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PRIVATIZZAZIONI E INSUCCESSI NELL’ECONOMIA RUSSA

DI JEFFREY SOMMERS
Counterpunch

Quando va via il rettore di un’università, i notiziari nazionali non ne parlano; un caso a parte è la storia che ha dominato la stampa internazionale per una settimana. Tuttavia l’abbandono del rettorato della New Economic School russa da parte di Sergey Guriev (nella foto) ha dimostrato proprio questo. Dai siti web russi ai principali organi di stampa internazionali come il New York Times, il The Guardian e il Financial Times, l’esodo di Guriev ha creato un subbuglio. Il tono preoccupato di tali articoli rispecchia lo stato buio in cui versa la libertà in Russia, oltre a rimpiangere la perdita di una persona di talento del calibro di Guriev. Così come si dovrebbero portare avanti continuamente delle inchieste sulla questione della libertà politica, allo stesso modo ciò andrebbe fatto sul valore del contributo intellettuale di Guriev.
Il suo ritiro dal mondo accademico russo dovrebbe essere al centro di un dibattito importante, ma non per i motivi per i quali oggi lo è già. La stampa internazionale offre il ritratto di un economista serio e di talento che lascia il suo posto spinto da una combinazione di pressione politica mista a paura. Non sono nella posizione di poter spiegare tali motivazioni. Posso solo affermare ovviamente che, se fosse stato vittima di intimidazione, si tratterebbe di un fatto assolutamente vergognoso.

Eppure, qualcuno potrebbe chiedere, come mai Guriev raggiunse alla velocità della luce, a soli 33 anni, la carica di rettore della New Economic School? Normalmente questi rari casi di carriere lampo ai vertici di istituzioni accademiche sono giustificati come il risultato di contributi pionieristici che ridefiniscono un ambito accademico. Tuttavia, se esaminiamo la carriera del rettore Guriev, non troviamo che abbia apportato nulla di così innovativo. Sicuramente Guriev è una persona dotata di talento; le sue competenze nell’ambito accademico sono eccellenti. I suoi lavori sono comparsi in pubblicazioni accademiche di prestigio, valutate secondo il processo di peer review; ciò nonostante, nulla di più di un qualsiasi professore di una buona università. Ciò vuol dire, in effetti, che è stato un esemplare leale e capace del modello economico anglo-americano che ha causato la crisi economica del 2008. Tale modello, fatto proprio principalmente dai responsabili (tedeschi e svedesi) della politica della Banca Centrale Europea, è stato inoltre la causa dell’austerità e della stagnazione che hanno seguito tale crisi. Nelle mani di Guriev e nel contesto Russo, tale modello rappresenta ciò che Laszlo Nemeth, intellettuale ungherese degli anni ‘30, definiva “auto colonizzazione”.

Tutto ciò implica che la sua rapida carriera è stata un atto politico, così come lo è stato il suo allontanamento. Perciò, a questo punto, la Russia dovrebbe riflettere sullo stato estremamente politicizzato della sua economia. E su questo non ci sono dubbi. Infatti, già prima della grande crisi economica mondiale del 2008, alcuni giovani economisti iniziarono a mettere in discussione l’aspetto ideologico dell’economia neoclassica/neoliberale. In Francia ciò ebbe inizio con il movimento chiamato post-autistic, costituito da giovani economisti che spingevano per dare inizio a nuove ricerche nell’ambito estremamente circoscritto dell’economia. Persino la regina Elisabetta, nel 2008 alla London School of Economics, chiese giustamente, riferendosi all’inizio della grande crisi, “Perché nessuno se n’è accorto?”. Ovviamente alcuni sì che videro i segni di una crisi in arrivo; proprio nessuno apparteneva alla corrente economica dominante. George Soros, che ha studiato economia prima di situarsi alla guida dei neoliberali, è stato frustrato dallo stato chiuso in cui si trova la disciplina da qualche decennio. In risposta quattro anni fa creò l’ Institute for New Economic Thinking [Istituto per nuove teorie economiche, ndt] per fondare una produzione intellettuale al di fuori della disciplina rigidamente definita e controllata. Guriev ha incarnato un’economia neoliberale di cui figure come George Soros e la regina Elisabetta hanno messo in discussione il senso a partire dalla crisi del 2008. Certamente miliardi di persone nel Sud del mondo sono state vittime, sin dagli anni ’80, di questo modello; così come lo è stata la classe media del blocco post-sovietico, pauperizzata dalle privatizzazioni degli anni ’90, i cui effetti sono stati attenuati soltanto dall’aumento dei costi dell’energia in Russia, che in seguito ha iniettato denaro dentro (e fuori) i confini russi.

