COME COSTRUIRE UNA RIVOLUZIONE CHE NON CADA A PEZZI IN DUE GIORNI

COME COSTRUIRE UNA RIVOLUZIONE CHE NON CADA A PEZZI IN DUE GIORNI

DI GIANLUCA FREDA

Blogghete!!!


Il lettore Mirko ha scritto nei commenti relativi all’articolo sugli scontri di Roma


Caspita che articolone...perché non lo completi parlando delle conseguenze della "strategia del compromesso, della determinazione, della pratica di potere utilizzata per sconfiggere il potere"? Così, magari riusciamo ad arrivare alla degenerazione della rivoluzione russa che hai citato... Trai forse godimento dai pestaggi, visti i continui incitamenti alla violenza della celere? Ti sconvolge tanto la vista di due tavolini privati sottratti da un bar privato per essere lanciati, ma non parli della disperazione dei lanciatori d'immondizia di Terzigno e dei terremotati, anche loro in piazza. Secondo il tuo ragionamento è una brutta cosa sporcare Roma con l'immondizia, meglio tacere e respirare diossine in silenzio, non lamentarsi in questo modo "barbaro"...chissà cosa penseranno quelli dei bar... Non capisco, invece, a cosa serva pontificare dalla tastiera come fai tu, dando dei falliti e degli impotenti a chi ancora - e fortunatamente- possiede dei sogni. Mi chiedo come si fa -e come fai- a fare qualsiasi cosa senza il motore dei sogni e dell'utopia? Concludo dicendo che, almeno secondo me, l'altro giorno in piazza si è espressa unicamente la rabbia, forse non è servito a niente, ma era se non altro lecito esprimerla; la violenza, come sempre, è arrivata, e continua ad arrivare, da chi detiene la forza ed il potere. Saluti.

Il lettore ritiene che sogni e utopie siano il motore di ogni cambiamento. Può darsi che questo sia vero per la vita individuale. Ma quando parliamo della progettazione di un cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del dormiveglia e delle fantasie notturne. Appaltare le trasformazioni sociali a branchi di sonnambuli e parolai in pigiama, produce, anche nella migliore delle ipotesi, un fastidioso e rumoroso nulla di fatto, ammantato di deliri teoretici, come quelli che siamo abituati ad ascoltare – senza ormai troppa distinzione – tanto nelle parole dei “rivoluzionari” da centro sociale quanto nei discorsi dei “rivoluzionari” da organigramma di sindacato e di partito nel corso delle periodiche ed inutili manifestazioni “di protesta” accalappiagonzi. Nell’ipotesi peggiore (che è poi di gran lunga la più frequente e storicamente diffusa) l’allucinazione utopica produce semplice manovalanza per “rivoluzioni” gestite dal potere ed indirizzate verso scopi esattamente opposti a quelli che i sognatori dormienti vagheggiano mentre si agitano in preda al delirio. Date retta a un fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo politico e della pianificazione intellettuale. Pianificazione che, in tutte le rivoluzioni storiche di qualche rilievo, si è sempre attuata attraverso la circolazione delle idee e dei programmi attraverso i mezzi di comunicazione esistenti, tastiere comprese. In ogni rivolgimento sociale di successo c’è una “testa” che dirige le operazioni, rappresentata dall’élite che dispone dei mezzi di comunicazione necessari a diffondere nella massa le idee e le parole d’ordine su cui dovrà fondarsi l’insurrezione; e ci sono moltitudini di “sognatori” senza arte né parte che fungono da semplice carne da cannone. Inutile dire che gli effetti della rivoluzione si rivelano sempre vantaggiosi per l’élite e devastanti per gli utopisti sonnambuli. Non voglio togliere nulla all’utilità di questi ultimi, senza la cui incompetenza e irriflessività politica nessuna rivoluzione sarebbe possibile. Non ce l’ho con i decerebrati spaccatutto che abbiamo visto in azione a Roma, né con i branchi di pecore che transumano periodicamente verso i pascoli della protesta su apposito torpedone sindacale, i quali svolgono egregiamente il proprio ruolo di soldataglia. Ce l’ho con le élite da cui tali moltitudini sono attualmente gestite e manipolate. Perché le finalità perseguite da queste élite di potere sono del tutto antitetiche a ciò che ritengo essere l’interesse attuale del nostro paese, inteso nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e di subordinati.

