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ATENE BRUCIA, IL MONDO TACE

DI LUCA PAKAROV

rollingstonemagazine.it

Exarchia, ultima fermata.
Dopo il 24 giugno, giorno dell’uccisione di un funzionario del ministero degli interni per un pacco bomba, i controlli intorno al quartiere Exarchia di Atene sono aumentati. Si noti bene intorno, non dentro. Già perché qui la polizia per intervenire deve essere scortata dai Mat, dei gruppi speciali antisommossa inclini a metodi poco ortodossi, che in verità si addentrano solo quando il governo sollecita dei raid, degli arresti mirati, di solito i giorni successivi alle grandi manifestazioni che ormai si ripetono settimanalmente. Le esplosioni, e non solo ad Atene, negli ultimi mesi si sono moltiplicate, per molti sono state il trampolino per una nuova strategia di lotta, un passo in più verso uno scenario che nessuno si azzarda a chiamare guerra civile ma che, da come mi descrivono il prossimo futuro alcuni ragazzi del giardino autogestito fra via Trikoupi e Metaxa, non è troppo dissimile. Uno studente del politecnico che dice di chiamarsi Evgenios si spinge più in là e parla di armi, armi rubate alla polizia, armi arrivate dalla frontiera, sia come sia, armi che sono nel quartiere e di certo non custodite nella teca di un collezionista.
Settembre ottobre. In ogni chiacchierata avrò sempre la stessa conferma, settembre ottobre, come termine ultimo di questa mezza tregua con il potere, settembre ottobre come termine primo di quella rivolta che ha però la sensibilità di non compromettere l’unica azienda funzionante, quella del turismo. Inteso che ciò garantirà ai dimostranti un appoggio maggiore degli isolani.

Da quando sono qua ho incontrato diversa gente dell’Exarchia, gli studenti tendono a fare un quadro complicatissimo dei rapporti di forza fra i sindacati del privato Gsee e quelli del pubblico Adedy, l’EEK, il partito Operaio rivoluzionario greco e il KKE, partito Comunista greco, i gruppi anarchici e quelli solo simpatizzanti, unico denominatore comune, oltre al settembre ottobre di prima, rimane il disprezzo per le famiglie Papandreu e Karamanlis, i due clan che si sono alternato il potere nelle ultime decadi. Per un attimo, ogni volta che ascolto certi nomi di partito, mi sembra di essere piombato in altra epoca, ad anni luce da PD ed Italia dei Valori!
L’Exarchia è il quartiere dove circa un anno e mezzo fa è stato ucciso il quindicenne Alexis Grigoropoulos, è il quartiere che molti media si sforzano di definire il più caldo d’Europa, nugolo di anarchici e no-global. L’Exarchia la puoi riconoscere anche dalla polizia appostata nei crocicchi alberati che ne delimitano il perimetro, poco fa, un’ora fa, prima che cominciassi a scrivere, i Mat erano in via Asklipiou, a gruppi di tre, con la loro divisa verde, il fucile per i lacrimogeni e lo scudo antisommossa. C’è anche un furgone blindato da cui gli agenti salgono e scendono. Chiedo ad un edicolante se sia normale. E’ normale, le provocazioni dei Mat sono all’ordine del giorno, mi dice, il quartiere vive in pace ma se volessero fare anche solo una multa dovrebbero intervenire in dieci. E non ne uscirebbero.
La scena ricorda alcune foto degli anni ’70, sotto il regime militare, che si possono scorgere fra le migliaia di manifesti con cui sono tappezzati i muri del quartiere e che sembrano avvisare una deriva che se molti temono, altri si auspicano. Da un lato e dall’altro. Già perché arrivati a questo punto c’è da aggrapparsi a qualcosa e la sommossa, anche se può uccidere, è fede e gioia, il benessere presunto non conduce alla pace come si è scoperto, l’unica vera pace è interiore e questo tipo di benessere che si espande ad orologeria non la annovera fra i suoi valori fondanti. Ma d’altronde, in cosa si dovrebbe sperare, nell’America, nella Russia, nell’ecologia? Da qui ci vuol poco a capire che siamo spacciati, tutti, visto che autentici piani d’emergenza non ce ne sono. Sicché pragmatismo e fede, paradossalmente, nei greci diventano un unico critico corpo solo.

