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L’IPERMONDIALIZZAZIONE

DI CHRISTOPHE VENTURA

Mémoire des luttes

Secondo gli economisti Arvind Subramanian e Martin Kessler, la nostra società sta entrando in un’ era di “iperglobalizzazione” (1). Tra il 1980 e il 2011 il volume delle merci scambiate su scala mondiale si è quadruplicato, il commercio mondiale cresce ogni anno due volte più rapidamente della produzione (2). Secondo l’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) “il valore del dollaro nel commercio mondiale di merci è aumentato in media del 7% l’anno (…) raggiungendo, a fine periodo, il record di 18 mila miliardi”. Per contro “gli scambi di servizi commerciali sono aumentati ancora più velocemente con un tasso medio attorno all’8%, fino a raggiungere i 4 mila miliardi di dollari” (3).
Cosicché se nel 1870 il commercio rappresentava il 9% del PIL mondiale, nel 1914 il 16%, nel 1939 il 5,5% e negli anni 70 il 15%, attualmente genera un 33% (4).

Nonostante la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente riduzione della domanda, in special modo negli USA, Cina e Europa – nel 2012 il volume mondiale del commercio è aumentato del 2% contro il 5,1% del 2011 (ci si aspetta un 2,5% per il 2013) – questo inedito aumento della combinazione commerciale mondiale costituirebbe, secondo i due investigatori, la prima caratteristica di questa “ipermondializzazione”.

La riduzione delle tariffe doganali (5), del costo dei trasporti – specialmente marittimi – e delle telecomunicazioni, l’importanza della tecnologia che facilita la smaterializzazione del commercio e dei servizi, la mobilità dei capitali e dei fattori di produzione così come la proliferazione di accordi bilaterali e multilaterali di libero commercio hanno reso possibile questa nuova tappa di mondializzazione economico finanziaria.

In questi grandi movimenti appaiono nuove tendenze: la “ipermondializzazione” si produce non solo quantitativamente, mediante l’incremento del commercio integrato, ma anche qualitativamente.
A questa logica corrisponde una profonda mutazione su scala mondiale della forma del sistema di produzione e interscambio, che impatta tutti i paesi e tutte le regioni.

Alcune delle sue manifestazioni più rilevanti sono regolarmente discusse dai media convocati dal governo con l’intenzione di giustificarsi di fronte all’opinione pubblica, la necessità di strumentalizzare la politica pubblica di austerità (salari e sociale) con l’obiettivo di vincere competitività col marco in una dura rivalità globale. Si tratta del progresso della Cina, che attualmente occupa il posto di prima potenza mondiale con un 11% delle esportazioni mondiali contro l’1% del 1980, dei paesi del sud, (6) dei flussi commerciali sud-sud (7) e dello sviluppo di molteplici configurazioni d’ integrazione economica regionale.

Tuttavia, esistono altre dinamiche che a poco a poco, occultamente, stanno modificando la struttura della mondializzazione. La “ipermondializzazione” mostra in effetti, un nuovo stadio di sviluppo. Segnala in prima cosa una nuova fase della frammentazione geografica della produzione e della disgregazione delle funzioni produttive su scala mondiale. I flussi commerciali si inscrivono attualmente in “catene internazionali di valore” che organizzano i processi di produzione secondo distinte sequenze, realizzate (spesso contemporaneamente) in differenti luoghi del pianeta, secondo logiche di ottimizzazione del territorio. Tutto questo in funzione della sua organizzazione fiscale, sociale, salariale, finanziaria, tecnologica, educativa, istituzionale ecc. ecc.

In questo modo abbiamo assistito, durante gli ultimi vent’anni, alla nascita di uno schema consolidato. La proprietà delle società, dei brevetti e dei marchi, inclusa la “ricerca e sviluppo” (R&D), si concentrano al centro dell’economia mondiale (specialmente nei paesi della triade), la creazione e l’assemblaggio dei prodotti si realizzano in paesi (Asia, America Latina, Africa, Oriente) e aziende alle quali si subappalta questa funzione, come anche la distribuzione, la vendita e i servizi post-vendita (nel Maghreb o in India, per esempio) (8).