E’ significativo che il lettore scriva: “secondo me, l'altro giorno in piazza si è espressa unicamente la rabbia, forse non è servito a niente, ma era se non altro lecito esprimerla”. E’ una frase che fornisce un’idea precisa della linea di demarcazione che separa i membri dell’élite dai sognatori suoi manovali. L’élite pianifica, organizza, gestisce, manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi progettuali. Possiede solo la sua rabbia istintiva (a cui attribuisce addirittura un valore etico trascendente, trattandosi dell’unica prerogativa a sua disposizione) che ritiene lecito sfogare, una volta superato un certo livello, su qualunque cosa gli capiti a tiro. Come il buon padre di famiglia, che tornando a casa distrutto e frustrato dal lavoro, ritiene legittimo massacrare di botte moglie e figli, visto che su qualcuno dovrà pur sfogarsi. Il mio articolo si intitolava “La rivoluzione dei falliti” e penso che non avrei potuto scegliere titolo migliore.

Nell’articolo in questione citavo, in esergo, una frase tratta da “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Mi chiedo che cosa avrebbe pensato l’antico stratega cinese di un “esercito”, come quello visto in azione a Roma il 14 scorso, che attacca battaglia al solo scopo di sfogare la propria frustrazione; che combatte solo nei momenti e nei luoghi che è il nemico a definire, con apposita comunicazione alle truppe; che si lascia guidare verso lo scontro dai generali dell’esercito nemico o dai traditori ad esso venduti, i quali portano bene in vista sulla divisa le stellette sindacali e partitiche di cui sono stati insigniti per la propria fellonia; che nel corso della battaglia non attacca il nemico, ma i propri stessi commilitoni e compagni di sventura, distruggendo le loro proprietà e dando alle fiamme i loro villaggi; che diffonde in questo modo l’odio e il desiderio di defezione tra le proprie stesse fila; che utilizza la violenza a sproposito e contro obiettivi casuali, anziché riservarla (come Sun Tzu suggeriva) alla fase finale della guerra, per suggellare una vittoria già ottenuta attraverso la diplomazia, la comunicazione, l’astuzia e l’inganno. Probabilmente il vecchio cinese non avrebbe destinato ad una simile masnada l’appellativo di “esercito”, limitandosi a considerarla una congrega di scimmie infuriate e a riderci sopra. Ancora più verosimilmente, avrebbe avuto parole di lode e di stima per i generali dell’esercito loro nemico, dimostratisi capaci di ridurre gli avversari alla più assoluta impotenza senza neppure muoversi dal proprio accampamento. “Tutta la guerra è basata sull’inganno. Perciò, quando siamo pronti ad aggredire, dobbiamo apparire impreparati; quando adoperiamo le nostre forze, dobbiamo sembrare inattivi; quando siamo vicini, dobbiamo far credere al nemico che siamo lontani; quando siamo lontani, dobbiamo fargli credere che siamo vicini. Tieni pronte le esche per allettare il nemico. Fomenta disordini e schiaccialo”.

Per quanto implacabile sia il mio odio per le strutture sovranazionali, economiche e politiche, che hanno ridotto in servitù il nostro paese, devo riconoscere ai loro generali una capacità strategica un miliardo di volte superiore a quella dei cialtroni visti in azione nelle piazze nostrane. E’ normale, del resto: non a caso loro sono l’élite, mentre i cialtroni di cui sopra sono la marmaglia inconsapevole che viene manovrata per il conseguimento degli obiettivi predefiniti. Immagino che, nel caso in questione, l’obiettivo – o uno degli obiettivi - fosse quello di defenestrare un governo, pessimo sì, ma dimostratosi troppo indipendente e refrattario agli ordini nell’ambito della politica estera. Eppure, nonostante l’ottima strategia messa in campo, l’élite dominante sembra, per il momento, avere fallito. Il governo incriminato è rimasto in carica, sia pure per tre soli voti di maggioranza. I suoi avversari politici sono ora allo sbando, compresi i rinnegati finiani così accuratamente costruiti e finanziati, costretti ad annullarsi nella macedonia immonda di un elettoralmente improponibile “terzo polo”, che prefigura la loro prossima estinzione. Bisogna chiedersi: perchè hanno fallito? Perché la marmaglia antiberlusconiana, inviata a deporre il rinnegato governatore della colonia, pur debitamente infiltrata da operativi del nemico, non è riuscita per adesso a perseguire il risultato agognato?

