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DI CARLO GAMBESCIA

Per correttezza, prima di criticarlo, riproduciamo l’appello: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000650.html

LA CRISI BANCARIA IN EUROPA: UN APPELLO ALL’AZIONE
L’Europa è nel mezzo di una crisi senza precedenti. Tutti gli europei sanno che cosa accadde quando nei bui anni Trenta i mercati finanziari smisero di funzionare. Non è esagerato dire che potrebbe accadere di nuovo se i governi non intervengono. Non stiamo dicendo che accadrà, ma è fondamentale sapere qual è la posta in gioco. Si dissolve la fiducia nei mercati e c’è il rischio che la paura si diffonda ancora di più. Le turbolenze nei mercati finanziari devono essere fermate perché causano gravissimi danni all’economia reale. Sono a rischio i risparmi di centinaia di milioni di europei. Se la turbolenza darà luogo a una paralisi del mercato del credito, un gran numero di posti di lavoro e di imprese verrà distrutto. Un ulteriore indebolimento dell’economia reale metterebbe a rischio un numero ancora maggiore di prestiti e si creerebbe un circolo vizioso di caduta dei prezzi delle attività, deterioramento della capacità di ripagare i debiti e diminuzione dei flussi di credito.Gli interventi dei politici statunitensi sono positivi, ma non sono sufficienti. Anche all’Europa si richiede un’azione politica decisa.