Questo stato di cose complica abbastanza la convivenza. Ma per le strade regna la calma, si gioca a scacchi, alla dama, al tris, in alcune vie ci sono tavoli da pingpong, nella piazza Exarchia c’è un canestro con cui si sfidano improbabili cestisti, uno con la cresta ed un capellone contro due ragazze con sandali, gonnellino e leggings scuri. Un uomo appartato in un angolo suona la sua chitarra, sopra, legato a due alberi, un manifesto pieno di segni ellenici di cui comprendo solo il simbolo anarchico. Un perfetto e funzionante caos da cui emerge una rilassatezza inquietante perché, comunque, ad ascoltare loro, presto accadrà il grande boom, a settembre ottobre. E lo si capisce per come mi accolgono, per la voglia che hanno, tutti, di raccontare come le cose stanno veramente, lo straniero è ben venuto perché qui, quello che di più serve, sono testimoni. A questo quartiere vorrebbero staccare la spina, spegnere la voce, ci hanno provato con la perizia balistica sul proiettile che ha colpito Alexis, di rimbalzo, per difesa hanno detto, e senza pensarci due volte la gente è scesa in strada ed ha appiccato il fuoco ad automobili e negozi. Curioso è il fatto di come un figlio della ricca borghesia ateniese (la famiglia di Alexis possiede una nota gioielleria a Kolonaki e vive in uno dei quartieri esclusivi della città) sia diventato il simbolo di un movimento anarcorivoluzionario. Facile dedurre che si sia trattata della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

In pochi mesi ha scioperato ogni tipo di lavoratore, pescatori, contadini, piccoli imprenditori, impiegati, professori, ospedali, banche, uffici pubblici e via dicendo. Capisco insomma che è la tranquillità malinconica dell’equilibrista prima dello spettacolo, che prima o poi, a settembre ottobre mi ripeto anch’io, se ne vedranno delle belle. Anche questa è una caserma che si sta preparando al peggio, giocando a basket. Gli eruditi, le piattole che gridano al buon senso sono rintanate sotto l’Acropoli e nel quartiere Kolonaki. Parola di Georgios, attivista di uno dei mille gruppi anarchici della città che mi invita a una birra. Gli racconto che tempo fa su l’Unità ho letto l’intervista a uno scrittore greco che li definiva “figli degeneri senza progetto ed idealità”. Georgios mi risponde che oggi non servono ideali o progetti insurrezionalisti per dar fuoco a banche o a case di politici. Come dargli torto. In effetti si cerca di farli passare per una manica di svitati ma poi, quando ti siedi solo in un bar, poco a poco si viene inglobati in una tavolata numerosa, in cui non manca un professore universitario, un ricercatore, uno appena tornato dall’India. E’ come se ti volessero lasciare una preziosa eredità. Ti raccontano mille storie, vogliono sapere come va da noi, si gioca a ribasso sulle mille scempiaggini dei rispettivi governi ed io, come italiano, ho delle buone carte, ma, pare impossibile, qui non bastano per vincere. Prostituzione e corruzione, certo, potere e clientelismo, concussione, come no, ma il piatto lo vince comunque l’omicidio di stato, argomento granitico di ogni buon greco dell’Exarchia. Oh, sia chiaro, anche da noi viene praticato continuamente, ma è difficile render conto del motivo per cui non mettiamo a ferro e fuoco una città. Almeno che non ci sia il calcio di mezzo, voglio dire.

Ho l’impressione che tutti sappiano chi io sia, anche se non sono nessuno, sanno cosa stia facendo qui anche se di preciso non so nemmeno io cosa sto cercando ad Atene. Che io intenda solo tre parole di greco li rassicura anche se, nei primi di luglio, il capo della polizia italiana Manganelli è venuto a rovinarmi la piazza, con un vertice sul terrorismo. Ma un infiltrato della polizia non regge tante birre.
Ho un appuntamento in piazza Exarchia, alle 11 di mattina. La mia stanza è poche strade più a valle, in via Ipirou. Kalatami arriva puntuale, mi dà la mano, vuole farmi vedere alcune cose della città. Ho conosciuto Kalatami qualche sera prima, lui serviva nella taverna in cui mi ero fermato con un amico e dove fui partecipe di una piacevole scenetta: due signore dall’aspetto distinto parlano di crisi e di denaro, è il mio amico a tradurmi ma il nocciolo è che le signore in questione sono concordi con la politica di ristrettezze di Papandreu, la necessità che tutti paghino i misfatti di pochi. Kalatami, che non ha molti tavoli da servire, ad un certo punto sbotta, roteando i piatti sporchi che ancora tiene in mano spiega che fino a sei mesi prima lui lavorava come tutti gli altri, che ha studiato per fare l’informatico ed ora è tornato a servire nei ristoranti, lui ha una famiglia, due figli da sfamare e non posside di certo tre o quattro case nel Kolonaki (il quartiere bene dietro al parlamento in cui molti appartamenti sono di politici o familiari di politici) spiega che le banche non hanno concesso più credito alla sua impresa per permettersi gli appalti più importanti, insomma è sulla strada, o quasi. Le due signore rimangono a bocca aperta, sono spaventate anche perché il tono di Kalatami è salito fino quasi a gridare. Chiedono frettolosamente il conto ma Kalatami non le fa pagare, si scusa per la sua impulsività. Il proprietario della taverna che scoprirò essere suo zio, lo chiama dietro in cucina. Quando esce Kalatami ci guarda, fa un sorriso e dice, alla prossima mi caccia via. Poi si accende una sigaretta. Ecco il mio tipo.

