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MIGRAZIONI: CHI LE INNESCA SE LE TIENE

DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

«Gli esodi non hanno una soluzione miracolosa», ha commentato, in seguito all’eccidio avvenuto presso le coste di Lampedusa, non il gesuita Bergoglio, bensì la secolarizzata signora Emma Bonino.

In effetti, la questione dei migranti non riguarda la fede, ma la prosaica politica, interna ed estera. È crudele e fa male, la vista dei morti, ma forse ferisce maggiormente lo sconforto negli occhi di chi al mare è scampato e ora dovrà sopravvivere all’ipocrisia moralistica dello sradicamento globale. Per Simone Weil – che di radici recise se ne intendeva – tra i bisogni vitali dell’uomo non si dà libertà senza responsabilità, l’uguaglianza senza l’appartenenza e la verità è il bisogno «più sacro di tutti».

Le migrazioni in corso sono connaturate alle dinamiche della globalizzazione e delle conseguenti forme sociali assunte. In Italia manifesta toni specifici, drammatici quanto farseschi, nell’aduso costume nostrano, ma con una eco occidentale, che vede sia le sinistre sia le destre riferirsi, con sensibilità differenti, al paradigma dell’integrazione. L’ideologia dell’unico, dell’uniforme, dell’unilaterale, tipica delle filosofie universaliste – laiche o religiose – tende irreversibilmente a convertire l’umanità in un modello omogeneo, a ridurre la diversità sradicando le identità collettive e personali, a sopprimere le culture popolari e gli stili di vita differenziati. Tale ideologia è la mercificazione planetaria quale coerente affermazione della logica capitalista: l’utilitarismo economico.

L’immigrazione – fenomenologicamente – è uno sradicamento forzato di persone, popoli e culture ed è iscritta nell’evoluzione storica dell’espansione capitalistica occidentale. La critica, quindi, risulta coerente solo se imputa il modello di sviluppo dominante come causa di un eradicamento, che ha come effetto gli immigrati, di cui è ottuso fare dei capri espiatori. I valori dell’appartenenza e dell’identità sono universali, valgono quindi pluralisticamente di contro ad atteggiamenti xenofobi, i quali evocano quei valori come pretesto per considerarsi superiori, mimetizzando il gretto opportunismo dei privilegiati, che vorrebbero i “benefici” della cosmopoli consumista senza pagare il prezzo sociale dello sradicamento procurato dal mercato globale.

Il sentimento identitario ha legittimità nel momento in cui vale per tutti; se non riconosce l’identità altrui, ricade nell’ideologia dell’unico, dell’universalismo, in ultima analisi, del totalitarismo della modernità. L’omogeneizzazione occidentale minaccia l’identità di tutti e si espande sradicando socialmente l’appartenenza comunitaria, che consente una economia equa, la sostenibilità ecologica, la partecipazione comunitaria di contro alla deriva oligarchica e tecnocratica delle società liberal-democratiche.

 

Il paradigma economico della modernità, fondato sulla crescita “infinita” deve aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Di conseguenza deve indurre, con le buone (ideologia del progresso) o con le cattive (imperialismo), con la persuasione o con la forza, un numero crescente di contadini tradizionali ad abbandonare l’autoproduzione di beni, cioè l’agricoltura di sussistenza dove la vendita è limitata alle eccedenze, per andare a produrre merci e guadagnare in cambio il denaro necessario a comprarle. Questo passaggio implica l’abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città con costi sociali e ambientali devastanti. Sociali se si considera, ad esempio, l’impatto fra le diverse culture quando migliaia di persone si spostano in massa dal sud al nord del mondo, o dall’est all’ovest; ecologiche se si pensa che oggi la parte preponderante della popolazione mondiale si ammassa nelle ipertrofiche grandi metropoli.

Politicamente non c’è alcuna intenzione occidentale di arrestare i flussi migratori in corso, casomai di agevolarli nella convenienza della “forma capitale” alla mercificazione universale degli esseri umani, con tanto di ipocrita moralismo politicamente corretto dei più o le inconsistenti quanto altisonanti proposte per ridurne la portata in altri. Quando sia la destra che la sinistra supportano  una società ed un’economia che prevedono la crescita infinita del consumo di merci, nonostante le risorse date, si ha bisogno di un numero sempre più alto di “consumatori” per proiettare la civilizzazione nell’autodistruzione nichilistica.

