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CON STIMA E SIMPATIA – RISPOSTA A BENETAZZO

DI CARLO BERTANI

Fa piacere polemizzare con persone intelligenti, e rispondere all’articolo di Eugenio Benetazzo fa parte di questa pratica: come si potrebbe polemizzare sull’energia con Sgarbi o con Ripa di Meana?
Tempo fa avevo buttato lì a Benetazzo di scrivere un articolo a quattro mani, sull’energia e sui risvolti economici ad essa collegati: continuo a credere che ne uscirebbe un buon lavoro, ma non se ne fece nulla. Purtroppo, entrambi abbiamo mille cose da fare.

Il pregio dell’articolo di Benetazzo – che, è vero, fa a pugni con il titolo “La farsa delle energie alternative” – è che non si perde nei mille rivoli della tecnologia, ma cerca d’inquadrare storicamente il fenomeno. Perché, rendiamocene conto, il problema dell’energia troverà soluzioni soltanto se sapremo allontanare la prospettiva da oggi e dall’esistente, per osservare il fenomeno per almeno un paio di secoli, dal 1900 al 2100, tanto per porre dei paletti.

In questo senso, l’articolo di Benetazzo è ben impostato ma, la sua prospettiva storica, è troppo pessimista.
E’ pur vero che io stesso ho sposato, nel mio libro “Mutamenti Climatici: la rivolta di Gaia”, la tesi “catastrofista”, ma l’ho fatto soltanto perché scorgo troppo, pericoloso ottimismo.

Si va da chi sostiene che la soluzione di tutto è il nucleare – e dimentica di comunicare che il prezzo dell’Uranio continua a correre come una Formula1, ogni sei mesi, praticamente, raddoppia[1] – a chi crede di salvare il mondo con le lampadine a basso consumo.

La “bufala” dell’Uranio non è una novità: la stessa IEA[2], ha stigmatizzato il mercato dell’Uranio per il prossimo secolo, ossia 40 anni con un incremento simile a quello attuale, e poi altri 40 anni a prezzi sensibilmente più alti. Il tutto, dipende dal semplice fatto che l’Uranio non è una fonte rinnovabile: come il Rame o lo Stagno.

La “corsa” del prezzo dell’Uranio dipende soprattutto dal programma nucleare cinese, che punta a soddisfare il futuro energetico del paese principalmente con due fonti, ripartite equamente al 50%, nucleare ed eolico. Qui, è la semplice legge della domanda e dell’offerta a chiudere ogni spiraglio: l’Uranio potrà fare ancora il “supplente” per qualche anno, poi, finito.

Altra “bufala” – questa volta sotto l’aspetto dei gas serra – è la peregrina idea di stivare l’anidride carbonica sotto terra, “mineralizzandola”. Se si vanno a spulciare i dati[3] , si scopre che – utilizzando tutte le caverne che riusciremo a scovare – potremmo trovar posto per la produzione di CO2, derivante dall’industria energetica, di circa 6 anni. E per gli altri 40, 60, 100?

E i costi? Perché, appena qualcuno cerca di proporre soluzioni sul fronte delle energie naturali, scattano immediatamente (e giustamente) i censori dei costi? Perché, invece, se si va in giro a raccontare che si risolve tutto con l’Uranio, oppure stivando l’anidride carbonica sotterra, nessuno chiede niente?
Quanto costa stivare e controllare le scorie delle centrali nucleari per 20.000 anni? Mi raccomando: non dimenticate la bolletta del telefono del Gennaio 18567 e gli assegni familiari del personale per l’intero 18298.

Non voglio, però, dimenticare che eravamo partiti da una prospettiva storica, e qui – caro Benettazzo – non è che hai preso in pieno la boccia. Sei andato diligentemente a punto, questo sì, ma nemmeno poi troppo vicino al pallino.

Non entro nella disquisizione semantica fra energie rinnovabili, derivate e naturali. Personalmente, mi sembra che i termini rinnovabili o naturali vadano benissimo, mentre “derivate” mi sembra un poco tirato per i capelli.
In fin dei conti, qualsiasi energia è “derivata”.

Se il carbone è stato il re dell’Ottocento, il petrolio ha regnato per l’intero Novecento; domanda: con quale energia fu creato l’apparato di produzione petrolifero?