Il motivo è semplice: non esiste più un’unica élite. Nell’epoca della ridefinizione degli assetti geopolitici globali, le élite che si contendono il controllo delle masse e la loro sudditanza alle parole d’ordine sono diventate una pluralità. La vecchia nomenclatura dirigente rispolvera i vetusti schemi interpretativi del mondo organizzati per dicotomie (“fascismo-comunismo”, “democrazia-dittatura”, “berlusconiano-antiberlusconiano”, “razzista-antirazzista” e via bipolarizzando), mentre il nuovo gotha che ad esse contende il potere prova ad inserirsi nel gioco della manipolazione delle coscienze con altri modelli prefabbricati e narrazioni alternative. Questa battaglia per il controllo delle moltitudini si combatte (come del resto è sempre avvenuto nel corso della storia) nel campo dell’informazione e dell’entertainment. Cioè proprio dietro quelle tastiere che i pasdaran della rivoluzione di piazza sono stati abituati – un po’ per insipienza politica, un po’ per programmazione culturale abilmente somministrata dagli strateghi del nemico – a disprezzare e sbeffeggiare. E’ dietro le tastiere del web, delle redazioni giornalistiche, delle case editrici che vengono definiti e perfezionati i nuovi modelli percettivi e di pensiero cui le masse dovranno conformare la propria visione del mondo nei decenni futuri. E’ dietro le tastiere dei programmatori che vengono studiati i nuovi contenuti web, attraverso i quali i mezzi di comunicazione telematica verranno gestiti per le finalità di dominio proprie della classe intellettuale che uscirà vincitrice dallo scontro. E’ sempre dietro le tastiere che nascono i social network come Facebook, utili a rimbecillire e rendere controllabili, analfabetizzandole, le nuove generazioni; o come Twitter, attraverso i cui canali già viaggiano le direttive e gli ordini per la gestione delle “rivoluzioni colorate” fomentate dal potere (come si è visto in occasione della famigerata “rivoluzione verde” iraniana); o i nuovi templi dell’informazione “alternativa” come Wikileaks, creati allo scopo di soppiantare l’informazione libera del web, sostituendo ad essa un’autorevole e ponderosa massa di nulla oggettivo, privo di qualunque elaborazione critica.

In questo scontro di nomenclature, come sempre, i facinorosi guastatori di piazza rivestiranno il ruolo di truppe d’assalto, agli ordini dell’organizzazione di potere che riuscirà a vincere la guerra dell’informazione.

Occorre dunque decidere – e decidere adesso – se desideriamo rivestire il ruolo di soldati che subiscono la rivoluzione prossima ventura o di progettisti che la pianificano e la manovrano. Rivolgo pertanto un appello a tutte le menti razionali che, ritrovatesi martedì scorso nel bel mezzo di una guerra alla cui progettazione non avevano in alcun modo contribuito, abbiano sentito “a pelle” di trovarsi nel livello sbagliato della gerarchia. Invito tutti costoro a lasciar perdere le molotov, le risse coi celerini e gli scudi di cartone e a venire dietro le tastiere, dove c’è urgente bisogno di loro. Di truppaglia mercenaria da gettare allo sbaraglio contro il nemico ne abbiamo anche troppa. Ci servono generali, strateghi, programmatori, psicologi delle masse, scrittori, articolisti, ministri della (nostra) propaganda. E’ con questi strumenti e solo con questi che si organizzano e soprattutto – come avrebbe detto con saggezza il vecchio Sun Tzu – si può provare a vincere le guerre e le rivoluzioni.

Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/

Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-12-20

20.12.2010

Commenti (72)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. mandal2010 25 dicembre 2010

      Pure io mi sono fatto la stessa domanda.Sarebbe interessante cominciare discuterne seriamente.

    1. caterinazanivan 24 dicembre 2010

      Non ho nessuna lettura da consigliarti. La nostra societa' si basa sul "dominio", non solo tra Stati ma anche tra individui. Una societa' diversa e' una societa' che si basa su rapporti di cooperazione. La fattibilita' e il passaggio stanno solo in un lento processo di cambiamento individuale in cui ogni singolo diventi responsabile. tanto piu' e' necessario permettere ai bambini di essere responsabili ed e' per questo necessario svincolarci, soprattutto verso di loro, dala logica del potere che ogni adulto pensa di poter esercitare solo in quanto adulto. Inziamo con il chiudere le scuole. Ossia non mandiamo piu' i bambini a scuola. Ti assicuro che porterebbe ad un cambiamento.

    1. rasna-zal 23 dicembre 2010

      ... Allora mi spieghi a quale teorie fai riferimento, mi anticipi per favore il modus operandi per passare da un sistema all'altro, guarda: consigliami delle letture affinchè possa esplorare la fattibilità del "tuo" pensiero.

      Ti prego di farlo, perchè non basta affermare "Non e' questo l'unico modello di societa' che puo' esistere", c'è bisogno di spiegarli i propri pensieri altrimenti fai soltanto demagogia.

    1. caterinazanivan 23 dicembre 2010

      Infatti l'inganno di cui non si rendono conto, in questo caso gli studenti, e' proprio quello di scendere in piazza per manifestare e continuare ad avere una "scuola" che cosi' com'e' oggi non serve a loro.