In questa maniera le 80 mila multinazionali registrate nel mondo (9) (che assorbono i due terzi del commercio internazionale) sono la principale mano d’opera di queste organizzazioni della produzione.

Come spiega la Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (CEPAL) delle Nazioni Unite “le multinazionali dei paesi sviluppati trasferiscono o subappaltano una parte dei loro processi di produzione ai paesi in via di sviluppo. Questa frammentazione geografica della produzione viene realizzata per mezzo di vari canali, come ad esempio gli investimenti esteri diretti (10) il commercio di beni intermedi (che arrivano da diversi paesi) (11) e il subappalto dei servizi” (12). E bisogna aggiungere: “In parole povere quello che si cerca (in un contesto di riduzione delle tasse doganali e dei costi di trasporto, dell’informazione e delle telecomunicazioni che permettono una circolazione delle merci senza ostacoli, moltiplicata e spedita a gran velocità) è combinare la tecnologia, l’innovazione e il “savoir faire” dei paesi sviluppati (economia madre) con i minori costi della mano d’opera dei paesi in via di sviluppo (economia di produzione)” (13).

Per la CEPAL si potrebbero “identificare tre grandi reti di produzione mondiale”, la “fabbrica Europa” (con al centro la Germania), la “fabbrica America del nord” (con a capo gli USA) e la “fabbrica Asia” (con il suo tradizionale centro in Giappone e Cina nel periodo più recente). Queste tre “fabbriche” si caratterizzano per l’alto livello del commercio intra-regionale, che a sua volta, si organizza attorno alla produzione di beni intermedi per questi stessi centri.
Secondo le stime del ministero per il commercio francese, nel mondo la metà del valore delle merci esportate è composta da parti e componenti importati. In Francia la proporzione è del 25%. Nei paesi in via di sviluppo è del 60%. L’iPhone e la Barbie sono i simboli di questo mercato “Made in the World”.

Ne emerge un contesto dove si nota come, a partire dall’anno 2010 e ancor di più nel 2013, sono nate nuove forme di accordi di libero commercio al di fuori dei contesti multilaterali dell’OMC. Sono chiamati accordi “mega-regionali” o “mega-bilaterali”: il gran mercato transatlantico (14), le Associazioni Transpacifico (15) l’Associazione economica integrale regionale (che include dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del sud-est dell’Asia –ASEAN- (16), l’accordo di libero commercio tra l’Unione Europea e il Giappone (in corso di negoziazione), l’accordo di libero commercio tra Cina, Giappone e Corea del Sud (idem).

La loro funzione è allo stesso tempo politica, geopolitica e economica. Si tratta di organizzare a lungo termine la sicurezza degli investimenti e delle attività –come pure facilitare le loro operazioni- degli attori finanziari ed economici globalizzati. Tutto questo con l’obiettivo di consolidare e sviluppare il valore aggiunto delle merci nel contesto degli spazi transnazionali adeguati alle catene globali della produzione, nell’agire e nel dispiegare le multinazionali del centro dell’economia mondiale che dividono interessi comuni con gli attori economici, commerciali e finanziari locali e regionali.

In tal modo, questi accordi di nuova generazione si caratterizzano per diversi aspetti. Adeguano gli spazi conformandoli alle catene di produzione e possono, quando sarà il caso, bypassare la geografia locale e disegnare nuove frontiere economiche, finanziarie e commerciali tra i paesi, coalizzando paesi e città, coprono un territorio fisico, demografico, politico e economico immenso, cercano di armonizzare non solo i diritti doganali –ma bensì- gli standard giuridici dei paesi egemoni della Triade, la barriera chiamata “senza tariffe” (norme sanitarie e fitosanitarie, condizioni di accesso ai mercati pubblici, diritti di proprietà, sicurezza degli investimenti, politiche di competenza ecc.).

Questa nuova trasformazione del capitalismo tonifica le dinamiche di fusione tra gli stati interessati ai mercati disconnettendo così la capacità di controllo democratico del popolo –l’unico capace di controllare il potere del capitale- e in ultimo sottomettere le nostre società alla sua distruttiva dominazione.

