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RICORDATE BERNARD MARIS ? (UN'ORAZIONE FUNEBRE)

DI JACQUES SAPIR

russeurope.hypotheses.org

Bernard Maris è morto, assassinato da fanatici e da vigliacchi, con i suoi colleghi del Charlie Hebdo all’inizio del mese di gennaio 2015. Bernard è l’unico economista, fino a questo momento, ad avere pagato con la vita per quello che scriveva. Un libro in sua memoria sarà pubblicato a gennaio 2016 e mi è stato chiesto di scrivere il capitolo sull’economista, che conoscevo bene. Tuttavia, il testo che ho scritto per questo Tombeau (come si diceva nel XVIII° secolo) era troppo lungo. Lo pubblico, quindi, in questa sede per salutare la memoria di questo grande economista che fu anche, e forse soprattutto, un amico.

Bernard Maris, economista e pedagogo

Bernard Maris lascerà il ricordo di un ragguardevole professore d’economia, di un uomo di immense capacità pedagogiche, che sapeva interessare e affascinare il suo uditorio e che introduceva senza particolari difficoltà i suoi studenti ai principali concetti e dibattiti della scienza economica (…) Fu un economista per decisione, pedagogo per vocazione e giornalista per caso. Ci scherzava sopra, benché avesse la consapevolezza che stava continuando questa sua attività divulgativa dell’economia quando scriveva sul Charlie Hebdo o quando prendeva parte a diverse trasmissioni radiofoniche.

Nato nel 1946, nell’immediato secondo dopoguerra, fu un prodotto autentico di ciò che di meglio riusciva a fare il sistema dell’istruzione repubblicana. Ma fu anche il ragazzo della ricostruzione della Francia. Il titolo della sua tesi di laurea, avvenuta nel 1975, ne è testimonianza: “La distribuzione personale dei redditi: un approccio teorico nel quadro della crescita equilibrata”. Vi troviamo tutti i grandi temi dell’epoca: la crescita dei redditi, la questione di un «sentiero della crescita equilibrata», come la si chiamava all’epoca. È probabile che se avesse studiato a Parigi, sarebbe stato un “regolazionista”, uno di quegli economisti che vanno da Marx a Keynes (…) Il suo interesse per l’opera di Keynes e la sua relativa distanza da Marx furono probabilmente dovuti a questioni geografiche e da uno ambiente intellettuale specifico, piuttosto che ad una scelta ragionata (…) ma egli restò un uomo di Tolosa e questo spiega anche il percorso che i suoi studi hanno seguito.

L’economista impegnato

Conoscevo l’economista: scoprii l’uomo quando, davanti il rifiuto della casa editrice La Découverte di pubblicare Les Trous Noirs de la science économique (I buchi neri della scienza economica), nel 1999 proposi l’opera alla casa editrice Albin Michel, dove egli lavorava. Autore di un manoscritto delle mie lezioni in Russia a partire dal 1993 (…), proposi l’opera a Maris con tutte le mie preoccupazioni e la doppia eredità di un pensiero troppo rivolto alla teoria (e alla metodologia), ma anche influenzato da ciò che avevo vissuto in URSS e in Russia dalla fine degli anni ’80. La sua influenza mi ha beneficiato durevolmente. I consigli che Bernard Maris mi diede mi consentirono di rivedere al meglio Les Trous Noir e ciò spiega in larga parte il motivo del suo successo.

Avemmo tante discussioni animate, essendo Bernard molto affascinato dalla transizione in Russia. Quello che avevo da dirgli lo confortava in relazione a molte delle sue opinioni. Aveva già scritto I sette peccati capitali degli universitari, in cui denunciava l’arroganza e l’intolleranza di certuni di loro. Del 1999 è l’opera Keynes o l’economista cittadino (…) Nel libro Lettera aperta ai guru dell’economia che ci prendono per imbecilli, anche questo pubblicato nel 1999, e scritto in parallelo con l’opera su Keynes, attaccò le menzogne scientemente proferite da alcuni economisti. Nel mio libro aveva trovato il materiale per alimentare la sua sana indignazione. In quel periodo le nostre discussioni vertevano sulla critica dell’economia dominante. Il fatto di mostrare che i discorsi dominanti erano incoerenti rispetto alle basi, tanto teoriche quanto metodologiche dell’economia, gli sembrava importante, così come mostrare la falsità di quelle stesse ipotesi e gli errori che si potevano osservare nella metodologia degli economisti della corrente dominante (…).