Nella foto: Francesco GiavazziESTERNALITA’ POLITICHE: LE AZIONI A LIVELLO EUROPEO PER INTEGRARE GLI INTERVENTI DEI SINGOLI STATI
Le autorità degli Stati Uniti hanno imparato la scorsa settimana che salvare una banca alla volta non serve: una crisi di sistema richiede una risposta di sistema.In Europa, il salvataggio di una banca per volta significa uno sforzo di salvataggio intrapreso da un singolo paese, nonostante gli importanti effetti che questo ha sugli stati vicini, oppure un coordinamento improvvisato all’ultimo minuto con un accordo sulla distribuzione dei costi. Fino a oggi risposte nazionali e sforzi cooperativi ad hoc sono stati utili. Tuttavia, l’interdipendenza tra le banche europee è troppo profonda e diffusa perché la risposta nazionale o il coordinamento caso per caso possano essere sufficienti. Ogni intervento di un singolo Stato e ogni intervento cooperativo tra un ristretto numero di nazioni può avere effetti imprevedibili sugli altri paesi europei. È fondamentale che le autorità nazionali si incontrino e coordinino le loro risposte, delineando soluzioni valide per tutta l’Europa se necessario.Ora, mentre la situazione appare ancora gestibile, è il momento di agire. Gli avvenimenti della scorsa settimana negli Stati Uniti dimostrano che le crisi finanziarie non si sviluppano in modo regolare e prevedibile. Un fatto inaspettato può innescare fallimenti a catena e un panico che diventa sempre più difficile controllare.
SOLUZIONI
Molte soluzioni possono comporre una risposta adeguata. Negli Stati Uniti, in questo momento la crisi si affronta riportando liquidità nei mercati monetari e del credito e creando le condizioni per una ripresa delle assicurazioni sui mutui primari e su altre attività illiquide ma sufficientemente omogenee e trasparenti. In Europa il problema principale è l’elevata leva finanziaria delle grandi banche che operano a livello internazionale. Per questo, il contributo dell’Europa deve incentrarsi sulla ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l’iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario. Deve essere fatto a livello europeo (per esempio, attraverso la Banca europea per gli investimenti). L’approccio attuale, con il salvataggio di un istituto dopo l’altro utilizzando fondi nazionali, porterà solo a una balcanizzazione del settore bancario europeo. Per prevenire in futuro crisi di questa natura, è necessaria anche una regolamentazione a livello europeo dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie europee.Il problema non è la mancanza di idee su come risolvere la crisi. Il problema è la mancanza di volontà politica.Se i capi di Stato e di governo europei non si riuniscono subito per affrontare in modo deciso la crisi prima che sfugga al controllo, finiranno per trovarsi ad azzuffarsi su quel poco che rimarrà dopo il disastro.
Testo inglese disponisbile su www.voxeu.com
Alberto Alesina, Harvard UniversityRichard Baldwin, Graduate Institute, Geneva Tito Boeri, Università Bocconi, MilanoWillem Buiter, London School of Economics Francesco Giavazzi, Università Bocconi, MilanoDaniel Gros, Centre for European Policy Studies Stefano Micossi, AssonimeGuido Tabellini, Università Bocconi, MilanoCharles Wyplosz, Graduate Institute, Geneva Klaus F. Zimmermann, Bonn University
Sottoscrivono:
Marco Arnone, Università Cattolica, MilanoGuido Ascari, Università di PaviaGiorgio Barba Navaretti , Università Statale, MilanoPeter Birch Sorensen, University of CopenhagenAndrea Boitani, Università Cattolica, Milano Guido Bolliger, Olympia Capital ManagementSergio Briguglio, ENEARiccardo Cesari, Università di BolognaDaniele Checchi, Università Statale, MilanoGurdgiev Constantin, Trinity College, Dublin (Adjunct) & NCB StockbrokersTony Curzon Price, openDemocracy.netJean-Pierre Danthine, University of Lausanne and Swiss Finance InstituteFrancesco Daveri, Università di ParmaGiuseppe De Arcangelis Sapienza Università di RomaPaul De Grauwe, Katholieke Universiteit LeuvenDaniela Del Boca, Università di Torino Jacques Delpa, Conseil d’Analyse Economique, ParisMathias Dewatripont, ecares, universite libre de bruxelles and ceprMarco Di Marco, Italian National Statistical InstituteGregory Duncan, University of California-BerkeleyFederico Eisler, Merrill LynchMichael Emerson, CEPSStefano Fassina, già Economist, Internatinal Monetary FundCarlo Favero, Università Bocconi, MilanoFrancesco Ferrante, Università di Cassino Riccardo Fiorentini, Università di VeronaHarry Flam, IIES, Stockholm UniversityElsa Fornero, Università di TorinoMarzio Galeotti, Università Statale, MilanoGillian Garcia, IMF, retired Reijer Groenveld, Abn AmroGregorio Impavido, IMF Patrick Honohan, Trinity College DublinTullio Jappelli, Università Federico II, Napoli Olivier Jeanne, Johns Hopkins University Philip Lane, Trinity College Dublin and CEPRMarco Leonardi, Università Statale, MilanoRiku Leppanen, European CommissionFélix López, EOI Business School, MadridPhilippe Martin, Paris School of EconomicsJacques Melitz, Heriot-Watt University Tommaso Monacelli, Università Bocconi, MilanoAldo Montesano, Università Bocconi, MilanoTommaso Nannicini, Università Bocconi, MilanoLuca Nunziata, Università di PadovaMarco Pagano, Università di Salerno Fausto Panunzi, Università Bocconi, MilanoEugenio Peluso, Università di VeronaAvinash Persaud, Intelligence Capital LimitedIlaria Piemonte, UBI Pramerica SGRMichele Polo, Università BocconiGiorgio Ragazzi Università di BergamoFabio Ranchetti, Università di PisaGianpaolo Rossini, Università di BolognaWolfgang Scherf, Justus-Liebig-Universität GießenEnrico Santarelli, Università di BolognaAlessandro Sciamarelli, European Mortgage FederationTapen Sinha, ITAM, Mexico and University of Nottingham, UKMarko Skreb, Former Croatian National Bank Governor Cedric Tille, Graduate Institute for International and Development StudiesGianni Toniolo, Duke University e LUISS, RomaHarry van Dalen, Tilburg UniversityFrancesco Vella, Università di BolognaGuglielmo Weber, Università di Padova Stephen Yeo, CEPR

