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60 ANNI FA, 13-14 FEBBRAIO 1945: PERCH DRESDA STATA DISTRUTTA

DI JACQUES R. PAUWELS
Global Research

Il mito della guerra buona: l’America nella Seconda Guerra Mondiale.

Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio, Dresda, bella e antica capitale della Sassonia, è stata attaccata ben tre volte, due dalla RAF e una dall’USAF (United States Army Air Force), all’interno di un’operazione che ha coinvolto più di mille caccia bombardieri. Le conseguenze sono state catastrofiche, la città è stata interamente rasa al suolo e il numero dei morti è compreso tra i 25 e i 40 mila.[1] Dresda non era una città strategica dal punto di vista militare o industriale e di certo non rappresentava un target proporzionato all’insolita strategia di attacco delle forze anglo-americane. La città non è stata bombardata per vendicare dei raid tedeschi precedenti su città come Rotterdam o Coventry. A far scontare la distruzione di quelle città, duramente colpite dalla Luftwaffe nel 1940, ci hanno pensato Berlino, Amburgo e Colonia e molte altre città grandi e piccole che hanno pagato duramente nel 1942, 1943 e 1944. Per di più, dall’inizio del 1945, i comandi alleati sapevano perfettamente che anche il più feroce raid aereo non avrebbe “Terrorizzato [così tanto i tedeschi] da farli arrendere”[2] così non sembra molto realistico attribuire a questo motivo la pianificazione del bombardamento. Sembra piuttosto un massacro senza senso e si profila come una premessa del terribile annientamento di Hiroshima e Nagasaki, a causa delle quali, si pensava che il Giappone avrebbe capitolato.

Nei commenti, “Il bombardamento di Dresda, una testimonianza” (Edda West, currentconcerns.ch);

In tempi recenti, il bombardamento di nazioni e città è diventata una strategia usuale, razionalizzata non solo dai nostri leader politici ma presentata dai media come un massacro perfettamente legittimo per ottenere obbiettivi strategici di natura militare. Secondo questa logica anche il terribile bombardamento di Dresda è stato riabilitato da uno storico inglese, Frederick Taylor, sostenendo che l’immensa distruzione della città sassone non fosse stata programmata dagli strateghi dell’attacco ma sia stata un inaspettato risultato causato da circostanze fortuite, incluse le perfette condizioni meteo e le inadeguate difese anti-aeree tedesche.[3] Al di là di questo le dichiarazioni di Taylor sono in contraddizione con un fatto che lui stesso espone nel suo libro, cioè che approssimativamente 40 bombe se ne sono andate per conto loro e sono finite a Praga invece che a Dresda[4]. Se tutto fosse andato secondo i piani, la distruzione di Dresda sarebbe stata ancora peggiore di quello che è stata, quindi è ovvio che un insolito alto grado di distruzione era sottinteso. Ancora più grave è l’insistenza di Taylor sul fatto che Dresda costituisse un target legittimo, non in quanto centro militare ma come importante snodo ferroviario come la maggior parte delle città industriali, in cui un grande numero di imprese e officine producevano ogni sorta di importante equipaggiamento militare. Alla luce dei fatti, però, quella “legittimazione” difficilmente ha giocato un ruolo decisivo nei calcoli della pianificazione dell’attacco. Prima di tutto perché l’unica installazione militare davvero importante, un campo d’aviazione della Luftwaffe situato pochi chilometri a nord della città, non è stato attaccato; secondo, l’importante snodo ferroviario non è stato indicato come target dalla squadriglia di caccia-esploratori inglese “Pathfinder” che hanno guidato i piani di attacco e, terzo, alle formazioni è stato ordinato di sganciare le loro bombe sul centro città, situato più a nord rispetto alla stazione dei treni.[5] Di conseguenza anche se gli americani avessero effettivamente bombardato la stazione uccidendo moltissime persone, essa avrebbe solo relativamente sofferto del danno strutturale causato dalle bombe, comunque talmente piccolo da permettere facilmente il trasporto di truppe durante l’operazione;[6] infine, la maggior parte delle industrie militari di Dresda non erano situate nella città quanto piuttosto nei sobborghi, dove non sono state sganciate bombe, almeno non intenzionalmente.[7]

Non si può però negare che Dresda, come ogni altra grande città tedesca, aveva al suo interno installazioni industriali strategiche dal punto di vista militare e che alla fine qualcuna di queste fu localizzata nel centro della città e distrutta durante i raid ma questo non si collega alla conclusione che l’attacco fosse strategicamente pianificato per questo proposito. Ospedali e chiese furono distrutte e molti prigionieri di guerra alleati (POWs: prisoner of war) che si trovavano in città furono uccisi ma nessuno ha mai discusso di questo fatto. Analogamente, ebrei e dissidenti antinazisti della resistenza, in attesa di deportazione o esecuzione, riuscirono a scappare durante il caos dei bombardamenti[8] ma nessuno disse che questo fosse un obiettivo dei raid. Quindi non c’è nessuna ragione logica per concludere che la distruzione di un numero sconosciuto di installazioni industriali di più o meno grande importanza fosse il motivo fondante del raid. La distruzione dell’industria di Dresda – come la liberazione di una manciata di ebrei – non era niente di più di un effetto collaterale dell’operazione.

È stato suggerito spesso, anche da Taylor, che il bombardamento della capitale sassone fosse da intendere come facilitazione per l’avanzamento dell’ Armata Rossa. I sovietici stessi, a quanto si dice, avrebbero chiesto agli alleati occidentali durante la Conferenza di Yalta (durata dal 4 al 15 Febbraio) di indebolire le resistenze naziste sul fronte orientale con dei raid. Comunque sia non è emersa nessuna prova che confermi questa teoria. La possibilità d’incursioni aeree anglo-americane su target della Germania orientale è stata discussa a Yalta ma durante questi incontri i sovietici hanno espresso preoccupazione riguardo le loro linee di attacco che avrebbero potuto essere distrutte da possibili raid aerei alleati, così chiesero espressamente che la RAF e l’USAAF non operassero troppo presto nell’est della Germania [9] (la paura dei sovietici di essere colpiti da quello che noi ora chiamiamo “fuoco amico” non era poi così campata in aria, lo dimostra il fatto che durante il raid un numero considerevole di aerei bombardò erroneamente Praga, città piuttosto lontana da Dresda e dietro le linee dell’Armata Rossa). In questo contesto il generale sovietico Antonov espresse un interesse generico su “attacchi aerei che avrebbero impedito i movimenti del nemico,” cosa che difficilmente potrebbe essere interpretata come una richiesta di punire Dresda – che, tra parentesi, Antonov non cita nemmeno – o una qualsiasi altra città tedesca a cui riservare il trattamento riservato alla città della Sassonia tra il 13 e il 14 Febbraio. Né a Yalta, come in nessun’altra occasione i sovietici chiesero agli alleati occidentali alcun tipo di supporto aereo che presumesse una qualche forma di distruzione di Dresda. Inoltre, essi non hanno mai dato il loro assenso al piano di bombardamenti della città, anche ammettendo che ne avessero chiesti.[10] In ogni caso sarebbe comunque estremamente spiacevole pensare che gli alleati abbiano risposto con così grande immediatezza ad una possibile richiesta sovietica scatenando la potente flotta di bombardieri che colpì Dresda.

Per comprendere questo concetto, dobbiamo guardare più da vicino le relazioni delle forze inter-alleate all’inizio del 1945. A partire dalla metà, fino alla fine di Gennaio, gli americani continuavano ad essere coinvolti nelle convulse fasi finali della battaglia nelle Ardenne, dove un inaspettato contrattacco tedesco li aveva messi in grande difficoltà. Americani, inglesi e canadesi non avevano ancora superato il Reno, non riuscendo nemmeno a raggiungerne la sponda occidentale, restando distanti da Berlino più di 500 Chilometri.

Contemporaneamente, sul fronte orientale, l’Armata Rossa aveva lanciato una grande offensiva il 12 Gennaio e avanzava rapidamente, fermandosi a circa 100 chilometri da Berlino. La probabilità che i sovietici non solo conquistassero Berlino ma che penetrassero anche nella parte occidentale della Germania preoccupava non poco i leader politici e militari anglo-americani. È realistico credere che, seguendo la linea di questo pensiero, Washington e Londra fossero così ansiose di impedire ai sovietici di conseguire un tale successo? Anche se Stalin avesse chiesto agli anglo-americani appoggio aereo e Churchill e Roosvelt avessero autorizzato un qualche tipo di assistenza, difficilmente il risultato dell’attacco avrebbe potuto essere il bombardamento massiccio e senza precedenti che si è rivelato essere quello di Dresda. Inoltre, attaccare in quel modo significava sganciare centinaia di enormi bombe 2.000 chilometri dietro le linee nemiche, avvicinandosi alle posizioni dell’Armata Rossa così tanto da correre il rischio di sganciare, per errore, delle bombe sui sovietici oppure di essere abbattuti dalla loro contraerea. Freddamente Churchill o Roosvelt si aspettavano di investire un tale capitale umano e materiale arrischiandosi in un’operazione che avrebbe potuto facilitare l’Armata Rossa nel prendere Berlino e possibilmente anche attraversare il Reno prima che lo facessero loro? Assolutamente no. I leader anglo-americani erano indubbiamente dell’opinione che l’Armata Rossa stava avanzando troppo velocemente.

Attorno alla fine di Gennaio del 1945, Roosvelt e Churchill si stavano preparando per andare a Yalta per incontrarsi con Stalin, furono proprio loro a chiedere quell’incontro perché volevano fosse l’occasione per stipulare degli accordi sul futuro della Germania dopo la guerra prima della fine della ostilità. In mancanza di accordi di questo tipo, le realtà militari in campo avrebbero determinato chi avrebbe detenuto il controllo delle regioni occupate e quelle in mano ai sovietici sembravano molte, tanto che l’Unione Sovietica avrebbe determinato unilateralmente le future scelte politiche, sociali ed economiche. Liberando l’Italia nel 1943, Washington e Londra avevano creato un fatidico precedente, negando all’Unione Sovietica ogni tipo di collaborazione nella ricostruzione del paese e fecero la stessa cosa anche per la Francia e il Belgio nel 1944.[11] Stalin, che seguì l’esempio degli alleati quando liberò i paesi dell’Europa dell’est, ovviamente non volle alcun tipo di aiuto e lo stesso per quanto riguarda la Germania, perciò non aveva bisogno neanche di un incontro. Accettò ma insistette per incontrarsi in territorio sovietico, a Yalta, località turistica della Crimea. Contrariamente ai luoghi comuni sulla conferenza, Stalin si dimostrò accomodante accettando la formula proposta dagli inglesi e dagli americani, molto vantaggiosa per loro, che comprendeva una divisione della Germania in Zone di Occupazione, che coprivano approssimativamente un terzo del territorio, e quella che sarebbe stata chiamata “Germania Est” assegnata ai sovietici. Roosvelt e Churchill probabilmente non avevano nemmeno previsto questo felice risultato della conferenza, da cui sarebbero tornati “con uno spirito esultante.”[12]

Nelle settimane che precedettero la conferenza, si aspettavano che il leader sovietico, sostenuto dai recenti successi militari dell’Armata Rossa e che si era assicurato il vantaggio di giocare in casa, sarebbe stato un difficile interlocutore. Così si sentiva l’esigenza di un modo per riportarlo con i piedi per terra, nelle condizioni di fare concessioni, anche se temporaneamente era il favorito dagli dei della guerra.

Rendere chiaro a Stalin la potenza militare alleata è stato cruciale a dispetto dei recenti arretramenti sulle Ardenne in Belgio, per non essere sottostimati. Bisogna ricordare che L’Armata Rossa era composta da enormi quantità di fanti, eccellenti carri armati e da formidabile artiglieria ma gli alleati occidentali avevano tra le mani un asso che i sovietici non potevano giocare.
Si è visto. Quest’arma ha reso possibile agli americani e agli inglesi di lanciare bombe devastanti su target molto lontani dalle proprie linee. Se Stalin si fosse reso conto prima di questo fatto, si sarebbe dimostrato ancora così accomodante con gli alleati di Yalta?

