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A CHE PUNTO E’ LA CRISI ? – Dare ai ricchi e reprimere i poveri

DI ANTONELLA RANDAZZO
lanuovaenergia.blogspot.com/

Non si può capire il corso della crisi finanziaria ed economica attuale se non si considera il pianeta nel suo complesso. Infatti, a seguito della cosiddetta “globalizzazione”, le sorti dei paesi del mondo sono strettamente intrecciate, e ciò che accade in un luogo influisce su altri.

In generale si può dire che le autorità hanno approfittato del momento di crisi per rafforzare il sistema alimentando la sua base di potere: le banche. In altre parole sono state sottratte altre risorse ai popoli, peggiorando la situazione di quasi tutti i paesi del mondo.

La ricetta anticrisi è stata resa chiara da Gordon Brown (1), che disse di attuare la “ricapitalizzazione delle banche e delle società in difficoltà”, ovvero che tutti i cittadini dovevano accollarsi quei debiti, senza averne alcun vantaggio e accrescendo a dismisura il debito pubblico.

Si cerca dunque di intervenire sempre all’interno del sistema, ovvero rafforzando le vecchie strutture che hanno causato la crisi.

Aiutare le banche e le grandi industrie non risolve i veri problemi, anzi li peggiora. Si accresce ancora di più il debito pubblico, riproponendo le stesse dinamiche di saccheggio precedenti.

Le sceneggiate dei vari G8 o G20 nascondono le uniche risposte possibili da chi lavora per il sistema stesso: soldi ai soliti noti e repressione dei popoli che non ci stanno.

Il Pentagono prevede per il prossimo anno una spesa più alta del 4%, e anche la Cina e la Russia avrebbero deciso di aumentare il bilancio militare.

I paesi che risentono meno della crisi sono quelli che hanno preso le distanze dal potere statunitense e stanno agendo in modo relativamente autonomo, come il Venezuela e la Bolivia.
Molti paesi del Sud America oggi hanno un Pil uguale a 0 oppure negativo. La disoccupazione cresce anche perché ne risente non poco il settore turistico e c’è la caduta dei consumi. Con la povertà crescono la criminalità e le proteste, e cresce la militarizzazione. Da tutto questo le corporation statunitensi che producono armi traggono grossi profitti, se si pensa che almeno il 90% delle armi usate dai cartelli della droga messicani sono prodotte dagli Usa.

In Honduras, le autorità statunitensi hanno finanziato l’ennesimo colpo di stato contro un presidente regolarmente eletto.
Ma non siamo più agli anni Settanta dello scorso secolo. Oggi tutti sanno chi organizza i golpe. Gli honduregni non accettano la dittatura, e stanno facendo di tutto per rimettere al governo Manuel Zelaya.
Oggi, dopo i golpe, i popoli fanno sentire la loro voce, e i media locali denunciano quello che sta accadendo. Non c’è più pericolo che si pensi che gli Usa non c’entrino niente, dato che tutti sanno che sono proprio loro a produrre quelle armi e ad addestrare i golpisti. Inoltre, alcuni paesi non esitano a mettersi dalla parte del legittimo presidente. Infatti, il presidente boliviano Evo Morales e quello del Venezuela Hugo Chávez hanno condannato il colpo di Stato in Honduras e auspicato il ritorno della democrazia.
L’alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) è sempre più forte, e accoglie sempre nuovi paesi. Il 24 giugno scorso si è svolto un incontro straordinario per accogliere Ecuador, Antigua & Barbados e St. Vincent. Durante l’incontro è stata letta una dichiarazione di sostegno al presidente Zelaya.
L’Honduras è praticamente un paese occupato dagli Usa, sia economicamente che militarmente, con la base militare di Soto Cano, che ospita centinaia di soldati e molti aerei ed elicotteri da combattimento.
Con il golpe si vuole allontanare l’Honduras dai paesi dell’ALBA.
Oggi (agosto 2009), la lotta degli honduregni contro la dittatura prosegue, appoggiata da altri popoli.

Dunque, esistono molte persone che vogliono creare un assetto diverso, di tipo bolivarista o islamista. Per questo motivo, le truppe imperiali hanno un bel da fare ad intervenire nelle zone più “calde”, in Sud America, Medio Oriente, e in alcune zone dell’Africa e dell’Asia.

In particolare, sul fronte Anti-islamista, i somali, i pachistani, gli afgani e i palestinesi stanno patendo un’escalation militare che per molti significa morte. Anche in Sud America sono molti i paesi perseguitati dall’impero nel tentativo di impedire l’emancipazione politica ed economica. Ricordiamo in particolare il Messico e la Colombia, la cui popolazione subisce un livello di militarizzazione incredibile.

In queste militarizzazioni o guerre non muoiono soltanto “terroristi” o “narcotrafficanti”, come dice la Televisione. Muoiono persone comuni, che hanno l’unica colpa di non volere un sistema tirannico e opprimente (si veda http://www.disinformazione.it/significato_terrorismo.htm).

Negli ultimi anni le truppe statunitensi hanno addestrato personale militare e stipulato accordi con le autorità locali per poter tenere sotto controllo i gruppi che non accettano un potere iniquo. Ad esempio, Washington e Colombo hanno firmato l’“Access and Cross Servicing Agreement”, che permette alle unità della Marina e dell’Aviazione statunitense di utilizzare le infrastrutture dello Sri Lanka. Questo ha dato il via ad interminabili bombardamenti a tappeto, che hanno ucciso molte persone. Per aggravare la situazione, l’esercito ha impedito anche all’ONU e alla Croce Rossa di aiutare la popolazione civile.

Contro chi sono le guerre? Contro “talebani” o “terroristi” come vi dicono? Dobbiamo credere che esistano sparuti gruppi di arabi fondamentalisti che irragionevolmente si mettono contro chi ha una forza militare senza pari? E come mai questi pazzi avrebbero tutto questo bisogno di morire prima possibile?

