Home / ComeDonChisciotte / QUEL CHE PUTIN NON STA DICENDO
14171-thumb.jpg

QUEL CHE PUTIN NON STA DICENDO

DI PEPE ESCOBAR

rt.com

Anche di fronte a ciò che in ogni aspetto si presenta come una tempesta perfetta, il presidente Putin si è prodotto in una prestazione estremamente misurata nel corso della sua conferenza stampa annuale e nella maratona di botta e risposta.
La tempesta perfetta si evolve su due fronti; una guerra economica palese – come in un assedio tramite sanzioni – e un attacco ombra concertato, sotto copertura, rivolto al cuore dell’economia russa. L’obiettivo finale di Washington è chiaro: impoverire e snervare l’avversario fino a costringerlo a piegarsi docilmente ai capricci dell’«Impero del Caos». E vantarsi di questo in tutti i modi fino alla “vittoria”.

Il problema, però, è che succede che a Mosca abbiano decifrato in maniera impeccabile il gioco: già in precedenza Putin, al Valdai Club di ottobre, aveva ben inquadrato la dottrina Obama nei termini che “i nostri partner occidentali” stanno lavorando come praticanti della “teoria del caos controllato”.

Così Putin ha nettamente compreso l’attacco-monstre tramite il caos controllato di questa settimana. L’Impero ha un potere monetario enorme; una grande influenza sul PIL mondiale da 85 miliardi di dollari, e il potere bancario che sta dietro tutto ciò. Quindi niente di più facile che usare questo potere attraverso i sistemi di private banking che di fatto controllano le banche centrali per incasinare il rublo. Pensate al sogno dell’«Impero del Caos» di abbassare il rublo del 99% o giù di lì – distruggendo in tal modo l’economia russa. Quale modo migliore per imporre la disciplina imperiale alla Russia?
L’opzione “nucleare”
La Russia vende petrolio in dollari USA all’Occidente. La Lukoil, per esempio, avrebbe un deposito in dollari presso una banca americana per il petrolio che vende. Se la Lukoil deve pagare i salari in rubli in Russia, poi dovrà vendere i depositi in dollari USA e acquistare in Russia un deposito in rubli per il suo conto in banca. Questo in effetti sostiene il rublo. La questione è se Lukoil, Rosneft e Gazprom stiano accumulando dollari all’estero – trattenendoli. La risposta è no. E lo stesso vale per le altre imprese russe.
La Russia non sta “perdendo i propri risparmi”, come gongolano i grandi media commerciali occidentali. La Russia può sempre richiedere alle società straniere di trasferirsi in Russia. La Apple, per esempio, può aprire uno stabilimento di produzione in Russia. I recenti accordi fra Russia e Cina includono l’industria costruttiva cinese in Russia. Con un rublo deprezzato, la Russia è in grado di obbligare una produzione manifatturiera che poteva essere localizzata nella UE a localizzarsi in Russia; altrimenti queste aziende perdono il mercato. Putin in qualche modo ha ammesso che la Russia avrebbe dovuto pretendere questo molto prima. Il (positivo) processo è ormai inevitabile.
E poi c’è un’opzione “nucleare” – di cui Putin non ha nemmeno bisogno di parlare. Se la Russia decide di imporre controlli sui capitali e/o impone una “vacanza” sul rimborso delle più grosse tranches del debito in scadenza nei primi mesi del 2015, il sistema finanziario europeo sarà bombardato – in pieno stile “colpisci e sgomenta” (nell’originale: Shock and Awe, NdT); dopo tutto, gran parte del finanziamento bancario e societario russo è stato sottoscritto in Europa.
L’esposizione alla Russia di per sé non è il problema; ciò che conta è il collegamento alle banche europee. Come mi ha detto un banchiere d’investimento americano, la Lehman Brothers, per esempio, ha portato giù l’Europa così come New York City – basandosi sulle interconnessioni. Eppure Lehman aveva sede a New York. È l’effetto domino che conta.
Se la Russia schierasse questa opzione finanziaria “nucleare”, il sistema finanziario occidentale non sarebbe in grado di assorbire uno shock dovuto all’insolvenza. E questo dimostrerebbe – una volta per tutte – che gli speculatori di Wall Street hanno costruito un “castello di carte” talmente fragile e corrotto che alla prima vera tempesta si trasformerà in polvere.
È appena a un colpo di distanza.
E cosa succede se la Russia va in default, creando un monumentale pasticcio per via dei 600 miliardi di dollari del debito del paese? Questo scenario è possibile leggerlo quando vediamo i Padroni dell’Universo dire a Janet Yellen e a Mario Draghi di creare crediti nei sistemi bancari per evitare un “danno ingiusto”: come nel 2008.
Ma poi la Russia decide di tagliare il gas naturale e il petrolio all’Occidente (mentre mantiene il flusso verso l’Oriente). I servizi russi possono causare il caos non-stop nelle stazioni di pompaggio dal Maghreb al Medio Oriente. La Russia può bloccare tutto il petrolio e il gas naturale pompato nei paesi “-stan” dell’Asia centrale . Il risultato: il più grande crollo finanziario della storia. E la fine della panacea eccezionalista dell’«Impero del Caos».
Naturalmente questo è uno scenario apocalittico. Ma non provocare l’orso, perché l’orso potrebbe realizzarlo in un attimo.
Putin in occasione della sua conferenza stampa era così freddo, calmo, raccolto – e desideroso di approfondire i dettagli – perché sa che Mosca è in grado di muoversi in totale autonomia. Questa è – ovviamente – una guerra asimmetrica: contro un impero fatiscente e pericoloso. Che cosa stanno pensando quei nani intellettuali che sciamano intorno all’ amministrazione dell’anatra zoppa Obama? Che possano vendere all’opinione pubblica americana – e mondiale – l’idea che Washington (i barboncini europei, in realtà) saprà affrontare una guerra nucleare, nel teatro europeo, in nome dello Stato fallito Ucraina?
Questo è un gioco di scacchi. Il raid contro il rublo doveva essere uno scacco matto. Non lo è. Non quando viene schierato da giocatori dilettanti di Scarabeo. E non dimenticate il partenariato strategico Russia-Cina. La tempesta può essere in diminuzione, ma la partita continua.
Versione originale:
Pepe Escobar
18.12.2014
Versione italiana:
Fonte: http://megachip.globalist.it
19.12.2013
Traduzione a cura di PINO CABRAS