Era stato Churchill a decidere per il totale annientamento della città tedesca, facendolo sotto il naso dei sovietici, mandando allo stesso tempo un chiaro messaggio al Cremlino. La RAF e l’USAAF sono state in grado per la prima volta di colpire in maniera devastante una città tedesca e preparare in ogni dettaglio il piano di un’operazione di questo tipo, chiamata “Operazione Thunderclap”. Durante l’estate del 1944, comunque, quando la rapida avanzata in Normandia faceva sembrare che la guerra sarebbe potuta essere vinta entro la fine dell’anno e già si pensava alla ricostruzione, un’operazione in stile Thunderclap era stata prevista come intimidazione verso i sovietici. Nell’Agosto 1944 un memorandum della RAF ha fatto emergere che “La totale devastazione di una grande città (tedesca)… avrebbe convinto gli alleati russi… dell’effettivo potere aereo delle forze anglo-americane.”[13]

L’operazione Thundeclap sarebbe potuta essere considerata non necessaria al fine di sconfiggere la Germania ma verso la fine del Gennaio 1945, mentre si stava preparando per andare a Yalta, Churchill mostrò all’improvviso grande interesse per questo progetto, insistendo perché fosse subito attuato e ordinando direttamente al comandante dei bombardieri della RAF Arthur Harris, di “ripulire a fondo” una città della Germania dell’est [14].
Il 25 Gennaio il Primo Ministro inglese indicò il luogo in cui avrebbe voluto che i tedeschi fossero letteralmente “bombardati”, cioè da qualche parte “nei loro ritiri (nella parte occidentale) a partire da Breslavia (in inglese Wroclaw, in tedesco Breslau).”[15] In termini di centri urbani, significava indicare esplicitamente D-R-E-S-D-A. Che Churchill stesso fosse dietro alla decisione di bombardare una città della Germania dell’est è stato suggerito anche dall’autobiografia di Arthur Harris, in cui ha scritto che “l’attacco a Dresda è stato spesso considerato come una necessità militare da gente più importante di me.”[16]

Ovviamente Churchill, come ogni altra personalità al suo livello, era in grado di imporre il proprio volere anche allo zar dei bombardamenti strategici. Come ha scritto Alexander McKee, storico militare inglese, “Churchill ha voluto dare una lezione nella notte dei cieli di Dresda” a beneficio dei sovietici. Comunque quando anche l’USAAF fu coinvolta nel bombardamento, si può desumere che Churchill agisse con l’approvazione e l’appoggio di Roosvelt. Gli alleati del Primo Ministro inglese a capo delle gerarchie politiche e militari negli Stati Uniti, incluso il Generale Marshall, condivisero il suo punto di vista, anche loro attratti dall’idea, come scrive McKee, di “intimidire i comunisti (sovietici) terrorizzando i nazisti.”[17] La partecipazione americana nei raid di Dresda non era davvero necessaria, dato che la RAF era indubbiamente capace di cavarsela da sola, ma l’effetto di esagerazione, come risultato di un ridondante aiuto americano, era perfettamente funzionale per dimostrare ai sovietici il letale potere aereo che possiedono gli anglo-americani. C’è anche la probabilità che Churchill non volesse l’intera responsabilità per ciò che sapeva sarebbe stato un terribile massacro, si trattava di un crimine per cui serviva un alleato.

Un’operazione in stile Thunderclap avrebbe comunque danneggiato sia installazioni militari che vie di comunicazione presenti nella città e avrebbe inevitabilmente inferto un altro duro colpo alla già vacillante difesa tedesca ma quando un’operazione di questo tipo è stata lanciata, con Dresda come target, è stato in parte per velocizzare la disfatta del nemico e in parte per intimorire i sovietici. Per usare la terminologia della scuola sociologica americana della “Analisi Funzionale,” colpire i tedeschi più duramente possibile è la “Funzione manifesta” dell’operazione, mentre intimorire i sovietici è la molto più importante funzione “Latente o nascosta.” La massiccia distruzione che ha sconvolto Dresda era stata pianificata – in altre parole era funzionale – non al fine di impressionare e devastare il nemico tedesco ma al fine di dimostrare agli alleati sovietici che gli anglo-americani possedevano un’arma contro cui non c’era partita, non importa quanto potente e di successo fosse l’Armata Rossa, e contro cui non esisteva alcuna difesa adeguata.

Molti generali e alti ufficiali sia americani che inglesi erano indubbiamente a conoscenza della funzione latente della distruzione di Dresda e approvava questo tipo di impresa. Queste informazioni arrivarono ai comandanti locali della RAF e dell’USAAF così come al “Master bomber” (equipaggio del bombardiere della squadriglia Pathfinder incaricato di determinare i target e a portare l’illuminazione dove servisse); dopo la guerra due master bomber dichiararono di ricordare che gli fosse stato chiaramente detto che quell’attacco era programmato per “impressionare i sovietici colpiti in pieno dal potere del nostro comando di bombardieri”[18], ma i sovietici, che finora avevano dato il maggior contributo alla guerra contro i nazisti e che avevano non solo sofferto le maggiori perdite ma si erano anche aggiudicati i maggiori successi, come per esempio a Stalingrado, si guadagnarono anche le simpatie di gran parte dei ranghi più bassi degli eserciti alleati, squadriglie incluse. Quindi l’intimidazione dei sovietici sarebbe stata vista di malocchio da questa parte delle truppe, invece – l’annientamento di una città tedesca dall’aria – era qualcosa che certamente avrebbero portato a termine. Era quindi necessario camuffare l’obbiettivo dell’operazione con un ordine che apparisse razionale. In altre parole, poiché la funzione latente del raid era “indicibile” c’era bisogno di una funzione manifesta convenzionale e quindi “dicibile”.

Per questo motivo i comandanti stanziati nelle regioni e i master bomber furono istruiti per formulare obbiettivi diversi per il bene delle truppe, con la speranza che fossero credibili. Alla luce di tutto ciò, possiamo capire perché il rispetto delle istruzioni da parte degli stormi cambiarono da unità a unità e spesso furono contraddittorie e anche fantasiose. La maggior parte dei comandanti pose l’enfasi sui target militari, su ipotetiche fabbriche di munizioni e sull’annientare armamenti e strutture; Dresda fu destinata al ruolo di “città fortificata” in cui si trovava qualche tipo di “quartier generale dell’esercito tedesco.” Spesso ci furono anche vaghi riferimenti a “importanti installazioni industriali” e a “depositi ferroviari.” Per spiegare alle squadre perché il target fosse il centro città e non i sobborghi industriali, qualche comandante parlò dell’esistenza di un “quartiere generale della Gestapo” e di “enormi industrie di gas velenoso.” Alcuni dei portavoce non furono altrettanto capaci di inventarsi target immaginari di questo tipo oppure furono riluttanti nel farlo, per cui dissero più laconicamente che le bombe dovevano essere sganciate sul “centro abitato di Dresda” o semplicemente “su Dresda.”[19] Distruggere il centro abitato di una città tedesca, sperando di fare più danno possibile a installazioni militari e di comunicazione, è l’essenza del piano alleato, o quantomeno inglese, della strategia della “Area bombing.”[20] I membri degli equipaggi hanno saputo accettare questo crudo fatto di vita, o meglio di morte, ma nel caso di Dresda molti di loro si sentirono a disagio. Con rispetto alcuni misero in discussione i bersagli del raid ed ebbero la sensazione che in questo bombardamento ci fosse qualcosa di insolito e di sospetto; di certo non era un’operazione di routine come la presenta Taylor nel suo libro. Per esempio l’operatore radio di un B-17 dichiarò in una comunicazione confidenziale che questa “fu l’unica volta in cui (lui e gli altri) sentirono che la missione era insolita.” Il senso di ansia espresso dalle truppe nacque anche dal fatto che in molti casi, durante i briefing con i comandanti, non ci furono i consueti auguri e gli incontri si svolsero in un glaciale silenzio.[21]

Direttamente o indirettamente, intenzionalmente o no, le istruzioni e i briefing con le squadre rivelarono il vero scopo dell’attacco. Per esempio, una direttiva della RAF rivolta a truppe e squadriglie, inviata proprio il giorno dell’attacco, il 13 Febbraio 1945, riportava inequivocabilmente che le intenzioni erano quelle di “mostrare ai russi, quando avrebbero raggiunto la città, che cosa era in grado di fare il comando bombardieri.”[22] In queste circostanze è difficile sorprendersi che parte delle truppe conoscesse perfettamente che colpire Dresda servisse a spaventare i sovietici. Un membro canadese di una squadriglia, dopo la guerra, ha dichiarato di essere convinto che Dresda avesse lo scopo di chiarire ai sovietici che “si sarebbero dovuti comportare bene, altrimenti gli avremmo mostrato cosa avremmo potuto fare anche con le città della Russia.”[23]

La novità della grave distruzione di Dresda causò grande disagio tra i civili, sia inglesi che americani, che condividevano con i soldati la simpatia per i sovietici e i quali, dopo aver saputo del raid, percepirono allo stesso modo che in questa operazione c’era qualcosa di quantomeno insolito se non sospetto. Le autorità provarono a esorcizzare quella sensazione di generale disagio spiegando che l’operazione era uno sforzo bellico che avrebbe facilitato l’avanzata dell’Armata Rossa. In una conferenza stampa tenuta dalla RAF, nella Parigi liberata, il 16 Febbraio 1945, fu detto ai giornalisti che la distruzione di questo “Centro strategico per le vie di comunicazione” situato nei pressi del “fronte russo” è stato ispirato dal desiderio di rendere possibile ai russi di “continuare la loro battaglia con successo.” Che questo fu soltanto uno dei motivi, confezionato ad arte dopo quel grande avvenimento da parte di coloro che oggi definiremmo “Spin Doctors” [persone formalmente incaricate di presentare le scelte di un partito politico sotto una luce favorevole n.d.t.] ce lo rivela lo stesso portavoce militare, che titubando riconosce di “pensare” che ci possa essere stata la “possibilità” di un’intenzione di assistere i sovietici.[24]

L’ipotesi che l’attacco a Dresda avesse l’intenzione di intimorire i sovietici si spiega non solo dall’enormità dell’operazione ma anche per la scelta del target. Agli ideatori di Thunderclap Berlino sembrava la città perfetta. A partire dal 1945, però, la capitale tedesca fu bombardata ripetutamente. Ci si poteva aspettare che un ennesimo raid, non importa quanto devastante, avrebbe avuto lo stesso effetto sui sovietici mentre loro si apprestavano a combattere per la città? La distruzione completa in 24 ore sarebbe apparsa molto più spettacolare se la città in questione fosse stata abbastanza grande, compatta ma soprattutto “vergine” (non ancora bombardata). Dresda, scampata fino a quel momento, ebbe la sfortuna di rientrare perfettamente in quei criteri, in più il comando anglo-americano si aspettava che i sovietici raggiungessero la città entro pochi giorni, così da vedere con i loro occhi cosa la RAF e l’USAAF erano state in grado di fare. In realtà i sovietici entrarono in città molto dopo il previsto, l’8 Maggio 1945, però gli effetti della distruzione ebbero da subito l’effetto sperato. Le linee sovietiche erano situate solo a poche centinaia di chilometri da Dresda, così che gli uomini e le donne dell’Armata Rossa avrebbero potuto comunque ammirare lo splendore dell’inferno di Dresda dal loro orizzonte notturno. Si dice che la tempesta di fuoco fosse visibile da 300 chilometri di distanza.

Se si vede l’intimidazione dei sovietici come funzione latente rispetto a quella reale di distruggere Dresda, allora si spiegherebbero anche i tempi dell’operazione. Si prevedeva che l’attacco dovesse avere luogo, come sostengono alcuni storici, il 4 Febbraio del 1945, ma che questo fu rinviato al 13, 14 Febbraio causa maltempo.[25] La conferenza di Yalta iniziò proprio il 4 Febbraio. Se i fuochi d’artificio fossero partiti quel giorno, forse avrebbero impensierito Stalin. Il leader sovietico, che volava alto per i suoi recenti successi, sarebbe stato bruscamente riportato con i piedi per terra dalle forze aeree alleate, perdendo credibilità come interlocutore e diventando più accomodante. Questa spiegazione si riflette chiaramente in un commento del generale americano David M. Schlatter, rilasciato una settimana dal rientro da Yalta:


“Io credo che le nostre forze aeree siano il nostro asso nella manica nel sederci al tavolo delle trattative, e questa operazione (il progetto del bombardamento di Dresda o di Berlino) sarà di grandissimo aiuto al loro sforzo bellico o forse di una presa di coscienza del loro sforzo bellico.”[26]

Il progetto di bombardare Dresda non era stato affatto cancellato, solo rimandato. Si pensava che questo tipo di dimostrazione di potenza militare avrebbe avuto degli effetti psicologici positivi (per gli alleati occidentali) anche dopo la fine della conferenza. Si continuava a pensare che prima o dopo i sovietici sarebbero entrati a Dresda e che avrebbero visto subito quale orribile distruzione erano in grado di causare le forze aeree alleate in una sola notte. Dopo che i vaghi accordi presi a Yalta fossero stati messi in pratica, gli “uomini del Cremlino” si sarebbero di certo ricordati di che cosa avevano visto a Dresda, riportando esattamente ciò che Londra e Washington si aspettavano. Quando verso la fine delle ostilità, le truppe americane ebbero la possibilità di entrare a Dresda prima dei sovietici, Churchill glielo impedì: anche nel momento in cui il primo ministro inglese era molto ansioso di occupare più territorio possibile anche grazie agli alleati americani, continuò ad insistere perché fossero i russi ad occupare Dresda, per essere sicuro di beneficiare degli effetti del bombardamento.

Dresda fu distrutta per impressionare l’esercito sovietico, come dimostrazione dell’enorme potere di fuoco delle forze aeree anglo-americane, di come potessero portare morte e distruzione anche a molte centinaia di chilometri dalle loro basi. Il messaggio era chiaro: questa potenza di fuoco potrebbe arrivare fino in Russia.