Kalakatami fisicamente assomiglia un po’ al Katsimbalis di Herry Miller nel Colosso di Marussi. E’ forte ed agile. Non ha una religione e nemmeno una bandiera politica. La storia di Kalakatami in sé non ha nulla di eccezionale di questi tempi, l’impresa dove lavorava creava software per notai, poi l’azienda ha chiuso. E lui è tornato alla taverna dello zio per fare il cameriere: guadagna 40 euro per dieci ore giornaliere e si ritiene fortunato. Amen.
Per prima cosa mi conduce al Keramikos, la necropoli, qui ci sono i nostri antenati, ma poi mi fa attraversare due strade, Pireos e Agesilaou, e ci troviamo nel nuovo Keramikos: un quartiere cinese, né più né meno. E allora? Come allora? Ecco la nostra identità oggi, il mio accompagnatore ce l’ha con gli stranieri, ne sono entrati troppi, e tutti fanno affari sulle spalle dei greci. Il governo non fa nulla. I turchi oltrepassano continuamente il nostro spazio aereo e il governo prega la Casa bianca di intervenire. Va beh, dico io, passiamo oltre, e per ripicca al mio scetticismo mi porta a mangiare in un ristorante di un suo amico lì vicino. Pago io ed ordina l’impossibile. Il conto è spaventoso ma il fatto che mi abbia fregato mi rende Kalakatami più prossimo e più simpatico.
Da lì, il pomeriggio, il terribile pomeriggio assolato di Atene, il caro Kalakatami non trova niente di meglio che guidarmi in alto sul monumento di Filipappo, un monte a sud dell’Acropoli, mentre saliamo ci fermiamo cinque minuti a pregare davanti la supposta cella di Socrate, poi su in cima mi indica quello che secondo lui è il miglior panorama di Atene, là il Pireo, poi tutti gli altri quartieri, se tutta questa gente si ribellerà, sarà l’inferno. A settembre ottobre.

Seguimi sull’Acropoli e io mi rifiuto, dico che ci sono già stato, che l’unica cosa che mi interessava era il Peripatos, la strada che aveva illuminato tante menti eccelse della Grecia ma che, a mio dire, ha esaurito il suo influsso, e argomento dicendo che gli Dei se ne sono andati e gli spiriti di Aristotele o di Crizia si rifiutano di dispensare saggezza a tutti gli idioti subumani che pagano il biglietto per passare di là. Kalakatami mi guarda male, poi gli dico che ho percepito la loro assenza perché io sono uno dei pochi al mondo che merito quell’esperienza mistica. Va beh, risponde, passiamo oltre.
Poi Kalakatami mi chiede di Malesani, che fine ha fatto? Ha allenato il Siena, è retrocesso. E’ un buon allenatore dice lui. Lo pensi tu, rispondo. E’ un buon allenatore, è un mio amico, un giorno gli ho servito un’orata con patate. Spero che non gli abbia fatto pagare quello che è costato a me il pranzo. Certo che no. Allora è un buon allenatore. E così, in crescendo, si passa da un argomento all’altro, mi fa sapere, mentre ci dirigiamo verso la stazione metro Acropoli, che i tre morti alla Marfin Bank negli scontri del 5 maggio erano stati obbligati a lavorare per non essere licenziati. Che la banca era priva di ogni sistema antincendio. Mi sembra pochino per arrostire tre poveri cristi però, come dice lui, questa ormai è una guerra. Atene che fino a quel momento era una delle poche metropoli che non mi aveva trasmesso quella bassa frequenza di allarme che ovunque riscontro, per la prima volta da quando sono qua, mi spaventa, la leggerezza con cui Kalakatami usa la parola guerra mi innervosisce. Il Rubicone è stato attraversato, e se da una parte si è sempre pronti a parlare di cambiamento a qualsiasi costo, quando ho di fronte il fatto concreto, chissà prossimo, mi viene voglia di temporeggiare, di mettermi a tavolino. In altre parole scopro d’essere un codardo. Desidero tornare nella cella di Socrate ma ormai siamo a Omonia stazione.

