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TEMPO. SCELTE. O DEL “DOMINARE” CIO’ CHE CI E’ CONCESSO

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Credo che non ci sia stato un solo giorno in vita mia in cui non abbia pensato almeno un istante alla morte. Certamente almeno da quando ho preso coscienza di esserci, di esistere. Mi aiuta costantemente questo pensiero.

Tutto fu abbastanza chiaro quando da adolescente scoprii il concetto “un tempo”. E fu Hermann Hesse ad esplicitarlo per me. È iniziato tutto da lì. E non finirò mai di essere grato alla mia professoressa di storia e letteratura, al secolo Anna Giaroli, la quale capendo molto ben prima di me che avevo clamorosamente sbagliato indirizzo di studio tentando di diplomarmi in un Liceo Artistico mentre avrei dovuto senza ombra di dubbio indirizzarmi verso il Classico, in pratica mi prese per mano e mi insegnò tutte le altre materie che sapeva, eccome se lo sapeva, sarebbero poi state balsamo per i miei anni futuri.
Mi mise tra le mani dei libri e dei testi teatrali. E poi scoprii per la prima volta sul serio le migliaia di volumi presenti nella mia casa avita che sino a quel momento consideravo solo come oggetti per costruire capanne con mio fratello. Alla fine sono finiti nella mia, di casa, quei libri. E a quelli se ne sono aggiunti una infinità di altri. L’ultimo censimento risale a una manciata di anni addietro, per intenderci, a poco prima di varare La Voce del Ribelle. Superavano di poco i diecimila. Adesso non saprei. Sul serio, tra quelli arrivati in redazione e quelli acquistati settimanalmente in questi anni sarebbe stato difficile e in fin dei conti inutile tenerne il conto. Facile, invece, capire che non riuscirò a leggerli tutti. Questione di tempo, già. E appunto, ancora una volta. Tra quelli che sfoglio, quelli che leggo parzialmente, magari un capitolo che mi serve mentre lavoro, quelli che rileggo, chioso, sui quali prendo appunti e quelli nuovi che vanno necessariamente studiati, oltre a quelli che decido di leggere per il solo piacere di farlo, me ne passeranno tra le mani un centinaio ogni mese. Ma più di un paio nuovi a settimana, in qualche caso tre, non riesco proprio ad assorbirli degnamente. 

Il conto è presto fatto, e da un lato fa paura. Anche ammesso di riuscire a viverne un centinaio nuovi all’anno, diciamo con molto ben augurio per un altro trentennio, potrò arrivare ad averne letti sul serio altri tremila in tutto. Una miseria, in fin dei conti. Eppure è quello che umanamente mi spetta. A patto di riuscire a prenderlo.

Una fortuna, in realtà. Come il fatto di pensare ogni giorno alla morte. Perché ogni volta, anche ogni volta in cui decido di prendere un libro, sono costretto a esercitare la scelta. Il giudizio. 

È insomma il concetto di limite che aiuta a vivere il presente, in fin dei conti l’unica cosa, assieme al passato, che davvero possediamo. Il che, riconoscere e tenere ben presente questo limite, nel mondo attuale dell’illimitatezza, della boiata secondo la quale “tutto è possibile”, è una bussola indispensabile per orientarsi. Del resto non ci si può che orientare se non all’interno di limiti, e allo stesso tempo non è possibile prendere una direzione se non si ha in testa almeno una destinazione, per vaga, anelata o supposta che sia. Chi dice di navigare nell’infinito non naviga, ma vaga. Che è cosa diversa. Perché l’infinito, l’illimitatezza, attiene al vago, al lasciarsi andare. È in altre parole il veicolo della dispersione.

Mi fanno ridere le persone che dicono di volersi “distrarre”, ogni tanto. Di fare cose “a perdita di tempo”. Ecco, io non ho proprio tempo da perdere. Non voglio perderne. E semmai ho bisogno di concentrazione, non di distrazione. Anche l’ozio è concentrazione, altro che perdita di tempo.

È insomma alla creazione costante del presente che si deve tendere. Credo che abbiamo il dovere di costruirci ciò che poi sarà un ricordo. E quello di mantenere vivo lo spirito di servizio verso il luogo nel quale siamo, verso la comunità cui in ogni caso apparteniamo. Sì, esistono anche metodi d’immortalità a buon mercato. I figli, dicono: “Che ti riempiono la vita”. Evidentemente vuota sino ad allora, implicitamente. E, sia chiaro, senza sminuire di nulla questo atto di creazione suprema. Ma figlio è tante cose. E paternità e maternità altrettanto, anche ben oltre la riproduzione.

