Come la Commissione europea ha deciso di digitalizzare la società e i cittadini

Cronistoria della digitalizzazione in Europa

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Di Massimo A. Cascone per comedonchisciotte.org

Il mio studio si incentra sull’analisi storica di come il processo di digitalizzazione della macro-società europea si sia sviluppato negli ultimi 13 anni, partendo quindi dal 2010, per poi arrivare agli obiettivi previsti per il 2030.

Per analizzare questo processo sono partito da tre documenti europei chiave, tutti nati in seno alla Commissione europea.

  • Uno del 19 maggio 2010 “Un’Agenda digitale Europea”.
  • Uno del 19 febbraio 2020 “Plasmare il futuro digitale dell’Europa
  • Uno del 9 marzo 2021 “Bussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale”.

Questi 3 documenti sono delle Comunicazioni, rivolte dalla Commissione europea alle altre istituzioni europee, allo scopo di fissare il percorso digitale da compiere negli anni, nonché gli indirizzi precisi entro cui svilupparlo.

C’è quindi una certa intraprendenza della Commissione europea nel modellare la società e dobbiamo chiederci perché ciò avvenga.

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Ebbene, come sapete, la Commissione europea è una delle tre istituzioni principali dell’UE e, oltre a detenere il potere esecutivo, ha competenza esclusiva di iniziativa legislativa, funzione che le permette di elaborare proposte per dar vita a nuove normative europee. Con le sue Comunicazioni quindi, non solo stabilisce quali trasformazioni debbano avvenire, ma ne detta anche il modus operandi, indirizzando l’agenda legislativa del Consiglio europeo e del Parlamento europeo.

Controlla inoltre la gestione dei fondi, potendoli a suo piacimento indirizzare verso alcuni progetti piuttosto che altri.

Appare quindi evidente come all’interno dell’UE manchi completamente un dibattito veramente democratico, in quanto l’organo elettivo non può decidere su cosa legiferare. Questo è uno dei problemi principali del funzionamento dell’UE, che appunto fa sì che i cambiamenti vengano “imposti” ai cittadini.

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Partiamo con l’analizzare la prima Comunicazione della Commissione europea: Un’Agenda digitale Europea, pubblicata il 19 maggio 2010.

Come ricorderete, nel 2010 il mondo si trovava in una fase di lenta ripresa dalla crisi economico-finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 2007/2008 e diffusasi ovunque, investendo anche e soprattutto i partner commerciali più vicini agli USA, come appunto l’Europa.

Per far fronte alle conseguenze della crisi e cercare di uscirne il prima possibile, la Commissione europea lanciò nel marzo del 2010 la “Strategia Europa 2020”, composta da 7 iniziative faro in diversi campi. Nel campo della digitalizzazione, individuata come strumento necessario per ottenere vantaggi socioeconomici, seguì pochi mesi dopo la pubblicazione di questa ComunicazioneUn’ Agenda digitale Europea“, con cui la Commissione europea stabilì le prime tappe da raggiungere nel successivo decennio, nonché gli strumenti per farlo.

Nel campo del digitale, secondo la Commissione europea, l’UE si doveva concentrare nel perseguimento di 3 macro obiettivi:

  1. Sviluppare un mercato unico digitale, eliminando le barriere commerciali e garantendo la libera circolazione dei dati (oltre che delle persone e delle merci);
  2. Creare un’infrastruttura a banda larga accessibile a tutti gli europei (internet superveloce);
  3. Aumentare l’interoperabilità tra gli Stati, per far progredire nello sviluppo digitale tutti i Paesi contemporaneamente e con le medesime strategie.

Per raggiungere questi obiettivi venne individuato come centrare l’utilizzo, e chiaramente il sempre miglior sviluppo, delle cd. TIC ovvero le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione – in inglese: ICT (Information and Communication Technologies) – individuate come la chiave per la digitalizzazione della società. Le TIC infatti comprendono tipicamente:

  • I Dati che quotidianamente produciamo nonché le Informazioni che dagli stessi si possono ricavare;
  • I Device Hardware e le Applicazioni Software necessarie alla vita dell’ecosistema digitale;
  • Le Procedure di funzionamento;
  • Le Identità, quindi le utenze personali che interagiscono con l’ecosistema digitale.

Era solo mettendo in connessione questi elementi, che poteva avvenire la trasformazione in chiave digitale tanto dei rapporti tra cittadini che dei rapporti tra cittadini e istituzioni. Le TIC rappresentano quindi tutt’ora il know how necessario per digitalizzare la società. È attorno a loro che ruota tutto.