Ecco un appello da non sottoscrivere. E soprattutto da meditare riguardo all’ assoluta incapacità analitica e predittiva dell’ “economista medio”, magari anche “spostato a sinistra”.
L’unica parte che condiviamo è quella in cui si parla di affrontare la crisi non in ordine sparso, ma in chiave europea.
Invitiamo perciò i lettori a passare subito all’analisi del paragrafo “Soluzioni” .
La “ ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l’iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario”, come si cerca di fare negli Stati Uniti, ha un enorme valore psicologico, ma solo se viene condotta a termine rapidamente. E soprattutto, se accompagnata da misure (orrore!) “interventiste”, delle quali, purtroppo, nell’appello non si parla assolutamente. I firmatari si limitano a consigliare genericamente “per prevenire in futuro crisi di questa natura”, la necessità “anche di una regolamentazione a livello europeo dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie”. Pannicelli caldi…
Infine, nella chiusa, si fa riferimento, sempre in modo generico, al ruolo della politica: “Il problema non è la mancanza di idee su come risolvere la crisi. Il problema è la mancanza di volontà politica”. Grazie signori, avete scoperto l’acqua calda… Quanto alle idee ne avete pochine. Perché, in realtà, l’appello non va al di là del solito invito alla cultura della regole, cui la politica dovrebbe farsi portatrice. Il punto è che la situazione non può più essere gestita ricorrendo alle solite chiacchiere sul galateo economico, bla bla bla…
La ricapitalizzazione, invece, andrebbe affiancata, invocando lo “stato di eccezione” in cui chi decide è sovrano, da immediate ispezioni e controlli sulle attività bancarie e borsistiche: vere e proprie sciabolate sulle teste degli speculatori. Che solo così potrebbero capire che esiste ancora una volontà politica. Inoltre andrebbero vietate, sul piano legislativo, le attività finanziarie basate sull’effetto leva (prendo a prestito pochi soldi, e con quei pochi ne muovo tanti in termini di azioni e titoli, influenzando il corso dei mercati, con finalità puramente speculative).

Inoltre, andrebbero subito allentate le briglie del credito, facendo scendere i tassi a livello. Tradotto: il monetarista Trichet va licenziato in tronco. Infine alla manovra creditizia si dovrebbero affiancare politiche di lavori pubblici sul piano europeo, in grado di rilanciare l’economia, ovviamente rispettando l’equilibrio ambientale.
In questo modo si avrebbe una crescita dell’inflazione (da tenere comunque sotto le due cifre, di qui la necessità di accordi tra imprenditori e sindacati a livello nazionale ed europeo, non però penalizzanti per i lavoratori), ma anche una crescita dei consumi (forse leggermente più ridotta del tasso d’inflazione, ma non siamo economisti, non stai a noi dirlo, modesti sociologi…). Due fenomeni sempre preferibili alla recessione. Naturalmente l’inflazione, considerati anche i possibili sviluppi della stessa a livello americano e mondiale, collegati al corso del dollaro, potrebbe influire negativamente in Europa sull’acquisto delle materie prime, e quindi incidere sui costi dei volumi produttivi. Si tratta però di un rischio che deve essere affrontato. Soprattutto se si pensa che l’alternativa è la disoccupazione di massa. Di qui la necessità di creare sul piano nazionale ed europeo una struttura pubblica – si pensi alla vecchia Iri italiana – in grado di assorbire e gestire occupazione.

Concludendo, si potrà uscire dalla crisi europea che si preannuncia all’orizzonte, non con i generici appelli alle regole, basati su una visione superficiale della difesa della liquidità: certo, la liquidità si difende con le “iniezioni di fondi pubblici”, ma la si garantisce, per il futuro, soltanto con interventi strutturali in grado di favorire la ripresa, i consumi e l’occupazione, come quelli qui enumerati. Ovviamente, non disconosciamo il rischio di una politica “inflazionistica”. Un pericolo, ripetiamo, sempre preferibile a quello politicamente e socialmente racchiuso in una crescente disoccupazione di massa.
A questo proposito la posizione mercatista della Marcegaglia sui contratti è suicida per l’intera economia italiana, e oltre… Si spera che Epifani, non capitoli di nuovo, e magari su consiglio di Veltroni.
A proposito, il Tremonti antimercatista che fine ha fatto?

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/10/un-appello-quello-degli.html
3.10.08

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