Pubblicato da Davide

  • borat

    Forse conviene ricordare come si sono arricchiti gli oligarchi o nuovi russi che ora non riescono più a fare la bella vita con i soldi del popolo russo.

    Dunque, dopo il crollo dell’URSS le fabbriche che erano di proprietà statale sono state privatizzate facendo sì che i vecchi dirigenti statali messi lì dal partito diventassero essi stessi i proprietari delle fabbriche che prima gestivano.
    Fin qui niente di strano solo che la privatizzazione era stata una farsa: le azioni delle fabbriche erano diventati bigliettini che erano stati distribuiti ai dipendenti senza un criterio ben preciso.
    Questo doveva portare in teoria ad un gestione delle fabbriche cooperativa ma in realtà si verificò che quasi tutti i "nuovi azionisti" cedettero i loro bigliettini per pochi rubli o una bottiglia di vodka indovinate un po’ a chi? … ovviamente agli ex dirigenti che si ritrovarono proprietari al 100% delle fabbriche di cui prima erano solo amministratori, e perdipiù privi di controlli da parte del partito.
    Ovviamente la mentalità imprenditoriale era sempre quella di un tempo e le fabbriche non poterono durare molto sul mercato eccetto per le attività legate alla estrazione e raffinazione del petrolio e del gas naturale.
    Le imprese petrolifere, e lì i guadagni c’erano eccome,  rientravano dunque nel sistema delle privatizzazioni selvagge e i loro proprietari che in precedenza il povero Eltsin aveva tollerato, diventarono come fumo negli occhi per Putin.
  • borat

    Forse conviene ricordare come si sono arricchiti gli oligarchi o nuovi russi che ora non riescono più a fare la bella vita con i soldi del popolo russo.

    Dunque, dopo il crollo dell’URSS le fabbriche che erano di proprietà statale sono state privatizzate facendo sì che i vecchi dirigenti statali messi lì dal partito diventassero essi stessi i proprietari delle fabbriche che prima gestivano.
    Fin qui niente di strano solo che la privatizzazione era stata una farsa: le azioni delle fabbriche erano diventati bigliettini che erano stati distribuiti ai dipendenti senza un criterio ben preciso.
    Questo doveva portare in teoria ad un gestione delle fabbriche cooperativa ma in realtà si verificò che quasi tutti i "nuovi azionisti" cedettero i loro bigliettini per pochi rubli o una bottiglia di vodka indovinate un po’ a chi? … ovviamente agli ex dirigenti che si ritrovarono proprietari al 100% delle fabbriche di cui prima erano solo amministratori, e perdipiù privi di controlli da parte del partito.
    Ovviamente la mentalità imprenditoriale era sempre quella di un tempo e le fabbriche non poterono durare molto sul mercato eccetto per le attività legate alla estrazione e raffinazione del petrolio e del gas naturale.
    Le imprese petrolifere, e lì i guadagni c’erano eccome,  rientravano dunque nel sistema delle privatizzazioni selvagge e i loro proprietari che in precedenza il povero Eltsin aveva tollerato, diventarono come fumo negli occhi per Putin.
  • MiMiNo

    Il mio video "preferito" di Putin.

    Propaganda, messa in scena, quello che volete.
    Il tizio è Deripaska, un oligarga, di quelli noti, della prima ora.
    Il video è questo:
    Il momento topico è quando il cleptomane tenta di rubare la penna a Putin e la freddezza con la quale gliela chiede indietro.
    Per me, da quel momento, Putin è l’unica speranza.
    Qui, in un commento del video, il retroscena.
    Oleg Deripaska is a russian billionaire and considered as an oligarch in his country. He wanted to fire his workers in Pikalyovo, near Leningrad. Due to the economic crisis the cement-, aluminium- and chemical industry companies closed one after another in the region. The locals and the workers started protesting and due to their financial problems authorities even shut off the water in their homes. Putin went there personally and told off everyone.
    Deripaska got the biggest scold. He was the one who didn’t sign the agreement about restarting the companies.
  • lucamartinelli

    perchè 2 volte?