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BREVE ESCURSIONE NEI CPT DEL LAVORO ELETTRONICO

DI FRANZ KRAUSPENHAAR
Nazione indiana

Call-center. Tutt’altro che una parola magica, che una formula per la scoperta di qualcosa di utile. Un solo significato pregnante, che ne nasconde qualsiasi altro: sfruttamento elettronico.
“Operai telefonici, ecco quello che siamo”, mi dice un ragazzo che forse non è più un ragazzo, a guardarlo con attenzione. Indossa una maglietta nera con su stampato il nome di una rock band degli anni Ottanta. Ecco, mi trovo davanti a un esemplare non raro di essere umano di sesso maschile fuori tempo massimo. Una specie di pugile suonato del mondo del lavoro, di reperto funzionante.

I turni sono serrati, giovani e meno giovani si pigiano alle loro postazioni. Uomini e donne, più o meno in parti uguali. C’è di tutto: dallo studente di buona famiglia che raggranella i soldi per la vacanze in Spagna allo studente che viene da fuori – spesso da molto fuori – e lavora al call center per pagarsi l’esoso affitto. E poi il disoccupato, di età indefinita, di indefiniti gusti e inclinazioni, che le ha provate tutte, e alla fine è arrivato qui, all’ultima stazione, un luogo teoricamente di transito che alla fine è diventato definitivo, o quasi. C’è l’ex manager licenziato che non riesce a ricollocarsi e in attesa di una chiamata propizia sconta la sua pena al call center. E c’è la pensionata, che distribuisce caramelle ai giovani per ingraziarseli, che parla con spiccato accento milanese e ha vissuto la sua vita lavorativa in fabbrica e ora è qui perché i soldi non bastano mai.Turni serrati, pause brevi. L’operaio telefonico esce dal suo gabbiotto tutt’altro che insonorizzato, dopo aver chiamato per ore e ore a numeri telefonici sputati a raffica dal computer che ha davanti, cercando di vendere spesso un prodotto telefonico, spesso facendo domande rigorosamente prefissate per un sondaggio che ha come tema quasi sempre i molteplici servizi di una compagnia telefonica, e va a fumarsi una sigaretta in un altro gabbiotto pronto all’uso. Al ritorno alla postazione, di nuovo voci laconiche dall’altra parte, spesso seccate, a volte ostili. L’operaio telefonico non deve lottare contro una lastra o una lamiera riottose a contorcersi, non deve lottare contro un nastro trasportatore sempre troppo veloce, da Tempi moderni: no, deve lottare contro delle voci, voci di persone che non conosce e non conoscerà mai, estranee, lontane, assenti.
Il ragazzo non più ragazzo ha dismesso il sorriso. E’arrivato alla maturità assaggiando soltanto l’amaro della precarietà. Nell’azienda di sondaggi telefonici dove lavora viene ormai pagato a cottimo, spesso viene lasciato a casa perché il lavoro manca. I supervisori, ragazzi o ex ragazzi come lui che prendono poco più di lui e controllano il lavoro suo e dei suoi colleghi, sono diventati dei cerberi senza cuore, spie a buon mercato della direzione. I controlli telefonici s’infittiscono. Dai piani alti, gli esperti di sondaggi pagati a peso d’oro vivono nella loro camera iperbarica. Prendono a piene mani i dati grezzi forniti dagli operai e li manipolano senza che le due parti prendano mai contatto, come se da una fabbrica della Siberia provenisse la materia prima che la fabbrica in Italia lavora.
E’ il trionfo della spersonalizzazione, non ancora giustamente descritto da libri e film; in Italia il fenomeno dei call center, sorta di CPT del lavoro, è stato finora trattato col bonario umorismo da “poveri ma belli 2000” che non fa giustizia di una situazione ingovernabile nella quale regna il sopruso: paghe ai minimi termini, nessuna garanzia per il presente e per il futuro, nessuna regolamentazione che minimamente abbia un occhio pensante per la professionalità. Un mondo di passaggio, una terra di nessuno nella quale ai piani bassi sono tutti mediamente utili, ma sostituibili nel giro di un minuto. Polli d’allevamento parlanti, dentro cuffie usate da chiunque, che ripetono a mantra assurdo sempre le stesse frasi che perdono senso sempre di più, a ogni giro lento e drammatico di questa corsa inutile.

