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LA NOSTRA RIVOLUZIONE INVISIBILE

DI CHRIS HEDGES

truthdig.com

“Vi siete mai chiesti come sia possibile che i governi e il capitalismo continuino ad esistere nonostante tutto il male e i problemi che causano nel mondo?” scriveva Alekandr Berkman nel suo saggio “L’Idea è la cosa”. “Se vi siete mai posti la domanda, allora la vostra risposta sarà stata che ciò succede dal momento che le persone supportano queste istituzioni e le supportano perché ne hanno fiducia.”

Berkman aveva ragione. Finché i cittadini hanno fiducia nelle idee che giustificano il capitalismo, le istituzioni private e statali che sono al servizio dei padroni corporativi rimangono inattaccabili.

A seguito, “La rivoluzione impossible” (Eugenio Orso & Anatolio Anatoli, pauperclass.myblog.it);Nel momento in cui queste idee si sgretolassero, i pilastri rappresentati da queste istituzioni che sostengono la classe dirigente, si sfalderebbero per poi crollare. La battaglia delle idee si sta facendo pian piano strada. E’ una battaglia che lo stato corporativo sta decisamente perdendo e un numero sempre maggiore di Americani se ne rende ormai conto. Sanno che siamo stati spossessati del nostro potere politico e deprivati delle nostre libertà civili, quelle più semplici e a noi care. Adesso viviamo sotto lo sguardo fisso del sistema di sicurezza e di sorveglianza più intrusivo della storia. Metà del paese vive in povertà. La restante metà, se lo stato corporativo non verrà capovolto, si troverà pure in miseria. Queste verità non sono più segrete.

Sembrerebbe che il fermento politico negli USA sia spento, ma non è vero. Da una parte all’altra dello spettro politico, le idee che sostengono lo stato corporativo stanno rapidamente perdendo la loro efficacia. Queste idee emergenti sono comunque soltanto il primo passo di una lunga sequenza. La destra si è ritirata in un fascismo cristiano e una celebrazione della cultura armata. La sinistra cerca di ricompattarsi e ridefinire il proprio status dopo decenni di feroce repressione dello stato nel nome dell’anti-comunismo. La repulsione della popolazione per l’elite dirigente è pressoché universale. Quale idea avrà maggior peso nell’immaginario pubblico?

La rivoluzione di solito scoppia durante eventi che in circostanze normali sarebbero considerati insignificanti o atti d’ingiustizia visti come secondari da parte dello Stato. Ma una volta che viene accesa la miccia, così com’è successo negli USA, basta un attimo per scatenare le fiamme della ribellione popolare. Nessuno e nessun movimento può dar vita alle fiamme. Nessun sa dove e quando questo incendio scoppierà. Nessuno conosce quale sarà la sua estensione. Quel che è certo, è che sta arrivando una rivolta popolare. Il rifiuto da parte dello stato corporativo di dare ascolto perfino alle minime ingiustizie della cittadinanza, insieme al miserabile fallimento nel porre rimedio alla crescente repressione statale, alla disoccupazione cronica e alla sotto occupazione, all’enorme lavoro per il risanamento del debito che sta strozzando più di metà della popolazione americana, nonché alla perdita di speranze e la diffusa disperazione porteranno inevitabilmente delle ripercussioni negative.
“Poiché la rivoluzione è l’evoluzione che raggiunge il suo punto di ebollizione, non si può ‘fare’ una vera rivoluzione così come non si può accelerare la bollitura del tè”, scrisse Berkman. “E’ il fuoco da sotto che lo fa bollire: quanto velocemente arriverà al punto di ebollizione dipende da quanto è forte il fuoco.”

Agli occhi delle elite e dell’establishment, quando scoppia la rivoluzione, essa sembra essere inaspettata e arrivare in modo improvviso. Ciò succede perché il vero lavoro del fermento e della coscienza rivoluzionari non è visibile agli occhi della società di massa, viene notato solo dopo che esso è stato quasi interamente compiuto.

Nel corso della storia quelli che hanno cercato un cambiamento radicale hanno dovuto dapprima screditare le idee che inchiodavano ai piani alti l’elite dominante e costruire idee alternative per la società, le quali spesso erano inserite in un utopico mito rivoluzionario. L’unione di socialismo attuabile come alternativa alla tirannia corporativa – come descritto nel libro “Imagine: Living in a Socialist USA” e sul sito Popular Resistance – è per me di primaria importanza. Quando gran parte della popolazione ha cambiato le sue idee e la visione di una nuova società fiorisce nell’immaginazione popolare, il vecchio regime ha i giorni contati.