      Perche' queste persone vogliono iscriversi all'universita'?

    1. caterinazanivan 23 dicembre 2010

      L'agire dei piu' si basa sul darwinianismo sociale. Pochi riescono ad uscire dalla logica di una visione basata sula teorial "dominatore". Si pensa sempre che o si domina o si viene dominati. Questo avviene ovunque e in quasi tutti i rapporti umani. E' molto evidente anche qui tra chi scrive, sia gli articoli che i commenti. Questa teoria presuppone sempre un rapporto di forza che non potra' che far nascere sofferenza e rabbia da parte di chi viene dominato.

      Non e' questo l'unico modello di societa' che puo' esistere. E' solo l'unico a cui siamo abituati. L'unico che riusciamo ad immaginare.

      Comportarsi in modo "umanamente sostenibile" non ha nulla a che vedere con il solo immaginare una societa' diversa in cui i rapporti a tutti i livelli, quindi anche tra i singoli, non siano basati sulla detezione del potere e sulla volonta', ormai implicita, di dominare l'altro.

    1. rasna-zal 23 dicembre 2010

      Curioso come la cura "tellavelde" per un futuro migliore assomigli moltissimo alla soluzione finale di un vecchio film di Paolo Villaggio e Edwige Fenech (Dottor Jekyll e gentile signora), dove la famigerata pozione, in accordo con le elites e contando sulla loro buonafede, veniva diffusa a livello globale trasformando tutti in cari angioletti biondi desiderosi solo di dare e ricevere amore. Tranne poi scoprire che le elites di erano ben guardate dall'assumere la pozione attuando il loro piano di governare un mondo di beoti.

      Ecco, vedete, persino Fracchia nel 79 riusciva lucidamente a comprendre che non è possibile piegare le intenzioni di supremazia e assoluto potere delle elites.
      Tellaverde (e i suoi accoliti) però dice che ciò è possibile senza nemmeno il bisogno della formula del Dott. Jekyll, basta il nostro cambiamento, la volontà di ognuno di apportare qualcosa di buono a questa corrotta società e tutto andrà a posto.
      Le elites riceveranno un duro colpo dal nostro carma collettivo e per osmosi si adegueranno al nuovo avvenire.

      Premesso che è coscenza di ognuno comportarsi in maniera "umanamente sostenibile", pensate che questo bastara a salvarvi il futuro?

    1. Diapason 23 dicembre 2010

      ...Capirai: si osò tentare di invadere una riunione di CL. Che sei matto, a toccare i preti?

      Poi un carabiniere-sceriffo che spara fucilate ad altezza uomo, con l'arma al fianco, alla Tex Willer, un manifestante morto...

      E l'atmosfera generale era quella degli anni di Piombo, Gladio, e Kossiga ministro dell'interno.

      Altri tempi e altre atmosfere.

      Magari mi rispondi che se si comincia con una serie fitta di cortei (che so: uno ogni 3 giorni?) in cui ogni volta, o quasi, avvengono scontri tipo quelli dello scorso 14, i blindati (che non sono carri armati veri e propri, ma qui pecco io di pignoleria) li rivedremo in strada sicuramente.
      E' possibile, come no. Ma sai che ribalta internazionale, in termini di diffusione mediatica?

    1. ottavino 23 dicembre 2010

      Articolo lunghissimo e pertinente. Semplicemente quelli che tu chiami "soldati" devono comprendere che non c'è trippa per gatti. Cioè un universitario deve comprendere che non dovrebbe studiare per diventare ricercatore, in quanto non ci dovrebbe essere nessun ricercatore. L'inganno colossale a cui siamo davanti è che ci dicono che abbiamo bisogno di una cosiffatta civiltà, quando in verità non ce nè necessità. Quindi l'errore è implicito. Il solo fatto di aver dato luogo a questa civiltà è l'errore. Con questa comprensione in tasca il "soldato" diventa automaticamente "elite". Promosso sul campo!!.

    1. falconelvento 22 dicembre 2010

      Diapason,mi dispiace deluderti, ma nel 77 a Bologna i carri armati uscirono e nessuno lì fermò e ci rimasero per mesi.

    1. tellavelde 22 dicembre 2010

      Per commentare questo scritto di Gianluca Freda prendo spunto da un’affermazione di Caterina (caterinazanivan). La seguente:

      «La rivoluzione non è piu' quella che si fa scendendo in piazza a manifestare e scontrandosi, o meno, con la polizia. La rivoluzione è la comprensione da parte di ogni singolo individuo che tutto il sistema è sbagliato».