Ci dirigiamo verso nord, Kalakatami ha il suo buon da fare per raccontarmi i cambiamenti della città, finché non arriviamo davanti al museo archeologico nazionale. Vuole farsi un giro Kalakatami che è un po’ che non ci va, tanto pago io. E al museo, come mi annoiai la prima volta con spade, maschere d’oro, collane, e poi statue di bronzo e di marmo, Agamennone e Poseidone, il cazzo di Schliemann che regalava alla moglie gli ori di Micene, mi annoio anche la seconda. Ma Kalakatami ha in testa un suo piano pedagogico preciso, la sua dottrina prevede il contrasto fra il lucente passato ed il putrido presente, così appena fuori prende a sinistra, poi ancora a sinistra e mi trovo nell’inferno. Nella via Tositsa che fiancheggia le mura del museo, c’è un florido mercato di eroina. Mi avverte che anche la via 3rd Septremvriou è così, che poi è vicino a dove dormo, mi fa sapere che gli junky sono stati cacciati dagli abitanti dell’Exarchia ma la polizia non fa nulla per allontanarli dal centro, che stanno aumentando a vista d’occhio con la crisi, che anche questo è – scontato – un piano del potere per fiaccare le coscienze. Non gli do torto ma nemmeno ragione.

Da lì si risale verso l’Exarchia ma bisogna stare attenti perché sandali e siringhe non vanno d’accordo, nessuno in compenso si avvicina a chiederci soldi e sigarette non tanto per me quanto per le spalle di Kalakatami. Su in cima, prima di entrare nel quartiere, i soliti posti di blocco dei Mat, un checkpoint in piena regola. Una barriera, un muro, un filo spinato di uomini verdi.
Il mio amico sgrana un komboloi verde, una specie di rosario laico, lo usa per non fumare. Me lo dona. Lo ringrazio ma l’avviso che continuerò a fumare, allora mi guarda di traverso amareggiato e mi domanda se non vogliamo per caso cenare in un ristorante di un suo amico. Mi è simpatico Kalakatami, ma non fino a questo punto. Ho un altro appuntamento. Il mio letto mi aspetta per riposare. Questa sera ti porto in una sala dove si balla il sirtaki e si beve uzo. No, grazie. In ultimo mi invita domani al Boozo Cooperativa, un locale in via Kolokotroni in cui si possono fare buoni incontri, delle teste calde. Non me la sento, ne ho abbastanza, gli garantisco però che andrò ai prossimi cortei, che lo chiamerò. Mi risponde che forse dovrà lavorare dallo zio. Rimango perplesso, allora non ci capisco proprio più niente. E forse non era esattamente il mio uomo. Chi cercavo?
Intorno a me, in piazza Exarchia, si continua a giocare a basket e agli scacchi. La miccia è accesa e il suo folle scintillio lentamente si avvicina a settembre ottobre.

Luca Pakarov
Fonte: www.rollingstonemagazine.it/
Link: http://www.rollingstonemagazine.it/magazine/atene-brucia-il-mondo-tac
30.08.2010

Pubblicato da Davide

  • Tao

    CANTAMI, O DIVA, IL GRANDE ESODO DI ATENE DAI CONTI INSOSTENIBILI

    DI NINO CIRAVEGNA
    ilsole24ore.com

    Che lingua, il greco. Bello, musicale, senza tempo. L’incubo del liceo ti folgora all’aeroporto di Atene con il cartello Exodus-Exit. Esodo, che in Italia banalizziamo con il controesodo ferragostano, fa venire in mente migrazioni bibliche, la ricerca della terra promessa. Come la Grecia, che ha deciso – dopo le mille piaghe inferte dell’inefficienza – di lasciare le paludi dei conti insostenibili. Per superare la krise, altra parola straordinaria, la fase in cui la crisalide si trasforma in farfalla.

    In questi mesi i greci hanno dovuto rispolverare parole cadute in disuso, come antagonismòs, che vuol dire concorrenza. Hanno imparato parole vecchie dal significato nuovo, come eleuterose, che in tempi moderni significa liberalizzazioni. Hanno smesso di sperare nelle sintaxis, le pensioni che dovrebbero essere la sintesi di una vita lavorativa e che ad Atene venivano elargite a chi aveva ancora forze e capacità professionali.

    Parole omeriche, di grande bellezza, che politici, sindacati e corporazioni hanno tentato di ignorare o aggirare facendola franca per un mucchio di anni, fino a quando mercati e speculatori hanno presentato il conto. Salato, molto salato.
    Le parole dal sapore omerico sono utili per capire come Atene affronta il grande exodus, le prime tende dei privilegi diffusi e immotivati sono state smontate, ma il cammino è ancora lungo come si conviene a un vero esodo.