La verità è che non si tratta di sparuti gruppi di “terroristi” ma di persone, molte persone, in alcuni casi (come l’Iraq e l’Afghanistan) di interi popoli oppressi che cercano di uscire dall’oppressione. Non sono pazzi a sfidare il potere imperiale, poiché la lotta può coincidere con la stessa possibilità di sopravvivenza. Ovvero, nei paesi del Terzo mondo sopravvivere significa ormai sbarazzarsi di quel gruppo di potere che costringe alla fame e alla miseria. In molti casi, più che una lotta per la libertà è una lotta per la sopravvivenza.
Per giustificare guerre e repressioni, cercano di intrufolare Al Qaeda dappertutto.
In Afghanistan, anche i nostri soldati uccidono persone, anche bambini, ma non viene detto, come se quelle vite fossero senza valore. Gli afgani sanno benissimo da che parte stanno gli italiani, e non li amano, anche se la nostra propaganda vuole farci credere il contrario. Voi amereste chi si installa a casa vostra e vuole che accettiate le sue regole sennò vi uccide? E i loro complici li amereste?

Per alcune grandi società la “crisi” è stata come una nanna dal cielo. Ad esempio, la Finmeccanica ha avuto nel 2008 una crescita del 32% rispetto all’anno precedente. I più richiesti sarebbero gli elicotteri (+28%), in particolare i micidiali elicotteri da guerra di Agusta Westland, gli A129 “Mangusta” o i “Combat”.
Quest’anno il nostro paese ha firmato con la Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici (Armaereo) del gruppo Finmeccanica Agusta Westland un contratto per la fornitura all’esercito italiano di ben 16 elicotteri CH47F “Chinook” del costo di 900 milioni di euro.
Avete capito bene, le nostre autorità piangono miseria e stanno costringendo gli italiani a vivere in condizioni sempre peggiori per pagare armi, aerei da guerra e “missioni” militari all’estero, oltre che per ingrassare le tasche dei soliti noti attraverso la truffa del debito.
Ecco qual è la vera risposta alla crisi, oltre al saccheggio chiamato “aiuti alle banche” c’è anche la risposta militare con relative spese.

Si parla di “potenze economiche emergenti dell’Asia”, in particolare la Cina, senza considerare che lo sviluppo di questo paese è inserito all’interno della dinamica economica globalizzante. Ovvero, la Cina serve per vendere macchinari e per produrre a costi ridottissimi. La Cina è anche utile per contrapporre un’altra potenza al vecchio imperialismo di stampo statunitense, e per avere qualcuno da accusare di antidemocrazia, decantando le lodi alla democrazia occidentale.
Pochi tengono conto del fatto che il miracolo asiatico è basato sullo sfruttamento di milioni di lavoratori, e sulle repressioni durissime contro chiunque protesti. Ovviamente, con la crisi, le esportazioni sono cadute, producendo alcuni fallimenti e l’aumento della disoccupazione.
Il presidente cinese Hu Jintao, ha detto che sia la Cina che gli Usa sono vicine e ”condividono il peso di importanti responsabilità in tutti i campi per far fronte alla crisi internazionale”.
E’ chiaro però che, avendo la Cina un credito astronomico verso gli Usa, deve rassicurare gli investitori ma non ignora di certo che in futuro le cose fra i due paesi potrebbero cambiare, non essendo la Cina disposta ad investire in qualcosa che non conviene più. Il capo di governo cinese Wen Jiabao ha dichiarato al “Tel
egraph”: “vorrei fare… appello agli Stati Uniti perchè onorino la loro parola e rimangano una nazione credibile e assicurino la sicurezza degli investimenti cinesi”.

Gli Stati Uniti non hanno più quella credibilità e quel prestigio che avevano qualche decennio fa, e oggi si trovano in bilico, come se dovessero crollare da un momento all’altro. Il crollo sarà definitivo quando i popoli non riconosceranno più alcun valore al dollaro. Questo crollo, sembrerebbe inevitabile prima o poi, e cambierà notevolmente la situazione globale a favore di chi oggi cerca di liberarsi dall’oppressione imperiale.

E in Europa cosa sta accadendo?
In Grecia le autorità hanno cercato di creare un forte razzismo contro gli immigrati, per fare sfogare la rabbia accumulata dai cittadini a causa del grave impoverimento. Si è cercato di creare odio verso la comunità islamica, che in qualche occasione è stata repressa dalle forze dell’ordine. Secondo alcuni, addirittura, sono stati rispolverati gruppi di estrema destra collusi con le forze di polizia, per assaltare migranti (com’è avvenuto a maggio) e creare separazione e odio.
Come anche nel nostro paese, si vuole creare una netta divisione fra autoctoni e immigrati, in modo tale che le persone siano distratte dalle vere cause dei loro problemi e si sfoghino in altro modo piuttosto che attivare vere e proprie lotte contro il sistema.

Paesi come la Francia, il Belgio e la Gran Bretagna stanno vivendo una durissima stagione di proteste. Si lotta per il posto di lavoro, contro il precariato o per i minimi diritti che si sono persi nel processo di “privatizzazione e tagli alla spesa pubblica”.
Qualche mese fa si agiva con il metodo dei rapimenti. Ovvero, i lavoratori rapivano quei personaggi del “middle management”, che avevano “ristrutturato” licenziando.
Nel periodo marzo-aprile si sono avuti diversi casi del genere.
Ad esempio, gli operai dello stabilimento di Grenoble della Cat produttrice di macchinari per costruzione, che aveva licenziato più di settecento persone, hanno sequestrato quattro dirigenti, per chiedere il mantenimento del posto di lavoro. E’ stato interpellato persino Sarkozy per risolvere la questione.

In Belgio una ventina di lavoratori FIAT della concessionaria di Chaussée de Louvain, il 9 aprile scorso hanno preso in ostaggio per cinque ore tre dirigenti, per protestare contro la chiusura del reparto riparazioni della officina di Bruxelles-Meziers.

Si tratta senza dubbio del degenerare di una situazione molto grave, che richiederebbe ben altre strategie se si fosse in un contesto veramente democratico. I politici e i sindacalisti dovrebbero trovare soluzioni, ma questo non avviene. I lavoratori sono sempre più soli e con sempre meno diritti, e possono reagire in modo disperato.

In Gran Bretagna addirittura c’è chi chiede ai lavoratori di lavorare gratis. Infatti, da recente, l’azienda British airways ha chiesto ai suoi dipendenti di lavorare gratis per un periodo. Ma chissà perché questo non viene mai chiesto ai dirigenti di alto livello, che intascano stipendi milionari.