Fermi nei box, come polli d’allevamento

Forse dobbiamo andare ai tempi per l’appunto andati per trovare, nel cinema e nella letteratura, suggestioni importanti sul tema del lavoro.
Certo, nei decenni passati i call-center non esistevano. Ma esistevano già le catene di montaggio (regalo all’umanità di Henry Ford negli anni ’20), le catene di negozi, grandi magazzini, banche (la prima fu quella della Bank of America dell’italoamericano A.P. Giannini). Esistevano gli autogrill, luogo del consumo in serie: nei primi anni Sessanta il fantasioso regista cinematografico e televisivo Ugo Gregoretti dirige il cortometraggio Polli d’allevamento, con Ugo Tognazzi, all’interno del film a episodi RoGoPaG, nel quale a un certo punto sostituisce l’immagine della domenicale famigliola tognazzesca, che mangia il suo pranzo standardizzato all’autogrill in mezzo a lunghe file di altre persone, con la visione di una grossa batteria di polli d’allevamento che spingono i loro colli in un movimento sussultorio nel prendere spasmodicamente il becchime nei loro box.

Ecco, questa visione grottesca e allo stesso tempo orrorifica, è quella che mi viene in mente quando penso al lavoro nei call-center, dove ci sono appunto dei box, o postazioni, nelle quali gli operatori telefonici prendono il loro becchime muovendo collo e ganasce e insomma tutta la bocca per approvvigionarsi del cibo. E’ una lotta per la sopravvivenza che si consuma attorcigliandosi nei cavi a groviglio della tecnologia. Lungo le linee telefoniche i moderni polli d’allevamento del terziario avanzatissimo sprecano la loro triste vita di animali precari, di vittime del sistema pronti ad essere divorati. Lo scandalo dei call-center sta nel dare un lavoro a chi lo cerca senza alcuna assistenza, in un tempo sprovvisto di ogni determinatezza. Un pollo ucciso e mandato al consumo sui nastri trasportatori ha uguale, poco valore e nessun diritto di un altro. Siamo all’abuso per principio di una qualsiasi proposta di dignità umana.
Sbagliano coloro che vedono in questo tipo di occupazione a strapiombo sull’indigenza una per così dire “pezza” messa dal sistema piuttosto che il nulla. Forse, posso azzardare, è meglio il nulla della fine anche ingloriosa di questa presa in giro su scala industriale, nell’illusione che la giovinezza – e la sua costitutiva indeterminatezza – non abbia mai fine: è l’età adulta quella definitiva, e ogni essere, cittadino adulto, in una società non dico sana ma meno malata della nostra, dovrebbe avere il diritto a un’occupazione che dia non solo pane, ma anche dignità per il presente e per il futuro.
Altrimenti, se questo è il baluardo che ci propone la società a un mondo di delitti, non passerà molto tempo che certa gente, forse molta, preferirà l’azzardo della delinquenza piuttosto che la sicurezza molto virgolettata di una simile sussistenza, squallida e senza onore.

Gli schiavi elettronici della “new economy”

Nella aziende che usano il sistema di call-center esistono sistemi di controllo molto rigidi ed efficaci. Un sistema informativo direzionale è capace di calcolare le chiamate effettuate, i tempi medi di attesa e di servizio, le pause degli operatori, le chiamate perse. Questo tipo di sistemi aiutano la direzione a verificare la performance data dal lavoratore del “piano basso”.
Nonostante sia moralmente ben poco raccomandabile, la direzione di simili aziende si avvale spessissimo del metodo dell’intercettazione telefonica, oltre all’uso di telecamere sul posto di lavoro. Questo dovrebbe andare in opposizione all’art.4 dello Statuto dei Lavoratori, che però non prevede i call-center – e dunque è possibile, per queste aziende, aggirare la norma – ma preferisco dire “farla franca”.
E’ cosa nota a chiunque presti attenzione alle problematiche del mondo del lavoro che le nostre norma di regolamentazione sono farraginose. All’inizio del 2006 il ministero del Lavoro ha tentato di fare chiarezza nel settore, invitando al controllo dei co.co.pro: investigare se essi abbiano un progetto determinato da portare a termine e siano davvero lavoratori autonomi, quindi senza orari né giorni prestabiliti. Secondo questa nuova direttiva questo tipo di lavoro precario sarebbe dovuto sparire, ma questo non è avvenuto. Usare lavoratori con contratti a progetto che non progettano nulla. La foglia di fico che tutto nasconde, innanzitutto l’impegno da parte delle aziende. Gli schiavi elettronici della new economy continuano a spezzarsi ma non s’impiegano, per parafrasare il titolo di un libro dello scrittore torinese Andrea Bajani.