    L’esodo è appena cominciato, ma le forze più deboli sono già al collasso. La cura da cavallo ha portato risultati importanti sul fronte del deficit di bilancio (-39,7% in sette mesi) e della spesa pubblica (-10%), ma le dosi massicce di antibiotici, hanno debilitato, e tanto, la già fragile economia greca. Il grande dibattito internazionale degli economisti – rigore o crescita – partiva da un dato certo: la cintura troppo stretta soffoca. Ma la Grecia non ha potuto interrogarsi, l’exodus non aspetta. Atene ha stretto, aggiunto buchi alla cintura. Nel medio-lungo periodo (secondo Moody’s ci vorranno tre anni per tornare a una certa “normalità”) i risultati saranno importanti. Ma ora tutto viene spazzato via. Non ci sono più investimenti, sono saltati i prestiti, i consumi si sono volatilizzati. Non si batte chiodo, è recessione dura.

    Che lingua, il greco, parole antiche che fotografano la moderna tragedia greca e l’avvio, stentato, dell’exodus. Eccone una selezione in ordine sparso.

    Katanalos

    Consumi. Sono in catalessi, il piacere di girare per negozi e fare shopping (psonia, quasi una sinfonia) si è trasformato nel piacere di girare i negozi, punto. Nella zona di Ermou, che dal Parlamento arriva fino a Monastiraki, fai fatica a camminare per strada, tanta è la gente fuori dai negozi. Dentro zero, al massimo qualche vociante turista italiano o del nord Europa, gli autoctoni li riconosci subito: sono quelli senza shopping bag. I cartelli ti garantiscono Giorgio Armani a 80 euro, Roberto Cavalli a 125, Prada un qualcosina in più, ma niente. I cartelli ti implorano, Sos -80%, Tora ola (prendi tutto, subito) -70%, ma nessuno tora. Le vendite di calzature sono crollate del 20% rispetto a un 2009 già in piena crisi, quelle di abbigliamento del 19,4%, Il mercato delle auto si è dimezzato, gli elettrodomestici sono in pieno stallo. Secondo Eurostat i prezzi al consumo sono calati dello 0,5%, ma non basta. Un dramma, se si pensa che il 75% del Pil greco è realizzato dai consumi privati.

    Enoikiazetai

    Lo scioglilingua più appeso di Atene, affittasi. Nella strada commerciale di Stadiou ha chiuso un negozio su quattro, nelle vie adiacenti a Ermou è un deserto, enoikiazetai è più di un’implorazione. Molti negozi chiusi hanno ancora cassette e rifiuti per terra, danno l’idea di commercianti che si sono arresi dall’oggi al domani. Una fuga più che un’exodus. Secondo la potente associazione dei commercianti ateniesi, negli ultimi dieci mesi il 17% dei negozi è stato costretto a chiudere i battenti – probabilmente la struttura distributiva non brillava per efficienza, ma è vera macelleria sociale. Sui vialoni delle periferie i pali dell’illuminazione sembrano piazzati per sostenere le strisce autoadesive, gialle e rosse, per affittare piccoli negozi, grandi superfici, camere, appartamenti e uffici. Prezzi da 500 euro in su, ma nessuno, al momento, enoikiazeta.

    Epitages

    Assegni. Una parola che dà l’idea di fine della corsa. In marzo, ultimo dato ufficiale, il 41% degli assegni emessi non era coperto, per un valore complessivo di 150,8 milioni di euro, con un aumento del 285% rispetto a febbraio. Le fatture non pagate sono aumentate del 150%. Poi sembra sia andato peggio, chiudere, a volte, è un exodus obbligato.

    Trapeze

    Sono le banche, trapezeres i banchieri. Immagine quanto mai azzeccata, banchieri greci che volteggiano sul trapezio senza rete di protezione, appesantiti dai debiti e dal fiato corto della liquidità. Da inizio anno le magre quotazioni delle banche sono crollate del 40%, la Ate Bank, controllata al 77% dallo Stato, non ha superato lo stress test, ora si parla (si teme) di un’offerta di una banca dell’odiata Turchia. Le banche sembrano rassegnate, non offrono lotterie o premi vari (come succede in Spagna) per blandire i clienti, attirare pugni di euro. Giocano a catenaccio, primo non prenderle. Nelle filiali stanchi depliant si aggrappano all’immagine del salvagente, le offerte per i mutui ti fanno vedere le case imbottigliate nei vasetti tipo marmellata, grossi chiavistelli cercano di rassicurare chi vuole un prestito per comprare l’auto – lo spettacolo dei trapezisti sembra rinviato a tempi migliori.