      Buonissimo punto di partenza, Caterina. Ma da questo punto non possiamo ancora sapere nulla circa le ragioni (gli argomenti, i pensieri, le idee) che nella testa degli individui devono essersi formate prima di arrivare alla sintesi “tutto il sistema è sbagliato”.
      Ed è proprio di queste ragioni che dobbiamo sapere il più possibile se vogliamo comprendere che genere di rivoluzione potremmo andare a costruire mettendoci insieme a questi individui. Sia che si tratti della “soldataglia” di cui scrive Freda, sia che si tratti di una qualche supposta “élite” di rivoluzionari novelli, sia che ci si trovi di fronte ad una forma di aggregazione fra persone mai sperimentata prima.

      A mio avviso, nel secolo appena cominciato possono esistere, a questo riguardo, essenzialmente due figure di rivoluzionari:

      a) quelli, e sono la stragrande maggioranza, che ritengono il sistema sbagliato perché produtore di tutte le miserie e le nefandezze che connotano la catastrofe in corso: situazioni derivate, in estrema sintesi, da rapporti di forza che ci costringono a subire le condotte antisociali e criminose di alcune élite sovranazionali detentrici del potere a livello finanziario, economico e politico.
      Il rimedio rivoluzionario, per questo primo tipo di figure, consiste nella sostituzione (più o meno “violenta”, più o meno “domocratica”, un po’ più “dall’alto” o “dal basso”) di queste élite con un nuova leva di élite (meglio illuminate, meglio organizzate) aventi un orientamento più favorevole alle moltitudini planetarie, che blocchi il saccheggio a tempo indeterminato chiamato da ultimo “crisi” attuando una serie di misure redistributive e un utilizzo meno distruttivo delle risorse del pianeta;

      b) quelli, in netta minoranza per il momento, che pensano altrimenti la catastrofe in corso, al punto da imputarla non semplicemente alle condotte delle élite sovranazionali al potere, quanto alla logica stessa di funzionamento di un “sistema” che tende ormai a riprodursi “in automatico” avendo formato e legato a sé le menti degli attori sociali (tanto quelle dellé elite dominanti di cui si serve quali “esecutori” e “sicari” di una sua logica senza umane misure “a monte” e “già data”, quanto quelle delle moltitudini dominate tenute aggrappate al suo carro da illusioni di realtà quali il Progresso, lo Sviluppo, la Scienza, il Consumo, il Desiderio, la Vita-dopo-questo-schifo, ecc.).
      Il rimedio rivoluzionario, per questo diverso tipo di figure, non può risiedere nella sostituzione delle attuali élite al potere con nuovi e più illuminati “leaders mondiali”, bensì nell’inceppamento e nella rovina del meccanismo automatico mediante la differente formazione e il distacco delle menti dei dominati dalla sua logica di funzionamento: processi da innescare a partire: a) dall’immaginazione (quindi anche dalla dimensione dell’utopia) di una differente forma di società, di un diverso rapporto con le specie viventi e col pianeta; b) da un insieme di comportamenti conseguenti, da attuare per quanto si può da subito, che stiano fuori dal meccanismo (scambi senza denaro, risorse vitali preservate e usate da tutti, più tempo diversamente vissuto per stare insieme, ecc.).

      Personalmente, ritengo che solo questa seconda figura di rivoluzionario abbia oggi una qualche possibilità di proporre ed agire in modo non fittizio il cambiamento. Le figure del primo tipo, consapevolmente o meno, incarnano l'impostura. Su questo punto molti che frequentano questo ed altri siti la penseranno diversamente da me. In ogni caso, dovrebbe apparire chiaro almeno questo: la vera linea di demarcazione tra quanti pensano che “tutto il sistema è sbagliato” passa di qua. Qua c'entrano pochissimo le varie “personalità” in gioco, le “matrici” e le “incrostazioni” ereditate dalla storia passata dell'antagonismo sociale degli ultimi due secoli (tipo la cosiddetta “dialettica destra-sinistra”). Oggi, tutta la differenza nelle “azioni concrete” possibili (strategie e tattiche) delle persone implicate (facenti o meno parte di élite nel senso specificato da Freda) non può che derivare dal primitivo convincimento di ognuno/a riguardo alla natura del “sistema” sbagliato, dal suo essere figura di rivoluzionario del primo o del secondo tipo.
      Tutto il resto, per quanto vitale e importante possa sembrare, davanti a questo punto affatto dirimente, assume il rilievo che può avere la cura dei sintomi della malattia rispetto alla scoperta delle sue cause. In altre parole, senza considerare il responso di questa primaria cartina di tornasole per i rivoluzionari del ventunesimo secolo, tutto il resto è come la carta da parati (wallpaper) che, come disse con inarrivabile humour Oscar Wilde nel suo letto di morte, ci sta uccidendo tutti quanti...