Questa interpretazione spiega le molte peculiarità del bombardamento di Dresda, come l’enormità dell’intera operazione, della compartecipazione in un singolo raid sia della RAF che dell’USAAF, della scelta di una città “vergine”, dell’incredibile devastazione, dei tempi scelti per l’attacco e per il fatto che l’ipotetica stazione ferroviaria molto importante, le fabbriche in periferia, e una base della Luftwaffe non fossero tra gli obiettivi. Il bombardamento di Dresda ha avuto ben poco a che fare con la guerra contro i nazisti: era un messaggio per Stalin da parte degli anglo-americani, un messaggio che è costato decine di migliaia di vite umane. Dopo qualche anno sarebbero seguiti altri due sottili messaggi diretti all’attenzione di Stalin, da parte della nuova e letale arma americana: la bomba atomica.[27] Dresda ebbe poco a che fare con la guerra al nazismo; molto di più invece, se non del tutto, ebbe a che fare con un nuovo tipo di conflitto in cui il nemico era l’Unione Sovietica.
La Guerra Fredda nacque dal calore orribile degli inferni di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

NOTE

[1] Frederick Taylor. Dresden: Tuesday, February 13, 1945, New York, 2004, pp. 354, 443-448; Götz Bergander, Dresden im Luftkrieg. Vorgeschichte, Zerstörung, Folgen, Weimar, 1995, chapter 12, and especially pp. 210 ff., 218-219, 229;
“Luftangriffe auf Dresden“, http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p. 9.

[2] A questo proposito vedere i commenti fatti dal Generale Spaatz in Randall Hansen, Fire and fury: the Allied bombing of Germany, 1942-45, Toronto, 2008, p. 243.

[3] Taylor, p. 416.

[4] Taylor, pp. 321-322.

[5] Olaf Groehler. Bombenkrieg gegen Deutschland, Berlin, 1990, p. 414; Hansen, p. 245; “Luftangriffe auf Dresden,” http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p.7

[6] “Luftangriffe auf Dresden,” http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p. 7.

[7] Taylor, pp. 152-154, 358-359.

[8] Eckart Spoo, “Die letzte der Familie Tucholsky,” Ossietzky, No. 11/2, June 2001, pp. 367-70.

[9] Taylor, p. 190; Groehler, pp. 400-401. Citando uno studio riguardo Yalta, l’autore inglese del più recente studio del bombardamento alleato durante la ll guerra mondiale sottolinea che i sovieici “Chiaramente preferirono lasciar fuori RAF e USAAF dai territori che presto avrebbero occupato” ; vedi see C. Grayling, Among the Dead Cities: Was the Allied Bombing of Civilians in WWII a Necessity or a Crime?, London, 2006, p. 176.

[10] Alexander McKee. Dresden 1945: The Devil’s Tinderbox, London, 1982, pp. 264-265; Groehler, pp. 400-402.

[11] Vedi R. Pauwels, The Myth of the Good War: America in the Second World War, Toronto, 2002, p. 98 ff.

[12] Ibid., p. 119.

[13] Richard Davis, “Operation Thunderclap,” Journal of Strategic Studies, 14:1, March 1991, p. 96.

[14] Taylor, pp. 185-186, 376; Grayling, p. 71; David Irving. The Destruction of Dresden, London, 1971, pp. 96-99.

[15] Hansen, p. 241.

[16] Arthur Travers Harris, Bomber offensive, Don Mills/Ont., 1990, p. 242.

[17] McKee, pp. 46, 105.

[18] Groehler, p. 404.

[19] Ibid., p. 404.

[20] Gli americani preferiscono chiamare la strategia “bombardamento di precisione” (precision bombing), precisione molto più teorica che pratica.

[21] Taylor, pp. 318-19; Irving, pp. 147-48.

[22] Citazione da Groheler, p.404. Vedi anche Grayling, p. 260.

[23] Citato in Barry Broadfoot, Six War Years 1939-1945: Memories of Canadians at Home and Abroad, Don Mills, Ontario, 1976, p. 269.

[24] Taylor, pp. 361, 363-365.

[25] Vedi come esempio Hans-Günther Dahms, Der Zweite Weltkrieg, second edition, Frankfurt am Main, 1971, p. 187.

[26] Citato in Ronald Schaffer. “American Military Ethics in World War II: The Bombing of German Civilians,” The Journal of Military History, 67: 2, September 1980, p. 330.

[27] A. C. Grayling, per esempio, scrive nel suo nuovo libro sui bombardamenti alleati che “bisogna riconoscere che uno dei maggiori motivi che spinsero all’uso della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki fu quello di dimostrare ai russi la superiorità bellica degli Stati Uniti, cosa che ha ottenuto… Nel caso di Dresda purtroppo è successo qualcosa di simile.”

JACQUES R. PAUWELS ha insegnato storia europea presso: University of Toronto, York University e University of Western Ontario. E’ autore di “The Myth of the Good War
The USA in World War II
”. James Lorimer, Toronto, 2002.

Titolo originale: “The Myth of the Good War: America in World War II”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
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09.02.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA COLOMBI

Pubblicato da Das schloss

  • rosacroce

    il demonio …………..all’opera,con i suoi servi .

    S’AGITA MOLTO ,PERCHè SA ‘ CHE HA POCO TEMPO.
    STA DISTRUGGENDO TUTTO ,FRA POCO non resterà + nulla da distruggere.
    solo se stesso ,,,fosse ora……….
    FINALMENTE.

  • Rossa_primavera

    Al termine di questo articolo mi sarei aspettato anche qualche parola di cordoglio per i tedeschi e i giapponesi che,poveretti,sono stati i due popoli vittime della cattiveria alleata nella seconda guerra mondiale.
    Furono solo gli americani i criminali di guerra nella seconda guerra mondiale,tutti gli altri,tedeschi,russi,giapponesi tennero un comportamento impeccabile e irreprensibile.Tra un po’ ci diranno che gli ebrei hanno deportato e sterminato milioni di tedeschi,vedere questo
    proposito lo splendido ed ironico film di Tarantino,bastardi senza gloria.

  • Bazu

    13-14 febbrauio 1945: 60 anni fa?

  • Tonguessy

    ” I leader anglo-americani erano indubbiamente dell’opinione che l’Armata Rossa stava avanzando troppo velocemente.”
    Già, Yalta, la spartizione dell’europa, le truppe russe che avanzano vittoriose.
    Gli angloamericano non hanno trovato di meglio che far vedere cosa vale la loro aviazione. Non bombardarono mai gli stabilimenti della IG Farben, la vera anima della SGM. Basti pensare che Auschwitz non era nient’altro che un campo di schiavismo, dove i detenuti lavoravano gratis per quella fabbrica; che la maggior parte del carburante necessario per movimentare le forze armate naziste veniva prodotto tramite l’idrogenazione del carbone; che dalle ceneri della Farben nacquero gli odierni colossi della chimica e big pharma come Hoechst, Basf, Bayer, etc…
    Gli stabilimenti della IF Farben, benchè ben noti, passarono indenni il test dei bombardamenti della SGM. Neanche un graffio. Incredibile dite?
    Date un’occhiata qui
    http://www4it.dr-rath-foundation.org/notizie/lettere_aperte/2007_07_jul_20.html
    Molto meglio bombardare i civili. Prima li hanno usati i nazisti per i loro scopi (fossero militari o industriali) dopo li hanno usati gli angloamericani per fermare la superiorità di terra russa nella guerra di liberazione.
    E non dimentichiamoci che con la loro evidente supremazia di terra i russi sarebbero arrivati in Normandia con una certa velocità. Molto meglio quindi far massacrare qualche migliaio di soldati angloamericani da portare come carta a Yalta, no?
    Eccola qui la storia:
    http://groups.google.it/group/approfondimenti/browse_thread/thread/487c7c05a98f62aa?hl=it

  • anonimomatremendo

    Ma ti pare che in una cittá di 900 000(200 000 rifugiati) completamente rasa al suolo da devastanti bombe incendiarie alla fine solo 25 000-40 000 siano morti,ossia solo il 3- 4% circa della popolazione?

  • Cornelia

    Si, i bombardamenti non fanno catastrofici numeri di vittime, meno di una vittima per ogni bomba (parlo delle bombe tradizionali). E 30.000 morti in una città non tanto grande, è sicuramente un numero enorme per un bombardamento.

    Considera che il terribile bombardamento di San Lorenzo a Roma, in cui furono colpiti 5 quartieri, ha prodotto 3000 vittime con ben 4000 bombe.

  • TizianoS

    Mettere in dubbio i 6 milioni di morti ebrei durante la II^ G.M. in Germania è reato, ma non è affatto un reato diminuire le vittime tedesche.

    I governi europei vogliono creare la massima confusione tra cifre e responsabilità: poiché gli ebrei furono vittime innocenti, il “mito” dei 6 milioni della shoà diventa intoccabile, e poiché i tedeschi furono colpevoli, le loro vittime possono essere spudoratamente minimizzate.

    Mio padre aveva impiantato negli anni ’30 una gelateria a Dresda che andò completamente distrutta nel bombardamento anglo-americano del 13-14 febbraio 1945. Io all’epoca avevo 7 anni, ed ero ritornato con la famiglia in Italia. Ma mi ricordo benissimo che la città era abitata soprattutto da donne, vecchi, bambini, e, all’epoca del bombardamento, da tedeschi in fuga dai russi. La miseria in città era grande, i negozi desolatamente vuoti. Di tutti i conoscenti che avevamo lì, padrone, vicini di casa, dipendenti, ecc. non si ebbe più nessuna notizia. Secondo i calcoli di allora, i morti nel bombardamento furono 200.000, e considero questa cifra realistica, dato il particolare tipo di esplosivo impiegato (bombe al fosforo). Mi indigna non poco vedere questa cifra portata a 25/40.000.

  • nautilus55

    Sono rimasto stupito nel non trovare, nella bibliografia, l’ottimo “La Germania bombardata” di Friedrich Jorg. Lo consiglio a chi vuole approfondire l’argomento.

  • francesco67

    … “Basti pensare che Auschwitz non era nient’altro che un campo di schiavismo, dove i detenuti lavoravano gratis per quella fabbrica”…
    Era opportuno gasarli tutti se lavoravano?
    Un saluto.

  • Tonguessy

    Morte per sfinimento, questa era la causa maggiore. Dai un’occhiata a come si presentarono i reclusi alla liberazione da parte degli alleati. Che poi una volta morti li gasassero o meno lo trovo solo un dettaglio.

  • maristaurru

    Perchè Dresda , è il titolo dell’articolo a contenuto stroriografico, e come analisi storica niente da dire.

    Mancano le persone, mancò allora la pietas e la considerazione per le persone, come manca ora, e non alludo all’articolo, ma al gioco sporco che stanno facendo ai popoli con le loro “guerre economiche”.. altro che bufala della crisi: aggiustamenti tra banche per guerre economiche, basta finzoni, se gli lasciamo mano libera, visto che succede, che è successo?
    La persone, noi, gli abitanti innocenti di Dresda una città SENZA DIFESE DISARMATA e distrutta in questo modo che vi racconto in breve e che è riportato da molti e confermato da chi a quell’inferno è miracolosamente sopravvissuto:

    …Quello che fecero a Dresda fu di una cattiveria sconvolgente : gli Inglesi illuminarono a giorno con i bengala la cittadina, poi intervennero i Mosquitos che centrarono lo stadio fino a fare sollevare una colonna di fuoco, ad illuminare bene il bersaglio, mentre quelli si ritiravano arrivarono i Lancaster con un enorme carico di bombe che lanciarono su tutta la indifesa città.

    Allontanatisi gli aerei, cominciarono ad arrivare i soccorsi dalle città vicine e gli abitanti ad uscire dai rifugi, era la una e 28 del 14 febbraio quando arrivò la seconda ondata di bombe incendiarie che provocarono la voluta tempesta di fuoco: gli incendi arrivarono a produrre un vento che raggiunse la velocità di almeno 300 km orari, e questo aveva la forza di aspirare e bruciare tutto, cose, animali, uomini nel raggio di 1 km.
    Anche coloro che erano rimasti nei rifugi morirono e per i veleni sprigionati dalle fiamme e perché risucchiati dalle aperture lasciate per poter fuggire alla svelta alla occorrenza. All’alba la furia del fuoco sembrò calmarsi, i pochi sopravvissuti vaganvano inebetiti quando alle 12 arrivarono 311 Fortezze volanti Americane che sganciarono 771 tonnellate di bombe su quei pochi che erano rimasti, distrussero tanto bene la innocente cittadina che non fu nemmeno possibile spegnere gli incendi, reti elettriche ed idriche erano totalmente distrutte.

    Fu anche difficile accertare il numero dei morti, molti corpi si fusero con l’asfalto e oltre tutto la città era piena di rifugiati dall’est, si è parlato di 200 mila morti.

    Una pazzia che non trovava nemmeno giustificazione nella necessità militare, ma che fu voluta freddamente e colpevolmente solo come dimostrazione di forza verso i sovietici, insomma: mentre tanti morivano e soffrivano nel mondo, c’era chi già pensava con lucida determinazione al dopo guerra ed alle spartizioni.

    da:

    http://www.maristaurru.com/index.php/Articoli/Dresda-Tempesta-di-fuoco-un-massacro-disumano.html

  • Nellibus1985

    Non mi stupisco di certo del comportamento tenuto dagli alleati durante la seconda guerra mondiale. Americani ed inglesi rasero al suolo diverse città tedesche, lasciando sul campo un numero imprecisato di vittime e l’Armata Rossa non andò certo per il sottile mentre avanzava in direzione di Berlino. Non credo ci sia niente di nuovo fin qui, e non credo nemmeno che si potesse pretendere qualcosa di diverso. L’orrore si palesò, in tutta la sua forza, negli scranni di Norimberga, dove i vincitori cercarono di far passare per “legittime” le proprie porcherie e illegittime quelle compiute dai vinti. Questa è la mia opinione. Saluti.