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Con la ComunicazioneUn’Agenda digitale Europea” iniziò quindi ufficialmente il processo di digitalizzazione dell’Europa, e fiorirono conseguenzialmente nel corso del decennio successivo una serie di piani, progetti, iniziative e strumenti, volti a procedere secondo le linee dettate dalla Commissione europea.

Volendo fare alcuni esempi – è un elenco non esaustivo – di piani e iniziative che vennero messi in campo, troviamo:

  • L’e-Government Action Plan, istituito nel 2011 e rinnovato ne 2016, volto alla trasformazione digitale dei servizi pubblici;
  • L’e-Health Action Plan del 2012, che ha come focus l’implementazione della telemedicina nei Sistemi Sanitari Europei, nonché più in generale l’utilizzo delle TIC nella sanità;
  • La pubblicazione da parte del Parlamento Europeo nel 2014 del Regolamento e-IDAS (Electronic IDentification, Authentication and trust Services), il cui obiettivo è fornire una base normativa a livello comunitario per i servizi fiduciari (pagamenti) e i mezzi di identificazione elettronica degli Stati membri;
  • L’Horizon 2020, uno strumento finanziario nelle mani della Commissione europea, nato nel 2014 per aumentare gli investimenti nella Ricerca e Innovazione delle TIC e nella loro applicazione;
  • Nel 2016 l’iniziativa volta a sviluppare le competenze digitali dei cittadini europei denominata Digital Skills and Jobs Coalition;
  • Sempre nel 2016 il piano volto a promuove il 5G in Europa.

e così via…

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Con la pubblicazione del Regolamento UE n° 910/2014 sull’identità digitale, il Regolamento e-IDAS, istituzionalmente nacque a livello europeo quel processo che noi oggi definiamo di “digitalizzazione delle identità dei cittadini europei”. Il Regolamento ebbe infatti lo scopo non soltanto di esortare gli Stati a procedere allo sviluppo di sistemi di identità digitale, ma anche di renderli interoperabili, affinché potessero essere utilizzati sul tutto il territorio comunitario.

Essendo un Regolamento, venne direttamente applicato in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea senza la necessità di atti di recepimento nei singoli ordinamenti, e fu quindi in sostanza un modo per uniformare il diritto dei singoli Stati alla volontà delle istituzioni europee.

Esso, ancora oggi in vigore, prevede tre livelli di garanzia per l’identificazione elettronica: basso, significativo ed elevato; e stabilisce una modalità di funzionamento per garantire la fondamentale interoperabilità dei servizi di identificazione tra gli Stati.

Nello specifico, dice il Regolamento, ogni Stato adotta i propri strumenti di identificazione digitale ma deve notificarli alla Commissione europea, affinché questa valuti il rispetto dei livelli di sicurezza e successivamente provveda a formare una lista di sistemi riconosciuti. Se il sistema di identificazione digitale notificato dallo Stato membro è quindi pubblicato dalla Commissione europea nella lista, significa che ha superato il test di interoperabilità e ogni cittadino lo può utilizzare nei vari Stati comunitari.

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Vediamo cosa successe in Italia successivamente alla pubblicazione della ComunicazioneUn’Agenda digitale Europea” nel 2010.

Il 1° marzo 2012 – durante il governo Monti – nacque l’“Agenda digitale italiana”, basata su 4 pilastri, ovviamente ricalcanti gli obiettivi della Commissione europea:

  1. Diffusione della banda larga, quindi dell’alta velocità;
  2. Digitalizzazione dei servizi pubblici;
  3. Sviluppo delle competenze digitali, tanto di base quanto professionali;
  4. Digitalizzazione delle imprese.

Da questo documento derivarono una serie di iniziative e progetti. Vi sottopongo pochi esempi, che riguardano quelle più importanti:

  • Nello stesso anno venne istituita l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), agenzia governativa che da quel momento si occupa della digitalizzazione italiana, di concerto con i vari Ministeri;
  • Nel 2012 vene anche istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico, nell’ottica di una progressiva digitalizzazione della sanità e dei dati sanitari dei cittadini;
  • Nel 2014 nacque il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID);
  • Nel 2016 nacque il Sistema di Pagamento elettronico PagoPA.

e così via…

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Soffermiamoci ad analizzare il Sistema Pubblico di Identità Digitale, meglio noto come SPID.