In Italia Berlusconi e i suoi compari si vantano di occuparsi di chi sta ai livelli medio-bassi di reddito, congegnando soluzioni come il togliere l’Ici o la “social card” (che spesso è vuota). Si tratta ovviamente di palliativi ridicoli, in un paese in cui è stato legalizzato lo sfruttamento lavorativo e un piccolo gruppo di persone si arricchisce sull’impoverimento di tutti gli altri. In questi mesi il livello di disoccupazione sta crescendo notevolmente, e nessun politico sta offrendo soluzioni serie.

Alcuni autori sono convinti che la “crisi” è stata creata ad oc per timore che i popoli possano acquisire nuove forze per abbattere il sistema. Lo stesso Samuel Rothschild, nel giugno 2008 confessava al “Financial Times”:
Il Credito crea denaro… Comunque, visto che denaro e potere sono sinonimi, e visto che il potere dovrebbe essere concesso in modo selettivo, anche lo scopo del prestito merita considerazione. Il recente ‘panico bancari’ è stato autoinflitto. I banchieri hanno abusato del loro privilegio di creazione del denaro… Un dollaro sottovalutato ed una enorme liquidità, scatenata da un eccesso di prestiti bancari, hanno fornito la scusa per la bolla speculativa del petrolio, delle case, delle azioni e delle commodity”.

In molti casi non è il lavoro che manca, ma i liquidi, ovvero la “crisi” non è dovuta ad altro che al potere delle banche di dare o negare il denaro. Scrive il giornalista Tommaso Cerno: “Il dramma di molte aziende non sono nemmeno gli ordinativi… Sono i soldi liquidi che mancano. Nessuno paga più nessuno. E così si accatastano le merci, che non stanno più nei magazzini. Milioni di metri cubi di invenduto che rischia di restare tale”. (2)
Ovviamente, questo non potrebbe accadere se il nostro paese godesse di sovranità monetaria e non fosse più schiavo del clan dei banchieri.

Gli inglesi sono sempre più insofferenti verso governi che difendono soltanto gli interessi del gruppo egemone, e il potere reagisce male. Addirittura, nel maggio scorso, in occasione del G20, sarebbero stati utilizzati poliziotti per aizzare i manifestanti e poter reprimere, come oramai sembra accadere in quasi tutti i vertici dei paesi più “sviluppati”. Il fatto è stato messo in evidenza dal parlamentare Tom Brake, che ha raccontato di aver visto poliziotti in borghese che aizzavano i manifestanti contro i poliziotti. Brake accusa il Capo della Metropolitan Police, Sir Paul Stephenson, e afferma di poter provare quello che dice semplicemente mostrando i filmati video.

Un sistema che cerca di criminalizzare i dissidenti mettendo in scena le “sommosse” non può certo definirsi civile e democratico. Gli inglesi lo hanno capito già da tempo, e infatti sono molte le organizzazioni che lottano per i diritti umani e sono sempre meno i cittadini inglesi che vanno a votare.

A CHE PUNTO E’ LA CRISI ? – Parte seconda: Rivoluzione o Evoluzione?

Alcuni autori fanno notare che le crisi servono anche a rinnovare la paura e a produrre shock. Osserva la giornalista Naomi Klein:
“Sono ritornata all’origine della metafora della shockterapia e ho cominciato a leggere del suo uso nel contesto psichiatrico e nella tortura… ho visto come la Cia parla dell’importanza di mettere i prigionieri in stato di shock perché… non possono difendere i loro interessi, diventano infantili e regrediscono… Quindi ho cominciato a pensare a come fosse applicata su vasta scala. Lo sfruttamento della crisi e dello shock era stato usato molto consapevolmente dai liberoscambisti radicali… Milton Friedman scrisse nel 1982 ‘soltanto una crisi reale o percepita produce un cambiamento reale’ ed ammetteva che le sue idee e la sua visione di un mondo radicale e privatizzato non potessero essere imposte nell’assenza di una crisi… ma penso che nella maggior parte dei casi, non importa quello che si vuole realizzare, ma l’attitudine psicologica che prepara al disastro affinché quando la crisi colpirà si sarà pronti ad accettare quello che faranno”. (3)

In altre parole, il sistema attuale non potrebbe licenziare ad oltranza, dare molto denaro alle banche, oppure imporre una massiccia militarizzazione, se non ci fosse una “crisi”. Le crisi servirebbero anche a permettere alle autorità di far accettare cose altrimenti inaccettabili. Infatti, non è certo una soluzione militarizzare, dare soldi ai più ricchi o togliere il lavoro. La soluzione è togliere il potere a chi lo ha usurpato.

Qualche autore, dati alla mano, ha parlato di grave crisi dei diritti umani. Come emerge dai dati di Amnesty International, in molti paesi, con la scusa della “crisi”, non vengono rispettati i diritti umani. Spiega il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury:

“I diritti umani, già sacrificati in nome della ‘guerra al terrore’, sono stati nuovamente messi in secondo piano da questa nuova emergenza. La recessione, oltre a peggiorare le condizioni di vita, ha alimentato l’instabilità politica e la violenza di massa ed è stata usata per giustificare una dura repressione del dissenso: dall’Iran allo Zimbabwe, dal Guatemala alla Siria, dalla Turchia alla Cina. Il clima di insicurezza ha reso ancora più vulnerabili paesi che già vivevano gravi difficoltà, dall’Afghanistan, dove il clima di instabilità ha pregiudicato l’accesso al cibo, alle cure mediche e all’istruzione, al Pakistan, precipitato in una spirale di violenza. Dobbiamo essere consapevoli che la povertà non è un accidente inevitabile ma il frutto di decisioni e politiche reversibili. La crisi che stiamo vivendo non è solo finanziaria, è una crisi dei diritti umani ed è proprio dai diritti umani che dobbiamo ripartire, nei diritti umani dobbiamo cercare la soluzione. Per queste ragioni abbiamo lanciato la nuova campagna ‘Io pretendo dignità’, per ridare dignità ai prigionieri della povertà, affinché possano cambiare la loro vita e diventare loro stessi attori di questo cambiamento”. (4)

Qualcuno si chiede quando scoppieranno le rivolte. Qualcun altro parla di “rivoluzioni creative” prendendo ad esempio quella fatta in diverse fabbriche argentine. Gli operai, senza alcuna violenza o protesta, sono entrati nelle fabbriche e hanno riavviato la produzione. Adesso, sotto controllo operaio, diverse fabbriche producono utili divisi equamente tra tutti i lavoratori.