Nella sua “Dinamica dell’Occidente” (1939) il sociologo tedesco Norbert Elias avvertiva: “Dato che tutto si produce in un sistema avente un equilibrio instabile, soggetto a tensione competitiva in rapida crescita e sprovvisto di un monopolio centrale, gli stati più forti che costituiscono l’asse principale del sistema si scontrano reciprocamente, in un avvitamento senza fine, con il proposito di espandere e fortificare le loro posizioni. In questo modo si mette in moto il meccanismo della lotta per l’egemonia –intenzionalmente o meno- fino alla creazione di centrali monopolistiche che occupano il territorio con una dimensione nettamente maggiore. E anche se questo per ora è limitato alla dominazione di qualche continente già si intravede il disegno per avvantaggiarsi a discapito di altre zone, la lotta per l’egemonia in un sistema che ingloba tutta la terra” (17) .

L’ “ipermondializzazione” sarà una nuova tappa della monopolizzazione del mondo da parte delle potenze economiche, finanziarie e statali del “mondo occidentale”? Quest’ultimo concetto significherà l’integrazione delle èlite, che siano esse del Nord o del Sud, come superclassi oligarche mondializzate?

Comunque la “ipermondializzazione” costituisce il nuovo quadro dello scontro oggettivo tra i movimenti anti-sistema del mondo (oggi indeboliti e localizzati) e le forze del capitalismo finanziario.

Fonte: http://www.medelu.org

Link: http://www.medelu.org/La-Hipermundializacion

15.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANLUCA MARTIN

Note
(1) Arvind Subramanian e Martin Kessler, “The Hyperglobalization of Trade and Its Future”, Peterson Institute for International Economics, luglio 2013
(http://www.iie.com/publications/interstitial.cfm?Research ID=2443)

(2) A parte questi ultimi due anni, “Rapport sur le commerce mondial 2013”. Facteurs dèterminant l’avenir du commerce mondial, Organizaciòn Mundial de Comercio (OMC), 18 luglio 2013
(http://www.wto.org/french/res_f/publications_f/wtr13_f.htm).

(3) Ibid.

(4) Ibid.

(5) Su questo tema leggere: Christophe Ventura, “Que sont les douaniers devenus….”, Le Monde diplomatique, Ottobre 2013.

(6) Rappresentano il 47% delle esportazioni mondiali, contro il 34% del 1980. Per contro l’economia centrale del sistema-mondo rappresenta il 53% contro il 66% del 1980.

(7) Questo rappresenta il 24% dei flussi globali nel 2011, contro l’8% nel 1990. I flussi Nord-Nord rappresentavano il 36% contro il 56% del 1990.

(8) Su questo tema leggere: Jean Luc Melenchon “Le nouvel ordre transnacional”. Nelle sue riflessioni il co-presidente del partito di sinistra francese precisa che: “un nuovo modello d’impresa(…) si forma con licenze, marchi, un pacchetto di buoni e un archivio di clienti. Questa particolare maniera di dematerializzare le proprietà ci riporta subito all’importanza del tema sulle patenti e le licenze, dei marchi e loghi che costituiscono la nuova forma di potere della proprietà capitalista. Sono molte le multinazionali che incrementano questa strategia tendendo a ritirarsi fino a abbandonare del tutto la produzione a favore di attività con minori rischi d’investimento: amministrazione di marchi, commercializzazione, distribuzione, attività finanziarie”. (http://www.jean-luc-melenchon.fr/2013/07/24/du-chaud-et-du-froid-des-hauts-et-du-bas/).

(9) Arvind Subramanian e Martin Kessler, “The Hyperglobalization of Trade and Its Future”, Peterson Institute for International Economics, Luglio 2013.

(10) Lo stock della IDE nel mondo passò dal 10% del PIL negli anni ’90 a un 30% nel 2011

(11) Secondo l’OMC, “il 30% degli scambi internazionali consistono nella ri-esportazione di beni intermedi”(…) mediamente questa percentuale è cresciuta dagli anni ’90 ad oggi di un 10%

(12) Secondo l’OMC in termini di valore aggiunto: “il contributo dei servizi al commercio totale è stato quasi il doppio, in un volume lordo, passando dal 23% al 45% nel 2008. I servizi contribuiscono in gran parte al commercio delle merci, sia per il suo apporto come facilitazioni nelle transazioni internazionali o per il suo orientamento nell’incorporazione al costo totale della produzione delle merci”.