Una crisi e la sua posta in gioco

Sheila Dow, un autore di corrente keynesiana radicale, che era l’alma mater teorica di Bernard Maris, ha mostrato che i differenti autori “mainstream” si dividono oramai tra chi si rifugia dentro un assioma irrealistico, nella tradizione aperta da Friedman nel 1953, e chi si rifa all’empirismo, ma senza garanzie se non in materia di procedure di verifica (…) Questi due approcci hanno per effetto immediato la trasformazione dell’economia in pura apologetica (…) Su questo ultimo punto di vista, eravamo d’accordo. Spero d’averlo convinto della imperiosa necessità per gli economisti eterodossi di criticare non soltanto il discorso dei loro colleghi “mainstream”, ma anche le basi metodologiche di quel discorso che permette giustamente di presentare come “scientifico” ciò che non è altro che volgare apologia dell’ordine dominante.
Ma all’epoca non sapevo che io e Bernard saremmo stati d’accordo anche su un altro tema dalle conseguenze considerevoli.

La rottura con l’Euro

A cura di Bernard Maris ho pubblicato un secondo libro, anche per il quale ho beneficiato di molti suoi consigli. Questo lavoro, Economisti contro la democrazia (pubblicato nel 2002), è stato in parte il risultato di numerose discussioni che abbiamo avuto nel 1999 circa l’incoscienza politica, in gran parte non democratica, di molti dei nostri “cari colleghi”. Bernard Maris era profondamente convinto che, quello che avevamo chiamato “espertismo”, rappresentasse una minaccia per la democrazia. Avevamo a lungo discusso insieme di ciò (…) I fatti della Grecia dell’estate 2015 hanno ampiamente confermato questa paura. Ma Bernard era morto, nelle circostanze che conosciamo, ucciso dal bigottismo e dalla stupidità all’inizio di gennaio 2015. Ad oggi egli è l’unico economista ad essere stato assassinato per le sue idee in Francia. Dalla chiusura dei seggi, s’era subito avviato uno scontro drammatico tra le istituzioni europee e il governo legittimo della Grecia. Sappiamo, purtroppo, come questa storia sia finita (almeno per ora).

Questo sviluppo era stato da lui già previsto quando, in una serie di articoli e alla faccia spesso disorientata di alcuni suoi amici politici, aveva annunciato che «stava cambiando opinione». Perché Bernard Maris – anche questo è stato oggetto di molte discussioni tra di noi – era ancora un sostenitore dell’integrazione europea, anche se i suoi dubbi si facevano sempre più evidenti col passare del tempo.

Nel 2014, “zio Bernard” – per prendere in prestito lo pseudonimo che usava per le sue cronache a Charlie Hebdo – si era espresso per l’uscita dall’euro in una serie di tre articoli pubblicati il ​​9, il 16 e il 23 aprile 2014. Tuttavia, questa importante presa di posizione, che ha avuto le sue ripercussioni nei circoli che frequentava, si poteva già leggere in una delle sue colonne risalenti al dicembre 2010. Egli scrisse in quel momento: “Io credo che ci sarà una nuova crisi finanziaria, la zona euro scoppierà, che l’Europa si balcanizzerà – in vero, è già balcanizzata. Dopo dieci anni è sorta una serie di eventi che non erano prevedibili: chi poteva prevedere la mega-crisi finanziaria? E le Torri Gemelle?” Come non leggere da questo momento i dubbi che lo avevano assalito? Emergeva anche la consapevolezza della profonda tragicità del mondo. Bernard Maris era giunto agli antipodi, lui, figlio di spagnoli repubblicani, della visione del mondo degli “orsetti del cuore” che caratterizza, purtroppo, gran parte della sinistra radicale.

Aveva spiegato il suo cambiamento di posizione in questi tre documenti pubblicati per tre settimane di seguito. Nella prima, era autocritico nei confronti delle sue posizioni in favore di un federalismo europeo, non perché pensasse che fosse un obiettivo dannoso, ma perché ammise che fosse irraggiungibile e che, perseguendo quella che appare essere un’evidente utopia, si correva il rischio di far cadere il mondo reale in un pericolo maggiore. Si dovrebbe leggere ciò che scrisse in quel momento perché, come la sua cronaca del 2010, le sue parole furono profetiche:

«Ho votato Sì a Maastricht, Sì al Trattato Costituzionale. Oggi penso che sia necessario lasciare la zona Euro. Non è mai troppo tardi (benché sia tardi) per riconoscere che ci siamo sbagliati. Ho creduto, povero pazzo, che la moneta unica ci avrebbe condotto all’Europa federale (…) I francesi hanno pagato spaventosamente la politica dell’euro forte. Perché una politica dell’euro forte? Perché l’industria tedesca è contenta con l’euro forte e perché i rentiers del mondo intero sono felici dell’euro forte (…) Una moneta forte è adatta per coloro che prestano (i rentiers), una moneta debole per chi prende a prestito (le famiglie, le imprese più in basso nella scala di produzione oppure che agiscono in mercati fortemente concorrenziali). L’euro forte ha distrutto l’industria francese. Altri fattori hanno contribuito: la nullità dei capi francesi, l’insufficienza nella ricerca, il trasferimento massiccio di “intelligenze” verso la finanza a detrimento dell’industria.