Lo SPID è un sistema di identificazione digitale delle nostre identità, consistente in una coppia di credenziali digitali (username e password) necessarie per identificare ogni cittadino italiano, che gli permettono di accedere a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione (che quindi a sua volta va parallelamente digitalizzata). Il sistema è gestito da privati su concessione dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgiD) e possiede una serie di caratteristiche – indicate dal Regolamento europeo 910/2014 – come la gratuità, la versatilità e la sicurezza per quanto riguardagli standard richiesti per la protezione dei dati, che gli garantisce l’interoperabilità con altri sistemi di identificazione digitale europei.

Lo SPID garantisce quindi ai cittadini di avere un proprio io digitale per poter usufruire di servizi pubblici ed entrare in contatto con le Amministrazioni Pubbliche anche se si trovano in altri Paesi dell’UE.

La sicurezza del suo utilizzo è garantita da 3 livelli di autenticazione:

  • Il Livello 1 permette di accedere ai servizi online attraverso le credenziali SPID (username e password);
  • Il Livello 2 è necessario per servizi che richiedono un grado di sicurezza maggiore e prevede l’utilizzo di un secondo fattore di autenticazione tramite la generazione di un codice temporaneo di accesso OTP (one time password) sul numero di telefono verificato in possesso del Titolare;
  • Il Livello 3 prevede, oltre alle credenziali SPID, l’utilizzo di ulteriori sistemi di autenticazione informatica basati su certificati digitali come la Carta Nazionale dei Servizi (Tessera sanitaria) o la Smart Card di Firma Digitale.

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Come detto all’inizio, nel 2010 l’avvio del processo di digitalizzazione fu presentato come una delle 7 iniziative faro dell’UE, e sarebbe dovuto servire – di concerto con le altre iniziative – per uscire dalla crisi e ottenere vantaggi socioeconomici; come vedremo, ciò non è accaduto.

Analizzando i dati sul PIL europeo e italiano si scopre che, dopo la profonda flessione causata dalla crisi, ci fu una veloce risalita culminata nel 2010 e poi una nuova discesa, terminata nel 2012. Successivamente si risalì fino ad arrivare nel 2017 vicino ai valori precedenti alla crisi. Nessun particolare vantaggio arrivò da queste iniziative faro quindi, solo una semplice risalita tra due scossoni: la crisi economica prima e quella pandemica dopo (dal 2019).

Il PIL a fatica risalì mentre la trasformazione digitale esplose!

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Passiamo ora all’analisi della seconda Comunicazione della Commissione europea, pubblicata il 19 febbraio 2020: “Plasmare il futuro digitale dell’Europa”.

In questo breve documento di 16 pagine, la Commissione europea stabilì dei diktat fondamentali rispetto al rapporto con le altre potenze mondiali, nonchè rispetto alla percezione che della digitalizzazione si doveva avere nella macro-società europea, sottolineando l’importanza di un’indipendenza dal know how hardware e software dagli altri Paesi. L’UE doveva (e deve tutt’ora) diventare un «attore digitale forte, indipendente e risoluto».

Per riuscirci, scrive la Commissione europea, il processo di digitalizzazione necessitava di operare nei successivi 5 anni su tre direttrici:

  • Una tecnologia al servizio delle persone;
  • Un’economia equa e competitiva;
  • Una società aperta, democratica e sostenibile.

Perché queste belle parole?…perché «Se non ci si concentra sull’affidabilità, il processo fondamentale della trasformazione digitale non può riuscire» leggiamo a pagina 3 del documento. Quindi praticamente  ci fu la confessione che il processo di digitalizzazione stesso dipende dall’affidabilità che la digitalizzazione ispira ai cittadini e alle imprese.

Non è una cosa da poco – a mio parere – leggere queste parole su un documento ufficiale, soprattutto considerando che circa un anno dopo venne poi pubblicata la terza ComunicazioneBussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale”.

Due ipotesi, che tra l’altro si possono concatenare:

  1. Eravamo all’alba della pandemia (in Europa) e, vista l’ondata di autoritarismo che poi sarebbe seguita, avevano bisogno di scrivere qualcosa di opposto, e tutto sommato positivo, che facesse da contro bilanciamento all’uso sconsiderato delle TIC, e quindi dei vari strumenti controllo e sorveglianza, che attuarono.
  2. Il processo di digitalizzazione non era veloce quanto desideravano e si resero conto che la nostra resistenza come cittadini andava addolcita attraverso una digitalizzazione più «equa, democratica e sostenibile». Questo quanto meno ci darebbe una speranza in chiave propositiva, perché sottolinea la nostra forza come popolo.

