno essere utili per qualcuno, per altri no, dipende.

    Sarebbe sbagliato credere che queste soluzioni possano rappresentare la lotta anticapitalista, ma la lotta anticapitalista ha anche bisogno di una ricostruzione, di una riappropriazione di valori sociali ed etici che erano patrimonio delle generazioni precedenti.

    Lungi da me voler proporre a chi legge le Bucoliche di Virgilio come la panacea del nostro tempo, e nemmeno assolvere/condannare questa o quella generazione (discorso molto ampio): come disse Guccini “Ma se io avessi previsto tutto questo…”. Semplicemente, ho proposto (portando qualche dato comprovato dall’esperienza personale): come sempre, sta a noi capire se un testo ci può essere utile.

    Il gran pregio dei testi è che si può leggerli od ignorarli. Grazie a tutti.

  • ilnatta

    mi sembra d’obbligo! ma non troppo vicino agli ortaggi che dopo sa da pomodoro! 😉

  • ilnatta

    Grazie a te Carlo

  • ledzeppelin1962

    Articolo bellissimo e vero perchè personalmente l’ho stò già attuando,
    aggiungo solo un piccolo consiglio, se potete allevate anche qualche pollo, uova fresche di giornata, il guano è un concime eccezionale per orto e giardino e poi è GRATIS, carni bianche di buonissima qualità, farete l’invidia dei vostri vicini/colleghi di lavoro.
    Garantito.

  • brunotto588

    Infatti … facevo Bertani più intelligente, ma ultimamente sembra diventato anche lui un disco rotto, uno sponsor della “sinistra verde con le palanche”. Ciao Altrove, come va con la musica ?

  • stimiato

    Interessante quello che dici, anche se bisognerebbe definire meglio il concetto di biologico, che nella pratica è essenzialmente un meccanismo di marketing (in particolare quello USA, probabilmente saprai che anche multinazionali come la kellogg’s hanno una loro linea di prodotti biologici) e che quindi poco ha a che vedere con l’autoproduzione.
    Sull’inquinamento della terra, che mi dici delle coltivazioni intensive (quelle che riforniscono il supermercato o che alimentani gli animali che mangiamo (in realtà mangiate o mangiano nel caso in cui tu fossi vegetariano))?
    Ultima domanda: chi è che ha proibito il biologico negli USA? la FDA? dove si possono trovare informazioni al riguardo?