(13) Panorama della penetrazione internazionale dell’America latina e i Caraibi, Cepal, 2013.

(14) Leggere Bernard Cassen, “L’alibi de l’emploi pour un grand marchè (transatlantique) de dupes”, Mémories des luttes (http://www.medelu.org/L-alibi-de-l’emploi-pour-un-grand).

(15) Leggere Christophe Ventura, “Washington se relance dans le nouveau jeu latino-américain”, Mémorie des luttes (http://www.medelu.org/Washington-se-relance-dans-le) e “Le Partenariat transpacifique, nouvel outil de l’hégémonie de Washington”, Mémorie des lutes
(http://medelu.org/Le-Partenariat-transpacifique).

(16) Australia, Birmania, Brunei, Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Giappone, Laos, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam. Le negoziazioni iniziate agli inizi del 1913, dovrebbero concludersi, secondo i suoi promotori, nel 2016.

(17) Norbert Elias, “La Dynamique de l’Occident”, Calmann-Lévy, collezione Agora, Parigi, 1977, (traduzione dal volume 2 di “Uber den Progress der Zivilisation, 1939).

Pubblicato da Truman

  • Ercole

    Se così fosse come si spiega la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto che ha genarato la crisi del capitalismo a livello mondiale a partire dalla metà dei primi anni settanta e da cui non se ne esce ed è destinata ad inasprirsi! (terzo ciclo di accumulazione del capitale).

  • Truman

    Lo spiega bene Anselm Jappe: l’unico modo per garantire profitti è diventato ormai la finanza. Solo le rendite finanziarie possono fornire profitti, mentre la produzione non rende più.

    http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-03-27/crisi-radicale-capitalismo-secondo-110630.shtml?uuid=Ab5SC1hH

    http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/3028-anselm-jappe-scorciatoie-pericolose.html

  • AlbertoConti

    “La caduta tendenziale del saggio di profitto” è come “La corazzata Potëmkin”, una cagata pazzesca secondo Fantozzi, che non ha proprio tutti i torti. Qui non sta cadendo “il saggio di profitto” per le multinazionali e loro indotto, semmai il contrario. Un oligopolio non avrà mai problemi di produzione, di sovraproduzione, di rapporti più o meno favorevoli tra offerta e domanda, perchè dalla sua posizione di player iperprivilegiato, totalmente dominante del gioco economico, può regolare e distorcere le cose su entrambi i piani (domanda e offerta), generare le divergenze più estreme e disparate, dentro e fuori i singoli popoli, le singole Nazioni, e infine i singoli “blocchi”, che si sbloccano, a suon di accordi e trattati non certo “democratici”, ma scritti dai “tecnici”, veri e propri giuristi e legislatori “fuori campo” il cui lavoro viene poi imposto da eserciti ben pagati di lobbisti a tempo pieno. La “fame” nel mondo non manca mai, e se occorre la si crea col marketing là dove ha soldi per essere pagata. L’economia su scala globale vince per forza contro la politica su scala locale, fino a trasformare l’uomo in componente sacrificabile del gioco, detto mercato. Che i lobbisti imponessero tribunali sovranazionali per giudicare e condannare gli Stati colpevoli di ostacolarne i profitti nemmeno Marx poteva prevederlo, eppure è cronaca. Informarsi per credere sul PPT che ci riguarda in prima persona.

  • Truman

    Guarda che i link li ho messi sopra, Jappe mi sembra estremamente lucido.
    Se poi la “caduta tendenziale del saggio di profitto” viene agitata come un feticcio, ha senso rispondere alla Fantozzi. Tenendo comunque presente che “La corazzata Potempkin” è un cult, può non piacere ma ha dei contenuti.