Tornando al documento, per raggiungere gli obiettivi fissati vennero individuate varie azioni che la Commissione europea avrebbe messo in atto, ricalcando e potenziano quei processi iniziati 10 anni prima.

Eccovi alcuni esempi:

  • Connettività Gigabit (non più solo 5G ma anche 6G);
  • Istruzione digitale;
  • Revisione del Regolamento 910/2014;
  • Formato unico per le cartelle cliniche;

e così via…

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Quindi perché il documento «Plasmare il futuro digitale dell’Europa» è importante:

  • È un documento volto a mettere in guardia da una percezione sociale negativa della digitalizzazione, nel quale si cercano soluzioni per porvi rimedio;
  • Si affronta il problema della sovranità tecnologica in chiave di strategia geopolitica, sottolineando l’importanza di un’Europa leader della digitalizzazione a livello planetario, conformemente all’impegno a favore degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030;
  • Per la prima volta, dopo la pubblicazione nel dicembre del 2019 del documento “Green Deal europeo“, la trasformazione digitale e la transizione green vengo definite indissociabili;
  • Viene pubblicato, come detto, pochi giorni prima dello scoppio dell’emergenza pandemica in Europa, quando oramai è evidente l’impossibilità di prevenire la diffusione del virus, con le considerazioni sul controllo sociale attraverso le TIC che ne discendono.

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Apriamo una piccola parentesi prima di proseguire nel discorso per illustrare una coincidenza molto sospetta, che chiameremo la “regola dello shock”.

Come detto, nel 2010 il processo di digitalizzazione iniziò in risposta alla crisi economica e, nel grafico precedentemente illustrato, abbiamo constatato come l’economia è sì risalita successivamente ma solo per stabilizzarsi quasi sui livelli precedenti, per poi riscendere nuovamente. Sicuramente non un obiettivo raggiunto potremmo dire, se si pensa che avremmo dovuto ottenere grandi vantaggi socioeconomici, eppure oramai da quel momento il cambiamento è stato messo in atto, senza possibilità di essere fermato.

A inizio 2020 la pandemia arrivò in Europa e nel marzo del 2021, un anno dopo, la Commissione europea nella terza Comunicazione Bussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale”, al primo rigo del primo capoverso della prima pagina scriveva:

In appena un anno la pandemia di COVID-19 ha cambiato radicalmente il ruolo e la percezione della digitalizzazione nelle nostre società ed economie, accelerandone il ritmo. Le tecnologie digitali sono ora indispensabili nel mondo del lavoro, dell’apprendimento, dell’intrattenimento, per socializzare, fare acquisti e accedere a qualsiasi servizio, dalla sanità alla cultura.

Come potete capire quindi, prima lo shock economico, poi quello pandemico, sono sicuramente serviti per avviare e implementare il processo di digitalizzazione della macro-società europea.

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Arriviamo quasi ai giorni nostri, quindi all’ultima Comunicazione, pubblicata il 9 marzo 2021:

Bussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale”, per semplicità Bussola digitale 2030.

Il documento fissa gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 (il documento che abbiamo visto prima, “Plasmare il futuro digitale dell’Europa” era a 5 anni, un anno dopo invece progettano a 10 anni) per conseguire la piena sovranità digitale europea, concentrandosi su quattro punti cardine, appunto una bussola con 4 punti cardinali per mappare il percorso dell’UE:

  1. Popolazione dotata di competenze digitali e professionisti altamente qualificati nel settore digitale;
  2. Infrastrutture digitali sostenibili, sicure e performanti;
  3. Trasformazione digitale delle imprese;
  4. Digitalizzazione dei servizi pubblici.

Prima di scendere nel dettaglio di questi 4 punti, mi soffermo velocemente a spiegare da dove vengono i fondi per questo processo di trasformazione sociale a 360°, che ovviamente ha un costo immenso.

La Bussola digitale 2030 riceve fondi dal “Dispositivo per la ripresa e la resilienza” – in inglese: ERRF (European Recovery and Resilience Facility) – ovviamente gestito dalla Commissione europea. Questo dispositivo è entrato in vigore il 19 febbraio 2021 per finanziare le riforme e gli investimenti degli Stati fino al 31 dicembre 2026, allo scopo di superare la crisi economica causata dalla pandemia di COVID-19, ed è un elemento centrale del piano di ripresa europeo “Next Generation EU“, fondo dal valore di 750 miliardi di euro approvato nel luglio del 2020 dal Consiglio europeo al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia.