Franz Krauspenhaar
Fonte: www.nazioneindiana.com
Link: http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/breve-escursione-nei-cpt-del-lavoro-elettronico/
7.07.08

(Pubblicato su La Tribuna – 30.06.2008.)

Pubblicato da Davide

  • maria1910

    Non e’ immaginabile che significa lavorare 8 ore in un call center.
    “schiavi moderni” ci definiscono, ma non e’ ancora abbastanza, gia’ perche’ l’operaio di una volta aveva almeno la liberta’ di pensare ai fatti suoi… noi no: quando parli non riesci a dissociare il tuo pensiero, cosi’ pensi davvero alle c…zate che dici… e ti fanno anche corsi di formazione!!!! Il bravo operatore deve avere molte capacita’: creativita’, deve saper gestire lo stress, avere doti di problem solving, ma soprattutto non deve pensare. Mai. La PERFORMANCE…. ti calcolano la performance, in aziende strutturate cosi’ non puoi prendertela con nessuno. I tuoi supervisor sono uomini e donne che hanno gia’ imparato a non pensare e sempre piu’ spesso credono in quello che fanno.
    Ho visto ragazzi e ragazze perdere il sorriso giorno dopo giorno diventando drogati dalla performance, ho visto adulti convinti di saper gestire un’azienda: facile quando hai da gestire dei contenitori sempre piu’ vuoti! Che lavorano cosi’ per un paio di scarpe firmate, o per pagare la rata dell’ auto o della moto.
    Meglio, molto meglio vendersi, almeno un po’ forse ti diverti. E magari qualche volta puoi anche riuscire a pensare. Troppo devastante questa tesi? No, credo solo meno ipocrita, almeno fino a quando quello che guadagni sia frutto di lavoro autonomo…!!!
    Credo che sia indispensabile sottrarsi, sottrarsi sempre di piu’, rinunciando a molte COSE. RICOMINCIAMO A PENSARE.

  • linda

    Bello l’articolo, di solito nessuno parla dei call center, ci lavoro da molti anni, con i famosi contratti co co co e ora sono co co pro, stipendio legato alla produzione, niente ferie, niente malattia, controllate a vista, telecamere e altri controlli, la nostra produzione viene controllata ora per ora…una vita d’inferno, io ho 62 anni, una voce giovanile, faccio questo lavoro per un call center che lavora per una multinazionale americana, sono come un soldato, mi metto al telefono e produco uova blu green oro platino, dopo 7/8 ore e centinaia di telefonate mi sento contenta se ho prodotto, svuotata se i file non sono validi e non ho prodotto nulla, so che potro’ mangiare solo se saro’ capace di produrre…(…) delle volte mi chiedo se tutto questo è UMANO.
    linda

  • linda

    mi viene in mente un lavoro che ho fatto qualche mese fa’, centinaia di telefonate per lavorare su un test, la tutor mi diceva di lavorare bene che l’Europa ci guardava…a fine mese ho preso 1000 euro, 160 ore di lavoro, ho pensato: “chissa’ se l’Europa lo sa, che misero stipendio ho preso” e quanto impegno cio’ messo!

  • Mattanza

    A me questo articolo pare ridicolo.Ma ridicolo forte.