Una sommossa priva di idee e di una nuova prospettiva non rappresenta mai una minaccia per l’élite. La rivolta di popolo senza una direzione e un’idea chiara che la sostenga piomba nel nichilismo, nella violenza e nel caos generale. Si consuma. E’ per questo che non sono d’accordo con alcuni punti degli anarchici Black Bloc. Credo nella strategia. Come molti altri anarchici, incluso Berkman, Emma Goldman, Pëtr Kropotkin e Mikhail Bakunin.

Nel momento in cui l’elite dominante sarà pubblicamente sconfitta, sarà già avvenuto un processo di quasi totale perdita di fiducia nelle idee che sostengono la struttura portante di questa classe dominante – nel nostro caso nel capitalismo e nella globalizzazione del mercato libero. E, come scrisse Berkman, per far in modo che la gente se ne renda conto possono volerci anni, “la rivoluzione sociale lenta, tranquilla e pacifica diventa veloce, militante e violenta”. “L’evoluzione diventa rivoluzione”.

Ci muoviamo in questa direzione. Non dico questo perché sono un sostenitore della rivoluzione. Preferirei piccole riforme per l’incremento di una democrazia funzionante. Vorrei un sistema in cui le nostre istituzioni sociali permettano ai cittadini di destituire in modo non violento chi comanda. Vorrei un sistema in cui le istituzioni sono indipendenti e non sotto l’influsso del potere corporativo. Ma purtroppo non viviamo in un tale sistema. La rivolta è rimasta l’unica soluzione. L’elite al comando, una volta che le idee che giustificano la loro esistenza saranno morte, faranno ricorso alla forza bruta. E’ il loro modo per tenersi stretto il potere fino all’ultimo. Se un movimento popolare non violento è in grado di disarmare ideologicamente i burocrati, i civili e la polizia – allora una rivoluzione non violenta è possibile. Ma se lo stato può organizzare violenza effettiva e prolungata contro i dissidenti, si genera una violenza rivoluzionaria reattiva o quello che lo stato chiama: terrorismo. Le rivoluzioni violente di solito danno vita a rivoluzionari spietati come i loro avversari. “Chiunque combatta i mostri dovrebbe fare attenzione che in questo processo non diventi egli stesso un mostro”, scrive Friedrich Nietzsche. “E se guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”.

Le rivoluzioni violente sono sempre tragiche. Io e molti alti attivisti cerchiamo di mantenere la nonviolenza nelle nostre sommosse. Cerchiamo di risparmiare al paese la ferocia della violenza domestica, sia da parte dello stato che dei suoi oppositori. Non c’è garanzia di riuscita, in particolar modo con lo stato corporativo che controlla un enorme sistema interno di sicurezza e il corpo di polizia militare. Ma dobbiamo provare.

Le corporazioni, libere da ogni legge, i regolamenti governativi e le restrizioni interne stanno rubando più che possono, nel modo più veloce, non lasciando un solo cent. Ai manager delle corporazioni non interessano gli effetti del loro saccheggio. Molti credono che i sistemi in cui stanno saccheggiando crolleranno. Sono stati accecati dall’avidità e dall’arroganza. Credono che la loro ricchezza oscena possa comprargli sicurezza e protezione. Avrebbero dovuto occupare il loro tempo a studiare meno management nella Business School e più storia e natura umana. Si stanno scavando la fossa.

Il nostro cambiamento al totalitarismo corporativo è in aumento come ogni cambio di forme totalitarie. I sistemi totalitari ondeggiano sù e giù, a volte facendo un passo indietro prima di farne due in avanti, erodendo il liberalismo democratico. Questo processo è stato adesso completato. Il “consenso dei cittadini” è una beffa crudele. Barack Obama non può sconfiggere il potere corporativo e prima di lui George W. Bush o Bill Clinton. A differenza dei suoi due predecessori, Bush non si rese conto del processo totalitario favoreggiato dalla presidenza. Dal momento che Clinton e Obama e il loro partito democratico, capiscono i ruoli distruttivi stavano e stanno al gioco, devono essere visti i più cinici e complici della rovina del paese. I politici democratici parlano nella classica lingua della classe liberale del tipo condividendo le sofferenze della gente, ma allo stesso tempo permettono alle corporazioni di privarci della nostra ricchezza e del nostro potere personale. Sono vere e proprie maschere del potere corporativo.