Sergei Guriev ha ragione quando individua nella corruzione il maggiore ostacolo a uno sviluppo riuscito della Russia. Purtroppo commette un grave errore quando prescrive come cura la privatizzazione. Di fatto, un secolo prima negli Stati Uniti, i politici dell’era progressista e gli attivisti, misero a confronto la corruzione e il rent seeking dei fornitori privati di beni e servizi di uso quotidiano, dall’acqua alla raccolta dei rifiuti. I prezzi aumentavano enormemente e la qualità diminuiva. Rendendo queste utenze pubbliche i comuni ridussero i costi e incrementarono la qualità. In anni più recenti, la privatizzazione delle ferrovie nel Regno Unito condusse a un aumento vertiginoso dei costi dei trasporti. Inoltre, una volta realizzata la privatizzazione, i proprietari ne trascurarono la manutenzione (“riduzione” di costi). In questo modo, di fatto, i privati poterono risparmiare, ma le conseguenze furono incidenti e successivamente costi per il settore pubblico per pagare le costose riparazioni di cui i privati non potevano o non volevano farsi carico. In breve, i guadagni furono privatizzati e i costi furono esternalizzati al settore pubblico.
Allo stesso modo Guriev promuove le privatizzazioni delle forze armate russe, seguendo l’esempio degli Stati Uniti. Ma anche in questo caso le spese sono spesso state gonfiate enormemente. Il salario dei soldati privati in Iraq era dieci volte superiore a quello dei soldati dell’esercito regolare. La privatizzazione della guerra degli Stati Uniti in Iraq non ha fatto altro che alimentare la corruzione: gli appaltatori, attraverso il blat, addebitavano al governo statunitense costi elevatissimi per i servizi prestati.

Ma, ancora una volta, non abbiamo capito. Né la privatizzazione né la proprietà pubblica da sole salveranno l’economia o freneranno la corruzione. Di fatto il sistema che la privatizzazione ha creato, e che dà sostento, conduce a un livello enorme di corruzione. In Russia la corruzione è stata il risultato della privatizzazione di beni pubblici, sia attraverso “vendite” (solitamente a prezzi enormemente sottostimati) che attraverso sistemi in cui i funzionari amministrativi mantengono il controllo privato dei beni, pur rimanendo questi ufficialmente di proprietà pubblica.

Si ha corruzione quando gente disonesta acquisisce il potere (potere sia privato che pubblico) e quando la gente comune ha la percezione che la società non è organizzata equamente. La chiave per il futuro della Russia è darle un obbiettivo in cui la gente creda e per il quale agisca. Non c’è bisogno che sia messianico come la visione sovietica, ma che sia un’idea e un piano per un futuro migliore. Quasi tutti gli stati che hanno adottato forme riuscite di progresso, sono riusciti a farlo incentivando, mobilitando e organizzando il settore pubblico e quello privato per creare valore e non solo profitti. Si possono fare profitti o distruggendo o creando valore. La stessa cosa vale per lo stato. Ma, storicamente, è sempre stato lo stato ad avere il potere di creare un ambiente tale da promuovere valore e creare sviluppo economico. L’idea che le privatizzazioni possano da sole perseguire lo sviluppo è pericolosa e che, in una prospettiva storica, non ha valore. Guriev può veramente credere che le privatizzazioni siano la cura alla corruzione della Russia, ma, se continueranno lungo questo cammino, sia lui che la Russia scopriranno che non fanno altro che alimentare il fuoco della corruzione.

Inoltre la richiesta di Guriev di aumentare le riserve monetarie è dissennata. Molti paesi provvisti di numerose risorse sono meno soggetti alla volatilità nell’economia mondiale. La Russia potrebbe subire un impatto della volatilità persino meno forte se producesse più beni per il consumo interno. Il modo migliore per conseguirlo è spendere le riserve monetarie in infrastrutture ora, in modo tale che, di conseguenza, si riducano le spese per l’attività economica, sia privata che pubblica. Storicamente troppo spesso il denaro (risparmi) è sprecato. Il miglior modo di tutelare un’economia è farla crescere investendo in infrastrutture, che, a differenza del denaro, non possono essere portate via.

Pertanto la Russia dovrebbe chiedersi che tipo di economia vuole portare avanti. La risposta è vari tipi di economia. Quindi i rispettivi fautori dovrebbero testare le proprie idee, scontrandosi tra di loro, alla luce dell’esperienza reale. In sintesi, quando la teoria non riesce a corrispondere con i risultati previsti, proprio come fa l’economia dagli anni ’80, allora è tempo di cercare nuove teorie. Dato il fallimento catastrofico dell’economia neoliberale, la quale non soltanto non è riuscita a vedere il principio della crisi, ma ha poi proposto politiche di austerità fallimentari, il valore del neoliberalismo andrebbe ridotto al valore di titoli di basso valore.