Dunque di nuovo il tempo e come utilizzarlo, visto che è la cosa più preziosa in quanto di scarsità assoluta. Pensare periodicamente a questo basta in fin dei conti a prendere qualsiasi decisione, in qualunque ambito, persino per le cose più piccole. Se ogni istante diventa fondamentale, lo è anche ogni azione, ogni scelta, ogni decisione. E seguendo questo elementare criterio quasi tutto diventa molto più semplice e gratificante. Il resto non conta.

Valerio Lo Monaco
Fonte: www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/6/13/tempo-scelte-o-del-dominare-cio-che-ci-e-concesso.html
13.06.2013

Pubblicato da Davide

  • nigel

    Io sintetizzerei dicendo: vivi nel presente (cogli l’attimo, hic et nunc) ricordando il passato (che può arricchire il presente con la luce chiara o buia degli anni trascorsi) senza dimenticare che, forse, hai un futuro (in te o in coloro che ti sopravviveranno)

  • Giovina

    Ciao Nigel.

    La sintesi deve essere potenza dell’essenzialita’ del messaggio.
    Non credo che Lo Monaco abbia indicato il carpediem, ossia il cogliere, il non perdere l’occasione, qualsiasi essa sia: piuttosto ha sottolineato la concentrazione della consapevolezza, che e’ autocoscienza, quindi l’ Essere, l’esserci; che e’ cosa diversa, o maggiore, del qui ed ora.
    Oltre lo spazio, oltre il tempo, al di la’ di spazio e tempo: consapevolezza dell’ Io.
    E’ “cosa” che in genere si suppone, si da’ per scontata, o si mette in secondo piano, essendo essa in antitesi con cio’ che si puo’ toccare con mano e immediatamente conquistare e possedere, essendo essa immateriale e quindi inquietante: eppure e’ l’esperienza di questa epoca a cui l’uomo e’ chiamato, un a priori pratico che puo’ rendere vera e ed efficace ogni azione dell’uomo rispetto a quelle affannate e deludenti di ogni giorno.
    Per ora le nostre azioni sono scaturenti da pensieri non originari pero’ creduti tali, mentre in realta’ essi sono provocati da sensazioni e stimoli, sono pensieri che lo strumento del nostro cervello distorti ci rimanda con lo stesso meccanismo dello specchio: riflessi. Ma la vita non e’ nel riflesso.

    Credo che il richiamo ( a se’ stesso, che ognuno puo’ desiderare di fare a se’ stesso) ) di Lo Monaco sia dapprima dapprima alla volonta’ di un determinato Pensare, ed ecco che anche qui il Tempo assume un ulteriore significato di potenza immenso rispetto a quello comunemente inteso.

  • nigel

    Ciao Giovina, grazie per l’intervento. Purtroppo raramente l’essenzialità e la sintesi sposano la completezza espositiva, soprattutto nel definire concetti desueti, peraltro da me erroneamente percepiti e interpretati. In ogni caso, la realizzazione del “carpe diem”(dies non edonistico ma vissuto come “otia”, tempo dedicato a sè stessi) può essere eventualmente propedeutica a ciò che tu molto bene descrivi: una diversa e superiore “…consapevolezza, che e’ autocoscienza..quindi l’essere, l’esserci, che e’ cosa diversa, o maggiore, del qui ed ora…” e mi chiedo (e ti chiedo) se questo stadio di consapevolezza superiore dell’essere, in ciò che definiamo “presente”, non possa essere vissuto altrimenti se non in “attimi” o momenti in cui il passato (intendendo con “passato” ciò che si è, hic et nunc, anche in base al vissuto) e la proiezione dell’io nel futuro perdono la loro identità fondendosi con il presente stesso. Mi chiedo infine se questo stato di superiore consapevolezza (che credo tutti abbiamo occasionalmente vissuto, perchè richiamati di norma rapidamente all’ordinario) non sia compatibile che con “attimi”. Grazie per avermi aperto gli occhi e avermi offerto la chiave interpretativa giusta ( spero di aver capito bene… 😉

  • makkia

    Mah, uno potrebbe ritorcere che la paura (il pensiero) della morte non è una buona scusa per affrettarsi a compiere il possibile prima che essa arrivi, cioé prima che scada il nostro tempo. Non dovremmo avere lo stimolo/alibi della nostra caducità per essere spinti a fare.
    Ed è proprio l’esplicitazione tramite l’esempio dei libri non leggibili per mancanza di tempo e della “tragedia” della necessaria selezione che mi disturba.
    Per dirla con Vattimo, noi leggiamo per arredarci l’anima. Quando è sufficentemente arredata (inteso come divenire e non come stasi) dovremmo essere in grado proprio di avere pensieri che, se non proprio originali, sono comunque una decodifica della realtà. La vita è elaborazione di ciò che possiamo permetterci in quel particolare “qui ed ora”, in quella particolare fase della nostra crescita. Ed è valida, questa elaborazione, e nello stesso tempo provvisoria.
    Allo stesso modo in cui lo scienziato sa che scoprire significa solo fare tappa nel progresso della conoscenza, senza mai credere di essere arrivato. Ma la tappa la fa, la soddisfazione del traguardo c’è.