    Partida

    La vera mania dei greci: il lotto. Scommettono su tutto, in luglio c’è stata un’impennata superiore al 30%, il giro di scommesse legali per Lotto, Joker, Kino sfiora i 9 miliardi. Le scommesse illegali, comprese quelle su internet (non regolate dalla legge), arrivano a 5 miliardi. Non poco, se si pensa che l’intero bilancio pubblico è di 30 miliardi. In strada noti subito le ricevitorie per la partida della vita: c’è la fila di gente, le vetrate sono protette da pesanti grate, probabilmente in questi mesi hanno più liquidità delle filiali di molte banche. Le entrate dai giochi sono così sicure che Goldman Sachs le aveva pretese come garanzia per prestiti nell’era pre-crisi.

    Ven iparsi salìo

    Un versetto ripetuto all’infinito, non c’è più niente, i soldi sono finiti. Molto meno ruvido del piemontese pi nen ‘n sod. Le pensioni sono state tagliate, gli stipendi bloccati (vedasi la voce consumi in catalessi e assegni scoperti).

    Tsigaro

    Più bello di sigaretta. La battuta classica è che i greci fumano come turchi, hanno il consumo procapite più alto al mondo. Il Governo ha aumentato del 10% le tasse sul tabacco, le Malboro gold ora costano 3,80, con l’obiettivo di incassare a fine anno 1,13 miliardi. Nei primi sei mesi il gettito si è fermato a 250 milioni. Qualche greco ha smesso di fumare, molti sono passati al mercato parallelo gestito dai contrabbandieri italiani

    Ouzo

    L’unico superalcolico greco conosciuto all’estero. Le tasse sugli alcolici sono entrate nella cura da cavallo del governo. Risultato: i consumi (ufficiali) di ouzo sono crollati del 30%. Per fortuna l’export tiene, soprattutto verso la Germania, che ne assorbe più di 17 milioni di bottiglie.

    Foros

    I greci hanno inventato la parola, fisco, e poi ne sono stati alla larga (si veda la voce Forodiafighi). Secondo il governo mancano all’appello, tra evasione ed elusione, almeno 15 miliardi di euro. Grosso modo metà del bilancio statale.

    Forodiafighi

    Evasori fiscali. Difficile restarne fuori, in un modo o nell’altro tutti sono fighi. Perfino il dottor Befera – che come capo dell’agenzia delle entrate deve far pagare le tasse degli italiani – avrebbe difficoltà ad avere un comportamento fiscalmente irreprensibile. I tassisti ti guardano storto se chiedi la ricevuta, bar e fast food ti rilasciano scontrini su fogli di bloc notes o più facilmente niente. Il Governo stima che tra evasione ed elusione manchino 30 miliardi di imponibile. Impossibile recuperarli tutti, intanto ha lanciato un segnale con un primo repulisti: 20 dirigenti del fisco sono stati epurati o rimossi, sono state avviate indagini su 70 funzionari di uffici delle imposte e dogane. E 234 impiegati sono finiti sotto inchiesta perché non avevano addirittura presentato la denuncia dei redditi. La caccia agli evasori è partita, il fisco pensa anche a una specie di lotteria per incentivare l’emissione delle fatture: saranno rimborsate quelle con un paio di numeri corrispondenti alla cinquina settimanale. Le resistenze all’offensiva fiscale non mancano: la potente chiesa ortodossa è riuscita a far affossare la tassa del 20% sugli introiti dell’imponente patrimonio immobiliare, stimato in 702 milioni. Usando parole molto dure, inconsuete per un alto prelato: «La politica ha combinato disastri – ha detto il pope responsabile delle finanze di Santa Madre Chiesa – ora risolva i problemi. Perché dovremmo contribuire noi»?

    Politeia

    Significa lusso. Parola intrigante, non si capisce se è un lusso avere politici o se i politici amano il lusso. Fatto sta che i super-ricchi non piangono. Per i ristoranti molto “in” consigliano sempre la prenotazione, gioielli e orologioni non scendono a patti con gli sconti. L’unica categoria che non ha protestato è quella dei venditori e noleggiatori di yacht, anche le l’Iva è aumentata di due punti. Il governo spera di raccattare tra ricchi, plusios (che ricordano le le invettive contro le potenze plutocratiche), almeno 417 milioni, di cui cento dal settore della nautica. Nella zona nord di Atene, dove sono concentrate le ville dei ricchi, il fisco era a conoscenza di 324 piscine. Una squadra di funzionari si è attaccata al satellite di Google Earth e ne ha contate 16mila 974. Difficile credere che siano poche migliaia i contribuenti con più di centomila euro di redditi, solo duemila con più di 250mila euro. I super-forodiafighi (vedasi alla voce evasori fiscali) dovranno essere meno spudorati, prendere le contromisure.