Possiamo restare nell’euro e accettare che in Francia non abbiamo più alcuna industria, che non ci resta altro che il turismo e un poco d’informatica legata ai media, ma niente aerei, né industrie farmaceutiche, né biotecnologie, né automobili, niente di niente, oppure possiamo uscire dall’euro e salvare il salvabile.

Perché dovremmo salvare l’industria? Perché la ricerca applicata può promuovere la ricerca fondamentale: esiste una sinergia tra le due cose. Se vogliamo una ricerca di qualità, ci vuole un minimo d’industria (potremmo anche fottercene ampiamente della ricerca e dire “viva gli Amish”). Se si vuole una “transizione energetica”, ci vuole un minimo di industria. Ma se uscissimo dall’Euro, andrebbe tutto a farsi fottere, no? Ebbene, no.»

Abbiamo ritrovato in questi passi l’immensa onestà, ma anche l’immenso coraggio, dell’economista e dell’uomo. Sono davvero molto rari gli economisti che riconoscono di essersi sbagliati. Bernard ha messo il dito nella piaga dell’incoerenza di una certa sinistra radicale che dice di volere una politica economica e la transizione energetica, ma che ha un pudore ben strano quando si abbordano le condizioni necessarie a queste politiche. Prendendo queste posizioni, Bernanrd Maris sapeva anche che infrangeva un tabù e che soprattutto riconosceva, in modo estremamente argomentato, che l’Euro era incompatibile tanto con lo sviluppo economico dei paesi dell’Europa del sud e della Francia che con la democrazia.
Bisogna mettere questi tre testi di Bernard Maris in prospettiva con il resto della sua produzione intellettuale. Il Maris che scrive tutto ciò è lo stesso che dialoga con Houellebecq sulla questione della deriva del liberalismo e sull’impossibilità della democrazia in un universo in cui, ormai, a decidere sono solo norme e regole. Fu lo stesso Bernard Maris che scrisse E se noi amassimo la Francia, suo libro postumo, dove, senza dirlo, ritorna a parlare della questione nazionale a partire, giustamente, dalla critica di una certa economia.

C’è bisogno, dunque, di leggere e rileggere Bernard Maris per comprendere la profondità delle sue idee, che nascondeva, per umiltà o timidezza, sotto una scrittura spesso sfacciata e sempre umoristica. Bernard Maris fu un grande pedagogo, ma non fu solo questo. Fu un grande economista e la sua voce, sempre calorosa, a volte sarcastica, ci mancherà.

Fonte: https://russeurope.hypotheses.org

Link: https://russeurope.hypotheses.org/4425

1.11.2015

Riduzione e traduzione per www.comedonchisciotte.org cura DI NICOLA PALILLA

Pubblicato da Davide

  • mda1

    «Ho votato Sì a Maastricht, Sì al Trattato Costituzionale. Oggi penso che sia necessario lasciare la zona Euro. Non è mai troppo tardi (benché sia tardi) per riconoscere che ci siamo sbagliati. Ho creduto, povero pazzo, che la moneta unica ci avrebbe condotto all’Europa federale (…) I francesi hanno pagato spaventosamente la politica dell’euro forte. Perché una politica dell’euro forte? Perché l’industria tedesca è contenta con l’euro forte e perché i rentiers del mondo intero sono felici dell’euro forte (…) Una moneta forte è adatta per coloro che prestano (i rentiers), una moneta debole per chi prende a prestito (le famiglie, le imprese più in basso nella scala di produzione oppure che agiscono in mercati fortemente concorrenziali). L’euro forte ha distrutto l’industria francese. Altri fattori hanno contribuito: la nullità dei capi francesi, l’insufficienza nella ricerca, il trasferimento massiccio di “intelligenze” verso la finanza a detrimento dell’industria.   

    Possiamo restare nell’euro e accettare che in Francia non abbiamo più alcuna industria, che non ci resta altro che il turismo e un poco d’informatica legata ai media, ma niente aerei, né industrie farmaceutiche, né biotecnologie, né automobili, niente di niente, oppure possiamo uscire dall’euro e salvare il salvabile.

    Perché dovremmo salvare l’industria? Perché la ricerca applicata può promuovere la ricerca fondamentale: esiste una sinergia tra le due cose. Se vogliamo una ricerca di qualità, ci vuole un minimo d’industria (potremmo anche fottercene ampiamente della ricerca e dire “viva gli Amish”). Se si vuole una “transizione energetica”, ci vuole un minimo di industria. Ma se uscissimo dall’Euro, andrebbe tutto a farsi fottere, no? Ebbene, no.»

  • Veron

    siamo sicuri che l’attentato a Charlie Hebdo non avesse tra i suoi obiettivi anche  la morte dell’insigne professore?

    "Uno che corrompe i giovani" si sarebbe detto ai tempi di Socrate.