Siccome i trasporti – ben oltre la metà del Novecento – hanno utilizzato più carbone che petrolio (fino alla Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza del naviglio utilizzava il carbone, mentre la locomotiva era quasi la regola e non l’eccezione), possiamo tranquillamente affermare che il “sistema” petrolio nacque grazie all’energia del carbone.

Alcuni dati? La battaglia navale dello Jutland – 1916, quando volavano già molti aerei a benzina e tanti camion viaggiavano con il motore a scoppio – avvenne fra navi propulse esclusivamente dal carbone. Addirittura, la Prima Guerra Mondiale fu l’ecatombe della marineria velica. La produzione elettrica, fra le due guerre mondiali, fu principalmente una produzione idroelettrica. Infine, il carbone fornisce ancora oggi circa il 25% dell’energia primaria.

Ragionare sulle energie sotto il profilo storico è senz’altro utile, ma sostenere che una fonte non è – in qualche modo – “autonoma”, è un’assurdità: tutte le fonti sono state tributarie, nel loro affermarsi, di quelle precedenti. Paradossalmente, potremmo ricordare che, per parecchi decenni, le infrastrutture petrolifere furono costruite – fuse negli altiforni a carbone coke, lavorati su torni che funzionavano con l’energia delle cascate e trasportati su navi a carbone – proprio con le altre energie.

E’ allora ovvio che, qualsiasi apparato d’approvvigionamento energetico andremo ad impostare, nascerà anche grazie all’energia che oggi ricaviamo dal petrolio, dal carbone, dall’Uranio. Non c’è mica da scandalizzarsi: è sempre stato così!

Altra cosa è affermare che non sarà possibile utilizzare le energie rinnovabili per il sistema dei trasporti: per pura curiosità, ricordo che è già stato sperimentato un locomotore con una pila a combustibile da 1 MW, alimentato ad idrogeno[4] .

Il sistema dei trasporti, però, ha bisogno di riforme strutturali: l’essenza del risparmio energetico è tutta qui.

Da un lato abbiamo dei flussi d’energia disponibili, dall’altro dei modelli sui quali li riversiamo: il problema, dialettico, è proprio l’indagine sul rapporto fra questi due fenomeni, sulle loro interazioni e modificazioni valutate man mano che il tempo scorre. E si torna alla prospettiva storica: qualche esempio?

Non possiamo continuare a spostare le merci con il mezzo meno efficiente che esiste, ossia il camion! A fronte di una tonnellata spostata, la nave (fluviale e marina) consuma circa il 35% dell’energia rispetto alla strada, ed un buon 15% in meno rispetto al treno. I costi di personale, poi, sono sensibilmente minori: perché, nel Nord Europa, usano i canali? Perché risparmiano, e tanto.

Da noi non esistono? Sbagliato. Torniamo alla prospettiva storica: esistevano, ma sono stati dimenticati!
Per secoli, il sistema di trasporto della valle padana furono il Po ed i canali collegati (Navigli, ecc), mentre l’Italia peninsulare sfruttava il cabotaggio. Alcuni dati? Il primo mercantile – in qualche modo “italiano” – spinto dal vapore fu una nave napoletana, ed a comandarla, nel 1848, fu il C.te Giuseppe Libetta di Peschici (FG).

Il trasporto fluviale italiano, è passato dalle 16 milioni di tonnellate del dopoguerra alle attuali 1,5: un bel progresso! Non abbiamo fiumi e canali navigabili? Errore: c’erano ma, a differenza del resto d’Europa, ce ne siamo dimenticati e non li abbiamo più curati. Nemmeno il grande Danubio, senza costanti opere di manutenzione, è navigabile! Forse, da noi, si preferisce puntare sul bilancio della Società Autostrade? Probabilmente così è, ma allora non tiriamo in ballo l’energia se i trasporti costano troppo!

Insomma, la prospettiva storica ci può aiutare, e parecchio, ma non dimentichiamo che ciò che conta è il futuro: la storia ci può aiutare, questo è verissimo, ma solo se sposiamo un’ottica di maggiore ottimismo, che guarda al domani.

Non esistono flussi d’energia in grado di sostituire gli attuali 10 miliardi di TEP[5] , necessari per far funzionare il pianeta? E chi lo ha detto?