  • lucamartinelli

    concordo. la storia scritta e dettata dai vincitori non ha valore. solo i fatti hanno valore. sicuramente i crimini degli angloamericani hanno superato quelli tedeschi. soprattutto se pensiamo che milioni di tedeschi sono stati volutamente lasciati morire di fame a guerra finita e che il saccheggio della Germania è stato tale che anche a 60 anni di distanza si vergognano di raccontarlo.

  • Erwin

    Ciò che dovrebbe far meditare è il fatto che gli Europei si sono tenuti i loro morti nel cuore,senza manifestazioni ,clamori,”feste”.
    Altri si sono “VENDUTI” i loro pretesi morti!

  • lucamartinelli

    raccontare la storia sottolineando aspetti di cui nessuno parla è molto interessante ed è anche piu’ esatto. l’ambiguita’ dell’alleanza tra angloamericani e sovietici non viene sottolineata abbastanza. Stalin era molto sospettoso sul ritardo dell’apertura del secondo fronte e siccome non era stupido probabilmente aveva visto giusto.arrivo’ ad accusare apertamente gli alleati di ritardare ad arte l’apertura del secondo fronte per metterlo in difficolta’. Churchill era ferocemente antibolscevico e non faceva mistero di voler stringere la mano ai russi “il piu’ a est possibile”. in sostanza, osservando le date si nota che la guerra in Europa si fermo’ come se gli inglesi aspettassero di vedere come andava a finire l’operazione Barbarossa, nella speranza che Hitler liquidasse Stalin. quando le cose si misero diversamente la guerra riprese con una foga dettata appunto dal fatto che Churchill non desiderava certo vedere i russi in Normandia. infatti, dopo soli 11 mesi dallo sbarco del giugno 44 la guerra in Europa terminava. sono d’accordo anche sul resto del tuo commento, anche se tocca un discorso delicato e pericoloso. basta poco nel nostro regime per farsi dare dell’antisemita.

  • lucamartinelli

    certamente, soprattutto i russi, che ne hanno avuti davvero una ventina di milioni. non hanno fatto del loro olocausto una industria.

  • Erwin

    In fondo il male non è aver sfruttato un evento…il vero problema è che i sudditi governi europei hanno “convalidato” quella truffa!

  • Diapason

    “che una volta morti li gassassero” ???
    Morivano a causa del gas, non venivano gassati dopo morti. Suppongo sia solo distrazione.
    In ogni caso:
    – gli internati nel complesso di numerosi campi di concentramento complessivamente identificati come “Auschwitz-Birkenau” non lavoravano per la IG Farben
    – le gassazioni erano riservate a vecchi, donne, bambini, malati, tutti coloro che non offrivano sufficenti garanzie di abilità lavorativa prolungata
    Ossia: quando un convoglio ferroviario di deportati entrava nel campo, il suo contenuto umano veniva filtrato in “abili al lavoro” e “da eliminare subito” (e anche “da inviare a Mengele per i suoi esperimenti”…).

  • maristaurru

    Ci sono delle differenze di base di cui dover tenere conto: Ebrei: un popolo torturato e perseguitato, l’olocausto non potev poprio esser nascosto.
    Popolazioni europee vittime di guerra, i poteri forti, politici ed economici potevno belissimo, e lo hanno fatto concordi, con la copertura delle “operazioni di guerra” nascondere le soffernze assassine inflitte aipopoli, assassini perchè no giustificate dalla guerra, ma solo un di più come il caso di Dresda, ma anche di molti altri, crimini compiuti fredddamente, solo col pensiero rivolto al “dopoguerra” alle spartizioni del bottino di guerra. E si sonon impegntai a farci un bel gioco delle tre carte.

    Niente di nuovo sotto il sole, ci risiamo , in realtà c’è una guerra ora in atto, noi siamo e vere vittime, sottoposti a pressioni economiche e impoverimenti, disoccupazione, precariato e quello che verrà, immigrazione di bassa qualità compresa, perchè noi, il nostro lavoro, le nostre terre, ecc.. siamo il bottino di guerra, e se non ve ne siete ancora accorti.. è ora di aprire gli occhi e chiamare ogni cosa col suo giusto nome. siamo in guerra e noi siamo le vittime e lo saranno anche queeeli che si sentono al sicuro . I politicanti se fossero seri, ci dovrebbero dire la verità, tutto si gioca sulla nostra pelle , dovremmo esser messi a parte

  • anonimomatremendo

    Erano bombe… INCENDIARIE

    vedi qui [cronologia.leonardo.it]

  • anonimomatremendo

    Davvero ripugnante il conformismo di certi “storici”.Per loro i morti sono solo quelli che sono stati sepelliti nel cimitero(circa un 20 000),gli altri ovviamente non esistono,pura cenere.

  • anonimomatremendo

    I calcoli di allora erano molto piu´realistici,adesso il calcolo lo fanno sulla base dei cadaveri che furono ritrovati e sepelliti.Ovviamente chi non fu ritrovato perché incenerito non viene conteggiato.Pensa che all epoca la cittá come minimo faceva 900 000 abitanti compresi i rifugiati ,e tra tutti questi,in un tale inferno di fuoco,avrebbero perso la vita solo un 3-4%.Ma poi basta veder le foto per rendersi conto.Spero che questa infamia dello sminuire la gravitá di certi fatti finisca al piu´presto.Ciao.

  • Erwin

    Se ho capito:
    il cosidetto “olocausto” ebraico(ammesso 6.000.000 e non concesso) non si poteva nascondere.
    Quello di 54.000.000 di altri esseri umani,si?
    Solo una mente malvagia può scrivere ciò.

  • anonimomatremendo

    La cosa incredibile é che persino sulla wikipedia tedesca riportano la ridicola cifra di 20-30 000 morti, minimizzando poi su tutto il resto.Ma chi le scrive certe cose?

  • buran

    Se si legge la corrispondenza fra Stalin, Churchill e gli USA (pubblicata in Unione Sovietica anche in lingua italiana) si vede che, con un linguaggio diplomatico ma esplicito e secco, e a volte insofferente, l’apertura del secondo fronte sia il leit motiv delle richieste sovietiche in quel periodo. Gli aiuti in termini di forniture militari sono solo il contentino minimo pagato dagli angloamericani per il fatto che l’URSS, per un lunghissimo periodo, reggesse da sola lo scontro con le forze dell’Asse (non solo tedeschi, ma italiani, rumeni etc.) sul territorio europeo. Chiaro il tentativo protrattosi fino all’inverosimile per indebolire l’ Urss lasciandola da sola a combattere contro i nazisti e a logorarsi. Ad Est, anche nel dopoguerra, il bombardamento di Dresda non fu dimenticato. Ho visitato la città negli anni 80: il centro storico della città era stato proclamato monumento e lasciato volutamente distrutto, senza toccarlo. Passeggiare lì dentro faceva uno strano effetto, con alberi e vegetazione cresciuti tra le macerie, muri e pezzi di case anneriti: il tutto era suggestivo e serviva allo scopo di non dimenticare quella carneficina. Non so se ora, come penso, anche quei luoghi siano stati oggetto delle stesse speculazioni edilizie che abbiamo visto a Berlino dopo l’89

  • Diapason
  • Tonguessy

    “gli internati nel complesso di numerosi campi di concentramento complessivamente identificati come “Auschwitz-Birkenau” non lavoravano per la IG Farben”

    Davvero? E com’è che ” La IG Farben nel 1941 costruì ad Auschwitz la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando la mano d’opera del vicino campo di concentramento. Si trattava di un impianto per la produzione di petrolio sintetico e di gomma (detta Buna) dal carbone ad Auschwitz, il ché segnò l’inizio dell’attività delle SS e dei campi di questo luogo durante l’olocausto[1]. Nel 1944 questa fabbrica faceva uso di 83.000 schiavi.”?
    http://it.wikipedia.org/wiki/IG_Farben
    Una delle più grosse banche svizzere, la UBS, ammette:” The bank has confirmed it owned a cement factory where SS officers forced at least 400 prisoners from the nearby Auschwitz concentration camp to work.”

    http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/europe/869789.stm
    Non solo IG Farben, quindi. Comunque di schiavismo si trattava. Schiavismo della peggiore specie perchè almeno gli antichi capitalisti delle ere passate badavano bene a non uccidere di lavoro i propri schiavi. I nazisti invece li ammazzavano di lavoro e poi li gassavano o qualsiasi altra cosa.
    Più interessante ancora è il tentativo di far pagare alle industrie tedesche il lavoro svolto dagli schiavi di allora. Solo grazie a quelle disumane pratiche la germania fu in grado di produrre la forza bellica di cui serbiamo ancora il ricordo.
    ” Historians have reached a consensus concerning the massive used of involuntary labor by German industry during WWII…. From and after 1942, SS units combed conquered Europe, forcibly rounding up inhabitants for deportation to forced labor camps, where they were required to perform industrial labor under appalling conditions without compensation. German corporations, anxious to meet production schedules and consumed with greed in an effort to earn enormous wartime profits, competed with one another for access to the pool of involuntary labor, often lobbying high Nazi officials for preferential treatment in labor allocations, and actually buying laborers from the SS in formal slave auctions.”
    http://financialservices.house.gov/banking/91499bn.htm
    Vero o meno che siano leggevo le confessioni di un ex-kapò che diceva come la permanenza dei detenuti (vivi o morti che fossero) nelle camere a gas aveva il compito di rendere più semplice la cremazione. Per una cremazione “normale” ci vuole una quantità di tempo e energia che i nazisti non avevano. Con i corpi umani riempiti di gas la combustione è più semplice.
    Sul terzo punto concordo: a parte gli esperimenti di Mengele, perchè tenere in vita dei bambini? Solo recentemente la pubblicità ha scoperto il loro ruolo di consumatori, ma questo avviene adesso che esiste la tivù. I nazisti non avevano ancora affinato la propaganda infantile, ma solo per mancanza di mezzi.

  • Diapason

    In nessuno dei tre siti web da te citati c’è chiara connessione tra “ebreo” e “lavoro nella IG Farben”.
    Di più: non c’è alcun chiaro riferimento all’uso di ebrei nel lavoro industriale in generale.
    I tedeschi non si fidavano degli ebrei per la produzione di materiali strategici (munizioni, chimica, meccanica) e quindi, salvo saltuarie, fortunose o incidentali occasioni (vedasi quanto raccontato nel film Schindler’s list, verso la fine: ebrei che fabbricano granate anticarro… Probabilmente per PAK 75 o 88, ma non è dato sapere se è una libertà artistica nel film o effettivamente gli SchindlerJuden hanno fabbricato munizionamento) il loro lavoro forzato era limitato ad ambienti in cui difficilmente un loro sabotaggio sarebbe stato particolarmente incidente.
    La manodopera forzata di cui si parla è quella risultante dalle retate condotte nei territori europei occupati. A parte gli slavi, che erano effettivamente degli schiavi e, come gli ebrei, non godevano di alcuna minima fiducia (quindi anch’essi relegati ad attività produttive a bassa-media sensibilità) gli altri (francesi, italiani, greci, cechi) lavoravano anche agli armamenti, e le autorità potevano contare su un certo livello di fiducia grazie al ricatto esercitato sulla vita dei familiari dei lavoratori forzati, oltre che sulla falsa promessa di un loro ritorno in patria una volta terminato il turno di lavoro.

  • maristaurru

    Non potevano riuscire a coprire l’olocausto, era nel progrmma ufficiale del nazismo eliminare ebrei, rom, testimoni di geova, disabili e non so se dimentico qualcuno, non era possibile nasconderlo, si può al massimo fare una lotta ridicola sul numero delle vittime

    Hanno potuto invece nascondere i morti per bombe, i massacri come quello di Dresda,e fare passare per operazione di guerra l’omicidio, l’assassinio, lo sterminio di gente indifesa, come è stato fatto non solo a Dresda, e solo per acquistare “crediti” in vista delle future spertizioni di guerra.

    Io che scrivo queste cose sono malvagia? Boh ! Io non ho spartto nè potere nè soldi e non ho ammazzato nessuno, non sto dalla parte di nessuno, non mi batto per sminuire gli orrori dell’olocausto, e sono addolorata e denuncio Dresda e i mille vili di ogni colere che hanno approfittato della guerra anche in italia , per coprire i loro misfatti…
    quindi mi pare di capire, poichè non scrivo parole di circostanza , nè stendo pietosi veli, ho una mente malvagia?

    Alla faccia del pensiero raziocinante!! Stammi bene e continua così che vai bene.

  • Truman

    Chiaramente oggi sono 65 anni, ma il titolo dell’articolo originale dice proprio 60, pur essendo di febbraio 2010. Il libro da cui proviene il testo è del 2002, per cui è stato scritto un po’ prima dei 60 anni. Boh?

  • Erwin

    Interessanti alcuni punti:
    1) Nel passaggio dal “programma” ai 6.000.000 deve essere intervenuto una decisione e la pianificazione di tale sterminio,ovviamente.
    Mi sa indicare chi ha preso tale decisione ,quando, e chi ha pianificato tale sterminio?

    2)Tale sterminio è avvenuto,si afferma,nelle camera a gas,almeno al 75%.Chi le ha ideate ?
    Quando?
    Dove sono state ?

    3)Io non do importanza ai numeri,ma sono i numeri che danno la dimensione(come i mq la superficie),quindi solo quelli dicono cosa sia realmente accaduto.Concorda?