      Vediamo allora come si colora questa cartina di tornasole quando viene immersa nella soluzione chiamata Gianluca Freda.
      Intanto, egli sembra voler rimuovere troppo disinvoltamente la dimensione dell'immaginazione collettiva di una diversa società dal novero delle “azioni” rivoluzionarie indispensabili per il salto al di fuori dell'esistente. Non a caso la rinomina e la ricomprende sotto categorie più docili e sfumate: “sogni e utopie”, “progettazione di un cambiamento sociale” e “pianificazione intellettuale”. Leggiamo:
      «Il lettore ritiene che sogni e utopie siano il motore di ogni cambiamento. Può darsi che questo sia vero per la vita individuale. Ma quando parliamo della progettazione di un cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del dormiveglia e delle fantasie notturne».

      E ancora:
      «Date retta a un fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo politico e della pianificazione intellettuale».

      Dunque, secondo Freda il soggetto protagonista del cambiamento rivoluzionario è senz'altro l'élite come lui la intende, ovvero l'élite depositaria unica della consapevolezza di cui è priva per definizione la “carne da cannone”. Tuttavia, il dispositivo tramite cui la cosa ci viene spiegata appare disarmante nella sua piatta semplicità: l'autore non ci dice mai ciò che a me sembra invece cruciale, ossia se nella consapevolezza dell'élite debba rientrare oppure no un'interpretazione del fondamento della società da rivoluzionare in termini diversi rispetto alla chiave di lettura dei meri rapporti di forza che essa stessa “agisce”:
      «L’élite pianifica, organizza, gestisce, manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi progettuali».

      La cosa resta inspiegata e avvolta nel silenzio anche più oltre, quando l'autore, con l'occhio alla situazione italiana, lamenta come le finalità perseguite dalle attuali élite di potere che hanno manipolato la “soldataglia” lo scorso 14 dicembre a Roma siano «antitetiche a ciò che ritengo essere l'interesse attuale del nostro paese, inteso nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e subordinati».
      Anche da tutto il seguito dell'articolo non arrivano lumi circa il tipo di consapevolezza del fondamento della società di cui l'élite rivoluzionaria, per definizione dell'autore “consapevole”, si farebbe portatrice.
      A questo punto la nebbia si fa pesante e densa, e tutto il resto dell'argomentazione, per quanto conseguente con l'assunto di partenza dell'articolo, rischia di assomigliare ad una danza di ombre agite da un equivoco di fondo: l'élite rivoluzionaria auspicata da Freda viene definita in modo spregiudicato unicamente in base a caratteristiche estrinseche funzionali alla sua sopravvivenza e al suo successo nella “guerra” col nemico (le élite attualmente dominanti), a prescindere dal tipo di pensiero in base al quale riesce o meno a raggiungere i propri scopi.
      Insomma: per Freda all'élite rivoluzionaria pertengono le doti della comunicazione efficace, della diplomazia, della furbizia e dell'inganno (perché, come prescrisse Sun-Tzu, «tutta la guerra è basata sull'inganno»).
      Non pare essere prerogativa o compito dell'élite né la comprensione dei fondamenti del vivere sociale al di fuori dei rapporti di dominio né l'immaginazione di un fondamento della società distinto da quello della società esistente che s'intende “rivoluzionare”.
      Insomma, l'élite rivoluzionaria pensata dall'autore fonda se stessa e la società futura a partire da se stessa. Il che, ovviamente, puzza di marcio appena lo si pensa. È, ancora una volta, un'élite autoreferente, come tutte le élite costituite da quel particolare materiale umano che è il ceto politico e sindacale d'ogni dove. Quindi, l'élite rivoluzionaria auspicata da Freda, del resto non diversamente da quella vagheggiata da Barnard, Chiesa, Massimo Fini e Pallante, non è in grado di spiegare altrimenti se stessa né possiede un'interpretazione di società in termini differenti da se stessa e dai rapporti di forza nei quali soltanto sembra vivere. Se così stanno le cose, i suoi esponenti non potranno che essere figure di rivoluzionari del primo tipo. E anche Gianluca Freda pare esserlo, per quanto rispetto ad altri possa tirare fuori una maggiore dose di lucidità e di coerenza logica nell'analisi dei processi che stanno “a valle” delle sue assunzioni di partenza.
      Ciò non rende meno surreale e “di plastica”, per così dire, tutta la parte finale del suo articolo, che vale la pena riportare integralmente:
      «Occorre dunque decidere – e decidere adesso – se desideriamo rivestire il ruolo di soldati che subiscono la rivoluzione prossima ventura o di progettisti che la pianificano e la manovrano. Rivolgo pertanto un appello a tutte le menti razionali che, ritrovatesi martedì scorso nel bel mezzo di una guerra alla cui progettazione non avevano in alcun modo contribuito, abbiano sentito “a pelle” di trovarsi nel livello sbagliato della gerarchia. Invito tutti costoro a lasciar perdere le molotov, le risse coi celerini e gli scudi di cartone e a venire dietro le tastiere, dove c’è urgente bisogno di loro. Di truppaglia mercenaria da gettare allo sbaraglio contro il nemico ne abbiamo anche troppa. Ci servono generali, strateghi, programmatori, psicologi delle masse, scrittori, articolisti, ministri della (nostra) propaganda. E’ con questi strumenti e solo con questi che si organizzano e soprattutto – come avrebbe detto con saggezza il vecchio Sun Tzu – si può provare a vincere le guerre e le rivoluzioni».