  • AlbertoConti

    Fai delle scarpe alla moda in Vietnam al costo di 5 €, vendile alla tua consociata lussemburghese a 10 €, ricomprale da questa a 99 € e rivendile sul tuo mercato a 100 €, poi dimmi se la produzione non rende più, anche pagando le tasse secondo legge, anzi leggi varie!

  • AlbertoConti

    Basterebbe reintrodurre la separazione tra banche commerciali e banche d’affari e la lucidità di Jappe vedrai che si appanna non poco.

  • Ercole

    Ben detto caro A.Conti vedo che hai le idee chiare .

  • ilsanto

    Vero che c’è stato il calo del tasso di profitto ma con il crollo dell’URSS c’è stata la globalizzazione che ha ottenuto 1) aumento del tasso di profitto producendo in cina e vendendo in occidente con enormi guadagni, 2) la delocalizzazione ha creato disoccupazione, precariato, flessibilizzazione, e la fine dei sindacati. 3) tramite la frammentazione tra produzione, sede legale ( nei paradisi fiscali ) cessione di marchi e brevetti e commercializzazione di fatto si azzera il pagamento delle tasse.
    4) con questa struttura si ottiene di aumentare la ricchezza di chi ha capitali e imprese multinazionali a discapito dei lavoratori ( occidentali ).
    5) all’enorme ricchezza dei privati ( che non pagano le tasse ) fa quindi riscontro una classe lavoratrice sempre più povera ed uno stato sempre più indebitato.
    .
    Questa situazione NON è risolvibile finchè esiste la globalizzazione perchè la finanza e le multinazionali lavorano a livelo globale e sono stati creati tutta una serie di organismi sovranazionali che legiferano esautorando il potere degli stati e ne controllano le politiche ed i politici non solo ma tramite le università formano i quadri e le intelligenze mentre con i mass media forgiano il consenso o contrastano gli avversari del processo in atto. Per contro i lavoratori non sono più sindacalizzati e non si riconoscono più neanche come classe così come è stato voluto dall’individualizzazione imperante, mancano di una visione strategica, di risorse, di centri di potere, di comunanza, di appigli legislativi, di rappresentanti politici, di volontà frastornati come sono da idee contrastanti che gli vengono propinate, ma anche fosse non operano a livello globale e quindi comunque perdenti. Spiace dirlo ma non vedo nessuna possibilità di modificare la situazione.

  • ilsanto

    assolutamente no hai letto male, l’articolo dice il contrario e cioè che è troppo facile e fuorviante attaccare la finanza mentre il problema è altro.
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    “Se oggi ci si accontenta di attaccare le banche ed i mercati finanziari, si rischia non solo di non fare un solo “primo passo” nella giusta direzione, ma di pervenire ad una designazione dei “colpevoli” e di aiutare a conservare un ordine socio-economico che pochi oggi hanno il coraggio di mettere veramente in discussione.”
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    E’ il “sistema capitalista” che è al capolinea o meglio sono i lavoratori sotto il giogo capitalista che sono al capolinea ed intendo proprio morti.

  • ilsanto

    Perfetto, condivido il tuo pensiero, mi permetto di aggiungere che dove serve non disdegnano neanche l’uso della forza. Ora nasce un problema come possiamo cambiare il ” Sistema ” ?
    Io non vedo nessun modo per arrestare questa macchina infernale che ci stà per distruggere ( parlo dei lavoratori ovviamente ) Possibile che il futuro preveda una ristretta cerchia di multinazionali con un ristretto numero di addetti ed un mondo di morti di fame ? è questa la risposta ai limiti dello sviluppo, alla fine delle materie prime, del cibo, dell’acqua, del petrolio ?

  • AlbertoConti

    Sì, questa è la risposta corrente, che poggia sull’ignavia delle masse plagiate in vario modo. E’ tutta e solo nell’uomo, nella sua capacità di reagire e risorgere, la speranza di imporre una risposta alternativa. Non è a tavolino, purtroppo, che la si può elaborare. Sarebbe facile se così fosse. In realtà il terreno nel quale coltivare la risposta giusta è la coscienza di massa, sia qui nel “miliardo d’oro” che nel resto del mondo, con i suoi tempi di crescita (penso all’Africa, ad es.)