Non cito la Confraternita delle Energie Danzanti, ma l’Agenzia Statunitense per l’Energia e l’Università di Stanford: la prima, nel lontano 1991, dichiarò – dati alla mano – che la fonte eolica era in grado di soddisfare l’intero fabbisogno americano con l’installazione degli aerogeneratori in tre soli stati: Kansas, North Dakota e Texas. Nel 2005, a Stanford, rifecero i calcoli e s’accorsero che la valutazione era ancora sottostimata.
La stessa Enelgreenpower – l’italiana ENEL – afferma che la fonte eolica, nel pianeta, è in grado di fornire 4 volte l’intero fabbisogno mondiale del 1998, ossia più di tre volte (approssimativo) di quello attuale.
Se qualcuno ha ancora dei dubbi, rifletta che il sole – ogni anno – invia sulle sole aree desertiche del pianeta l’equivalente di 5.500 miliardi di tonnellate di petrolio: una quantità d’energia pazzesca, pari a circa 500 volte l’intero consumo mondiale. Sui soli deserti.

Inoltre, ci sono ancora ampi margini di captazione per il piccolo e medio idroelettrico: l’esempio del piccolo comune di Varese Ligure è esplicativo. Dopo l’installazione di quattro aerogeneratori (ed aver ripianato i conti del comune grazie alla vendita d’energia), è stata installata una turbina sulla conduttura dell’acquedotto, che ha una caduta di 120 metri ed una portata di 8.3 litri/secondo, la quale aziona un alternatore e produce circa 20 MW/h l’anno. Si realizzerà a breve un progetto sul torrente Carovana, con due turbine che produrranno circa 1390 MW/h annui.
Questo, in un piccolo comune dell’entroterra ligure con circa 2.000 abitanti.

Oggi, stiamo scoprendo – dopo aver cementato anche le tazze dei cessi – che i grandi fiumi avevano le loro, naturali protezioni contro le alluvioni: le aree di barena e le lanche.

Ebbene, con un uso intelligente delle acque dei fiumi, si possono cogliere due risultati, entrambi importanti sotto il profilo energetico: il trasporto fluviale e la generazione d’energia elettrica da basse cadute, mediante le turbine Kaplan. Non erano forse in funzione, cent’anni or sono, i “mille mulini del Po” di Bacchelli? Se non basta la storia, anche la letteratura ci può aiutare ad aprire gli occhi: i mulini del Po non erano sul fiume, ma nelle lanche.

I russi – che, riconosciamolo, hanno ben altri fiumi – hanno una potenza massima installata, sulle centrali dei fiumi, di 50.000 MW[6]. E’, all’incirca, il massimo che riesce ad erogare la rete italiana.

Ancora: le correnti sottomarine. Riflettiamo che un metro cubo d’acqua pesa una tonnellata e si sposta, nei passaggi obbligati (stretti, ecc), ad una velocità prossima ai 3-5 nodi, ossia 5-9 Km/h. Qualche tentativo è stato fatto – in Gran Bretagna ed in Norvegia – per sfruttare questi enormi flussi d’energia, ma siamo ai primordi.

E la geotermia? Gli islandesi, da sempre attenti al settore, hanno iniziato a sfruttare – oltre ai letti caldi ed ai geyser – le caldere dei vulcani in attività, ossia cercano d’incanalare l’energia termica presente nelle caldere. Anche qui, però, siamo ai primi passi.

Invece di perderci nelle mille diatribe per stabilire se il fotovoltaico è conveniente (paragonandolo al petrolio), cerchiamo di stabilire se un diverso sistema d’approvvigionamento energetico è fattibile.
Oggi, siamo abituati a considerare l’energia come qualcosa che si crea (Uranio a parte) bruciando qualcos’altro. E’ proprio questo retaggio storico, radicato da millenni, che dobbiamo modificare.
L’energia, scorre intorno a noi: basta attrezzarsi per raccoglierla e convogliarla.

Questa è la novità che gran parte dei commentatori “tecnicisti” non riesce a cogliere: perché? Poiché non amplia la prospettiva storica. Sull’altro versante, una prospettiva storica troppo pessimista è influenzata proprio dai detrattori delle nuove energie i quali, invece di scervellarsi per trovare soluzioni praticabili ben oltre il nostro secolo, non fanno altro che cercare di demolire le altre ipotesi. Quasi avessero dimenticato che la parola ingegnere deriva da ingegno, che è quasi sinonimo di fantasia. Toccherebbe a loro il compito, invece di criticare.