In effetti, il gruppo di potere trema quando i popoli iniziano a credere in se stessi e prendono le redini della situazione. Non c’è bisogno di ideologie, di partiti o di guru, queste cose le hanno create le stesse persone che ci opprimono. C’è bisogno soltanto di credere in se stessi e di non sostenere più il vecchio regime.

Alcuni ritengono che il gruppo egemone e i suoi servi hanno paura e non sanno più cosa fare. Qualche autore fa notare che stanno succedendo molte cose, e che le lotte dei popoli non sono sempre fatte nella vecchia maniera.
Il giornalista e scrittore Paul Hawken, dopo aver fatto parecchie conferenze in molte parti del mondo, si è reso conto dell’esistenza di un movimento fatto di milioni e milioni di persone, che ha l’intento di cambiare il sistema attuale.
Non si tratta di un movimento di tipo tradizionale, esso ha dimensioni che nessun movimento ha mai avuto, e viene minimizzato dalle autorità per cercare di non far capire che il mondo di oggi è davvero diverso da quello delle altre epoche.
Spiega Hawken nel suo libro dal titolo “Moltitudine Inarrestabile. Come è nato il più grande movimento del mondo e perché nessuno se ne è accorto”:
“Quello che salta agli occhi è indiscutibile: aggregazioni coerenti, organiche, autorganizzate, che riuniscono decine di milioni di persone che operano per un cambiamento… Le persone non sempre sanno leggere e scrivere o sono istruite. Molti individui nel mondo sono poveri e soffrono di malattie croniche. Non sempre i poveri riescono a procurarsi il cibo giusto per un’alimentazione corretta e devono lottare per nutrire ed educare i loro figli. Se persone con tali carichi riescono ad andare oltre le loro difficoltà quotidiane e agire con il chiaro scopo di combattere lo sfruttamento e operare per la ricostruzione, allora si sta preparando qualcosa di veramente potente… Curare le ferite del mondo e dei suoi abitanti non richiede santità o un partito politico, ma solo buon senso e perseveranza. Non si tratta di un’attività liberale o conservatrice, si tratta di un atto sacro. È un’impresa enorme che cittadini comuni, e non governi autonominati od oligarchie, stanno portando avanti in tutto il mondo… Secondo alcuni storici e analisti, i movimenti esistono solo quando possiedono un nucleo di credenze ideologiche o religiose. Inoltre, non esistono nel vuoto totale: un forte leader caratterizza qualsiasi movimento e spesso ne costituisce il fulcro intellettuale, anche dopo che è morto. Il movimento che descrivo in questo libro, come ho già detto, non si riconosce in nessun leader e, di conseguenza, rappresenta un fenomeno sociale del tutto diverso… Il movimento nasce e si diffonde in tutte le città e paesi, comprendendo praticamente ogni tribù, cultura, lingua e religione, dai Mongoli agli Uzbechi ai Tamil. È formato da famiglie indiane, studenti australiani, agricoltori francesi, senzaterra brasiliani, bananere dell’Honduras, i ‘poveri’ di Durban, abitanti dei villaggi in Irian Jaya, tribù indigene boliviane e casalinghe giapponesi. I suoi leader sono agricoltori, zoologi, calzolai e poeti. Offre un sostegno e un senso a miliardi di persone nel mondo. Questo movimento non può essere diviso, perché è estremamente frazionato, una raccolta di piccoli gruppi con collegamenti molto aperti… Immaginate l’esistenza collettiva di tutti gli esseri umani come un organismo, pervaso da attività intelligenti, risposte immunitarie dell’umanità per resistere e curare gli effetti di corruzione politica, economie malate e degrado ecologico, indipendentemente dal fatto che siano causati dal libero mercato, dalla religione o da ideologie politiche. In un mondo divenuto troppo complesso per ideologie restrittive, anche la stessa parola ‘movimento’ può risultare limitante per descrivere tale processo. La scrittrice e attivista Naomi Klein lo chiama ‘il movimento dei movimenti’… Per la prima volta nella storia, un grande movimento sociale non è tenuto insieme da un ‘ismo’. Ciò che lo unisce sono le idee, non le ideologie. C’è una grande differenza fra le due: le idee fanno domande e liberano; le ideologie giustificano e comandano… Se esiste un sogno comune a tutto il movimento, malgrado la sua diversità, è quello di un processo: in una parola, la democrazia, ma non quella praticata e corrotta dalle multinazionali e dagli stati moderni”. (5)

Il libro di Hawken fa capire come i modelli ideologici del passato sono fallimentari. Queste ideologie sono state create da quelle stesse persone che hanno creato e proteggono il sistema.
Per cambiare occorrerebbe sempli
cemente “evolversi”, ovvero impegnarsi in ciò che può produrre crescita individuale e collettiva.

Non dimentichiamo cosa è avvenuto il 30 novembre 1999 a Seattle, in occasione della Conferenza dei ministri del WTO. Un evento che ha fatto spaventare così tanto gli stegocrati (6) che al G8 di Genova, previsto per il 2001, hanno progettato una dura repressione. A Seattle si presentarono centinaia di piccole organizzazioni di cittadini provenienti da molte parti del mondo, per chiedere conto del comportamento del WTO. Non si trattava di “fanatici” o di estremisti violenti, come li hanno descritti i media, ma di persone comuni, insegnanti, agricoltori, operai, suore, studenti, ecc. che si stavano preoccupando per il futuro del pianeta e dell’umanità. Non avevano qualche stramba ideologia, e non si opponevano certo al commercio, ma chiedevano che vi fossero regole che non piegassero i deboli ai più forti.
Istituti come il WTO, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale (BM) agiscono senza tenere in considerazione in nessun modo gli interessi dei popoli. Per loro fenomeni come la disoccupazione, la miseria o la morte per fame o non esistono oppure sono da minimizzare.
Non c’è mai alcuna responsabilità per le aberrazioni economiche prodotte dal modello che essi impongono. Economisti al soldo del potere considerano un mondo al contrario: in cui non sono le persone protagoniste ma le cose materiali, che devono essere gestite da colossi societari, dominati da una cieca e disumana avidità.

