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1848 – 2011: LA RIVOLTA DELLA FAME

DI PHILIPPE CHALMIN
lemonde.fr.

“La carenza di alimenti si fece sentire già in primavera. Il prezzo del grano aumentò in tutti i paesi: in Francia, il prezzo per un ettolitro passò da 17,15 a 39,75 franchi, fino a 43 franchi a fine anno…

La crisi di sussistenza generò presto disordini popolari…”.

In questo modo veniva descritta la situazione agricola europea tra il 1847 e il 1848 dallo storiografo Charles Pouthas. Qualche settimana dopo, la situazione in Europa diventava così incandescente da affondare l’ordine assolutista sancito dal Congresso di Vienna. Dall’Italia soffiava il vento della rivolta che arrivò in Francia, poi a Vienna e a tutto l’impero austro-ungarico; e presto si fece sentire in Germania ed in Svizzera. Tra febbraio e marzo 1848, la monarchia francese cadde con l’abdicazione di Luigi Filippo, Metternich perse il suo potere a Vienna e la Germania proclamò a Francoforte la creazione del primo parlamento.

Se gli eventi in corso non avranno risvolti inaspettati, la “primavera dei popoli” ricorda “l’inverno arabo” che stiamo vivendo oggi, con la stessa diffusione dello spirito rivoluzionario dalla Tunisia all’Egitto, fino allo Yemen o alla Giordania. Di sicuro nel 1848 non c’era Internet né Facebook, però questo non frenava la circolazione rapida delle informazioni: la notizia della caduta di Luigi Filippo provocò la capitolazione di Metternich, così come quella di Ben Ali fa tremare Mubarak; in entrambi i casi, ad ogni modo, la crisi agricola e l’impressionate aumento dei prezzi sono alla base dei tumulti.

L’Europa continentale nel 1849 non era autosufficiente per quanto riguarda la produzione di beni agricoli. Per alimentare le città bisognava importare grano dall’America e dalla Russia, e l’unica arma in mano ai governi era quella dei dazi doganali, che aumentavano ulteriormente i prezzi per i consumatori. Le cause della scintilla che infiammò l’Europa alla fine del 1847 sono senza dubbio legate proprio all’agricoltura.

La situazione del mondo arabo nel 2011 si può paragonare a quella dell’Europa del 1847. La zona che va dal Marocco al golfo arabo-persiano è una delle principali regioni importatrici del mondo di cereali (10 milioni di tonnellate l’Egitto, 5 milioni l’Algeria e l’Iran, 3 il Marocco e l’Irak; 7 milioni di tonnellate d’orzo l’Arabia Saudita, ecc…), di zucchero, d’olio, di pollame e di carne bovina. La maggior parte di questi stati, ad eccezione del Marocco, hanno abbandonato ogni tipo di politica agricola e la loro economia dipende dalle importazioni per rifornire le loro città. Con un po’ di petrolio si può, naturalmente, comprare grano, olio e zucchero. Però l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli mondiali del secondo semestre del 2010 ha provocato tensioni tra i consumatori. Non ci sono state vere e proprie “sommosse della fame”, ma semplici manifestazioni contro il carovita.

Come nel 1848 il malcontento sociale e politico ha fatto il resto. Naturalmente, la situazione varia a seconda delle possibilità che il paese ha di pagare o meno le importazioni con i ricavi derivanti dal petrolio: i due stati più deboli, Tunisia ed Egitto, non possiedono petrolio, mentre in Algeria, a Tripoli, a Riad o nel Golfo, i governi fanno di tutto per dare il pane quotidiano alle masse urbane. E’ una tattica poco lungimirante, ma da sempre viene utilizzata dalle monarchie che invecchiano.

Nel 1848, lo Zar salvava l’impero austriaco, la Prussia aveva prevalso sulla Germania, e Luigi Napoleone stava già cominciando a indebolire la Repubblica. Auguriamo a questo inverno arabo un finale migliore, ma non scordiamoci dell’importanza della crisi agricola, che scuote il mondo dopo 160 anni.

Philippe Chalmin, professore dell’Università Paris-Dauphine, è uno dei massimi esperti mondiali di materie prime alimentari. Coordina la pubblicazione annuale del rapporto Cyclope (Cicli e orientamenti di prodotti e scambi) sui mercati mondiali. E’ fondatore e coordinatore dal 2000 del Club Ulysse, uno dei principali forum di economisti francesi.

Versione originale:

Fonte: www.lemonde.fr
Link: http://www.lemonde.fr/idees/article/2011/02/14/1848-2011-les-revoltes-de-la-faim_1479709_3232.html
14.02.2011

Traduzione dallo spagnolo (1848, 2011: las revueltas del hambre
http://www.sinpermiso.info/textos/index.php?id=3957
) per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTO CERQUETANI

Pubblicato da Davide

  • Tao

    LA RIVOLUZIONE DI TWITTER NON RIEMPE LA PANCIA

    DI DAVID RIEFF
    internazionale.it

    Nell’euforia e nella preoccupazione per le rivolte nel Medio Oriente arabo – che hanno già fatto cadere due tiranni e minacciano il potere di vari altri – si è molto parlato di libertà e democrazia.