Fino a quando la crescita infinita sarà il modello economico e sociale propinato a tutte le società del mondo, non si potrà mai dare fine al fenomeno delle migrazioni. Fino a quando le società opulente – caratterizzate da una crescita ipertrofica – saranno improntate a stili di vita edonistici, non si potranno diminuire il numero né di persone dipendenti dal mercato, né di persone schiavizzate come manodopera a basso costo. Fino a quando le società cosiddette “povere” verranno indotte a seguire il mito della crescita, non si potrà permettere che continuino a sostentarsi come hanno sempre fatto per millenni tramite le loro economie di sussistenza, ma dovranno adeguarsi ad un mercato di miseria e polverizzazione sociale, imposto con i cacciabombardieri e l’ideologia imperialistica dei “diritti umani”. E le loro popolazioni, appunto, vengono indotte a illudersi dalla fata Morgana consumista di quei Paesi nei quali invece l’economia di sussistenza e comunitaria è stata abbandonata colpevolmente, subendo la modernità. In nome dell’umanitarismo, viene alimentata in realtà – intra moenia – la guerra sociale di tutti contro tutti e – extra moenia – la “poliziesca” guerra internazionale contro chi non si piega agli interessi occidentali.

 

È possibile opporsi alla deriva di un’epoca? Ogni destino contrapposto allo spirito dei tempi, passa per l’esortazione, a tutti i popoli, alle culture e alle intelligenze critiche, a lottare contro il loro nemico comune: l’ideologia totalitaria dell’uniforme, dell’unico.

Lo spazio politico della differenza si esplica nella sintesi tra i grandi spazi continentali e l’autonomia. La complementarietà e la sussidiarietà sono le ascisse e le ordinate di una sovranità legittimata dalla partecipazione popolare, nella concretezza di comunità autosufficienti e contemporaneamente simbiotiche con le altre. L’omeostasi della singola cellula supporta la vitalità dell’intero organismo. Olisticamente, la totalità è superiore alla somma delle  singole parti. La dimensione simbolica e spirituale del fattore unitario supera contemporaneamente centralismo statuale e indipendentismo separatista. Per cerchi concentrici, si rivitalizza la reciprocità comunitaria, improntata a intimità, a riconoscenza, e a condivisione di linguaggi, significati, abitudini, spazi, memoria ed esperienze comuni. I vincoli di parentela (famiglia), di luogo (vicinato) e di spirito (amicizia) costituiscono delle totalità relazionali, in cui gli uomini si sentono uniti in modo permanente da fattori che li rendono simili gli uni agli altri e al cui interno le disuguaglianze sociali possono svilupparsi solo entro certi limiti, oltre i quali i rapporti diventano così rari e insignificanti da far scomparire gli elementi di comunanza e condivisione.

All’interno della comunità, infatti, i rapporti non sono segmentati in termini di ruoli specializzati, ma comportano che i membri siano presenti con la totalità del loro essere e del loro animo per il perseguimento del bene comune, in un giusto e consapevole rapporto tra libertà individuale e dovere pubblico. La realtà comunitaria sul territorio, ponendo per sua sussistenza in diretta relazione il consumo umano delle risorse naturali con la capacità di rigenerarle, è naturalmente protesa alla sostenibilità e alla biodiversità, nella ricomposizione dello iato industriale tra cultura e natura. La consapevolezza e la sobrietà di stili di vita ispirati alla semplicità e al senso del limite si pongono in controtendenza al disincanto della mentalità economicista dominante, secondo la quale è meglio avere di più, che cercare di essere di più.

È quindi, questo contesto, il più adatto per convertire economicamente il modello di sviluppo illimitato che caratterizza l’utilitarismo contemporaneo e crea le sperequazioni mondiali. In ambito internazionale, pertanto, il respiro pluralistico deve essere accompagnato a una strategia multilaterale contrapposta all’unilateralismo, così come avviene in ogni espansionismo. In tale prospettiva, il fenomeno migratorio è affrontabile su scala intercontinentale nelle sue cause profonde e, contemporaneamente, ricomposto a livello locale con una sensibilità identitaria, personalistica e comunitaria, in grado di garantire ad ogni cultura il valore sostanziale dell’irripetibilità.

Eduardo Zarelli
www.ilribelle.com
06.010.2013

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Pubblicato da Davide

  • Probabile

    Purtroppo assistiamo alla deriva di un’epoca, nulla potrà fermare l’invasione, ai posteri la sentenza? Una analisi condivisa, grazie.

  • Giancarlo54

    L’invasione, perchè di questo si tratta, non è arrestabile, per arrestarla bisognerebbe cambiare tutto, ma proprio tutto e la cosa rimane nel libro dei sogni. Non ci possiamo fare niente e non facciamo niente ma, per cortesia, almeno ci si risparmi i piagnistei, il “ci pagano le pensioni”, il “semo tutti fratelli”. Ecco, questo, per cortesia, risparmiatecelo, almeo questo.