  • sentinella

    Purtroppo la gran disgrazia che ci siamo attirati noi europei con le nostre stupide ed insensate guerre mondiali è stata quella di dare agli Stati Uniti l’opportunità di entrare a comandare in casa nostra. E da questa sudditanza non siamo ancora riusciti a liberarci, anzi, i padroni dei nostri stati si affannano a compiacere gli americani anche se la loro stella è in declino. Così per non essere stati capaci di risolvere le nostre beghe abbiamo attirato nella nostra Europa un grande potere che non ammette nessun rivale. Non era ancora finita la guerra con i tedeschi che già cominciava la guerra con l’Unione Sovietica.
    Grandi sventure sono venute specialmente a noi italiani, il nostro stivale essendo proprio al confine dei due mondi. La nostra politica interna è stata congelata per decenni ed impedito al più grande partito comunista dell’occidente agni avvicinamento al potere.

  • castigo

    stando a quel che si dice qui [www.bibliotecapleyades.net], dall’impianto in questione non uscì un solo grammo di gomma né una sola goccia di benzina, bensì uranio raffinato per la costruzione della bomba tedesca, poi scambiato con gli usa in cambio del salvacondotto per gerarchi nazisti, e che fu usato nella costruzione delle atomiche all’uranio (una bomba A può essere costruita con uranio o plutonio) sganciate su hiroshima e nagasaki.
    fantascienza??
    leggete e giudicate voi…..

  • oldhunter

    Le hanno scritte gli stessi che hanno fatto della Shoa una religione olocaustica, gli stessi che credono che l’unico vero sterminio è quello degli ebrei! Gli altri stermini, quelli veri dei pellerossa, dei vari popoli neri in Africa, degli amerindi in centroamerica, degli aborigeni in Australia, dei cambogiani, eccetera eccetera in una infinita serie di crudeltà e abominio… beh, quelli non sono neppure olocaustini e ce li siamo tutti bellamente dimenticati… Quelle false pagine le hanno scritte gli stessi che hanno varato leggi che dichiarano reato negare le camere a gas!

  • maristaurru

    Io so che le camere a gas sono esistite, so che interessi economici precisi sono dietro al nazismo ed alle sue persecuzioni. Io non faccio differenza tra i morti, e sarebbe ora che altri cominciassero a ragionare in questo modo, chi si mette a ragionare nei termini in cui vi inducono i furbi che stanno dietro al gioco: di contrapposizione addirittura tra chi è più sensibile a gli indiani morti e chi agli ebrei o agli zingari, bè costui senza volere è ottimo alleato dei carnefici.

    Per chi con il pelo sullo stomaco , usa le persone indifese per i suoi zozzi scopi economici, le persone sono tutte uguali : contano i soldi ed il potere, noi siamo zero, nullità che possono essere eliminate come pedine in ogni momento.
    ed allora che senso ha prendersela con quei poveri morti ebrei , per metere avanti amerindi, aborigeni.. e tutte le altre vittime del POTERE ECONOMICO?

    Ogni vita spenta conta, e se noi per politica, o perchè suggestionati , lasciamo che ci si dimentichi dello sterminio di Dresda, o dei lager nazisti o di quelli comunisti , o dei morti in Argentina.. e di tanti altri, faremo il gioco di chi è pronto, domani, se serve, a fare crepare anche noi.

    Commemorarli tutti? SI , SI, anche se ogni giorno ci sarà una strage dei morti da commemorare dovremmo farlo, come tante croci , un mare di stragi, una accusa continua. Se invece continuiamo a spezzettare, negare, distinguere.. saremo solo alleati dei datori di morte, di qelli che vivono come vampiri sul sangue e sulle fortune altrui.

    Non so se chi ha chiesto che negare le camere a gas doveva esser punito per legge, fosse in buona fede, beh, se era in malafaede, ha fatto male i suoi conti, ci ha insegnato una verità :

    NON DOBBIAMO DIMENTICARE, e se vale per gli ebrei, vale per tutti.

    E se si parla solo di olocausto ebraico, è segno che noi ci siamo lasciati infinocchiare

  • Tao

    IL BOMBARDAMENTO DI DRESDA: UNA TESTIMONIANZA


    DI EDDA WEST
    currentconcerns.ch

    L’11 settembre 2001, mentre osservavo l’orrore e la distruzione dell’attacco al World Trade Center, mi tornarono alla mente le immagini del luogo da cui ero venuta, di tutto ciò che la mia famiglia aveva dovuto affrontare e si riattivò in me la memoria cellulare profonda che conservo ancora come sopravvissuta al bombardamento di Dresda del 1945. Riuscivo a sentire la disperazione e il terrore della povera gente intrappolata nelle torri, la terribile consapevolezza che non c’era via di fuga e che ciò che stavo osservando era la morte collettiva di migliaia di persone, un inimmaginabile sterminio di massa. La mia mente urlava: questa è Dresda! E’ Dresda di nuovo!! Ne sono di nuovo testimone. E’ un altro tempo, un altro luogo, ma l’orrore e la distruzione sono gli stessi e l’unica differenza è un più lieve bilancio dei morti, poche migliaia di persone a confronto delle molte centinaia di migliaia di innocenti che morirono a Dresda.

    Sono nata nelle prime ore della mattina del 7 settembre 1943, a Tallin, in Estonia, subito dopo un intenso bombardamento della città ad opera dei sovietici. Quando le sirene dell’allarme aereo iniziarono a suonare, mia madre, incinta e in piena fase di travaglio, si rifugiò in una cantina a casa di un’amica, senza sapere se sarebbe rimasta viva da un minuto a quello successivo o se sarebbe vissuta abbastanza da dare alla luce il bambino che stava per partorire.

    Nel corso degli anni, mi sono domandata spesso quale karma e quali strani destini mi abbiano portata in questo mondo proprio durante quell’intenso bombardamento e quale miracolo ci abbia consentito di sopravvivere non solo a quella notte di terrore, ma a molti altri episodi che ci portarono a sfiorare la morte mentre fuggivamo dalle milizie sovietiche che avrebbero inghiottito l’Estonia per i successivi 50 anni.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Estonia era stata occupata in numerose occasioni sia dai sovietici che dai tedeschi. Aveva sofferto sotto le brutali minacce d’invasione dei russi dall’est, aveva fronteggiato occupazioni e violenze contro il suo popolo nel corso dei secoli e aveva lottato per difendere la propria lingua e la propria cultura dalla perpetua minaccia di annientamento.

    E per quanto l’Estonia fosse stata occupata in alcuni momenti anche dalle truppe tedesche, l’influsso esercitato dalla Germania era vissuto in modo diverso. C’era l’idea che la cultura estone si fosse evoluta sotto l’influenza tedesca, in termini di educazione, architettura, letteratura. E c’era il senso di comunanza con una cultura più nobile, rispetto alle orde di predoni che sarebbero piovute dalla Russia in spaventose ondate di saccheggi e massacri.

    Verso la fine del 1944, divenne evidente che la Germania si stava ritirando e che il suo esercito si preparava a lasciare l’Estonia per l’ultima volta. Nella gente si diffuse l’agghiacciante consapevolezza che non ci sarebbe stata più una forza-cuscinetto da opporre alle armate sovietiche e che un’occupazione permanente e brutale da parte delle forze comuniste era imminente e inevitabile. Durante la prima occupazione sovietica del 1939/40, mio nonno e molti altri membri della nostra comunità erano già stati deportati nei gulag siberiani (campi di lavoro), dove erano morti di freddo e di stenti, e gran parte degli uomini del paese erano stati costretti al servizio militare.

    La fattoria di mia nonna era stata occupata per qualche tempo dalle truppe tedesche. Era una grande fattoria, le cui risorse le consentivano di sfamare molti di quei soldati. Si provava nei loro confronti un senso di gratitudine per la protezione offerta contro le truppe sovietiche. Mia madre si innamorò di un ufficiale tedesco che prestava servizio nell’esercito come medico. Quando nell’autunno del 1944 l’armata tedesca iniziò la ritirata e divenne chiaro che l’invasione comunista era inevitabile, quel gentile medico tedesco fece in modo che anche io, mia madre e mia nonna potessimo lasciare il paese.

    Ce ne andammo con una nave tedesca da evacuazione, che raggiunse la Germania attraverso il Baltico. La nave che era davanti alla nostra venne bombardata e affondò, senza che vi fossero superstiti. Si viveva momento per momento e il motto di mia madre era “vivi oggi perché il domani potrebbe non arrivare mai”. Mia madre e mia nonna erano convinte che, quale che fosse il destino che avremmo dovuto fronteggiare, sarebbe stato comunque migliore che l’essere condannate ai campi di lavoro sovietici e a morte certa, nel caso in cui fossimo rimaste in Estonia. Non vedemmo mai più quel medico tedesco, che fu richiamato a servire la sua patria. Ci unimmo al fiume di migliaia di rifugiati in cerca di un riparo e di un luogo sicuro, chiedendoci ogni giorno dove potessimo trovare del cibo e un tetto e dove potessimo nasconderci per avere salvezza.

    La fame e la denutrizione erano nostre costanti compagne. Mia madre strisciava in ginocchio di notte attraverso i campi coltivati in cerca di un po’ di cibo, scavando con le mani nella speranza di trovare i rimasugli abbandonati di una patata. Anche negli anni successivi alla guerra, quando eravamo ormai al sicuro in Canada, gli occhi di mia nonna si riempivano di lacrime se iniziavo a lamentarmi di un cibo che non mi piaceva. Mi ricordava quanto fosse sacro il cibo e di come lei avesse tenuto da parte ogni briciola di pane per potermi sfamare.

    Il flusso di umanità senza dimora, i senzatetto disperati e sconvolti dalle bombe, i profughi affamati, avevano tutti un’unica, fervida preghiera: che la guerra finisse presto, che potessero sopravvivere all’orrore, tornare a casa, riunirsi alle loro famiglie, e che per il momento fosse loro possibile trovare un rifugio sicuro dove ritemprare i loro animi provati dalla guerra.

    E avvenne che fosse Dresda quella destinazione, la preghiera esaudita, il porto sicuro per centinaia di migliaia di profughi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Molti fuggivano dall’armata sovietica in arrivo dall’est ed erano venuti a Dresda perché avevano sentito dire che si trattava di un luogo sicuro, che non sarebbe stato preso di mira dai bombardamenti perché non c’erano né fabbriche di munizioni, né installazioni militari, né artiglieria pesante in grado di alimentare la macchina bellica. Anche alla Croce Rossa era stato promesso che Dresda non sarebbe stata bombardata. Si ritiene che oltre mezzo milione di rifugiati si fossero riversati nella zona di Dresda in cerca di salvezza, facendo più che raddoppiare il numero della popolazione ordinaria.

    Non so bene dove attraccò la nostra nave o quale strada prendemmo per andare a Dresda. Ma è probabile che scendemmo a terra nei pressi di Danzica e che ci facemmo poi lentamente strada verso l’interno per recarci a Dresda. Mi ricordo che mia madre e mia nonna mi parlavano spesso della loro preoccupazione di trovarsi di nuovo, nel corso del viaggio, dietro le linee sovietiche, poiché l’armata russa stava avanzando da nord e da est. Camminarono a piedi per centinaia di chilometri, con gli zaini in spalla e con me bambina legata su un carretto che loro spingevano e su cui avevano ammucchiato i loro pochi averi. Per anni mia madre conservò i vecchi stivali da neve che aveva indossato e che le ricordavano quella lunga marcia e i piedi sanguinanti. Li tirava sempre fuori dal cassetto quando si parlava di racconti di guerra. Quegli stivali logori e intrisi di sangue erano come vecchi amici fidati che l’avevano aiutata nel corso di quel lungo viaggio.

    Non so quanto tempo rimanemmo a Dresda. Mia nonna, in cambio di un po’ di cibo, lavorava come infermiera in un ospedale della periferia cittadina e avevamo trovato, lì vicino, una stanza in cui vivere all’interno di una soffitta. Ma anche se il porto sicuro era stato finalmente raggiunto, entrambe le donne sapevano d’istinto che la sicurezza sarebbe durata poco, perché i sovietici stavano muovendosi rapidamente verso Dresda e si avvicinavano ogni giorno di più. Nel corso del loro viaggio da profughe, la loro paura più grande era quella di cadere nuovamente nelle mani dei comunisti e di essere rimandate in Estonia e poi nei campi di lavoro sovietici.

    Il mio ricordo del bombardamento di Dresda è mediato dagli occhi di mia nonna, che fu testimone dell’orrore e della devastazione, e include alcuni episodi che la storia ha registrato. Anche l’esperienza di Elisabeth, l’unica altra sopravvissuta al bombardamento di Dresda che io abbia incontrato nel corso della vita, può conferire a questa storia una dimensione personale. Benché fossi troppo piccola per averne dei ricordi coscienti, ho rivissuto quegli eventi attraverso incubi notturni che si ripeterono continuamente nei miei primi 12 anni di vita, con il mio subconscio in lotta per liberarsi del terrore collettivo che era stato impresso sulla mia anima e che mi tormentava con immagini di morte e distruzione, con incendi spaventosi che annunciavano la fine del mondo, con la terra che si apriva in crepacci d’inferno pronti ad inghiottirmi.

