Home / ComeDonChisciotte / TUTTO RUOTA SULL'ORO
11344-thumb.jpg

TUTTO RUOTA SULL'ORO

DI PEPE ESCOBAR
asiatimes.com



Per citare quell’immortale detto nel “Falcone Maltese” di Dashiell Hammett, reso poi film da John Huston in “Parliamo dell’uccello nero” – parliamo dunque di quel misterioso uccello fatto d’oro. Eh sì, perché questo è proprio un film noir degno di Dashiell Hammett – con protagonisti il Pentagono, Pechino, le guerre-ombra, i vari “pivoting” e tanto, tanto oro.

Cominciamo dalla posizione ufficiale di Pechino: “Non abbiamo abbastanza oro”. Questo ci porta all’eccesso di spese pazze fatte dalla Cina – cosa a cui tutti possono assistere personalmente e in tempo reale a Hong Kong. La Cina e’ diventata il principale paese produttore e allo stesso importatore di oro nel mondo.
L’oro rappresenta circa il 70% delle riserve degli Stati Uniti e della Germania; più o meno lo stesso vale per Francia e Italia. In Russia – anch’essa dedita a spese pazze come la Cina – l’oro rappresenta poco più del 10% delle riserve. Ma la percentuale della Cina, con riserve per la strabiliante cifra di 3.2 trilioni di US$, è solo del 2%.


Pechino sta scopiazzando pedissequamente i trucchetti della Federal Reserve di New York la quale, alla richiesta da parte della Bundesbank tedesca di restituire l’oro tedesco che sta detenendo, ha risposto che gli ci vorranno più o meno sette anni prima di poterlo fare.


Il giornalista finanziario Tedesco Lars Schall ha seguito la vicenda fin dall’inizio(1) e praticamente da solo è arrivato a comprendere il cruciale collegamento tra oro, denaro cartaceo, risorse energetiche e l’abisso che attende il petro-dollaro.

Ogni volta che Pechino dice che ha bisogno di più oro, la cosa viene giustificata come una misura protettiva contro “rischi di valuta estera”, del tipo fluttuazione del dollaro, ma soprattutto per promuovere la globalizzazione dello yuan”. Per far sì che pian piano lo yuan riesca a competere in modo “equo” (2)con il dollaro e l’euro sulla “piazza internazionale”.


Ed ecco il nocciolo (illusorio) della questione. Quello che Pechino vuole veramente è liberarsi del laccio del dollaro. Perché questo accada, ha bisogno di un’immensa quantità d’oro. Ecco quindi Pechino che si sposta dal dollaro allo yuan, e che tenta di portarsi appresso in questo passaggio vaste aree dell’economia globale. La predominanza “aurea” è il Falcone Maltese di Pechino: “…la materia di cui sono fatti i sogni”.

C’hai i droni? Allora passi

Anche il Qatar è impegnato in un questo tipo di “pivoting” – ma del tipo MENA (Medio Oriente Africa del Nord). Doha ha finanziato Wahhabiti e Salafiti – e anche Salafiti-Jihad – come ha fatto la NATO con i ribelli in Libia, con le gang del Libero Esercito Siriano e con la cricca pan-islamica che ha preso il sopravvento nel Mali del Nord.

Il Dipartimento di Stato prima e il Pentagono poi, pare se ne siano accorti, come ci fa pensare l’accordo siglato insieme da Washington e Doha per l’avvio di una nuova e più appetibile “coalizione” in Siria. Ma restano comunque molto potenti quei collegamenti tra il francofilo Emiro del Qatar e le Quai d’Orsay di Parigi, che hanno sollevato parecchio fumo durante il regno del Re Sarko (l’ex Presidente Nicolas Sarkozy).


Ogni osservatore informato di geopolitica ha potuto conoscere bene, attraverso soffiate dell’intelligence francese, poi finite sulle pagine satiriche del settimanale Le Canard Enchainé, il modus operandi del Qatar. Ci vuole poco a capirlo. La politica estera del Qatar si riassume in: Fratelli Musulmani Qui, Lì e in Ogni Dove (ma non nell’emirato neo-feudale, però). E’ questo il Falcone Maltese dell’Emirato del Qatar. Allo stesso tempo Doha – per la gioia delle elite francesi – è un acerrimo sostenitore del neo-liberalismo duro, oltre che tra i primi investitori dell’economia francese.

Quindi i suoi interessi si possono ben identificare nella promozione del capitalismo distruttivo in Libia e poi in Siria. Il Mali è un’altra faccenda; un classico “rinculo”– ed è qui che divergono gli interessi di Doha e di Parigi (per non parlare di quelli tra Doha e Washington; se rinunciamo a presumere che il Mali non sia stato che un ottimo pretesto per dare una sferzata di vigore rinnovato ad AFRICOM).

I media Algerini sono inondati di rabbia Scandalosa l’agenda del Qatar (in francese). (3) Eppure il pretesto ha funzionato alla perfezione, come previsto.


AFRICOM – ma guarda un pò! – sta rullando, mentre il Pentagono si appresta a stabilire una base di droni (4) in Niger. E’ il risultato pratico della visita di qualche giorno fa in Niger del Comandante Generale di AFRICOM, il Generale Carter Ham.