Chi manifestava a Seattle sapeva che alcuni meccanismi posti in essere dalla globalizzazione del commercio avrebbero fatto perdere “la resilienza economica, ovvero la capacità delle economie regionali di resistere a cicli di rapida crescita e di recessione. Inoltre, anche la sicurezza economica è scomparsa. Quando le comunità dipendono quasi interamente da fonti di produzione lontane migliaia di chilometri, se non addirittura continenti interi, esse diventano città fantasma delimitate da fastfood e giganteschi hard discount.” (7)

I nostri media vogliono convincerci che non sta succedendo veramente nulla di importante, e le nostre autorità ci inducono a credere che soltanto loro possono affrontare e risolvere i problemi, e intanto li peggiorano.

Una cosa è certa: non sarà lo stesso sistema che ha creato i problemi a tirarci fuori. Bisogna per forza fare qualcosa.
Cosa si può fare di concreto per prendere le distanze dal sistema? Molte cose. Ad esempio:

– Capire come il sistema manipola, ovvero come crea consenso e induce le persone ad agire contro i loro stessi interessi. Studiare testi che possono far capire questi meccanismi. Capire come noi stessi possiamo essere condizionati. NESSUNO E’ IMMUNE.

– Capire quali strategie finanziarie, economiche o mediatiche sta attuando il gruppo dominante, per avere ben chiari i casi di crimini contro persone o popoli. Ad esempio, capire che in Afghanistan si stanno chiamando tutti “terroristi”, anche la legittima resistenza.

– Capire i tentativi del sistema di impedire una maggiore consapevolezza usando la paura o altre tecniche. Ad esempio, capire che la recente emergenza pandemia è stata usata anche per generare paura e distogliere l’attenzione.

– Capire la singolarità storica del periodo in cui stiamo vivendo. A questo scopo occorre l’impegno di studiare libri indipendenti, che facciano capire la nostra vera Storia, quello che non ci è stato insegnato a scuola.

– Non sviluppare nessun atteggiamento fazioso o “sindrome del nemico”. Non c’è alcun vero nemico. Si tratta semplicemente di prendere atto di una situazione precisa: i popoli si sono deresponsabilizzati, affidandosi ad autorità esterne che hanno approfittato di questa situazione per creare una realtà funzionale al loro potere: hanno fatto credere ai popoli di essere impotenti e hanno suscitato paure e sottomissione, anche attraverso le tante ideologie architettate a questo scopo. Adesso si tratta di fare il processo inverso: responsabilizzarci e riprendere la sovranità che ci appartiene. E’ un processo che è già iniziato. Il semplice fatto di rendersi conto della situazione significa poter iniziare a cambiare.

– Praticare la disobbedienza civile in molti modi. Ad esempio non comprando prodotti di corporation criminali, oppure non dando alcun appoggio ai politici corrotti.

– Non preoccuparsi del giudizio altrui. Ci sarà sempre qualcuno che cerca di tacciare di eccessivo idealismo chi parla di cambiamento. E’ sempre successo così: chi vuole realizzare qualcosa di nuovo viene sempre all’inizio ridicolizzato. Ogni cosa nuova all’inizio appare strana o difficile da realizzare, ma se tutti rinunciassero non ci sarebbe mai alcun cambiamento. Bisogna anche tener conto che da secoli riceviamo condizionamenti che ci inducono a credere che le cose non cambieranno mai e che se cambieranno, sarà perché le autorità lo hanno voluto.

– Condividere con gli altri le conoscenze e la consapevolezza che abbiamo acquisito. Ovviamente, senza voler imporre niente a nessuno e senza serbare rancore verso chi la pensa diversamente.

– Non pretendere che tutti siano d’accordo su tutto, si può collaborare anche senza condividere tutto. Il punto principale è capire che occorre fare qualcosa per cambiare e che esiste un gruppo che cerca di portare avanti un sistema secolare che deve essere abbattuto perché produce miseria, guerre e crimini.

– Evitare di nutrire la mente con “spazzatura mediatica” come programmi televisivi di scarsa qualità o riviste di gossip. Al contrario, praticare attività sane, culturali sociali o artistiche.

– Approfondire il discorso sui movimenti portati avanti da nativi americani, persone del Terzo mondo o cittadini di altri paesi. Capire cosa sta avvenendo davvero nel mondo. Apprendere quello che la televisione non vi dirà mai.

– Abituarsi a pensare alla possibilità di un mondo diverso. Ad esempio, come suggerisce Hawken, chiedersi: “Quali sono le caratteristiche necessarie per la leadership, quando il potere si origina dal basso invece di scendere dall’alto? Che aspetto ha una democrazia in cui il potere non è detenuto da una minoranza? Cosa cerca un mondo in cui le soluzioni ai nostri problemi arrivano dal basso? Cosa accadrà se entriamo in una fase di transizione dello sviluppo umano, in cui ciò che funziona risulta invisibile, perché molti sguardi sono rivolti al passato? Cosa accadrà se alcuni valori fondamentali vengono nuovamente diffusi in tutto il mondo e incoraggiano complesse e significative reti sociali che rappresentano i governi futuri?”

Molti attivisti per i diritti umani sono stufi di essere etichettati o di passare per matti soltanto perché si sono accorti che il sistema si basa sul crimine e non lo accettano. Non è matto chi denuncia i crimini ma chi cerca di non vederli o accetta un sistema così iniquo.
Cambiare è il diktat del futuro dell’umanità, e continuare a negare l’evidenza dei fatti significa diventare complici di criminali.
Teniamo conto che i cambiamenti non possono avvenire di colpo: è necessario che prima avvengano dentro di noi. Non si può certo cambiare la realtà senza prima cambiare se stessi.
Ricordiamo che la base del vecchio potere era proprio la manipolazione mentale, e dunque soltanto uscendo da questa manipolazione potremo concepire una realtà diversa, non più dominata da personaggi corrotti e disposti a tutto per proteggere privilegi e potere.
Occorre dapprima concepire i cambiamenti, ovvero credere possibile una realtà in cui sono le persone comuni a detenere la sovranità politica e monetaria, e non la perdono a favore di partiti o istituzioni truffaldine.

Credere nel cambiamento è importante, anzi fondamentale. Non può certo cambiare una persona che si crede incapace di farlo, e non può migliorare la realtà chi si crede impotente.
Per dirla con Hawken, “Nel bene e nel male, occupiamo oggi un pianeta umano, e guidiamo molte delle sue
forze evolutive… Le azioni umane influiranno sul destino di tutti gli esseri viventi, perché non esiste un luogo sul pianeta da cui le nostre attività sono assenti… L’evoluzione è ottimismo in azione”.