    Mia nonna iniziava sempre il racconto di Dresda con la descrizione dei grappoli di candele rosse infuocate che scendevano dai primi bombardieri e illuminavano il cielo come centinaia di alberi di Natale, segno certo che si sarebbe trattato di un attacco aereo di tutto rispetto. Poi arrivò la prima ondata di bombardieri britannici, che colpì poco dopo le 10 di sera della notte tra il 14 e il 15 febbraio 1945, seguita da altri due raid di bombardamento a tappeto ad opera di inglesi e americani nel corso delle successive 14 ore. La storia ritiene che si sia trattato del più mortale bombardamento aereo di tutti i tempi, con un numero di vittime superiore a quello delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

    In 20 minuti di intenso bombardamento, la città si trasformò in un inferno. Il secondo attacco arrivò tre ore dopo il primo, con lo scopo dichiarato di “colpire i soccorritori, i pompieri e gli abitanti in fuga totalmente privi di copertura”. Nel complesso, gli inglesi lanciarono circa 3.000 tonnellate di esplosivo, che distrussero tetti, muri, finestre, interi edifici e che includevano centinaia di migliaia di sostanze incendiarie al fosforo, cioè un liquido infiammabile che diffondeva incendi inestinguibili in ogni crepa in cui penetrasse, accendendo la miccia dell’inferno che trasformò Dresda in un “uragano di fiamme”.

    Quando gli americani sorvolarono la città per il terzo e ultimo attacco, il fumo che si alzava dalla città in fiamme quasi ostruiva la visibilità. Un pilota americano ricorda: “Lanciavamo le bombe da 8.000 metri d’altezza e riuscivamo a malapena a scorgere il suolo, a causa delle nubi e delle alte colonne di fumo nero. Non un solo colpo fu sparato contro i bombardieri britannici o americani”. Gli americani lanciarono 800 tonnellate di esplosivo e bombe incendiarie nell’arco di 11 minuti. Poi i P-51 americani scesero a volo radente e iniziarono a mitragliare le persone che cercavano di fuggire dalla città.

    Mia nonna descriveva la terribile tempesta di fuoco che impazzava come un uragano, distruggendo la città. Sembrava che l’aria stessa fosse in fiamme. Migliaia di persone vennero uccise dalle esplosioni, ma un numero enorme e imprecisato venne incenerito dalla tempesta di fuoco, un tornado artificiale con venti che correvano ad oltre 100 miglia all’ora e che “risucchiavano vittime e detriti nel loro vortice e bruciavano l’ossigeno con temperature di 1.000 gradi centigradi”. Molti giorni dopo, quando gli incendi erano ormai spenti, mia nonna fece un giro nella città. Ciò che vide è indescrivibile in qualunque lingua umana. Ma la sofferenza incisa sul suo volto e la profondità dell’angoscia riflessa nei suoi occhi mentre raccontava questa storia erano la testimonianza dell’orrore ultimo, della crudeltà dell’uomo verso l’uomo e dell’assoluta oscenità della guerra.

    Dresda, capitale della Sassonia, centro di arte, teatro, musica, musei, vita universitaria, splendente di armoniose architetture, un luogo di bellezza pieno di laghi e giardini, era completamente distrutta. La città bruciò per sette giorni e rimase rovente per settimane. Mia nonna vide i resti delle moltitudini di persone che avevano disperatamente tentato di sfuggire alla tempesta ardente tuffandosi nei laghetti e nelle piscine. Le parti dei loro corpi che erano immerse nell’acqua erano rimaste intatte, ma le parti che sporgevano fuori dall’acqua erano carbonizzate oltre ogni possibilità di identificazione. Ciò che vide fu un inferno al di là dell’immaginazione umana, un olocausto di distruzione che sfida ogni descrizione.

    Ci vollero più di tre mesi soltanto per seppellire i morti, migliaia e migliaia di cadaveri vennero gettati in fosse comuni. Irving ha scritto: “Il bombardamento aveva colpito il bersaglio in modo così disastroso, che non era sopravvissuto un numero di persone in salute sufficiente a seppellire i morti”. Il massacro di massa e il terrore crearono così tanta confusione e disorientamento che ci vollero mesi prima di comprendere l’effettiva portata della devastazione; le autorità, per paura di un’epidemia di tifo, cremarono migliaia di cadaveri in pire frettolosamente allestite e alimentate da paglia e legno. La stima delle vittime compiuta dai tedeschi arrivava fino a 220.000 morti, ma il completamento dell’identificazione dei cadaveri fu interrotto dall’occupazione di Dresda da parte dei sovietici, nel maggio successivo.

    Elisabeth, che all’epoca del bombardamento di Dresda era una ragazza di 20 anni, ha scritto per i suoi figli un memorandum in cui descrive ciò che le accadde quel giorno. Si era rifugiata nella cantina della casa in cui abitava e racconta: “Poi la detonazione delle bombe iniziò a scuotere il terreno e tutti, in preda al panico, si affrettarono a scendere nei sotterranei. L’attacco durò circa mezz’ora. Il nostro edificio e la zona circostante non erano stati colpiti. Quasi tutti tornarono di sopra, pensando che fosse finita, ma non era così. Il peggio doveva ancora venire e quando arrivò fu un vero e proprio inferno. Durante la breve tregua, lo scantinato si era riempito di persone in cerca di riparo, alcune delle quali erano rimaste ferite dalle schegge delle bombe.

    “A un soldato era stata tranciata via una gamba. Lo accompagnava un medico che cercava di prendersi cura di lui, ma lui urlava di dolore e c’era molto sangue. C’era anche una donna ferita, il cui braccio, appena al di sotto della spalla, era stato reciso e ora le penzolava appeso ad un pezzo di cartilagine. Un medico militare si prendeva cura di lei, ma la perdita di sangue era molto copiosa e le sue urla erano spaventose.

    “Poi ricominciarono a cadere le bombe. Questa volta non c’erano pause tra le detonazioni e gli scossoni erano così forti che perdemmo l’equilibrio e fummo scagliati qua e là per il sotterraneo come un mucchio di bambole di pezza. In certi momenti i muri della cantina si dividevano a metà e si sollevavano verso l’alto. Vedevamo all’esterno i lampi delle terribili esplosioni. C’erano una quantità di bombe incendiarie e contenitori di fosforo che si rovesciavano ovunque. Il fosforo era un liquido denso che prendeva fuoco appena esposto all’aria e quando penetrava nelle crepe degli edifici bruciava tutto ciò con cui veniva a contatto. Le sue esalazioni erano tossiche. Quando lo vedemmo scorrere lungo i gradini del sotterraneo, qualcuno urlò di prendere le birre (ce n’erano alcune immagazzinate nel luogo in cui ci trovavamo), di inumidire uno straccio o un pezzo dei nostri vestiti e premercelo contro la bocca e il naso. Il panico era terrificante. Tutti spingevano, premevano e graffiavano per impossessarsi di una bottiglia.

    Io mi ero tolta un pezzo di biancheria, lo avevo imbevuto di birra e lo premevo contro la bocca e il naso. Il calore dentro quella cantina era così intenso che ci vollero solo pochi minuti perché quel pezzo di stoffa si prosciugasse completamente. Ero come un animale selvaggio, che proteggeva la sua riserva di umidità. Non mi fa piacere ripensarci.

    “Il bombardamento continuava. Cercai di reggermi appoggiandomi al muro e questo mi strappò la pelle dalla mano. Il muro era rovente. L’ultima cosa che ricordo di quella notte è di aver perso l’equilibrio, di essermi aggrappata a delle persone per restare in piedi, ma di essere poi caduta trascinandoli a terra con me, me li vidi cadere addosso. Sentii che qualcosa mi si era rotto dentro. Mentre ero stesa lì a terra avevo un solo pensiero: continuare a pensare. Finché sapevo che stavo pensando voleva dire che ero viva, ma a un certo punto persi conoscenza.

    “La cosa che ricordo subito dopo è di aver sentito un freddo terribile. Mi resi conto in quel momento di essere stesa sul terreno, vedevo gli alberi in fiamme. Era giorno. Su alcuni alberi c’erano animali che strillavano. Erano le scimmie dello zoo, che era andato a fuoco. Iniziai a muovere le gambe e le braccia. Faceva molto male, ma riuscivo a muoverle. La sensazione di dolore mi diceva che ero viva. Credo che i miei movimenti furono notati da uno dei soldati dei reparti medici di soccorso.

    “Questi reparti erano stati inviati in ogni zona della città ed erano stati loro ad aprire dall’esterno la porta della cantina. Avevano portato tutti i corpi fuori dall’edificio in fiamme. Ora stavano cercando di capire se qualcuno di noi dava segni di vita. In seguito venni a sapere che da quella cantina erano stati estratti più di centosettanta corpi, ventisette dei quali erano tornati alla vita. Io ero uno di questi. Un miracolo!

    “Poi cercarono di portarci all’ospedale, fuori dalla città in fiamme. Questo tentativo fu un’esperienza raccapricciante. A bruciare non erano solo gli edifici e gli alberi, ma lo stesso asfalto delle strade. Per ore e ore il camion cercò di trovare dei percorsi alternativi, prima di riuscire a venir fuori dal caos. Ma prima che i veicoli di soccorso potessero condurre i feriti negli ospedali, alcuni aerei nemici si abbassarono nuovamente verso di noi. Venimmo spinti in fretta e furia fuori dai camion e fatti sdraiare al riparo sotto di essi. Gli aerei ci sparavano addosso con le mitragliatrici, lanciando altre bombe incendiarie.

    “Il ricordo più vivido nella mia mente è quello delle immagini e delle grida degli esseri umani rimasti intrappolati nell’asfalto fuso e rovente, che bruciavano come torce umane invocando un aiuto che nessuno poteva dargli. In quel momento ero troppo intontita per comprendere fino in fondo l’atrocità di quella scena, ma quando fui “al sicuro” in ospedale, l’impatto di quelle immagini e di tutto il resto mi provocò un completo collasso nervoso. Dovettero legarmi al letto per evitare che mi infliggessi da sola delle gravi ferite. Urlai per ore ed ore dietro una porta chiusa, mentre un’infermiera restava accanto al mio letto.

    “Mi stupisco di come tutto questo sia ancora così vivido nella mia memoria (Elisabeth aveva più di 70 anni quanto scriveva queste righe). E’ come aprire una diga. Questo orrore è rimasto dentro di me, nei miei sogni, per molti anni. Sono felice di non provare più sentimenti di furia o di rabbia quando ripenso a queste esperienze. Provo solo una gran compassione per il dolore di chiunque, incluso il mio”.

    “L’esperienza di Dresda è rimasta molto vivida in me per tutto il resto della mia vita. I media riferirono in seguito che il numero dei morti provocati dal bombardamento era stato stimato in oltre 250.000, più di un quarto di milione di persone. Questo era dovuto a tutti i profughi che erano arrivati a Dresda cercando di sfuggire ai russi e alla fama di città sicura di cui Dresda godeva. Non c’erano rifugi antiaerei, perché era stato fatto un accordo con la Croce Rossa.

    “Cosa ne fu di tutti quei cadaveri? La maggior parte rimase sepolta tra le macerie. Penso che tutta Dresda si trasformò in un’unica fossa comune. Per la maggioranza di quei corpi, ogni identificazione fu impossibile. Dunque i parenti delle vittime non furono mai avvertiti. Innumerevoli famiglie rimasero senza madri, padri, mogli, figli e congiunti di cui ancora oggi nessuno sa nulla”.

    Secondo gli storici, la questione di chi ordinò quell’attacco e perché non ha mai avuto risposta. A tutt’oggi nessuno è riuscito a far luce su queste due cruciali domande. Alcuni pensano che la risposta possa trovarsi in carteggi inediti tra Franklin D. Roosevelt, Dwight Eisenhower, Winston Churchill e forse altri. La storia riporta che l’attacco inglese e americano contro Dresda provocò un numero di vittime pari a due volte e mezzo quelle che l’Inghilterra aveva subìto in tutta la Seconda Guerra Mondiale e che fra i tedeschi morti durante la guerra, uno su cinque morì durante l’olocausto di Dresda.

    Alcuni dicono che il motivo fosse quello di infliggere il colpo di grazia allo spirito tedesco, che l’impatto psicologico provocato dalla totale distruzione del cuore pulsante della storia e della cultura tedesca avrebbe messo in ginocchio la Germania una volta per tutte.

    Altri dicono che si trattò di un test per sperimentare nuove armi di distruzione di massa, la tecnologia delle bombe incendiarie al fosforo. Senza dubbio alla radice di tutto vi furono necessità di controllo e di potere. Il bisogno insaziabile dei dominanti di imporre controllo e potere su un’umanità prigioniera e impaurita è ciò che porta a stermini di massa come i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima.

    Ma io credo che vi fosse un ulteriore e più cinico movente, che potrebbe rappresentare il motivo per cui ogni indagine completa sul bombardamento di Dresda è stata soppressa. Gli alleati sapevano benissimo che centinaia di migliaia di profughi si erano diretti a Dresda nella convinzione che si trattasse di un rifugio sicuro e alla Croce Rossa era stato garantito che Dresda non era un obiettivo. A quel punto si scorgeva all’orizzonte la fine della guerra e si sarebbe dovuto affrontare il problema dell’enorme massa di rifugiati da essa provocati. Cha fare di tutta questa gente dopo la fine della guerra? Quale soluzione migliore della soluzione finale? Perché non prendere due piccioni con una fava? Con l’incenerimento della città, insieme ad una larga percentuale dei suoi residenti e profughi, l’efficacia delle nuove bombe incendiarie era stata tangibilmente dimostrata. Sgomento e terrore erano stati instillati nel popolo germanico, accelerando così la conclusione della guerra. In ultimo, il bombardamento di Dresda assicurò la sostanziosa riduzione di un enorme oceano di umanità indesiderata, alleggerendo notevolmente i problemi e l’incombente fardello della ristrutturazione e risistemazione postbellica.