Quindi, schematizzando:

Dopo pochi mesi dallo scoppio del Covid19 in Europa, il Consiglio europeo approva il “Next Generation EU“, un fondo dal valore di 750 miliardi di euro; una buona parte di questi 750 miliardi vengono destinati al “Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza” gestito dalla Commissione europea. Questo dispositivo prevede che le somme vengano versate agli Stati tramite i rispettivi Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) che ogni Paese deve mettere appunto, e questi devono incentrarsi su 6 pilastri stabiliti dal “Dispositivo per la ripresa e la resilienza”:

  • Transizione green;
  • Trasformazione digitale;
  • Crescita intelligente, sostenibile e inclusiva;
  • Coesione sociale e territoriale;
  • Salute e resilienza economica, sociale e istituzionale;
  • Politiche per la prossima generazione.

Tramite i documenti della Commissione europea, sappiamo inoltre che gli Stati si sono impegnati a destinare il 37% del “Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza” a favore del cambiamento climatico e il 20% a favore della trasformazione digitale.

Vi ricordate quando in TV ci facevano vedere i grafici con la ripartizione dei fondi del PNRR e ci chiedevamo perché mai – nonostante la grave crisi sanitaria che stavamo passando, crisi non necessariamente dovuta alla pericolosità del virus, ma sicuramente anche allo stato di degrado delle strutture sanitarie pubbliche – la maggior parte dei fondi fosse destinata ad altro? Ecco ora sappiamo perché. Gli Stati europei, e quindi l’Italia, si sono impegnati a investire grandi percentuali del “Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza” in progetti volti in prospettiva a risollevare l’economia, e questi sicuramente vanno nella direzione della digitalizzazione e della transizione green; non certamente nella direzione della salute pubblica che, essendo un servizio, è un costo per lo Stato.

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Abbiamo detto quindi che gli Stati si sono impegnati a destinare il 37% del “Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza” a favore del clima e il 20% per la spesa digitale, eppure come si evince dal grafico fornitoci dalla Commissione europea, gli investimenti in transizione green e trasformazione digitale addirittura superano i valori, già alti, pattuiti:

Quasi il 40% per la transizione green e oltre il 25% per il digitale!

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Dopo questo veloce excursus, necessario per inquadrare la quantità di fondi investiti nonché i settori prediletti di investimento, torniamo a concentrarci sulla Bussola digitale 2030.

Abbiamo detto che la bussola prende il nome dal fatto di aver individuato 4 punti cardine della trasformazione digitale del decennio in corso, che sono delle vere e proprie necessità per essere competitivi.

  1. COMPETENZE DIGITALI:
    La necessità di aumentare le competenze digitali sia di base che professionali, addirittura arrivando a dotare l’Europa di 20 milioni di esperti entro il 2030. Ciò anche al fine di eliminare la nostra dipendenza dal know how estero.
  2. INFRASTRUTTURE DIGITALI:
    La necessità di creare un’infrastruttura digitale sia per quanto riguarda la connettività, sia per quanto riguarda la capacità di elaborare dati, sia per quanto riguarda la produzione hardware. Per la Commissione europea è fondamentale che l’Europa si doti di una propria sovranità digitale interna, tanto nel know how come abbiamo visto nel punto precedente, quanto nella produzione hardware e software. Questo perchè, secondo quanto riportato nello stesso documento, al 2021 «il 90% dei dati dell’UE è gestito da imprese statunitensi, meno del 4 % delle principali piattaforme online sono europee e i microchip fabbricati in Europa rappresentano meno del 10% del mercato europeo».
  3. IMPRESE DIGITALI:
    Le PMI se voglio sopravvivere nel grande mercato digitale europeo devono digitalizzarsi, poiché un mercato fiorente non può fare a meno di loro. Ricordate il concetto “distruzione creativa” utilizzato da Mario Monti e Mario Draghi? Ebbene il concetto è chiaro: o ti digitalizzi o perisci, e verrai sostituito da qualcosa più al passo con i tempi. L’Europa ha bisogno di PMI digitali e in quelle investe, tutte le altre, in questo perverso cambiamento, sono una zavorra di cui liberarsi per poter rimanere competitivi rispetto ai mercati Americano e Cinese.
  4. SERVIZI PUBBLICI DIGITALI:
    La trasformazione più grande forse è quella che prevede la digitalizzazione di tutti i servizi pubblici, quello che a Bruxelles chiamano “Governo come piattaforma” (Government as a Platform). Per far ciò ovviamente si deve viaggiare su un doppio binario: mentre si digitalizzano i servizi pubblici, bisogna anche garantirne l’accesso implementando la diffusione tra la popolazione dei sistemi di identificazione digitale. Scrive infatti la stessa Commissione europea: «Entro il 2030 il quadro dell’UE dovrebbe aver portato a un’ampia diffusione di un’identità [digitale] affidabile e controllata dagli utenti, consentendo a ciascun cittadino di controllare le proprie interazioni e la propria presenza online».