Antonella Randazzo
Fonte: http://lanuovaenergia.blogspot.com
Link: http://lanuovaenergia.blogspot.com/2009/08/che-punto-e-la-crisi-parte-prima-dare.html
8.08.2009

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NOTE

1) Discorso tenuto da Gordon Brown il 13 ottobre 2008 alla City di Londra.
2) http://novoordo.blogspot.com/2009/07/la-crisi-finanziaria-mette-la-strizza.html
3) http://www.youtube.com/watch?v=GIhcfVePAoE&eurl=http%3A%2F%2Fwww%2Ementereale%2Ecom%2F&feature=player_embedded
4) http://it.peacereporter.net/articolo/16002/%27Questa+%26egrave%3B+una+crisi+dei+diritti+umani%21%27
5) http://www.moltitudineinarrestabile.it/
6) Per capire il concetto di “stegocrate” si veda http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-prima-il.html e http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-seconda.html
7) http://www.moltitudineinarrestabile.it/

PER APPROFONDIRE

Abbate Carmelo, “La trappola: come banche e finanza mettono le mani sui nostri soldi (e come non farsi fregare dalla crisi)”, Piemme 2008.
Hawken Paul, “Moltitudine Inarrestabile. Come è nato il più grande movimento del mondo e perché nessuno se ne è accorto”, Edizioni Ambiente, Milano 2009.
Klein Naomi, “Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri”, Rizzoli 2007.
Klein Naomi, “No Logo. Economia globale e nuova contestazione”, Baldini Castoldi Dalai, 2007.