    Forse non sapremo mai cosa ci fosse nella psiche degli uomini di potere di quell’epoca o quali furono i veri motivi che portarono a scatenare una devastazione così mostruosa contro le vite dei civili, a massacrare in massa un’umanità indifesa che non costituiva alcuna minaccia militare e il cui unico crimine era quello di cercare sollievo e riparo dall’infuriare della guerra. In assenza di una qualsiasi giustificazione militare per una simile carneficina di persone inermi, il bombardamento di Dresda può solo essere considerato un orrendo crimine contro l’umanità, che attende invisibilmente e silenziosamente giustizia, per poter risolversi e guarire tanto nella psiche collettiva delle sue vittime quanto in quella dei suoi carnefici.

    Versione originale:

    Edda West
    Fonte: http://www.currentconcerns.ch
    Link: http://www.currentconcerns.ch/archive/2003/02/20030230.php
    Nunero 2, 2003

    No 2, 2003

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
    Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-02-15
    15.02.2010

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

  • Tonguessy

    In nessuno dei tre siti web da te citati c’è chiara connessione tra “ebreo” e “lavoro nella IG Farben”.
    Questa non l’ho proprio capìta. Io ho parlato solo del reclutamento forzato di manodopera e non ho fatto distinzioni tra varie etnie. Tu mi dici che non è vero che la IG Farben avesse una fabbrica nelle vicinanze di Auschwitz e che questo campo di lavoro-sterminio fosse utilizzato come bacino di manodopera gratis. Ti ho risposto che è un fatto ormai accertato storicamente. Mi tiri fuori che non c’erano ebrei (non so in base a quali documenti poi).
    A che gioco giochiamo?

  • Tonguessy

    La storia di Bormann e l’U-boat su cui caricò piani e materiale per l’atomica è una storia ancora da decifrare del tutto. Molto interessante comunque e che spiegherebbe come mai il progetto Manhattan (il più costoso progetto industriale mai realizzato) agli inizi del ’45 fosse in una fase di disperato stallo salvo poi, miracolosamente, riuscire a sganciare quelle due devastanti bombe su Nagasaki e Hiroshima solo pochi mesi dopo.

  • Diapason

    Perdona, io non ho scritto che non c’era nessuno stabilimento della IG Farben nei pressi di Auschwitz.
    Ho scritto che gli internati di quel complesso di campi non vi lavoravano.
    Questo, almeno, da quel che è stato possibile appurare (giuro che al momento non mi sovvengono titolo e autore di un libro che anni fa ho letto e lasciato in un’altra città: è l’insieme dei documenti, commentati dall’autore, che è stato possibile rintracciare, circa il lavoro del reparto sviluppo e l’organizzazione della produzione della IG Farben) nella comprensibile penuria di notizie dalla fine della guerra in poi.

    La produzione chimica si articola in maniera singolare: alcuni processi servono a creare un certo numero di sostanze base che, a seconda della lavorazione (miscelazione, trasformazione) cui vengono sottoposte successivamente, diventano altri composti che a loro volta, ancora lavorati, possono diventare solventi, esplosivi, e possono essere gas, liquidi, polveri…
    Se come sostieni esisteva un complesso chimico nei pressi di Auschwitz, doveva trovarsi all’interno di un territorio abbastanza popolato esattamente come lo era il complesso dei campi di concentramento.
    …Ce li vedi, tu, i paranoici tedeschi dell’epoca, affidare delicate e pericolose produzioni chimiche (trafugabili e riusabili dagli stessi internati, o dalla resistenza) in un impianto (sabotabile) a personale di dubbia affidabilità?

  • Diapason

    …Mi auto-commento perché ho dimenticato una osservazione: essendo gli internati di Auschwitz per il 97% ebrei, ho (forse erroneamente) sottinteso che per “manodopera forzata” intendessi loro.

  • maristaurru

    No con lei non concordo mai. Io non faccio questioni di lana caprina, i lager ci sono stati, sia quelli nazisti, sia i gulag. I mori degli uni per me pari sono rispetto ai morti degli altri ed all’infinita schiera di inncenti nel mondo che sono morti e muoiono solo perchè 4 deficenti vogliono il potere e debbono vender armi, coca, uomini e done e bambini ed organi e che il diavolo se li porti via.
    Per cui Erwin, non ho nessun interesse morboso per sapere se il numero è quello che ci hanno voluto dire, se furono di più o di meno.

    si tenga i suoi spennacchiamenti , ame non interessano: non sappiamo quanti furono i morti di Dresda, ebbene? Il fatto , il come ed il perchè è avvenuto non cambia la sostanza. Si faccia curare

  • Stopgun

    E’ mia opinione che Dresda sia stata bombardata preventivamente per evitare che i tedeschi utilizzassero un’arma atomica “strategica” su una città inglese.

    I tedeschi avevano armi nucleari tattiche e strategiche e minacciavano di usarle su città inglesi con la tecnica “una bomba, una città”.

    Gli alleati non disponevano di un’arma atomica ma decisero di adottare una tecnica preventiva “un colpo una città”.

    Fu scelta Dresda.

    Le atomiche strategiche tedesche finirono in mano USA nell’Aprile 1945 e furono adoperate ad Alamogordo, Hiroshima e Nagasaki.

  • TizianoS

    L’articolo-commento di Edda West ha fatto riaffiorare i miei ricordi personali di Dresda durante la guerra, esposti nel mio precedente commento. Mi sono quindi ricordato dello zoo della città, dove gli animali furono bruciati vivi nella seconda ondata dell’attacco anglo-americano.

    Ma gli animali non fanno storia, e quella degli esseri umani è, a quanto pare, come te la raccontano. Ecco di seguito un articolo a mio parere “onesto”: [http://ita.vho.org/042_Olocausto_vero_Dresda.htm]

    UN OLOCAUSTO VERO: DRESDA, 13 FEBBRAIO 1945

    Di Thomas Brookes (2008)

    Come circa 500.000 tedeschi vennero “democraticamente” sterminati in una notte

    I mentitori professionali che agiscono per conto dell’Industria dell’Olocausto e della storiografia ufficiale della Repubblica Federale di Germania, hanno ridotto senza vergogna il tasso di mortalità dell’olocausto di Dresda di diverse centinaia di migliaia. D’altro lato, nessuno contesta il fatto che più di 12.000 edifici nel centro della città vennero ridotti in polvere durante l’infernale tempesta di fuoco. Considerando che, oltre ai 600.000 abitanti di Dresda, altre 600.000 persone (profughi provenienti da Breslau) avevano trovato rifugio in questa città sovraffollata, si può tranquillamente presumere che ognuno di questi 12.000 edifici conteneva non meno di 50 persone. Ma di questi edifici non è rimasto praticamente nulla, e le persone che vi erano alloggiate vennero ridotte in cenere da un calore di 1.600 gradi Celsius.

    I negazionisti dell’Olocausto Tedesco affermano spudoratamente che a Dresda morirono solo 35.000 persone. Considerato che venne distrutta una superficie di chilometri 7×4, vale a dire di 28 chilometri quadrati, la suddetta cifra “politicamente corretta” significherebbe che sarebbero morte meno di 1.5 persone ogni mille metri quadrati! Nel Febbraio del 2005, una commissione di storici “seri” ridusse ulteriormente tale cifra, affermando che a Dresda erano stati uccisi solo 24.000 tedeschi. Ma chiunque conosca il carattere del sistema politico tedesco sa che questi “storici seri” non sono nient’altro che volgari falsari della storia, pagati per impedire l’emergere della verità con menzogne sempre più sfacciate.

    La cifra delle 35.000 vittime rappresenta solo la piccola parte delle vittime che poterono essere identificate con certezza. Erhard Mundra, membro del “comitato Bauzen” (un’associazione di ex prigionieri politici della Repubblica Democratica Tedesca) scrisse sul quotidiano Die Welt (in data: 12.2.1995, a p. 8) che “secondo l’ex funzionario del distretto militare di Dresda, nonché tenente colonnello in pensione del Bundeswehr, D. Matthes, 35.000 vittime furono identificate con certezza, e altre 50.000 vennero parzialmente identificate, mentre ulteriori 168.000 non poterono essere identificate”. Non c’è bisogno di dire che gli sventurati bambini, donne e anziani che vennero ridotti in cenere dalla tempesta di fuoco non poterono parimenti essere identificati.

    Nel 1955, l’ex Cancelliere della Germania Ovest Konrad Adenauer dichiarò: “Il 13 Febbraio del 1945 l’attacco alla città di Dresda, che era sovraffollata di profughi, provocò circa 250.000 vittime” (Deutschland heute, edito dall’ufficio stampa e informazioni del governo federale, Wiesbaden, 1955, p. 154).

    Nel 1992, la municipalità di Dresda diede la seguente risposta ad un cittadino che aveva chiesto il tasso di mortalità: “Secondo le informazioni attendibili della polizia di Dresda, fino al 20 Marzo [del 1945] vennero trovati 202.040 morti, la maggior parte dei quali donne e bambini. Solo circa il 30% di loro potè essere identificato. Se teniamo conto dei dispersi, sembra realistica una cifra tra le 250.000 e le 300.000 vitttime” (lettera di Hitzscherlich, datata 31.7.1992).

    All’epoca dell’attacco, Dresda non aveva artiglieria anti-aerea e nessuna difesa militare. Non aveva nessuna industria militare. La città fungeva da rifugio per i profughi provenienti da Est. I tetti vennero segnati con una croce rossa.

    Le città tedesche furono ridotte a enormi crematori

    In quella notte orribile tra il 13 e il 14 Febbraio del 1945, il più grande criminale di guerra di tutti i tempi – Winston Churchill – fece sganciare su Dresda quasi 700.000 bombe incendiarie – vale a dire una bomba ogni due abitanti. Il 3 Marzo del 1995, Die Welt commentò questo fatto: “Quando le città diventarono dei crematori…Il professor Dietmar Hosser dell’istituto per i materiali da costruzione: le costruzioni massicce e i materiali anti-incendio rendono assai probabile che la temperatura a livello del suolo abbia raggiunto fino a 1.600 gradi Celsius”.

    La “liberazione” mortifera che venne dai cieli

    Il genocidio della nazione tedesca distrusse “l’80% di tutte le città detesche con più di 100.000 abitanti”. Le forze aeree dei criminali di guerra Alleati sganciarono “40.000 tonnellate di bombe nel 1942, 120.000 tonnellate nel 1943, 650.000 tonnellate nel 1944 e altre 500.000 tonnellate negli ultimi quattro mesi di guerra del 1945” (Die Welt, 11 Febbraio del 1995, p. G1).

    Non furono i tedeschi a iniziare i bombardamenti!

    Va ricordato che furono l’Inghilterra e la Francia a dichiarare guerra al Reich tedesco, il 3 Settembre del 1939, e che fu l’Inghilterra a iniziare i bombardamenti terroristici contro la popolazione civile tedesca, solo due giorni dopo la dichiarazione di guerra. I primi raid vennero effettuati il 5 Settembre del 1939 contro Wilhelmshaven e Cuxhaven; il 12 Gennaio del 1940 venne bombardata Westerland/Sylt. Due settimane dopo, il 25 Gennaio, il comando supremo della Wehrmacht proibì i raid aerei contro l’Inghilterra, inclusi i porti, ad eccezione dell’area portuale di Rosyth. Il 20 Marzo, vennero attaccate Kiel e Hörnum/Sylt, con bombe incendiarie che colpirono e distrussero un ospedale. Nell’Aprile del 1940, i bombardieri inglesi attaccarono altre città prive di importanza militare. L’11 Maggio del 1940, il giorno dopo essere stato nominato Primo Ministro e Ministro della Difesa, Winston Churchill decise di ordinare una massiccia offensiva aerea contro la popolazione civile tedesca, senza informare l’opinione pubblica del proprio paese di tale decisione. Il 18 Maggio del 1940, la Wehrmacht riferì di ulteriori attacchi inglesi verso obbiettivi non militari e ammonì l’Inghilterra delle conseguenze.

    Il primo attacco della Luftwaffe contro una città inglese – Coventry, con la sua importante industria militare – non avvenne prima del 14/15 Novembre del 1940. Ciò accadde diversi mesi dopo l’inizio dei bombardamenti terroristici inglesi contro obbiettivi civili della Germania. Il raid fece circa 600 vittime.

    L’esperto di guerra aerea Sönke Neitzel conclude: “E’ indiscutibile che durante i primi anni di guerra tutti gli attacchi pesanti della Luftwaffe contro lo città vennero pianificati come colpi militari e non possono essere definiti raid terroristici” (Därmstadter Echo, 25.9.2004, p. 4).