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È la stessa Commissione europea a fornirci una schematizzazione dei 4 punti cardinali della Bussola digitale 2030, quindi:

  • I 20 milioni di esperti nel settore TIC + 80% di competenze di base;
  • Connettività, produzione hardware, analisi e immagazzinamento dati, e anche un’altra cosa interessante: i computer quantistici. A tal riguardo nel giugno 2019 sono stati selezionati 8 siti per i centri di super-calcolo situati in 8 diversi Stati membri dell’UE. I siti di hosting saranno situati a Sofia (Bulgaria), Ostrava (Repubblica Ceca), Kajaani (Finlandia), Bologna (Italia), Bissen (Lussemburgo), Minho (Portogallo), Maribor (Slovenia) e Barcellona (Spagna) https://eurohpc-ju.europa.eu/about/our-supercomputers_en;
  • Trasformazione digitalizzale delle PMI e la necessità di raddoppiare le società Unicorno in Europa (società che hanno un valore di oltre 1 miliardo di dollari);
  • 100% dei servizi pubblici fondamentali digitalizzati entro il 2030. Quindi Conseguenzialmente identità digitale e fascicolo sanitario elettronico per tutti.

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Un grafico presente all’interno della Comunicazione stessa Bussola digitale 2030, ci mostra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 e il rispettivo stato d’avanzamento al 2021.

Dalla media finale si evince che gli obiettivi sono abbastanza ambiziosi poiché non siamo, o meglio non eravamo due anni fa, nemmeno a metà della strada. Questo ci fa capire che c’è ancora un margine per intervenire e, se non proprio invertire la rotta, quanto meno modificarla o indirizzarla verso obiettivi più vicini alle vere esigenze della popolazione.

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Successivamente al 2020, e quindi alle due Comunicazioni – “Plasmare il futuro digitale dell’Europa” e “Bussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale” – proprio come successo dopo il 2010, nascono una serie di progetti, iniziative e piani. Alcuni che si sostituiscono a quelli passati, altri che si sovrappongono o che si sommano a processi già in corso, o ovviamente li rinnovano:

  • La SME Strategy for a sustainable and digital Europe (SME = small and medium enterprise = piccole e medie imprese) per la digitalizzazione del settore industriale;
  • Il Digital Education Action Plan 2027 volto a sostenere l’adeguamento dei sistemi dell’istruzione e della formazione degli Stati membri all’era digitale…e infatti oggi in Italia si parla di istruzione 4.0;
  • Viene rinnovato il programma Horizon fino al 2027, che, insieme al Digital Europe Programme (DIGITAL) –  entrambi gestiti dalla Commissione europea – si occupano di finanziare sia il settore Ricerca e Innovazione, sia la diffusione poi delle nuove tecnologie nella società, con ben 95,5 miliardi;
  • L’Alliance on Processors and Semiconductor technologies per rafforzare l’ecosistema europeo della progettazione e della produzione elettronica.

e così via…

Oltre a quanto già avvenuto è importante buttare lo sguardo anche su cosa ci aspetta nei prossimi anni.

Attualmente è in revisione il Regolamento e-IDAS, quello che permette il funzionamento e l’interoperabilità delle identità digitali e dei sistemi di pagamento. Questa revisione dovrebbe completarsi tra la fine del 2023 e il 2024, e breve vedremo a cosa punta.

Circa nel 2025 poi ci attende il Regolamento sulle Central Bank Digital Currency (CBDC) che segnerà ufficialmente l’introduzione della monete digitale nelle nostre vite. Chiaramente questo progetto necessitava di una grande spinta verso la digitalizzazione delle nostre identità per partire, in quanto sono strettamente connessi.

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Abbiamo detto che è in corso una riformulazione del Regolamento e-IDAS 910/2014, una riformulazione che ovviamente nasce dalla volontà della Commissione europea, che nel giugno 2021 ha presentato una proposta di modifica, sottolineando la necessità di istituire un quadro normativo volto a creare l’«Identità digitale europea», operante mediante un Portafoglio Digitale (Wallet) comune a tutti i cittadini, i residenti e le imprese europee: l’European Digital Identity Wallet o EUDI Wallet.