L’allontanamento di Guriev dovrebbe quindi dare vita a un dibattito riguardo la necessità di ampliare il campo di applicazione dell’economia. E tale necessità è urgente. L’incapacità della Russia negli ultimi vent’anni di far crescere l’economia dovrebbe servire da campanello d’allarme per le economie trainanti e per la Cina, che è in crescita rapida: per loro il rischio è di restare ancora più indietro. La ricchezza legata al “male olandese” in Russia ha permesso al paese di condurre esperimenti al margine dell’economia nazionale, ma non di esaminare seriamente delle alternative alla sua economia ibrida, che mescola elementi di neoliberalismo e di statalismo. Il grande patrimonio energetico della Russia ha consentito alle potenti oligarchie di farsi stordire dal successo (personale), mentre una ricchezza appena sufficiente produceva un effetto a cascata facendo sì che gran parte del paese sopravvivesse tirando avanti come mendicanti (nonostante la crescita della classe media nelle sue città negli ultimi dieci anni). Tale modello non è sostenibile. Sviluppi recenti nei settori dell’idrofratturazione e delle trivellazioni orizzontali promettono una caduta continua dei prezzi dell’energia, cosa che impedirà alla Russia di mantenere il suo attuale modello economico.

In sintesi, il modelle di sviluppo russo è un’immagine illusoria, dato che i costi dell’energia si manterranno stabili o addirittura scenderanno. È un morto che cammina, ma che non si è ancora reso conto di essere morto. La domanda è: la Russia morirà assieme al suo modello di sviluppo? La risposta dipende in parte dall’eventualità che il paese riesamini la sua posizione sia in casa che all’estero, ascolti gli economisti che predissero correttamente le crisi passate e presenti una comprensione coerente delle tendenze passate, presenti e future ancorate all’esperienza reale della storia economica.

Guriev rappresenta un modello per la Russia come paese di banchieri normali, di quelli che condussero alla crisi del 2008. È tempo di mandare in pensione le idee che queste persone rappresentano, prima che sterminino la stessa Russia. È arrivato il momento di discutere per una nuova economia e di tornare a concentrarsi sugli investimenti e sulla produzione piuttosto che sulla finanza. Forse l’allontanamento di Guriev può accendere quel dibattito di cui c’è un disperato bisogno.

JEFFREY SOMMERS è professore associato di economia politica presso l’università del Wisconsin-Milwaukee ed è in visita alla facoltà della Stockholm School of Economics di Riga. È coeditore del libro in uscita The Contradictions of Austerity [Le contraddizioni dell’austerità, ndt]. Oltre che sul Counter Punch pubblica anche sul The Financial Times, The Guardian, TruthOut e appare periodicamente in veste di esperto in programmi televisivi di tutto il mondo. Potete scrivergli all’indirizzo: Jeffrey.sommers@fulbrightmail.org

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2013/06/07/privatizations-and-failures-in-russias-economy/

7.06.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SIMONA MARINELLI

Pubblicato da Truman

  • Davide71

    Ciao a tutti:

    se l’allontanamento di Guriev è stato così pubblicizzato è perché è stato messo su dalle potenze occidentali. Perciò tutto quello che diceva era a loro beneficio. Devo ammettere che trovo un certo disagio nel sentire un professore universitario parlare non in base a conoscenze reali ma in base a “direttive politiche”, ma purtroppo in economia (e non solo…) questo avviene fin troppo spesso.
    Per quanto riguarda le privatizzazioni i problemi sono vari:
    1) i privati pagano le tasse; questo comporta sempre un raddoppio dei costi (dipende dal livello di tassazione, in realtà, ma più o meno…). Lo so che, in teoria, gli enti pubblici economici dovrebbere pagare le tasse, ma non lo fanno. Punto.
    2) i “privati” sono (non dico sempre ma quasi) cordate di amici di politici finanziati dalle banche, non VERI imprenditori che mettono i loro soldi; questo genera, spesso, una gestione “allegra”;
    3) spesso sono privatizzati settori del tutto anti economici per natura, contesto sociale o stato dell’ente (in Italia le ferrovie, o le linee aeree), per cui, essendo impossibile una gestione razionale, “vai col magna magna”;
    4) oppure sono privatizzati settori in cui sono coinvolti necessità primarie (le c.d. “bollette”: luce, acqua,gas, telefono, internet); in tal caso i privati di cui si parla sono SEMPRE quelli di cui al punto 2 (amici di politici), con tutte le conseguenze del caso;
    5) spesso i “privati” sono proprio enti pubblici!
    6) le privatizzazioni hanno spesso lo scopo di ridurre le tutele dei lavoratori, in quanto i privati sono soggetti a fallimento e sono più protetti dalle leggi sulla privacy degli enti pubblici, potendo perciò essere meno “trasparenti”;
    7) spesso i c.d. “privati” sono multinazionali potentissime, con agganci politici formidabili e, a volte, in grado di disporre di “mezzi militari”; entità del genere non possono essere definite “private” in senso stretto, perché un privato non dovrebbe poter disporre dell’uso della forza per sviluppare le sue attività;
    7bis) tali multinazionali hanno anche “agganci bancari” formidabili, che per esempio gli consentono di sbaragliare la concorrenza delle PMI producendo sotto costo per anni;
    8) anche le banche sono “private” ma purtroppo provocano tali distorsioni nell’economia, dovute alla loro natura intrinseca e al loro enorme potere, da rendere ora mai impossibile una vera economia; in effetti la maggior parte dei problemi attuali sono legati al sistema finanziario;
    8) tra i “privati” c’è anche la criminalità organizzata. Inutile negarlo. Purtroppo in uno Stato come l’Italia, in cui è difficile “fare impresa”, si viene a creare una sinergia perversa tra le esigenze di denaro dello Stato e l’esigenza di riciclare il denaro sporco della Mafia. Essa, in sostanza, mette in piedi attività economiche (che un privato non potrebbe sostenere, in quanto sempre in perdita), e finge che siano redditizie riciclando il denaro sporco. Così facendo assume e paga le tasse, facendo l’interesse dello Stato.
    9) vi sono settori che sono troppo importanti dal punto di vista politico per essere veramente privatizzati. Sono i “mass media”, la pubblica istruzione e la difesa. Privatizzare tali settori è una finzione, uno specchio per le allodole. Essi finiranno sempre in mano a soggetti politicizzati e con agganci con il governo locale o estero.
    10) altri settori, come la Sanità, o gli armamenti, sono talmente redditizi che sono comunque sottoposti a controllo da parte della politica nazionale o estera (in particolare gli USA sono molto attivi in tal senso…)
    11) discorso a sè meritano i settori illegali, che purtroppo hanno fatturati incredibili.
    12) altro discorso a sè merita il gioco d’azzardo…
    13) …e pure il calcio!

    In definitiva un’economia, per funzionare, dovrebbe essere sempre e solo essere gestita da privati veri, che non possono disporre dell’uso della forza, di “agganci” o di quantità illimitate di denaro per i loro interessi. Ciò purtroppo non è possibile nel mondo attuale, a meno che la politica stessa non si renda conto che un’economia può funzionare solo in questo modo. Ma questo significherebbe ridurre il suo potere, e purtroppo la Storia insegna che chi ha il potere cerca di averne sempre di più, non di meno.

  • makkia

    Minkia quante chiacchere per dire semplicemente “il turbocapitalismo ha fallito”.
    E confuse pure…
    Se il tizio è stato cacciato e le sue teorie economiche sono kaputt, uno direbbe “beh, era ora, allora!”. Invece il titolo e la menata sulle gravissime pressioni che ha subito. Ma poi dice che è un raccomandato. Ma che la Russia è un morto che cammina. Se lo è e si libera di chi l’ha portata a questo punto, dovrebbe un passetto nella giusta direzione. sembra di no, dal tono generale.
    E la Regina d’Inghilterra che cavolo c’entra? Anche i papi parlano sempre degli errori del dimenticare “gli utlitmi” dall’azione politico-economica. Manca solo riportare un’esecrazione di Natalino Balasso.

    Per carità, criticare la follia economica in cui stiamo affogando non mi può che trovare d’accordo. Però magari sparare un po’ meno nel mucchio e dire qualcosa sarebbe gradito.