      Domanda: cosa mai potrebbero pensare i “soldati” di coloro che decidono di stare dalla parte dei “progettisti” che “pianificano” e “manovrano” se sapessero la piccola verità che questi ultimi hanno in testa soltanto l'idea della rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di forza e sostituzione delle élite esistenti con l'élite nuova di cui fanno parte essi stessi, mentre la logica di funzionamento della società rimane la medesima che ha prodotto la catastrofe in corso per i “soldati” e per le loro famiglie in ogni parte del pianeta?

      Tellavelde

    1. Kevin 22 dicembre 2010

      Mi associo. E' da anni che penso che le scuole TUTTE vadano chiuse.

    1. Kevin 22 dicembre 2010

      "è sempre il popolo ad aver cambiato la società, almeno finchè la gente era in grado di pensare con la propria testa..." Qui sbagli. I cambiamenti nella storia li ha fatti sempre la massoneria.

    1. Diapason 22 dicembre 2010

      Non trattarmi da fomentatore: mai scritto di augurarmi che succeda, e non per nascondere sotterraneo piacere nel vedere casini, ma perché mi ostino a credere che la dialettica possa produrre.

      Ma solo se hai di fronte interlocutori (governo, stato, politica) disposti e onesti, e non mi sembra il caso attuale.

      "Prendiamo i nostri petardi e le nostre vanghe da giardinaggio e spacchiamo tutto."
      ...Gianlù, se non arriva una risposta dialettica decente, o se la protesta decide che qualsiasi risposta arrivi non sarà ritenuta affidabile, spero concordi sul fatto che forse, e aripurtroppo, la distruzione e la violenza diventeranno il lessico privilegiato della protesta, e spero concordi anche sul fatto che l'unica speranza che rimane è che questa furia venga indirizzata contro obiettivi coerenti, contro i simboli di chi ha generato questo malessere, e che non ci scappino troppi morti e feriti.
      Tu paventi primavere di Praga che non credo saranno mai possibili, nel 2010: al primo blindato pesante che esce dalle caserme arriva subito Santa Europa e Democratica America a bloccarci...

    1. Kerkyreo 22 dicembre 2010

      Ma cos'e' sta roba? Mentre leggevo il pezzo nella piu' tranquilla e totale indifferenza sono stato colpito da un irrefrenabile senso critico che mi ha spinto a rispondere(indirettamente), all'autore di questo scempio umano-giornalistico.
      Ma l'autore chi e'? Chi e' costui che s'innalza in cielo e' cosparge il popolo becero di cotanta sapienza ? Chi e' costui che del mondo ne ha gia' capito i meccanismi, che della vita ne ha colto tutti gli aspetti essenziali, e che dell 'io interiore dell'essere umano ne pavoneggia cotanta conoscenza?
      Quanti bit sprecati, quindi quanta energia elettrica sprecata, quindi quanto petrolio sprecato per generare questa energia elettrica,quindi quanto Co2 emessi per scrivere quest'articolo, e quindi quanto inquinamento a provocato questo spreco di bit? Tanto
      Ma lei la rivoluzione di questo sistema come crede che possa avvenire? dietro una scrivania? Se voui cambiare il sistema devi essere pronto a rinunciare a qualcosa!

    1. totalrec 22 dicembre 2010

      "E allora giù botte, che venga tutto raso al suolo, a prescindere dal fatto che i ciechi e i sordi vedranno e sentiranno oppure no."


      Mi sembra un'eccellente strategia. Prendiamo i nostri petardi e le nostre vanghe da giardinaggio e spacchiamo tutto. Buona fortuna e che Chuck Norris sia con voi.