    Eleuterose

    Arrivano i primi segnali, contrastanti, di liberalizzazioni. A fine luglio i 33mila autotrasportatori hanno bloccato il paese perché la cura di cavallo prevede la cancellazioni, dal 2013, delle licenze. Un sistema del passato, difficile da abrogare: le licenze sono state erogate con il lumicino fino al 1976, poi sono passate di padre in figlio o vendute a peso d’oro, con prezzi che variano da 50 a 300mila euro. Sei giorni di sciopero duro, le città si sono trovate senza cibo, medicinali, carburanti, un litro di benzina al mercato nero si pagava cinque euro. Centomila turisti sono rimasti a secco, abbandonando auto e moto in affitto, migliaia di prenotazioni sono state cancellate all’ultimo minuto. Il governo ha mandato gli automezzi dell’esercito, poi ha trovato un accordo con le associazioni degli autotrasportatori, ma le concessioni promesse sono rimaste segrete. Notai e farmacisti hanno effettuato 22 giorni di proteste perché sono stati eliminati alcuni vincoli per aprire studi e punti vendita. I farmacisti, in particolare, sono i più arrabbiati perché la supermanovra ha ridotto i farmaci pagati dalla mutua. Prima i medici prescrivevano anche saponi e detergenti, ora aspirina e farmaci da banco sono a carico dei clienti, con un conseguente crollo degli acquisti. In campo potrebbero scendere anche gli avvocati, ma la lobby legale – quasi potente come la Chiesa – sta facendo quadrato contro ogni ipotesi di riforma. Di sicuro i benzinai stanno affilando le armi per difendere le distanze metriche, di cui è prevista la cancellazione, tra un distributore e l’altro.

    Diaftora

    La corruzione. Straordinario: l’exodus unisce per cercare la terra promessa, la diaspora disperde, sfascia, proprio come la corruzione. Secondo stime internazionali, il giro d’affari delle bustarelle più o meno pesanti corrisponde all’8% del Pil. Trasparency International ha calcolato che ogni famiglia greca lavora 1.335 ore l’anno per corruzioni varie.

    Antagonismos

    Fa paura, ma la concorrenza arriverà. Forse. Ne hanno paura i bancari, che hanno minacciato scioperi contro le prime ipotesi di fusioni, meglio il tran tran di 27 banche commerciali e 21 banche straniere, ognuna con il suo piccolo orticello. La temono concessionari e sindacati, che vedono come il fumo negli occhi l’apertura alle linee marittime nazionali. Ma il Governo è deciso, forse ci sarà anche concorrenza tra i 39 casinò che lo Stato vuole vendere.

    Xenos

    Gli stranieri. Che non sono mancati troppo, nonostante gli allarmi primaverili. Non ci sono ancora statistiche, ma gli operatori segnalano aumenti degli arrivi a Rodi, Kos, Creta. È mancato l’atteso boom dei russi, ma i tedeschi non hanno tradito. Ci mancherebbe: la krise greca ha portato l’euro ai minimi facendo impennare l’export della Germania, un po’ di riconoscenza non guasta. Ad Atene non si vede ressa, gli albergatori parlano di camere piene al 90%, ma una stanza di un albergo a cinque stelle, in pieno centro con vista sull’Acropoli, si trova a meno di cento euro. Ed è occupato per lo più da comitive di gitanti che girano in pullmann. Nelle strade turistiche di Praka, attaccate al Partenone, ci sono fast food vuoti all’ora di pranzo, negozi e bancarelle espongono souvenir con student price, offerte per famiglie o sconti del 30%. Inutilmente. Vuoti, vuotissimi i negozi di arte sacra alle spalle dell’Arcidiocesi ateniese – anche icone e Croci ortodosse patiscono la krise.

    Kausima

    Carburanti (sempre alle stelle). Gli stipendi sono fermi, i disoccupati crescono, l’indice dei prezzi a luglio, secondo Eurostat, è calato dello 0,5%, ma la Grecia resta saldamente al primo posto in Europa per il prezzo della benzina e al secondo per il gasolio. E non per colpa di tasse e accise, che fanno lievitare i costi italiani.