  • Davide71

    Re: PRIVATIZZAZIONI E INSUCCESSI NELL’ECONOMIA RUSSA
    di Davide71 il Venerdì, 14 giugno @ 11:17:31 CEST

    IL MIO COMMENTO IN TESTO FORMATTATO

    Ciao a tutti:
    se l’allontanamento di Guriev è stato così pubblicizzato è perché è stato messo su dalle potenze occidentali. Perciò tutto quello che diceva era a loro beneficio. Devo ammettere che trovo un certo disagio nel sentire un professore universitario parlare non in base a conoscenze reali ma in base a “direttive politiche”, ma purtroppo in economia (e non solo…) questo avviene fin troppo spesso.
    Per quanto riguarda le privatizzazioni i problemi sono vari:
    1) i privati pagano le tasse; questo comporta sempre un raddoppio dei costi (dipende dal livello di tassazione, in realtà, ma più o meno…). Lo so che, in teoria, gli enti pubblici economici dovrebbere pagare le tasse, ma non lo fanno. Punto.
    2) i “privati” sono (non dico sempre ma quasi) cordate di amici di politici finanziati dalle banche, non VERI imprenditori che mettono i loro soldi; questo genera, spesso, una gestione “allegra”;
    3) spesso sono privatizzati settori del tutto anti economici per natura, contesto sociale o stato dell’ente (in Italia le ferrovie, o le linee aeree), per cui, essendo impossibile una gestione razionale, “vai col magna magna”;
    4) oppure sono privatizzati settori in cui sono coinvolti necessità primarie (le c.d. “bollette”: luce, acqua,gas, telefono, internet); in tal caso i privati di cui si parla sono SEMPRE quelli di cui al punto 2 (amici di politici), con tutte le conseguenze del caso;
    5) spesso i “privati” sono proprio enti pubblici!
    6) le privatizzazioni hanno spesso lo scopo di ridurre le tutele dei lavoratori, in quanto i privati sono soggetti a fallimento e sono più protetti dalle leggi sulla privacy degli enti pubblici, potendo perciò essere meno “trasparenti”;
    7) spesso i c.d. “privati” sono multinazionali potentissime, con agganci politici formidabili e, a volte, in grado di disporre di “mezzi militari”; entità del genere non possono essere definite “private” in senso stretto, perché un privato non dovrebbe poter disporre dell’uso della forza per sviluppare le sue attività;
    7bis) tali multinazionali hanno anche “agganci bancari” formidabili, che per esempio gli consentono di sbaragliare la concorrenza delle PMI producendo sotto costo per anni;
    7ter) anche le banche sono “private” ma purtroppo provocano tali distorsioni nell’economia, dovute alla loro natura intrinseca e al loro enorme potere, da rendere ora mai impossibile una vera economia; in effetti la maggior parte dei problemi attuali sono legati al sistema finanziario;
    8) tra i “privati” c’è anche la criminalità organizzata. Inutile negarlo. Purtroppo in uno Stato come l’Italia, in cui è difficile “fare impresa”, si viene a creare una sinergia perversa tra le esigenze di denaro dello Stato e l’esigenza di riciclare il denaro sporco della Mafia. Essa, in sostanza, mette in piedi attività economiche (che un privato non potrebbe sostenere, in quanto sempre in perdita), e finge che siano redditizie riciclando il denaro sporco. Così facendo assume e paga le tasse, facendo l’interesse dello Stato.
    9) vi sono settori che sono troppo importanti dal punto di vista politico per essere veramente privatizzati. Sono i “mass media”, la pubblica istruzione e la difesa. Privatizzare tali settori è una finzione, uno specchio per le allodole. Essi finiranno sempre in mano a soggetti politicizzati e con agganci con il governo locale o estero.
    10) altri settori, come la Sanità, o gli armamenti, sono talmente redditizi che sono comunque sottoposti a controllo da parte della politica nazionale o estera (in particolare gli USA sono molto attivi in tal senso…)
    11) discorso a sè meritano i settori illegali, che purtroppo hanno fatturati incredibili.
    12) altro discorso a sè merita il gioco d’azzardo…
    13) …e pure il calcio!
    In definitiva un’economia, per funzionare, dovrebbe essere sempre e solo essere gestita da privati veri, che non possono disporre dell’uso della forza, di “agganci” o di quantità illimitate di denaro per i loro interessi. Ciò purtroppo non è possibile nel mondo attuale, a meno che la politica stessa non si renda conto che un’economia può funzionare solo in questo modo. Ma questo significherebbe ridurre il suo potere, e purtroppo la Storia insegna che chi ha il potere cerca di averne sempre di più, non di meno.

  • luca

    La Grande Russia…
    Your liquid chats.. only will be pretty.. like running water fo clean the Ass..
    the Great Mother Russia.. will bury …you… usraels…and that fucked picaron of southern mariuolo.. named napoletano…(topos.. or…logos ??) the correct southern italians.. should hang him in some tree…he has treatened.. (with his hating behaviour) danger propaganda..
    Soon he will die… soon italians.. will have new opportunity thus disconnected.. from tha smelling country named US