BENVENUTI NELLA RIPRESA

DI LINH DINH
counterpunch.org

Tranquillizzato, rinvigorito ed esplicitamente legittimato dalle festanti effusioni che annunciano la fine della recessione, sono uscito sabato mattina per fare una passeggiata. Basta con i profeti di sventura, respingerò, salvo tortura col taser, tutti gli antipatriottici guastafeste che mi additano le fabbriche in rovina, i supermercati vuoti e i mutui bloccati come prove che resteremo al palo per sempre. I nostri ascensori salgono e scendono ancora come yo-yo, grazie, tranne quelli delle fabbriche summenzionate. A proposito di pali, non sembra un piede quello che sporge da quella pozzanghera ghiacciata?
All’angolo tra la 9ª e Washington, c’è un bizzarro cartello: “EVITATE IL FALLIMENTO – 215 543-4941”. All’angolo tra la 7ª e Washington, “ACQUISTIAMO CASE IN CONTANTI – NO BANCHE”.Mentre incedo verso lo Sugar House, il nuovissimo casinò di Philadelphia, passo davanti a un tabellone che promette, a me, personalmente, 23 milioni di verdoni, se solo avrò il magico potere e l’ardire di superare in astuzia la Lotteria della Pennsylvania, Gesù e Satana. La fortuna aiuta i giusti, e noi lo siamo, dopotutto. Ben presto ogni barbone desideroso di sistemarsi con la truffa, da una costa all’altra di questo splendente paese, aprirà il suo casinò personale. Ci saranno più sale da gioco autorizzate che giocatori.

A proposito di barboni, in giro si vedono più fannulloni che mai. Che sta succedendo? Secondo gli ilari esperti, la recessione dovrebbe essere finita fin dal giugno scorso, eppure in tutta la città, anzi, in tutto il paese, continuano a spuntare vagabondi abbacinati. Datevi un’occhiata in giro. I nuovi senzatetto sono facilmente identificabili da tutta la roba a cui tentano di aggrapparsi. Si tirano dietro valigie a rotelle, spingono carrelli con dentro troppe cose. Sono relativamente puliti, per adesso. Presto si lasceranno andare del tutto. A metà di Delaware Avenue, un uomo passeggia avanti e dietro con il classico cartello “SONO SENZA CASA E HO FAME. AIUTATEMI. DIO VI BENEDICA”. La povertà non è mai molto originale, vero? Ma ho visto anche: “AVVISO GRATUITO: SI ACCETTANO DONAZIONI”, “AIUTATEMI A SOSTENERE LA MIA DIPENDENZA DALLA MARIJUANA” e “HO BISOGNO DI DENARO PER UBRIACARMI COSI’ 2 DONNE POTRANNO PORTARMI A CASA E MOLESTARMI”. Non è bello che gli spiritosoni si mescolino con i mendicanti autentici, ma del resto noi non abbiamo mendicanti. Sarebbe così da Terzo Mondo. Noi abbiamo solo questuanti.

Un paio di mesi fa, a Detroit, un uomo visibilmente provato mi disse: “Mi servono 9,50$ per le medicine, signore. La prego”, ma non era un mendicante. Sarebbe così da Terzo Mondo. Anzi, non era nemmeno un questuante. Ero stato io a iniziare la conversazione. Sulle rampe dell’autostrada che vanno verso downtown si vedono persone con cartelli, ritte in piedi a chiedere la carità, come fanno in tutta America. Datevi un’occhiata in giro. A Richmond parlai con un certo Vincent, che era cresciuto a Syracuse e poi aveva studiato alla Penn State. Divorziato, con tre figli di 22, 16 e 12 anni, aveva lavorato come infermiere professionale per gran parte della sua vita. Il suo ultimo lavoro era stato quello di cameriere al Red Lobster. Ma gli affari andavano male, così prima gli ridussero l’orario e poi lo licenziarono. Non potendo più far fronte ai debiti, perse prima la macchina e poi l’appartamento. Vincent era sulla strada da sei settimane. Suo figlio più grande era al college, i suoi due figli più piccoli avevano vissuto con lui finché non era andato tutto in malora e avevano dovuto trasferirsi dalla madre. Quest’ultimo fatto lo aveva umiliato più di qualunque altra cosa, mi disse.