    Cioe´io ho fatto lóperaio per una vita,ho lavorato nel petrolchimico per 8 anni,di notte,a natale il 31 dic…per produrre plastica cancerogena…che tristezza,che rumore,che puzza che stanchezza svegliarsi alle 5 o andare a dormire alle 7 am dopo le notti.
    Ho raccolto frutta nei campi,sotto il sole,piegato in due raccogliendo fragole,pomodori,dentro gli alberi di pesche grattandomi come matto,insieme a donne che avrebbero potuto essere mia mamma…pescavo cozze,con un sistema di autorespirazione da brivido…la vita a rischio ogni giorno…ho lavorato sui tetti sotto il sole,a metri dal suolo con la testa che gira per la fatica e la stanchezza…continuo?

    Ora vivo in Peru….e….ho un Call Center!!!!
    Hahaha….bueno sara´che le condizioni lavorative peruviane sono pessime,e/o che io sono figo…pero le mie ragazze mi chiamano papi e mi vogliono un gran bene e mi ringraziano per il lavoro che gli offro.

    Tutto il lavoro dipendente e´ schiavitu e sinceramente penso sia peggio lavorare in strada stendendo asfalto che lavorando in un Call…o almeno,sono tanti i lavori degradanti che…ma fatemi il piacere va!!!

  • Lestaat

    Ma che c’entra?
    Ad essere in discussione non è mica il tipo lavoro che si fa in un call center.
    Ferie, malattia, maternità, contratto a tempo indeterminato……you know?

  • mat612000

    E’ quello che penso spesso anch’io.
    Sono d’accordo.
    Certe schiavitù ce le impongono ma altrettante ce le andiamo a cercare imponendoci sempre più bisogni e beni materiali ed essendo disposti per soddisfarli a sfruttare e ad essere sfruttati.

  • mat612000

    Proprio perchè hai provato sulla tua pelle cosa significhi lavorare senza garanzie dovresti vergognarti a scrivere quello che scrivi.
    Non per niente sei andato a finire in Perù dove fino a qualche anno fa i campesinos li ammazzavano direttamente per mantenere l’ordine.
    Ti ci troverai bene immagino.
    Restaci però…

  • linda

    Lo dico sempre io che i peggior padroni sono gli ex operai…(…)

  • Mattanza

    Certo che lo so,il call center in italia (perche in peru e´una tipologia di lavoro come le altre,cioe senza garanzie)non da garanzie….bueno potra´essere preso come esempio,ma dallárticolo sembra che sia uno degli uinici (forse l´unico) tipo di lavoro dove non godi di quelle garanzie da te sopracitate…quando invece il mondo del lavoro e´notoriamente una schifezza…da sempre.

  • Mattanza

    Ma che cazzo dici?
    Guarda che il tuo livore da operaio frustrato puoi andare a sfogarlo anche altrove!
    In Peru la gente la ammazzano tutti i giorni per mantenere l´ordine.
    Qua ci ammazziamo tra noi per due soldi e a volte solo per rabbia.
    Qua pure un borghese non sta al sicuro come da voi.
    Qua gli operai sputano sangue…altro che call center.
    Certo che ci resto,stare in Italia a fare lo pseudorivoluzionario da salotto mi aveva stancato…sto cercando un cammino,una vita che valga la pena di essere vissuta…e con orgolio.
    Tu resta pure in Italia caro,illudendoti di essere una vittima del sistema sfruttatore,quando invece sei elemento fondamentale al sistema di dominio che sta rovinando il mondo.
    Pensi di essere sfruttato nel tuo Call,ma mangi cappelletti tutti i giorni,hai la TV al plasma e fai il figo con la macchina nuova.

  • Mattanza

    Si Linda,tu mantieniti pura invece,continua a fare la vittima,rischiando niente,seguendo il gregge,con la panza piena e i piedi al caldo in inverno…lo dico sempre io che i peggiori proletari sono quelli dei paesi ricchi….(…).

  • Mattanza

    Cioe´…non e´immeginabile cosa significhi lavorare in un call….ti calcolano la performance….non riesci a pensare ai cazzi tuoi devi pensare al lavoro…mentre lavori!!!Oddio….e i tuoi superiori sono gente col cervello limitato che credono nellázienda e in cio´che fanno!!!
    Ed e´un lavoro quasi privo di garanzie!!
    In un paese dove il lavoro in nero non esiste e gli operai vivono nel migliore dei mondi possibili e´ uno scandalo!
    Capita solo nei Call Center….non potete immaginare….un inferno siffatto.
    🙂
    Non vi arrabbiate suvvia!