La Commissione europea ha riformulato quindi completamente l’articolo 1 del Regolamento 910/2014, stabilendo che non basta più che le singole identità digitali nazionali siano interoperabili, bisogna creare un’unica identità. Un ID digitale unico, paneuropeo e universale, caratterizzato da un grado di sicurezza elevato. Deve essere quindi l’UE ad avere il controllo delle identità digitali non i singoli Stati, il cui compito sarà soltanto rilasciare questi Portafogli digitali europei in base alle indicazioni del nuovo Regolamento.

La proposta della Commissione europea è giunta al Consiglio europeo, che ha adottato la propria posizione a riguardo. Successivamente è iniziato nel 2022 un dialogo a tre (dei negoziati in sostanza) tra Commissione europea, Consiglio europeo e Parlamento europeo, sulle modifiche da adottare al Regolamento e-IDAS, al fine di raggiungere un accordo sul nuovo testo.

Contemporaneamente però, la Commissione europea ha fatto partire nel dicembre 2022 un progetto pilota per sperimentare questo nuovo «Portafoglio per l’Identità Digitale Europea», finanziandolo con i fondi del Digital Europe Programme (DIGITAL), citato prima. Quindi prima ancora di concludere il dibattito con l’organo di rappresentanza dei cittadini – il Parlamento europeo – la Commissione europea ha dato vita al progetto; un progetto che (lanciato nel dicembre 2022 quindi due mesi fa) dovrebbe ufficialmente partire questo mese, marzo 2023.

In cosa consiste questo progetto?

Un consorzio di 6 Paesi – Danimarca, Germania, Islanda, Italia, Lettonia e Norvegia – metteranno alla prova il nuovo Wallet europeo, testando la sua efficienza nei servizi di pagamento, indicati dalla Commissione europea uno dei casi d’uso prioritari nella visione del Portafoglio d‘Identità Digitale UE…e qui troviamo il collegamento con la futura moneta digitale.

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Proiettandoci in un futuro non troppo lontano, il nuovo EUDI Wallet conterrà al suo interno tutto…dalla patente alla carta di credito, dalla tessera sanitaria al passaporto, dall’abbonamento all’autobus alla tessera del supermercato. E sarà necessario per gestire tanto una ricetta medica quanto un viaggio, in quanto è tramite questo portafoglio digitale che faremo il check-in per identificarci prima della partenza. Tutto in un solo strumento, facilmente disponibile sul nostro cellulare (e mi raccomando non dimenticatevi di caricarlo altrimenti praticamente non siete più nulla).

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Ricordiamo che i 6 Paesi che partecipano alla sperimentazione dell’European Digital Identity Wallet sono solo l’inizio della sua diffusione, in quanto è previsto fin da ora che il suo funzionamento travalichi in futuro i confini comunitari. Oltre ai Paesi UE, verrà applicato in Inghilterra (nonostante le centinaia di parole sprecate sulla Brexit che abbiamo sentito in questi anni) e soprattutto in Ucraina. Capite come l’interesse europeo verso questo Paese vada assolutamente al di là della guerra, e non è un caso che anche lì stanno fortemente spingendo per la digitalizzazione delle identità nonostante problemi sicuramente più gravi da affrontare.

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Dall’Europa scendiamo nuovamente in Italia e vediamo quali progressi sono stati compiuti dal nostro Paese successivamente al 2020, complice ovviamente anche la pandemia.

La stessa Agenzia per l’Italia Digitale AgID sul suo sito ci informa che, dopo aver avviato quei progetti – che ho presentato relativamente al decennio precedente – dal 2020 ha concentrato i suoi sforzi principalmente sul rendere uniformi i sistemi digitali delle diverse Amministrazioni Pubbliche, anche allo scopo di armonizzazione le piattaforme digitali delle diverse Agenzie italiane.

Il metodo che l’AgID sta utilizzando per questo processo prevede la pubblicazione e il costante aggiornamento del proprio «Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione», uno strumento che funge da modello standard per la redazione del «Piano Triennale per l’informatica» da parte delle diverse PA, denominato Format PT.