Non ci credete?

Quando, in Gran Bretagna, apparvero i primi tratti di strada ferrata, gli allevatori di cavalli osservarono con sufficienza quei primi mostri sbuffanti. Come sarebbe stato possibile, si chiesero, sostituire tutti i carri trainati dai cavalli?
Dopo pochi decenni, le stesse persone allevavano mucche e maiali.
Addirittura, un solerte fisico francese, avvertì che la ferrovia non aveva futuro giacché, appena i passeggeri fossero entrati in una galleria, l’aumento della pressione atmosferica li avrebbe uccisi all’istante. Alla folle velocità di 40 Km/h.

Un mondo alimentato dalle energie naturali è perfettamente possibile e, anzi, auspicabile: manca, però, il denominatore comune, ossia una forma d’energia che sia conservabile nel tempo.
L’unica soluzione finora trovata è l’idrogeno, che non è una fonte, ma un vettore energetico, ossia energia cinetica trasformata in un composto chimico a più alto valore potenziale.
In altre parole, se ricavo energia dal sole o dal vento, posso trasformarla in Idrogeno, stivarlo in gasometri (come per il metano) ed utilizzarlo quando mi occorre mediante le celle a combustibile.

Le rese non sono altissime? A parte che le celle di tipo alcalino rendono già un buon 75% dell’energia immessa, non è questo il punto.

Non ricordiamo forse che l’energia non va mai perduta, bensì si trasforma?

Quando un sistema energetico ha un rendimento, ad esempio, del 50%, significa che il rimanente 50% prende forma in qualcos’altro: in genere, calore.

Ebbene: chi ci proibisce d’imparare a recuperare anche l’altro 50%?

Le acque di raffreddamento delle centrali termoelettriche, sono un vero scandalo: a Vado Ligure, il torrente che esce dalla centrale ha una temperatura di circa 60 gradi centigradi e, con il trascorrere del tempo, ha quasi “tropicalizzato” le acque della baia. Lo sanno bene i pescatori.

Come mai nessuno ha mai pensato d’utilizzare quelle acque per il teleriscaldamento? Perché, qualora non fosse possibile, non si cercano soluzioni per recuperare l’energia termica di grandi masse d’acqua mediante scambiatori, dove circolano fluidi a basso punto d’ebollizione? Non si potrebbe agire con lo stesso principio per recuperare l’energia dei grandi impianti di climatizzazione?

Qui ci sarebbe da analizzare un altro aspetto del problema: chi dovrebbe fare queste cose? Lo Stato? Il mercato?

Il primo, inteso come stato nazionale di classica memoria, quasi non esiste più: è soffocato dagli input dei potentati economici, delle strutture sopranazionali, della finanza internazionale. In aggiunta, gli stati si sono “liberati” delle industrie pubbliche; della serie: quelle che rendono (Autostrade, oggi la cantieristica), ai privati, quelle in rosso allo Stato (Ferrovie, Alitalia).

A parte queste miserie, che spesso sottendono pura e semplice corruzione, c’è da chiedersi come potrebbe uno Stato promuovere una rivoluzione epocale, come il passaggio dal petrolio alle rinnovabili. Chi dovrebbe farlo? Difatti, si fa poco o nulla: per questo, anch’io, sono pessimista.

Il mercato guarda alla remunerazione del capitale a breve termine, e lo Stato non ha mezzi propri per farlo: l’unica soluzione, che dov’è stata tentata funziona, è affidare agli Enti Locali – con l’appoggio dei pool bancari – la gestione degli impianti. Ci vorrebbe però una legge, un Testo Unico sull’energia, che è da sempre latitante.

Di qui, lo stallo e l’inerzia.

Non dimentichiamo, inoltre, che il gran difetto (per i grandi potentati internazionali) delle energie naturali è che sono gratuite: è pur vero che necessitano di tecnologia per captarle, ma non consentono un rigido controllo politico come gli oleodotti ed i gasdotti. Con il petrolio, è possibile fare una guerra (Iraq) impossessarsi della risorsa e trasformarla in denaro, che viene speso per mantenere l’enorme apparato militare, il quale a sua volta cerca di controllare il paese. Ci sono i morti? E chi se ne frega, risponde Bush: l’importante è trasformare quel petrolio in utili per gli azionisti dell’industria armiera americana!