  • linda

    Mattanza ma perche’ scrivi queste sciocchezze? certamente lavorare in miniera è peggio che lavorare in un call center, siamo i peggio pagati in Europa in tutti i settori ma specialmente in quello privato, non voglio fare la vittima, certamente c’è gente che subisce cose ben peggiori di quelle che sono stata costretta a subire io, gente che affoga in mare per la ricerca di un tozzo di pane o per scappare da paesi in guerra e senza giustizia, cio’ non toglie che i call center sono solo luoghi di sfruttamento, e di alienazione in mano a finti manager che mirano solo non a creare lavoro ma ad arricchirsi in tempi brevi.

  • linda

    volevo aggiungere una cosa importante…se uno fa l’operaio sa che la sua busta paga a fine mese è tot…se lavori in un call center il tuo stipendio è legato alla tua produzione…cosa c’è dietro a chi apre un call center? i soldi del mercato europeo? soldi privati? chi controlla se stai collaborando ad un progetto? al progetto di arricchire il manager che ti fa lavorare sicuramente…ho iniziato con la fibra ottica della fastweb…chi produceva contratti era sottopagato, i manager super pagati…non ci prendiamo per i fondelli, conosco solo un volgare sfruttamento, un uso nei call center del lavoratore usa e getta, e non mi pare che poi ci sia scelta nella ricerca di un lavoro, basta aprire un giornale di annunci economici.

  • linda

    Be’ naturalmente è meglio stare in un call center che fare il birillo in un cantiere senza norme di sicurezza…

    Mattanza sembri EINSTAIN…la stessa intelllliggggenza!

  • Mattanza

    Certo la condizione del mercato del lavoro (pensa tu…al mercato che si compra?Merce…tu sei merce..forza lavoro)e´ disastrosa…ma non perche ci sono i call center,che sono un esempio tra i tanti di sfruttamento selvaggio….io polemizzavo con l´articolo che presenta la realta dei call come se fosse una eccezione…e con voi che vi vittimizzate quando siete si sfruttati senza garanzie…ma come tanti altri da anni…il lavoro nei campi e´sempre stato in nero e sottopagato e senza garanzie…l´edilizia e´un delirio di informalita´…il mio commento sotto e´un po sarcastico…ma l´amico si lamenta che non puo pensare ai cazzi suoi quando lavora ma deve pensare al lavoro…e si sorprende che i suoi superiori hanno il cervello lavato e credono in cio che fanno!!
    Ma dai!

    Scusate,ma una realta dove ti definiscono forza lavoro…dove vieni venduto sul mercato del lavoro…dove quando non lavori…tu quel tempo lo chiami TEMPO LIBERO….cioe´che cuando lavori non sei libero…sei uno schiavo…questi termini sono vecchi…anche il lavoro a cottimo (che a te sorprende che un operaio non prenda un soldo fisso)e´un concetto vecchio risaputo da tutti….dal mondo del facchinaggio al lavoro nei campi…il cottimo….non so…non mi sembra di scrivere sciocchezze.
    Solo forse vi ho offeso perche sembra voglia sminuire la vostra tragedia personale…che e´una odissea comune a tanti,ognuno nel suo inferno di lavoro.

  • linda

    No non mi sono sentita offesa, solo che è naturale che io diplomata e con esperienza di lavori di amministrazione mi rivolga cercando lavoro a quello piu’ vicino alle mie competenze…e conoscendo bene il mercato si trova lavoro solo nei call center , e questo faccio da piu’ di dieci anni…se tu hai fatto l’operaio rischiando la salute, io in tempi di necessita’ impellente ho lavato tanti piatti alla manifestazione di Capannelle a Roma, come vedi siamo tutti nella stessa barca, storia vecchia quello dello sfruttamento sul lavoro, la cosa che mi stupisce è che si parla di aumenti di salari oggi che siamo in una profonda crisi economica, semplice demagogia…(…)
    http://www.italianiscostumati.splinder.it
    linda