Quindi, praticamente, l’AgID con il suo Piano Triennale stabilisce i passi che le diverse PA devono compiere per digitalizzarsi, passi che vengono compiuti con l’ausilio di un Responsabile della Transizione DigitaleRTD. Una figura introdotta nel 2017 e pian piano diffusa sempre più capillarmente nei vari livelli (nazionale/regionale/comunale) della PA.

Sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale troviamo anche una serie di progetti su cui stanno indirizzando gli sforzi, volti chiaramente ad un funzionamento migliore dei sistemi digitali introdotti, e quindi leggiamo:

  • Implementazione del sistema di Fatturazione Elettronica;
  • Diffusione del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID);
  • Gestione della sicurezza informatica nella PA;
  • Funzionamento del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE);

e così via…

Massimo A. Cascone - La digitalizzazione in Europa - Convegno Bologna 25 febbraio 2023_page-0023

Concentrandoci però sulla questione dei mezzi di identificazione digitale, mi sembra necessario anche far comprendere come si siano evoluti nel tempo, poiché oggi non abbiamo solo lo SPID.

CIE vs SPID:

Nel settembre 2022 dal Ministero dell’Interno ha rilasciato la nuova Carta d’Identità Elettronica per adeguarsi agli standard europei.(CIE 3.0). Sia CIE che SPID attualmente sono quindi essenzialmente sistemi di identità digitale utili ad accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione; esiste però una differenza fondamentale tra questi due sistemi di identità digitale, che riguarda il loro “livello di sicurezza”.

Mentre lo SPID è gestito in concessione da privati sotto il controllo dell’AgID (circa il 90% delle identità è gestito da Poste Italiane, circa il 3% da Aruba, Namirial e InfoCert e il resto da altri sei provider), la CIE si configura come un’identità digitale più sicura in quanto emessa dal Governo e gestita da apposita app governativa, l’app CieID.

Se avete seguito i dibattiti politici delle ultime settimane, il Governo Meloni vorrebbe eliminare lo SPID, facendo confluire tutti i cittadini verso l’utilizzo della CIE. Ciò va letto nell’ottica di una centralizzazione della gestione delle identità digitali dei cittadini in capo allo Stato, magari anche per facilitare il successivo passaggio nelle mani dell’UE.

App IO

L’app IO invece è stata attivata nel dicembre 2020 sempre dall’Agenzia per l’Italia Digitale, per permette ai cittadini di accedere ai servizi online di tutte le Pubbliche Amministrazioni con la propria identità digitale.

Scopo dell’app quindi è quello di eliminare qualsiasi altra intermediazione tra i cittadini e la PA, anche il sito web stesso, in quanto «Grazie a IO, non devi più registrarti a ogni sito della Pubblica Amministrazione: è l’app a portare i servizi direttamente sul tuo telefono». Per utilizzarla si accede tramite SPID o CIE. quindi non si sovrappongono ma si completano.

Massimo A. Cascone - La digitalizzazione in Europa - Convegno Bologna 25 febbraio 2023_page-0024

Quello che ho fornito è un quadro di come siamo arrivati ad oggi e dove ci vogliono portare. L’ho fatto per far comprendere come il processo della trasformazione digitale della società che noi stiamo trattando soltanto adesso, è iniziato molto tempo fa.

Sarebbe stato quindi importante, se non fondamentale, studiarlo e portarlo all’attenzione del pubblico fin dall’inizio, poichè soltanto anticipando l’agenda europea sarebbe stato possibile sviluppare un dibattito democratico per garantire ai cittadini di autodeterminarsi e compiere le proprie scelte con consapevolezza.

Arrivati a questo punto, dobbiamo ragionare come strateghi e interrogarci su quali siano le priorità d’azione per poter essere sovrani dal digitale e del digitale. In caso contrario, saremo destinati soltanto a subirne le conseguenze.

Massimo A. Cascone - La digitalizzazione in Europa - Convegno Bologna 25 febbraio 2023_page-0025

 

* * *

Questo articolo è la riproposizione testuale in prima persona della presentazione fatta dal giornalista Massimo A. Cascone alla conferenza “Verso la società digitale: siamo pronti al salto”, organizzata dagli Studenti Contro il Green Pass di Bologna il 25.02.2023 e trasmessa sul nostro canale YT.

Buona visione


FONTI PRINCIPALI:

2010 – Comunicazione della Commissione – Un’agenda digitale europea

2014 – Regolamento 910/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche

2020 – Comunicazione della Commissione – Plasmare il futuro digitale dell’Europa

2021 – Comunicazione della Commissione – Bussola per il digitale 2030 il modello europeo per il decennio digitale

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