    Trovo sgradevole (forse un mio nervo scoperto) questo richiamo al fare inesausto, questa ripulsa del tempo per se stessi o per l’ozio, questa corsa contro il tempo.
    Dopotutto, una delle nostre massime acquisizioni è quello stato stuporoso che ci coglie quando entriamo in sintonia con un opera d’arte. E non descriviamo forse quello stato come “perderci nell’opera” (abdicare alla consapevolezza individuale)? Non abbiamo la sensazione che “il tempo si sia fermato”?
    Siamo umani perché facciamo, ma anche perché ci permettiamo di fermarci a contemplare l’operato (nostro e altrui).

  • Giovina

    Mi riferivo alla sintesi da te fatta, non a te 🙂 .

    Il mito eterno di Babele e’ stato piu’ che superato dalla realta’, tutti abbiamo problemi di espressione e di comunicazione, io stessa non sono ultima in cio’.
    L’articolo di Lo Monaco porta davvero dei messaggi interessanti.
    Tu chiedi in merito ad una Unita’, o sacralita’ dell’ Attimo che comprenda, giustifichi e dia possibilita’ di vera vita all’uomo. La risposta a questa domanda puo’ risiedere solo nell’intimo di chi la pone. Un altro puo’ pero’ condividere con te le sue conoscenze che pero’ rimangono, appunto, sue.
    Quegli “attimi” di cui parli per molti, almeno una volta nella vita hanno significato un irrompere nella loro interiorita’ di realta’ solo ipotizzate, attimi che si possono raccontare, non comprovare, dimostrare, non per questo contestabili da altri: prove inscalfibili per coloro che le hanno ricevute, una forza nuova per affrontare in maniera diversa, con coraggio inesauribile, il mistero del vivere.
    Lo Monaco sottolinea un’altra cosa importante e di valore: la creazione del presente.
    Dopo il concetto della percezione dell’Io egli trasferisce l’attenzione e quindi il concetto di azione e volonta’ al momento creativo, non alla passivita’. Questa consequenzialita’ non e’ casuale, e’ sviluppo, fiorire del seme. In questo mistero della volonta’ – che nulla ha a che fare con attivismi, seppur nobili, comunemente intesi – puo’ risiedere la potenzialita’ di trovare risposta sorprendente alla tua domanda in merito alla ripetitivita’ possibile di quegli “attimi”.
    La parola “Mistero”….Significa forse porta sbarrata, chiusa alla possibilita’ di svelare, togliere il velo? O piuttosto si puo’ supporre una liberta’ di “azione”, “attivita’ ” umana che, decisa in libera scelta, abbracciata, possa insegnare come accedere al potere creativo del presente, e quindi alla produzione voluta di preziosi “attimi”, tanti quanto possono essere necessari a estrinsecare una continuita’ della (auto)coscienza?
    Il discorso potrebbe non avere fine.
    Torniamo percio’, ma e’ perfettamente logico e non forzato farlo, al tema dell’articolo: il tempo.
    E’ un concetto contro il quale Lo Monaco non vuole lanciare nessuna corsa.
    Egli piuttosto nell’immobilita’ apparentemente esteriore, ma nell’azione piu’ intrinsecamente forte e potente della coscienza umana vuole essere “creativamente presente”. Ecco che i concetti ordinari di tempo e spazio scompaiono di fronte alla potenza del dinamismo interiore della coscienza.
    Si potrebbe cercare di considerare la validita’ effettiva di questa realta’ di fronte all’automatismo ordinario del nostro pensare non creativo, ossia asservito e dipendente continuamente solo da stimoli e conoscenze esterne, senza le quali la “nostra” attivita’ possibile interiore non saprebbe accendersi, ne’ illuminare “qualsiasi decisione, in qualunque ambito, persino per le cose più piccole……ogni istante ….., ogni azione, ogni scelta, ogni decisione.
    Nigel, grazie a te. E pure a Lo Monaco.