Pubblicato da Davide

  • PIEROROLLA

    “Terminato l’evento su Globalizzazione e Sviluppo con la presenza di oltre 1500 economisti, famose personalità scientifiche e rappresentanti di organismi internazionali riunitisi a L’Avana, ho ricevuto una lettera ed un documento di Atilio Boron, Dottore in Scienze Politiche, Professore Titolare di Teoria Politica e Sociale, direttore del Programma Latinoamericano d’Educazione a Distanza in Scienze Sociali (PLED), oltre ad altre importanti responsabilità scientifiche e politiche. Atilio, solido e leale amico, aveva partecipato giovedì 6 al programma “Mesa Ridonda” della Televisione Cubana, insieme ad altre personalità internazionali che hanno partecipato alla Conferenza su Globalizzazione e Sviluppo.
    Ho saputo che sarebbe partito domenica ed ho deciso di invitarlo ad un incontro alle 5 del pomeriggio del giorno successivo, sabato 7 marzo.
    Avevo deciso di scrivere una riflessione sulle idee contenute nel suo documento. Utilizzerò in sintesi le sue stesse parole:
    “… Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, della civiltà, multi-dimensionale, la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti.
    “Si tratta di una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario o bancario e colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti. Danneggia l’economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
    “Le cause strutturali: è una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese è da oltre trent’anni che vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; queste due cose non sono infinite: le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre lo Stato si è indebitato non solo al di sopra delle sue possibilità per affrontare non solo una, ma due guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
    “Però a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: l’accelerata finanziarizzazione dell’economia, l’irresistibile tendenza all’incursione in operazioni speculative sempre più rischiose. Scoperta la “fonte della giovinezza” del capitale grazie a cui il denaro genera ancora più denaro, prescindendo dalla valorizzazione apportata dallo sfruttamento della forza lavoro e considerando che enormi quantità di capitale fittizio possono essere ottenute in pochi giorni, al massimo settimane, l’assuefazione da capitale porta a trascurare qualsiasi calcolo o qualsiasi scrupolo.
    “Altre circostanze hanno favorito l’esplosione della crisi. Le politiche neoliberali di deregolamentazione e liberalizzazione hanno reso possibile che le figure più potenti che pullulano nei mercati imponessero la legge della giungla.
    “Un’enorme distruzione di capitali su scala mondiale, caratterizzandola come una “distruzione creativa”. A Wall Street questa “distruzione creativa” ha provocato che la svalutazione delle imprese quotate in borsa giungesse quasi al 50 %; un’impresa che in borsa quotava un capitale di 100 milioni, ne ha ora 50! Caduta della produzione, dei prezzi, dei salari, del potere d’acquisto. “Il sistema finanziario nella sua totalità sta per esplodere. Le perdite bancarie ammontano ormai ad oltre $500.000 milioni ed un altro bilione è in arrivo. Oltre una dozzina di banche sono in bancarotta e centinaia in attesa della stessa sorte. Oltre un bilione di dollari è stato trasferiti dalla FED al cartello bancario, ma sarà necessario un altro bilione e mezzo per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni”. Quella che stiamo vivendo è la fase iniziale di una lunga depressione e la parola recessione, tanto utilizzata recentemente, non spiega in tutta la sua drammaticità ciò che il futuro prepara al capitalismo.
    “Nel 2008 le azioni ordinarie di Citicorp hanno perso il 90% del loro valore. L’ultima settimana di febbraio valevano a Wall Street 1 dollaro e 95!
    “Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento.
    “Accelerato aumento della disoccupazione. Nel 2009, il numero di disoccupati nel mondo (circa 190 milioni nel 2008) potrebbe aumentare di altri 51 milioni . I lavoratori poveri (che guadagnano appena due euro al giorno) diventeranno 1.400 milioni, cioè il 45% della popolazione economicamente attiva del pianeta. Negli Stati Uniti la recessione ha già distrutto 3,6 milioni posti di lavoro. La metà durante gli ultimi tre mesi. Nell’Unione Europea il numero di disoccupati è pari a 17,5 milioni, 1,6 milioni in più di un anno fa. Nel 2009, si prevede la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro. Diversi Stati centroamericani come il Messico ed il Perù, per i loro stretti legami con l’economia statunitense, saranno fortemente colpiti dalla crisi.
    “Una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia: le banche, l’industria, le assicurazioni, l’edilizia, eccetera e si dissemina nell’intero sistema capitalista internazionale.
    “Decisioni prese in campo internazionale e che colpiscono le filiali periferiche creando licenziamenti in massa, interruzioni nelle catene dei pagamenti, crollo nella domanda di input, eccetera. Gli USA hanno deciso di sostenere le Big Three di Detroit (Chrysler, Ford, General Motors), ma solo per salvare le fabbriche presenti nel paese. Francia e Svezia hanno annunciato che condizioneranno gli aiuti alle loro industrie automobilistiche: potranno trarne vantaggio solo le fabbriche che si trovano nei loro territori. Il ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, ha dichiarato che il protezionismo potrebbe essere “un male necessario in tempi di crisi”. Il ministro spagnolo dell’Industria, Miguel Sebastian, chiede di “consumare prodotti spagnoli”. Barack Obama, aggiungiamo noi, promuove il “buy American!”.
    “Altre fonti di propagazione della crisi nella periferia sono la caduta nei prezzi delle commodity che esportano i paesi latinoamericani e caraibici, con le loro conseguenze recessive e l’aumento della disoccupazione.
    “Drastica diminuzione delle rimesse familiari nei paesi industrializzati da parte degli emigranti latinoamericani e caraibici. (In alcuni casi le rimesse sono la voce più importante nell’entrata di valuta internazionale, superiore alle esportazioni).
    “Ritorno degli emigranti, deprimendo ancora di più il mercato del lavoro.
    “Coincide con una profonda crisi energetica che esige un cambiamento della visione attuale basata sull’uso irrazionale e predatorio del combustibile fossile.
    “Questa crisi coincide con la crescente presa di coscienza delle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico.
    “Aggiungiamo la crisi alimentare, acutizzata dalla pretesa del capitalismo di mantenere un irrazionale modello di consumo, trasformando terreni adatti alla produzione alimentare e destinandoli all’elaborazione di biocombustibili.
    “Obama ha riconosciuto che non abbiamo ancora toccato il fondo e Michael Klare ha scritto nei giorni scorsi che “se l’attuale disastro economico si trasforma in quello che il presidente Obama ha chiamato “decennio perduto”, il risultato potrebbe consistere in un paesaggio globale pieno di convulsioni causate dall’economia.
    “Nel 1929 la disoccupazione negli USA è arrivata al 25% man mano che crollavano i prezzi agricoli e delle materie prime. Dieci anni dopo ed a dispetto delle radicali politiche intraprese da Franklin D. Roosevelt (il New Deal) la disoccupazione continuava ad essere molto elevata (17%) e l’economia non riusciva ad uscire dalla depressione. Solo la Seconda Guerra Mondiale ha messo la parola fine a quella tappa. Ed ora perché dovrebbe essere più breve? Se la depressione del 1873-1896, come ho spiegato, è durata 23 anni!
    “Visti i precedenti, perché ora dovremmo uscire dall’attuale crisi in pochi mesi, come prospettano alcuni pubblicisti ed i “guru” di Wall Street?
    Non si uscirà da questa crisi con un paio di riunioni del G-20, o del G-7. Se esiste una prova della sua radicale incapacità di risolvere la crisi è la risposta delle principali borse valori del mondo dopo qualsiasi annuncio o proposta di legge a favore di una nuova manovra: la risposta “dei mercati” è invariabilmente negativa.
    “Come testimonia George Soros “l’economia reale soffrirà gli effetti secondari che ora stanno prendendo forza. Dato che in queste circostanze il consumatore statunitense non può servire ormai da locomotiva dell’economia mondiale, il Governo statunitense deve stimolare la domanda. Visto che affrontiamo le sfide minacciose del riscaldamento del pianeta e della dipendenza energetica, il prossimo Governo dovrebbe promuovere dei piani per stimolare il risparmio energetico, lo sviluppo di fonti di energia alternative e la costruzione di infrastrutture ecologiche.
    Si apre un lungo periodo di tira e molla e di negoziati per definire in quale maniera s’uscirà dalla crisi, chi ne beneficerà e chi dovrà pagarne i costi.