    Nel Settembre del 1988, degli storici militari provenienti da cinque paesi si incontrarono in un convegno a Friburgo. L’evento era stato organizzato dall’Istituto di Ricerca Militare del Bundeswehr. Nel corso di una settimana, specialisti americani, inglesi, tedeschi, francesi e italiani discussero vari aspetti della guerra aerea della seconda guerra mondiale. Dopo il convegno, il quotidiano Frankfurter Allgemeine pubblicò un articolo dettagliato e molto interessante. Sotto il titolo “Bombardare le città”, l’autore – il professor Günther Gilessen – scrisse: “E’ un fatto straordinario che la Wehrmacht si attenne fino alla fine ai principi tradizionali della guerra limitata, mentre le due democrazie occidentali ricorsero a un tipo di guerra aerea spietato, radicale e rivoluzionario”. Un’altra interessante conclusione cui arrivarono gli storici è la seguente: “E’ incontestabile che i principi del diritto internazionale proibiscono i bombardamenti strategici totali…Gli storici hanno considerato i bombardamenti indiscriminati come un abominio, ma si sono rifiutati di attribuirne tutta la colpa al Maresciallo dell’Aria Sir Arthur Harris, o al Comando Bombardieri. Secondo loro, l’intero staff della RAF, ma ancora di più i leader politici, specialmente Churchill e Roosevelt, oltre alla maggioranza dei loro popoli, condivisero il peso della colpa”.

    Churchill voleva arrostire i profughi tedeschi

    Il 13 Febbraio del 1990, quarantacinque anni dopo la distruzione di Dresda, lo storico inglese David Irving parlò al “Kulturpalast” di Dresda. Nel suo discorso, Irving citò il criminale di guerra Winston Churchill: “Non voglio nessun suggerimento su come distruggere obbiettivi militarmente importanti vicino a Dresda. Voglio suggerimenti su come possiamo arrostire i 600.000 profughi che si sono rifugiati da Breslau a Dresda”. Ma per Churchill, arrostire i tedeschi non era abbastanza. Il mattino successivo ai bombardamenti, ordinò ai suoi “Tiefflieger” (aerei mitragliatori, che volavano a bassa quota) di mitragliare i sopravvissuti sulle rive dell’Elba.

    La sistematica guerra di sterminio di Churchill contro il popolo tedesco includeva piani per la distruzione di ogni edificio in tutte le città tedesche. “Se bisogna farlo, speriamo di riuscire a distruggere praticamente tutti gli edifici di tutte le città tedesche”. Nel Marzo del 1945, Churchill iniziò a dubitare dell’assennatezza di bombardare le città tedesche “solo con lo scopo di aumentare il terrore”, ma il terrore continuò” (Die Welte, 11 Febbraio 2005, p. 27).

    La classe dirigente tedesca accusa le vittime

    Mentre il macellaio Churchill sentiva in realtà qualche timido rimorso per la sua guerra di sterminio contro la popolazione civile tedesca, la riprovevole classe dirigente tedesca postbellica lo insignì ad Aachen del Karlspreis (Premio Carlo Magno). Churchill accettò questo premio a Aachen, una delle innumerevoli città che la sua aviazione aveva devastato, bruciando perciò vivi innumerevoli esseri umani.

    Da allora, la classe dirigente dello stato vassallo tedesco non è cambiata. Essa continua a elogiare gli assassini e a insultare le vittime. Alla vigilia del cinquantesimo anniversario della distruzione della propria città, il sindaco di Dresda, Ingolf Rossberg, non si peritò di riversare insulti sulle vittime dell’olocausto tedesco; praticamente giustificò l’omicidio di centinaia di migliaia di persone (di cui la maggior parte era costituita da donne, bambini, e soldati feriti negli ospedali) oltre alla distruzione di insostituibili tesori d’arte: “60 anni dopo i bombardamenti devastanti, che fecero decine di migliaia di vittime, il sindaco Ingolf Rossberg ha ammonito contro l’equivoco di Dresda quale “città innocente” (Die Welt, 12 Febbraio 2005, versione internet).

    Così parlò il sindaco di una città che aveva accolto flussi di persone, di animali e di convogli come una madre premurosa. Le strade e le piazze di Dresda erano piene di profughi, i prati e i parchi erano stati trasformati in enormi campi di accoglienza. Quando arrivò l’ora fatale, vivevano a Dresda circa 1.130.000 persone. Il risultato di questi attacchi fu anche più micidiale dei bombardamenti atomici di Hiroshima e di Nagasaki.

  • Erwin

    Mai negato l’esistenza dei lager.
    Nè in Germania,nè altrove.Usa compresi.
    Che affermazione è la Sua?
    Neppure a me,personalmente,interessano i “numeri”.
    In ambito di ricerca storica e di attribuzione di responsabilità,SI!
    A me interessa ciò.
    Lei ha “giustificato” i “loro” morti,Le ho semplicemente risposto.Tenicamente.
    Le scienze “non esatte” le lascio a casa o le lascio a Lei.

  • tamolentegole

    Che schifo i salvatori alleati.Ipocriti conquistatori.

  • maristaurru

    che intende per “giustificare i morti” ? I morti ammazzati si giustificano? Ma di che parla!

  • castigo

    Tonguessy:

    La storia di Bormann e l’U-boat su cui caricò piani e materiale per l’atomica è una storia ancora da decifrare del tutto.

    alcuni dicono che non ci fosse solo lui su quel U-Boot.
    e considerando le voci sul presunto dna di tipo femminile dei resti del führer…..

    Molto interessante comunque e che spiegherebbe come mai il progetto Manhattan (il più costoso progetto industriale mai realizzato) agli inizi del ’45 fosse in una fase di disperato stallo salvo poi, miracolosamente, riuscire a sganciare quelle due devastanti bombe su Nagasaki e Hiroshima solo pochi mesi dopo.

    questo si spiega con il fatto che le bombe di Hiroshima e Nagasaki erano a base di URANIO, mentre gli usa stavano studiando quelle a base di PLUTONIO.
    così, mentre sperimentavano ad alamogordo la “loro” bomba (utilizzando tra l’altro tutto il plutonio ricavato fino a quel momento dal loro reattore), sganciavano sul giappone quelle all’uranio, già sperimentate dai tedeschi nell’ottobre 1944 sull’isola di Rugen.

  • oldhunter

    Cara signora, se il suo commento è rivolto a me ed alle mie parole, le rispondo che non ho sollevato affatto il problema dell’esistenza o meno delle camere a gas, ma caso mai del divieto di dissenso a una verità storica dichiarata tale per legge con il corollario dell’obbligo universale di credervi senza riserve. Pena il disprezzo dei più e anche democratiche prigioni. Sappia, comunque, che rispetto le opinioni di tutti, meglio se suffragate da fatti accertati. Rispetto perfino chi crede per fede come mi sembra faccia lei. In fondo, ognuno è libero di credere ciò che vuole, purché però non pretenda di imporre ad altri la sua verità e non copra di insulti i dissenzienti. Quanto a me, non sono uno storico e mi limito a credere a quanto una caro parente scomparso, uno dei pochissimi superstiti di Cefalonia tradotto dai tedeschi in un campo di prigionia in Germania, mi ha raccontato. Credo anche a un vecchio socialista francese anche lui rinchiuso in un campo di concentramento tedesco, tale Paul Rassinier. Ambedue hanno sempre strenuamente negato l’esistenza sia di camere a gas, che di campi di sterminio. Ed erano ambedue tutt’altro che dei nazisti. Ma non è questo il luogo o il momento per approfondire queste storie. Voglio invece fare una proposta che spero lei approvi e sia sostenuta indistintamente da tutti: smettiamola coi giorni della memoria per questa o quella gente. Perché la morte non ha colore e preferenze politiche. Perché nella morte si è tutti finalmente uguali e fratelli, degni di rispetto. Anche se c’è sempre qualcuno che vuole usarli quei morti e quel dolore, qualcuno che afferma che solo i propri sono degni di ricordo e compassione. Costruiamo un tempio in ogni città, un grande tempio con un angolo per ogni culto esistente e lì, tutti assieme, celebriamo il giorno della memoria per tutti i morti della terra. Perché, come lei dice “NON DOBBIAMO DIMENTICARE, e se vale per gli ebrei, vale per tutti”.

  • Erwin

    …”Ci sono delle differenze di base di cui dover tenere conto: Ebrei: un popolo torturato e perseguitato, l’olocausto non potev poprio esser nascosto. “…

  • maumau1

    anche in Italia secondo gli studi più recenti tra i vari bombardamenti e di paesi rasi al suolo si arriva a diverse centinaia di migliaia di vittime ,molti lo ignorano..
    tutti civili ,con la scusa di uccidere miltari tedeschi..
    quando fu bombardata Roma,la scusa era beccare i due binari dei treni tedeschi ebbene i binari rimasero li interi quartieri rasi al suono..segno che era solo una scusa..per spargere il terrore e far pagare cara chiunque avesse osato sfidare gli UK (che all’epoca contava un impero mondiale!) e poi gli USA.
    QUindi l’Italia e la Germania e Giappone subitono insieme quasi 2milioni di morti coi soli bombardamenti alleati e secondo recenti stime circa 3.500.000 di morti tutti civili
    http://www.italia-rsi.org/alleatidichi/bombardamenti.htm

    Contro la Germania ci fu il carico da 12,perchè la Germania come l’Iran oggi e l’Iraq ieri rappresentava un modello vincente di finanziamento pubblico ossia di emissione della moneta che aveva permesso alla Germania di tener testa a mezzo mondo…quel mondo che invece deve pagare enormi interessi a banche private sottraendoli alle possibilità di finanziamento pubblico…

    quindi la punizione contro i tedeschi era doppia,l’aver sfidato l’UK ed il suo modello finanziario usato anche in USA ..
    come dire,attenzione ecco come finisconi quelli che sfidano il padrone..

    per quanto mi riguarda se è vero che migliaia di sefarditi,zingari,omosessuali ed altre minoranze furono deportati e poi uccisi non di fame e malattie(come furono la maggior parte)ma deliberatamente per la selezione della razza con esperimenti…allora questo genocidio va ricordato di pari passo con quello di Dresda,con quello Giapponese,con quello italiano..
    se non lo si fa coi secondi allora per quanto mi riguarda non è giusto ricordare manco quella chiamata shoah.

    ciao

  • maristaurru

    A me sembra chiaro che non io “giustifico” i morti per guerra, ma coloro che la guerra la fanno, e magari la considerano “guerra giusta”, insomma , i morti “per guerra” sono previsti dalla logica della guerra, in combattimento si muore. I morti causati scientemente, scegliendo SCIENTEMENTE una città indifesa, senza basi militari, piena di profughi e nemmeno da considerare bersaglio “strategico” in quanto priva di fabbriche, ma solo per conquistare “crediti” presso i sovietici nella futura spartizione tra i vincitori, non c’era modo di “giustificarli” come operazione di guerra e li si è nascosti, gli ebrei non si poteva nascondere l’olocausto e le purghe etniche che facevano espressamente parte del programma Hitleriano, non c’era modo di nascondere quello che si è fatto agli ebrei, ed io soggiungo per fortuna, si è impedito che una comoda pietra venisse messa sopra agli eccidi di guerra, e come hanno fatto e spero facciano ancora gli ebrei, anche tutti gli altri debbono avere voce e ricordo . A questo si dovrebbe avere attenzione piuttosto che alla contabilità ragionieristica del numero dei morti rispetto ai Mq e simili amenità cui lei sembra dare peso.
    Comunque ognuno è libero di scegliersi il passatempo che crede, solo che è pregato di sforzarsi, leggendo, di capire, per quanto il mezzo lo permette, chi scrive di cosa sta parlando
    , oppure di chiedere chiarimenti invece di giungere a conclusioni sballate dettate dal suo modo personale modo di vedere

  • Erwin

    Lei afferma:
    …”non si poteva nascondere l’olocausto e le purghe etniche che facevano espressamente parte del programma Hitleriano, non c’era modo di nascondere quello che si è fatto agli ebrei”…
    Queste sono due fonti ebraiche:

    1)L’Annuario Mondiale (“World Almanac”) censisce 15.688.259 ebrei, in tutto il mondo nel 1938.
    2) New York Times” del 22 febbraio 1948 ebrei esistenti in tutto il mondo 15.600.000 e i 18.700.000.

    Come vede le due fonti ebraiche affermano che nessun olocausto è avvenuto!
    Quindi di cosa sta parlando?
    In ultimo: mi dica dove si può leggere(nel programma,come dice lei)che l’olocausto era previsto?

  • TommasoG

    Dresda è storia nota
    Anche il bombardamento di Amburgo fu qualcosa di atroce
    Il primo bombardamento di una città per fini militari fu durante l’assedio di Strasburgo durante la Guerra Franco-Prussiana del 1860. Già allora i generali discussero del vantaggio tattico che può dare, e delle implicazioni etiche, il bombardamento indiscriminato di civili. Il consenso è che quel bombardamento, pur infliggendo notevoli danni ai civili, fu ininfluente ai fini tattici e strategici della guerra (fonte: The Franco-Prussian War di Micheal Howard).
    Liddell Hart discute della sua storia della seconda guerra mondiale delle decisioni che hanno portato gli gli alleati ad utilizzare quello che fu definito “bombardamento strategico”, cioè la volontaria strage di civili al fine di “fiaccare lo spirito del nemico”. Quello io ho capito è che alla fin fine il danno arrecato, in funzione del costo (enorme) e del risultato è stato relativamente ininfluente ai fini dell’esito della guerra. Quindi, omicidio di civili si è trattato.

  • vic

    Fortunatamente esistono politici avveduti che cominciano a compiacere il faro del mondo di domani: la Libia!

    E da ignoranti sublimi insultano paesi che non hanno eguali al mondo come tradizione democratica!

  • vraie

    hai ragione non sono 60 ma 65:
    così cambia totalmente il significato dell’operazione

  • gianpi

    durante la Guerra Franco-Prussiana del 1860
    piccolo errata corrige ..l’anno è 1870