Non mi dilungo oltre, perché ci sarebbe tanto, tantissimo da fare e da sperimentare, se solo qualcuno iniziasse a farlo.

La vicenda della centrale di Priolo Gargallo – il primo impianto termodinamico – è invece sintomatica per comprendere come vanno le cose: a colpi di ritardi epocali, nonostante l’ENEA abbia oramai concluso la fase di ricerca sul termodinamico. Non dimentichiamo che il termodinamico è la vera, nuova scommessa per l’Italia: se non ci riusciremo, saremo completamente fuori dal novero delle nazioni che sperimentano le nuove tecnologie energetiche.

Gli stupidissimi italiani, invece, che non hanno certo i mezzi culturali (sic!) della loro classe dirigente, praticano il risparmio energetico installando doppi vetri alle finestre perché, quando arriva la bolletta del gas, bisogna stare seduti e fare un bel respiro prima d’aprirla. Gli stessi, ignorantissimi italiani, con percentuali bulgare dell’80%, ritengono che la ricerca sulle energie rinnovabili sia la prima necessità del paese. Al secondo posto, mettono le biotecnologie e le nanotecnologie. Quanto sono fessi ‘sti italiani! Meno male che ci pensa lo loro classe politica!

Infine, voglio ricordare a Benetazzo una cosa che lui sa benissimo e che, anzi, so essere un suo cavallo di battaglia. Quali sono i rapporti fra il mercato dell’energia ed il dollaro? Non è, per caso, che se non esistesse più il mercato petrolifero, se ne andrebbe anche il dollaro?

Eh sì, perché gran parte dei dollaroni verdi circolano sempre fuori degli USA e, se rientrassero, trasformerebbero gli Stati Uniti nella Repubblica di Weimar.

Per questa ragione, i due aspetti – l’energia e l’economia – viaggiano a braccetto e so che lui è bravo, anzi, bravissimo a cogliere questi aspetti. Perché, Eugenio, non ne parli? Lo sapresti senz’altro fare meglio di me.

Carlo Bertani
articoli@carlobertani.it
www.carlobertani.it
16.07.07

NOTE

[1] Fonte: Centrofondi.it, 28/6/2007

[2] International Energy Agency

[3] Fonte: Qualenergia, Gen-Feb 2006.

[4] Fonte: Italian Hydrogen Association.

[5] TEP: Tonnellata di Petrolio Equivalente. Si usa questa pratica unità di misura, al posto del canonico Joule, che considera tutte le energie (carbone, idroelettrico, nucleare, ecc) come se fossero tonnellate di petrolio.

[6] La potenza massima installata non corrisponde a quella costantemente erogata: è, in altre parole, il massimo che si potrebbe ricavare se i flussi d’acqua fossero sempre alle portate ed alle pressioni ideali. In ogni modo, si tratta di considerevoli flussi d’energia.

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__mutamenti_climatici.php?id_wish=10678

VEDI ANCHE: LA FARSA DELLE ENERGIE ALTERNATIVE

Pubblicato da Davide

  • marko

    Bravo Bertani, anchì’io mi chiedo perché sono tanti sempre pronti a trovare stime di impossibilità su solare ed eolico e pochi che dimostrino l’assurdità di certi progetti come la cattura geologica della CO2: letteralmente, mettere la monnezza sotto il tappeto.

    Per quanto riguarda l’energia necessaria per produrre un pannello solare: si stima che serva circa il 60% di energia che poi il pannello produrrà nella sua vita. I pannelli di oggi sono cosrtuiti col petrolio di ieri, poi, man mano che ci sarà più energia prodotta con fonti rinnovabili, i pannelli solari verranno prodotti con sempre meno energia da fonti fossili. Un circolo virtuoso, semplice.

    Senza dimenticare i “Negawatt”: oggi troviamo normale scaldarci con le resistenze elettriche, vedrete che fra trent’anni ci considereranno dei mostri per questo.

    PS si scrive MWh e non MW/h 😉