    Abbiamo anche sentito una valanga di tecnochiacchiere ciberutopiche sul potenziale di emancipazione di Bluetooth e di Twitter, secondo cui i tiranni sarebbero impotenti di fronte alle nuove tecnologie. In effetti la Cnn ha dedicato molti dei suoi servizi dall’Egitto a ciò che si leggeva sui blog e che passava su Twitter, e alla decisione del regime di Mubarak di chiudere ogni accesso a internet e ai cellulari, di fronte all’intensificarsi delle manifestazioni. Come se il mezzo – come aveva previsto Marshall McLuhan – fosse davvero il messaggio, e come se l’accesso alla rivoluzione senza internet fosse bloccato.

    La delusione della rete, la forza dell’esempio

    Se le tecnologie dell’informazione non fossero l’idolo dei nostri tempi, nessuna persona sensata potrebbe mai credere che la rivoluzione nordafricana sia avvenuta grazie ai social network. Come osserva Evgeny Morozov nel suo bellissimo libro The net delusion (http://www.amazon.it/gp/product/1586488740?ie=UTF8&tag=internazional-21&linkCode=as2&camp=3370&creative=23322&creativeASIN=1586488740) , siamo di fronte alla stessa idea utopistica che fece prevedere a Marx la liberazione degli indiani dal sistema delle caste grazie alla rivoluzione delle comunicazioni prodotta dalle ferrovie dell’impero britannico. Non voglio certo dire che i social network non contano, anzi: contano molto.

    Però non sono l’incarnazione della libertà né affrettano l’arrivo di chissà quale stadio paradisiaco della storia umana. Se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina della Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere, e più in generale contro la brutalità della polizia, la disoccupazione, la miseria e la mancanza di opportunità. È stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania.

    Ma nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone e come società, cioè la libertà personale e la democrazia rappresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro. E invece lo stiamo facendo.

    Giustizia e speranza

    La democrazia, la libertà di espressione, i diritti sono cose molto belle. Ma senza giustizia economica – cioè senza la speranza di una vita decente, di avere un’assistenza sanitaria adeguata e di non vivere nello squallore – quei sogni democratici rischia di goderseli solo una minoranza della popolazione. Non occorre essere marxisti per capire la forza dell’amara osservazione di Brecht nell’Opera da tre soldi: “Prima viene lo stomaco, poi viene la morale”. Certo, sarà una gran bella cosa se l’esercito manterrà la promessa, fatta sia in Egitto sia in Algeria, di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore da decenni. Ma questi cambiamenti dall’alto, che porteranno vantaggi quasi immediati al ceto medio-alto serviranno a dare un destino migliore a tutti i Mohamed Bouazizi del mondo? È ancora tutto da vedere.

    I tunisini poveri non sembrano molto ottimisti. Nelle settimane successive alla caduta della dittatura di Ben Ali, migliaia e migliaia di loro sono salpati a bordo di gommoni per cercare di raggiungere l’Europa e una vita migliore, e sono sbarcati nell’isola italiana di Lampedusa. Questa gente non sembra nutrire una grande fiducia di ottenere migliori prospettive economiche in una Tunisia democratica.

    Ma i ragazzi che salgono a bordo di quelle carrette del mare non si mettono certo a fare la cronaca della traversata con la videocamera del telefonino, non scrivono su Twitter o su Facebook per far sapere agli amici che hanno deciso di tentare la sorte in Europa. E oggi, nel Medio Oriente arabo, questi ragazzi sono ben più numerosi dei giovani attivisti per la democrazia che noi occidentali abbiamo giustamente elogiato in queste settimane.

    Quelli di cui parlo sono i fantasmi al banchetto della democrazia. E se i governi occidentali, che oggi promettono aiuti e appoggio politico, e le grandi organizzazioni filantropiche come la Open Society Foundation di George Soros, non terranno presente che lo stomaco conta quanto la morale – cosa che invece i Fratelli musulmani in Egitto ed Hezbollah in Libano hanno capito da un pezzo – quest’anno le rivoluzioni del mondo arabo faranno molto per alcuni, ma lasceranno emarginata e sofferente la maggioranza dei cittadini. Con tutte le conseguenze, sia morali sia politiche, che ne deriveranno.

    David Rieff
    Fonte: http://www.internazionale.it
    Link: http://www.internazionale.it/la-rivoluzione-di-twitter-non-riempie-la-pancia/
    18.02.2011

    Traduzione di Marina Astrologo.

    Internazionale, numero 885 , 18 febbraio 2011

  • Tondo
  • luigiza

    ..Se le tecnologie dell’informazione non fossero l’idolo dei nostri tempi, nessuna persona sensata potrebbe mai credere che la rivoluzione nordafricana sia avvenuta grazie ai social network. ..

    Ti do ragione Tao perchè anche io mi ritengo una persona sensata. Infatti bastava il buon senso per capirlo.