Dimenticatevi di quei vecchi turboelica PC-12 che da anni perlustravano i cieli del Mali e dell’Africa Occidentale. Ora è il momento dei Predator. Traduzione: il nuovo capo della CIA, John Brennan, ha in mente una guerra ombra della CIA in tutta l’area Sahara-Sahel. Con il permesso di Mick Jagger/Keith Richards, è il momento giusto per iniziare a canticchiare un vecchio successo rimixato: “I see a grey drone/and i want it painted black”.

Il Niger per AFRICOM è una vera bengodi. Il Niger Nordoccidentale è pieno di quelle miniere di uranio che riforniscono l’industria nucleare francese. Ed è molto vicino ai giacimenti aurei del Mali.

Immaginate tutto quell’oro in un’area “instabile” che cade nelle mani di…compagnie cinesi.

Sarebbe per la Cina il Falcone Maltese, riuscire finalmente ad avere abbastanza oro da potersi liberare dal cappio del dollaro.


Il Pentagono ha persino avuto autorizzazione a fare rifornimento per tutti i suoi velivoli di sorveglianza ad Agadez, luogo cruciale. La legione Francese avrà anche fatto un bel lavoretto con il Mali, ma alla fine sarà AFRICOM che raccoglierà i frutti in tutta la fascia Sahara-Sahel.

E lo conoscete l’uccello Asiatico?


Arriviamo quindi al famoso “pivoting” in Asia – quello che doveva essere il primario tema geopolitico dell’Amministrazione Obama 2.0 Potrebbe esserlo. Ma sicuramente avverrà in concomitanza con: AFRICOM che fa “pivoting”


E non abbiamo citato il “non-pivoting” di questa trama nera: l’Amministrazione Obama 2.0 che continua nel suo sconcertante abbraccio alla feudale Casa Saudita e alla “stabilità” nella Penisola Arabica, come raccomandato dal solito soggetto sospetto, un mediocre – eppure influente – “veterano dell’intelligence”. (5)


Suonala ancora, Sam. In questa memorabile scena da Falcone Maltese all’inizio della nostra trama, tra Humphrey Bogart (che fa la parte del Pentagono) e Sydney Greenstreet (che fa la parte di Pechino), il funzionario veterano dell’intelligence fa la parte del babbeo, il terzo uomo della scena. Il “pivoting” in Asia è essenzialmente un prodotto di Andrew Marshall, (6) un totem alla Yoda della sicurezza nazionale statunitense.

C’era Marshall dietro la Rivoluzione degli Affari Militari (RMA) – lo sapete bene voi, mostri di Donald Rumsfeld. C’era lui dietro il fallimento della missione Shock and Awe (che è servita solo a distruggere l’Iraq in modo praticamente irreparabile, con annesso capitalismo distruttivo in azione); ed ora arriva il concetto di Battaglia Mare-Terra,(7) che prevede l’attacco di Pechino alle forze statunitensi nel Pacifico, cosa che, francamente, è ridicola (anche con l’aiuto di una mostruosa operazione con falsa bandiera).

Gli Stati Uniti contrattaccherebbero con una “campagna- lampo” – l’equivalente navale di Shock and Awe. Il concetto piace molto alle Forze Aeree e Navali statunitensi poiché implica grosse spese in attrezzature da piazzare in svariate e sofisticate basi nel Pacifico e in mare aperto. (7)

Quindi, nonostante le misure antinsurrezionistiche alla David Petraeus che hanno spostato l’attenzione sulle guerre ombra della CIA di John Brennan, il punto focale resta l’Asia; una pseudo strategia ideata per mantenere alti i livelli di spesa del Pentagono, promuovendo una nuova guerra fredda con la Cina; “Non riusciranno mai ad accumulare abbastanza oro da mettere in atto i loro malvagi piani”, potremmo sentir dire da Marshall sulla Cina (non certo con lo stesso aplomb di Bogart e Greenstreet).

Hammet sarebbe esterrefatto: il Falcone Maltese di Marshall è fatto della stessa materia (bellica) di cui sono fatti i sogni.



Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2008). Lo si può raggiungere a: pepeasia@yahoo.com.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/China/OB01Ad01.html
1.02.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

1) http://www.larsschall.com/2011/10/11/germany-should-end-the-secrecy-and-bring-its-gold-home/
2) http://thebricspost.com/renminbi-to-compete-with-dollar-and-euro/#.UQmlnKXigbl
3) http://www.courrierinternational.com/une/2013/01/28/le-jeu-trouble-du-qatar
4) http://dailycaller.com/2011/07/11/meet-andrew-marshall-the-unknown-but-immensely-influential-figure-behind-american-national-security-strategy/

5) http://www.brookings.edu/research/papers/2013/01/revolution-in-riyadh

6) http://dailycaller.com/2011/07/11/meet-andrew-marshall-the-unknown-but-immensely-influential-figure-behind-american-national-security-strategy/
7) http://www.washingtonpost.com/world/national-security/what-is-air-sea-battle/2012/08/01/gJQAlGr7PX_graphic.html

Pubblicato da Davide

  • AlbertoConti

    Balle, l’oro non c’entra niente. L’oro nero sì, il petrolio che si commercia ancora in dollari, Iran a parte. Ma è un concetto diverso, diametralmente opposto. Come tra emissione di moneta e sua circolazione ultima. L’età della pietra è finita, e quella del Gold-Standard pure, fatevene una ragione.

  • elio_c

    L’euro è già un gold-standard, riveduto e corretto.