    Syndakata

    Quasi come in italiano, ma con molti no in più. No alla riforma di un sistema pensionistico pazzesco, con la bellezza di otto scioperi generali, no al rigore, il loro sembra più che altro un exodus dalla realtà. La Cina sta rosicchiando quote di mercati a tutti i competitor, è alle spalle di Germania e Italia, ma non sembra un problema. La globalizzazione neanche, gli armatori preferiscono far riparare le navi in Corea, costa di meno, a Parema i cantieri sono fermi, la disoccupazione è al 70%, nell’ultimo anno si è lavorato 25 giorni in media. Minacciano un autunno caldo, paventano ondate di licenziamenti, prevedono una disoccupazione al 20%, sugli stessi livelli del 1960, quando milioni di greci presero la strada dell’emigrazione. No, sempre no, ma è difficile trovare proposte che vadano oltre la denuncia contro la speculazione internazionale. Qualcosa, però sta cambiando: a metà luglio la potente Gsee, un milione di iscritti tra i dipendenti privati, ha firmato con la Sev (la Confindustria greca) un accordo di moderazione salariale per il 2011 e 2012 per evitare il congelamento degli stipendi minacciato dal governo. E per la prima volta non ha aderito all’ennesima protesta indetta dall’Adedy (che raggruppa i dipendenti pubblici, i più incazzati perché hanno perso i maggiori privilegi) e del Parme, legato ai comunisti del Kke. Forse il ministro Sacconi dovrebbe pagare una gita greca ai signor-no nostrani per capire bene exodus e krise. E fare l’opposto dei colleghi greci.

    Sintaxis

    Finita l’epoca d’oro delle pensioni facili, quando bastavano 25 anni di contributi e 50 (o meno) anni di età. E centinaia di lavori usuranti, compresi i presentatori televisivi per lo stress da microfono. Sarà lunga, ci vorranno otto anni per raggruppare in tre fondi nazionali (per i dipendenti, i lavoratori autonomi e gli agricoltori) le decine di enti che hanno dilapidato somme da capogiro. Con la complicità di tutti e un sistema in cui corruzione e clientelismi non sono (con un eufemismo, altra parola greca) mai mancati.

    Nino Ciravegna
    Fonte: http://www.ilsole24ore.com
    Link: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-28/grecia-cantami-diva-grande-080349.shtml?uuid=AY1GLXKC
    29.08.2010

  • Barambano

    “ATENE BRUCIA, IL MONDO TACE”: e anche CDC tace 🙁

    ——————————————-
    condizionamento mentale.
    Poichè ciò che succede in Grecia va nella direzione del NWO, il lavaggio del cervello a cui tutti sono sottoposti esegue il suo compito.

  • duca

    Direi che è un silenzio “gravido” e assordante

  • AlbertoConti

    Sembra che non c’entri niente, ma a Como hanno impedito a Dell’Utri di parlare (sui diari di Mussolini, ma questo non conta). Sono segnali, anche qui il vaso è pieno, e i coglioni pure. E’ troppa la puzza di bruciato, e la piazza la sente, di pancia ma la sente. Blair non si pente, come nessun burattino del potere si pente, ed anche questo non fa che maturare l’inevitabile spaccatura, l’unica via d’uscita quando non si vedono vie d’uscita. Atene brucia, e il mondo tacerà pure, ma è come un pagliaio dopo la siccità.

  • duca

    Letta contestato a Venezia e riportato dal Corriere…
    Altri piccoli segnali di cedimento, piccoli pezzi di cerone rinsecchito che cadono dalla faccia del nano… E a l’Aquila pare che la gente torni a dormire nelle strade perchè ju tarramotu si fa risentire… Il tanto vituperato Grillo aveva coniato l’espressione del rumore degli zoccoli dei bufali… che piano piano stia partendo la transumanza? Speriamo

  • Gariznator

    Articolo tutto sommato interessante. Però uno che scrive per un giornale non può scrivere “almeno che”… dev’essere la frequenza di schumann che veramente va a farci friggere…

  • marco76

    Interessante…mi chiedo cosa aspettiamo noi e gli altri europei a insorgere…

  • boemo66

    Non è semplice commentare un articolo così ben scritto e limpido. Ribattere sull’ovvietà di certe conseguenze di ribellione “scarosanta” mette in difficoltà anche i più dotti intellettuali. E’ un pò come ribattere sulla Nutella: cosa puoi dire se non che è buona? Atene è allo sbando (come le altre nazioni europee del resto). La gente non ne può più e manifesta, si ribella, si incazza, mette a ferro e fuoco. In Italia cosa aspettiamo? Aspettiamo di cambiare il nostro modo di essere, coglioni come siamo prima di arrivare a certe situazioni ne dovrà scorrere di acqua sotto i ponti, cari amici miei. Noi guardiamo sempre dalla finestra, tanto loro sono sotto noi sopra. Ovviamente se non appare, non succede, quindi tutto regolare come vogliono Loro. Che dire. Mi auguro di cuore che riescano nel loro intento e che finalmente sia l’inizio della fine (almeno da loro). Buona vita.

  • Mondart

    Ecco le alternative che ci aspettano: debellare il sistema-debito, o far la fine della Grecia ( e a chi pensa che possa servire a qualcosa la seconda alternativa, la risposta è già nel testo, dove dice: “Yacht, gioielli, orologioni non sono in sconto e non subiscono crisi” ) ….

  • sandrez