    “Gli accordi di Bretton Woods, concepiti nell’ambito della fase keynesiana del capitalismo, coincisero con la creazione di un nuovo modello d’egemonia borghese che, come conseguenza della guerra e della lotta antifascista, aveva come nuovo ed inaspettato base il rafforzamento dell’area dei sindacati operai, dei partiti di sinistra e delle capacità regolatrici e di controllo degli stati.
    “Ormai non esiste più l’URSS, la cui sola presenza, insieme alla minaccia dell’espansione ad Occidente del suo esempio, inclinava la bilancia della negoziazione a favore della sinistra, dei settori popolari, dei sindacati, ecc.
    “La Cina occupa attualmente un ruolo incomparabilmente più importante nell’economia mondiale, ma senza raggiungere un’importanza parallela nella politica mondiale. Viceversa l’URSS, a dispetto della sua debolezza economica era una formidabile potenza militare e politica. La Cina è una potenza economica, ma con scarsa presenza militare e politica nelle questioni mondiali, sebbene stia cominciando un cauto e graduale processo di riaffermazione nella politica internazionale.
    “La Cina può arrivare a svolgere un ruolo positivo nella strategia di ricomposizione dei paesi della periferia. Pechino sta gradualmente orientando le sue enormi energie nazionali verso il mercato interno. Per una serie di ragioni che sarebbe impossibile discutere qui, è un paese che ha bisogno di una crescita economica annuale pari all’8% , sia come risposta agli stimoli dei mercati mondiali o a quelli originati dal suo immenso mercato interno- solo parzialmente sfruttato. Se si conferma questa svolta, si può pronosticare che la Cina continuerà ad avere bisogno di molti prodotti provenienti da paesi del Terzo Mondo, quali il petrolio, il nichel, il rame, l’alluminio, l’acciaio, la soia ed altre materie prime ed alimenti.
    “Viceversa, durante la Grande Depressione degli anni 30, l’URSS era poco inserita nei mercati mondiali. La Cina è differente: potrà continuare a svolgere un ruolo molto importante e, come la Russia e l’India (anche se queste in misura minore), comprare all’estero le materie prime e gli alimenti di cui ha bisogno, a differenza di ciò che accadeva con l’URSS ai tempi della Grande Depressione.
    “Negli anni 30 le soluzioni della crisi sono state il protezionismo e la guerra mondiale. Oggi il protezionismo troverà molti ostacoli per la penetrazione dei grandi oligopoli nazionali nei diversi spazi del capitalismo mondiale. La conformazione di una borghesia mondiale presente in gigantesche imprese che, nonostante la loro base nazionale, operano in un’infinità di paesi, rende la scelta protezionistica nel mondo sviluppato di scarsa effettività nel commercio Nord/Nord; le politiche tenderanno – almeno per adesso e non senza tensioni – a rispettare i parametri stabiliti dall’OMC. La carta protezionistica appare molto più probabile quando sarà applicata, e sicuramente succederà, contro il Sud globale. Una guerra mondiale sospinta dalle “borghesie nazionali” del mondo sviluppato disposte a lottare tra di loro per la supremazia nei mercati è praticamente impossibile, perché tali borghesie sono state soppiantate dall’ascesa e dal consolidamento di una borghesia imperiale che si riunisce periodicamente a Davos e per la quale la scelta di un confronto militare costituisce un fenomenale sproposito. Non vuole dire che questa borghesia mondiale non sostenga, come l’ha fatto finora con le avventure militari degli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan, la realizzazione di numerose operazioni militari nella periferia del sistema, necessarie per la preservazione dei profitti del complesso militare-industriale nordamericano ed indirettamente dei grandi oligopoli degli altri paesi.
    “La situazione attuale non è uguale a quella degli anni trenta. Lenin diceva che “il capitalismo non cade se non c’è una forza sociale che lo faccia cadere”. Oggi quella forza sociale non è presente nelle società del capitalismo metropolitano, gli Stati Uniti compresi.
    “Gli Usa, il Regno Unito, la Germania, la Francia ed il Giappone dirimevano nel terreno militare la loro lotta per l’egemonia imperiale.
    “Oggi, l’egemonia e la dominazione si trovano chiaramente nelle mani degli Usa. Sono l’unico garante del sistema capitalista su scala mondiale. Se gli Usa cadessero si produrrebbe un effetto dominò che provocherebbe il crollo di quasi tutti i capitalismi metropolitani, senza menzionare le conseguenze nella periferia del sistema. Nel caso in cui Washington fosse minacciata da un moto popolare tutti accorrerebbero in aiuto, perché è il sostegno ultimo del sistema e l’unico che in caso di necessità può aiutare gli altri.
    “Gli USA sono un attore insostituibile ed il centro indiscusso del sistema imperialista mondiale: solo loro dispongono di oltre 700 missioni e basi militari in circa 120 paesi, costituendo la riserva finale del sistema. Se le altre opzioni falliscono, la forza apparirà in tutto il suo splendore. Solo gli USA possono dispiegare le loro truppe ed il loro arsenale militare per mantenere l’ordine su scala planetaria. Sono, come direbbe Samuel Huntington, “lo sceriffo solitario”.
    “Questo puntellamento del centro imperialista si basa sull’incommensurabile collaborazione degli altri soci imperiali, o dei suoi concorrenti in campo economico, comprendendo la maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che accumulano le loro riserve in dollari statunitensi. Né la Cina, il Giappone, la Corea o la Russia, per indicare i maggiori possessori di dollari del pianeta, possono liquidare il loro stock di quella moneta perché sarebbe una mossa suicida. E’ chiaro che è una considerazione che deve essere presa con molta cautela.
    “La condotta dei mercati e dei risparmiatori di tutto il mondo rafforza la posizione nordamericana: la crisi si approfondisce, le manovre dimostrano d’essere insufficienti, il Dow Jones di Wall Street scende sotto la barriera psicologica dei 7.000 punti – meno del record del 1997! – e nonostante tutto la gente cerca rifugio nel dollaro e scendono le quotazioni dall’euro e dell’oro!
    “Zbigniev Brzezinski ha dichiarato: sono preoccupato perché avremo milioni e milioni di disoccupati, molta gente starà veramente male. E questa situazione continuerà per un po’, prima che eventualmente le cose migliorino.
    “Siamo in presenza di una crisi che è molto più di una crisi economica o finanziaria.
    Si tratta di una crisi integrale di un modello di civiltà che è insostenibile economicamente, politicamente, che deve ricorrere sempre di più alla violenza contro i popoli; insostenibile anche ecologicamente, vista la distruzione, in alcuni casi irreversibile, dell’ecosistema; insostenibile socialmente, perché degrada la condizione umana fino a limiti inimmaginabili e distrugge la trama stessa della vita sociale.
    “La risposta a questa crisi, pertanto, non può essere solo economica o finanziaria. Le classi dominanti faranno esattamente questo: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e riassestare i grandi oligopoli. Rinchiusi nella difesa dei loro interessi più immediati non hanno nemmeno la visione per concepire una strategia più integrale.
    “La crisi non ha toccato fondo”, dice. “Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale. Nessuna altra è stata così grande. Quella tra 1873 ed il 1896 durò 23 anni e si chiamò Grande Depressione. L’altra molto grave è stata quella del 1929. E’ durata altrettanto, non meno di 20 anni. L’attuale crisi è integrale, di civiltà, multidimensionale”.
    Immediatamente aggiunge: “È una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario e bancario, colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti”.
    Se qualcuno prende questa sintesi e la se la mette in tasca, la legge ogni tanto o l’impara a memoria come una piccola Bibbia, sarà più informato, su ciò che succede nel mondo, del 99% della popolazione, dove il cittadino vive assediato da centinaia d’annunci pubblicitari e saturato da migliaia d’ore di notizie, romanzi e film con storie vere o false.

    Fidel Castro
    8 Marzo 2009
    11 e 16 a.m”.

  • LucaV

    Vedo ancora un concetto di sovranità monetaria confuso. Per il resto articolo condivisibile.

  • fengtofu

    NOTA PER TUTTI I TRADUTTORI E INTERPRETI: lo volete capire che il BILIONE è solo una grossa biglia, mentre BILLION semplicemente di traduce con MILIARDO!!!

  • bod-pa

    “…In effetti, il gruppo di potere trema quando i popoli iniziano a credere in se stessi e prendono le redini della situazione. Non c’è bisogno di ideologie, di partiti o di guru, queste cose le hanno create le stesse persone che ci opprimono. C’è bisogno soltanto di credere in se stessi e di non sostenere più il vecchio regime. ”
    Condivido in pieno il concetto, la soluzione è nel nostro vivere quotidiano. Le nostre scelte sono il nostro potere.

  • Franky_Ramone

    🙂