      "Chissenefrega che il potere non ha paura, se si innesca quel che sembra prossimo a innescarsi, non sarà la paura o la sicurezza del potere a fare la differenza."


      Me lo saprai dire appena compariranno in strada i primi carri armati. Non credo che si arriverà ad aver bisogno dell'aviazione. I miei migliori auguri, comunque.


      Gianluca Freda

    1. Diapason 22 dicembre 2010

      Per esser sicuri di poterci fabbricare lenti nuove adeguate, immuni dall'influenza di chi ha interesse a dotarci di lenti distorte a suo vantaggio, bisogna prima radere al suolo le attuali fabbriche di lenti.

      Comprese quelle che attualmente sembrerebbero in grado di fabbricare, appunto, lenti nuove, adeguate, immuni.

      "Anche un sordo sentirà, anche un cieco vedrà" - tu dici di no. E allora giù botte, che venga tutto raso al suolo, a prescindere dal fatto che i ciechi e i sordi vedranno e sentiranno oppure no.

      Chissenefrega che il potere non ha paura, se si innesca quel che sembra prossimo a innescarsi, non sarà la paura o la sicurezza del potere a fare la differenza.

    1. totalrec 22 dicembre 2010

      Il problema, se non si fosse capito, non sta nell'avere o non avere un criterio interpretativo della realtà (le lenti). Tutti ne hanno uno. Il problema sta nel fatto che:


      1) I criteri interpretativi della realtà e i metodi di lotta che vedo utilizzare dai movimenti di protesta (e non solo da loro) sono vecchi di almeno 90 anni, se non di più. Si parla ancora di operai e padroni, di sindacati, di classi sociali, di scuola e diritto allo studio, di comunismo e fascismo, di lotta e di governi, come se fossero cose ancora realmente esistenti; ci si oppone al potere con i soliti vecchi metodi della manifestazione di piazza, sindacale o non sindacale, violenta o non violenta che utilizzavano i nostri bisnonni. Nel frattempo c'è stato Edward Bernays e le sue teorie sulla manipolazione delle masse attraverso l'informazione, c'è stata l'imposizione della supremazia americana sul nostro continente che ha privato i governi di gran parte del loro ruolo, poi l'avvento dell'UE, che li ha definitivamente esautorati, oltre a un'infinità di altre cose. Eppure si continuano ad usare i soliti, decrepiti occhiali, a causa dei quali ci si muove nella realtà del 2010 credendo ancora di vedere scenari che sono stati demoliti quasi un secolo fa. Dici che "anche un cieco vi vedrà". Il potere vi vede già benissimo e non gli fate minimamente paura. Questo perchè con gli occhiali che indossate siete voi a essere ciechi.


      2) Anche quando le lenti erano nuove e gli oggetti visibili attraverso di esse possedevano una qualche concretezza, si trattava comunque di categorie interpretative che erano state le istituzioni governative a definire per le masse. E' ridicolo pensare di poter affrontare il potere (divenuto ormai, oltretutto, sovranazionale) con gli strumenti di lettura sociale che è stato il potere stesso a fornirvi. Credete che ve li abbia forniti per farvi vincere?


      Occorrono lenti nuove e - soprattutto - fabbricate da noi, non quelle deformanti e antidiluviane che l'establishment propagandistico continua a rimetterci sul naso per farci muovere alla cieca.

    1. Diapason 22 dicembre 2010

      Una decina d'anni fa mia nonna diceva "...ancora che chiacchieràmo? CE VOLE ER SAMPIETRINOOOO!!!"

      Alzo gli occhi al cielo e sussurro: "ci siamo quasi, nonna, ci siamo quasi..."

    1. sidellaccio 22 dicembre 2010

      Purtroppo condivido...
      L'evidente ammirazione per la: "superiore capacità strategica dei generali" dei potenti banchieri, massoni, ecc... è evidentemente fascista! E "creare un progetto serio, organizzato e razionale" (come fanno appunto i potenti e i loro generali) ci trasforma spesso in fascisti, soprattutto se disprezziamo i "cialtroni" sognatori che combattono e rischiano in piazza e altrove, con poche o niente capacità strategiche... Vedi: "Psicologia di massa del fascismo" di Wilhelm Reich che purtroppo oggi si trova solo in inglese: http://www.amazon.com/s/ref=nb_sb_ss_c_1_30?url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=the+mass+psychology+of+fascism&sprefix=the+mass+psychology+of+fascism
      www.silviodellaccio.it

    1. Frikkio 22 dicembre 2010

      Cioe', non ho capito un cazzo!

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