Mi sono trovato molte volte in miseria, ma non sono mai stato un senzatetto. In più di un’occasione sono andato al supermercato con 26 penny contati, il prezzo esatto di una confezione di spaghetti istantanei. Aspettavo che non ci fosse la fila, per affrontare la cassiera da solo. Una volta, volendo fare una follia, contai 159 penny e presi una lattina di SPAM. Mentre contavo, dietro di me si era formata la fila. Un’altra volta volli arrivare a due dollari e comprai un filone di pane e un panetto di burro con cui sopravvissi diversi giorni. Mi facevo la zuppa di ketchup. Grazie al cielo, quei giorni sono finiti. Ora ho raggiunto i livelli più alti della povertà. Mai dire mai, comunque, come dice, incidentalmente, anche un nuovo slogan della General Motors. Adesivo su un auto di Detroit: “ANCORA DISOCCUPATO? CONTINUA A COMPRARE MERCE ESTERA”. E sulla targa della stessa macchina: “IO LAVORO PER LA FORD. IO GUIDO UNA FORD”.

Dopo tre miglia di autostop, eccomi finalmente nello Sugar House. Smilze cameriere servono drink e scollature aprendosi il varco tra una folla lardeggiante, resa gelatinosa da decenni di grassi transgenici e sciroppi gassati. Vengono dal baby boom, molti di loro. A giudicare dal peso dei fondoschiena, non siamo ancora un paese povero. Nella semioscurità, i giocatori fissano, come mocciosi instupiditi, i personaggi animati che lampeggiano di luci e colori vivaci dalle slot machines. GOLD RUSH. AFRICAN DIAMOND. FORTUNE COOKIES. CASH FEVER. CASH FOR LIFE. CASH INFERNO. Chi si stanca di farsi rapinare, può prendersi un momento di respiro dando un’occhiata a una partita di football in TV. Da un angolo fuori dalla visuale, una band suona dal vivo musica rock classica, evocando la nostalgia di tempi meno disperati.

Le pubblicità dei casinò sono sempre piene di sorrisi con dentature perfette. Bianchi, neri o beige, essi appaiono inebetiti ed esilarati da vincite seriali. Con pochi spiccioli riescono a raggiungere l’orgasmo, in continuazione, fino al Giorno del Giudizio, si direbbe. Per contrasto, le persone reali sono uniformemente tetre. I poveri idioti ridono soltanto quando entrano, se pure lo fanno. Annoiato da questo spettacolo, mi dirigo di nuovo verso downtown. Lungo la strada, passo accanto a un gruppo di “Israeliti” che strepitano che l’uomo bianco è il demonio e che Dio odia i froci. Vicino a loro, un ragazzo bianco regge un cartello che recita: “‘FANCULO A QUESTI STRONZI”. Mi interrogo su un uomo che evacua su Market Street, una delle due principali arterie cittadine. Al City Hall, vedo una donna tossire in modo così violento che probabilmente non sopravviverà all’inverno, se resta sulla strada.
Questa è la tua America, America, ma non preoccuparti, la recessione è finita.

Versione originale: 

Linh Dinh è autore di due libri di racconti, cinque di poesie e del recente romanzo Love Like Hate (http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1583229094/counterpunchmaga) . Documenta il nostro panorama sociale in decomposizione nel suo blog fotografico State of theUnion (http://linhdinhphotos.blogspot.com/) , che viene periodicamente aggiornato.   

Fonte: www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/dinh09282010.html
28.09.2010

Versione italiana

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-09-28
28.09.2010

Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

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