Lo stato corporativo cerca di tenere costante la nostra finta rappresentanza nei processi politici ed economici. Mentre crediamo di partecipare alla vita politica, una menzogna sostenuta attraverso enormi campagne propagandistiche, tramite infiniti e assurdi cicli di elezioni e a uno spettacolo sfarzoso in un teatro politico vuoto, i nostri oligarchi corporativi rimangono comodamente nei loro jet privati, nelle sale del consiglio, nei loro attici e residenze di lusso. Dal momento che il fallimento economico del capitalismo corporativo e della globalizzazione è allo scoperto, l’elite dominante è sempre più nervosa. Sanno benissimo che se muoiono le idee che giustificano il loro potere, sono spacciati. E’ questo il motivo per cui le voci dei dissidenti – così come sommosse spontanee come quella del movimento Occupy Wall Street – sono duramente represse dallo stato corporativo.

“… molte idee, una volta prese per vere, arrivano ad esser viste come sbagliate e cattive”, scrisse Berkman nel suo saggio. “Successe lo stesso con le idee sul diritto divino dei re, della schiavitù e della servitù. Una volta tutto il mondo credeva che queste istituzioni fossero giuste e immutabili. Quando queste superstizioni e false credenze cominciarono a essere combattute da pensatori progrediti, esse vennero screditate e persero la loro presa sulla mente delle persone. Finalmente le istituzioni che rappresentavano queste idee vennero abolite. Gli intellettuali direbbero che sono sopravvissute alla loro utilità e perciò sono morte.

Ma come hanno fatto a sopravvivere alla loro utilità? A chi erano utili e come sono morte? Sappiamo già che erano utili solo alla classe dominante e furono spazzate via tramite sommosse e rivoluzioni popolari.”

Chris Hedges
Fonte: www.truthdig.com

Link: http://www.truthdig.com/report/item/our_invisible_revolution_20131028

28.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SIMONE CATANIA

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Una domanda ricorrente, che si sente ripetere sempre più spesso e che, apparentemente, non trova una risposta, è “perché non scoppia una rivoluzione?”. La situazione sociale è a precipizio, i soprusi del potere neoliberista, tradotti in manovre finanziarie d’esproprio dai governi nazionali collaborazionisti, continuano senza soste, gli apparati produttivi e l’occupazione in paesi come l’Italia sono già alla corda, i redditi popolari si contraggono di giorno in giorno, ma non vi è alcun cenno di una reazione politica e sociale organizzata, per fermare la mano dei massacratori finanziari, mercatisti ed europoidi. La domanda “perché non scoppia una rivoluzione?”, essendoci tutti i presupposti, è più che giustificata e non solo in relazione alla situazione italiana.

    Nel presente post cercheremo di rispondere in estrema sintesi a questa domanda, articolando la risposta in quattro punti principali, corrispondenti ad altrettante concause che hanno portato la situazione politica e sociale a questo estremo, neutralizzando il dissenso all’interno della società.

    1) La flessibilizzazione e l’idiotizzazione di massa socialmente organizzate hanno avuto pieno successo. Il processo ultraventennale di distruzione delle sicurezze materiali, per i dominati (lavoro precario sottopagato in luogo di lavoro stabile tutelato), e di azzeramento della coscienza politica e sociale nelle masse, ha rappresentato e rappresenta un elemento strutturale del neocapitalismo, un presupposto irrinunciabile per la sua affermazione. Al punto tale che il pd – il più importante cartello elettorale italiano liberaldemocratico al servizio della classe globale dominante – si permette, stando al governo, di estendere il blocco delle retribuzioni al pubblico impiego fino alla fine del prossimo anno, per il taglio ineludibile della spesa pubblica, affamando la sua stessa base di consenso. Sappiamo bene qual è il peso elettorale del pd nel pubblico impiego e, in particolare, in settori come quello della scuola, molto penalizzati in questi ultimi anni. Eppure, i sondaggi rivelano incrementi di consensi percentuali di questo partito-servo delle eurocrazie globaliste, che non possono essere dovuti soltanto al probabile collasso dell’altro socio politico all’interno del sistema, cioè del pdl, o all’altrettanto probabile perdita di consensi di m5s. Ancor peggio, perché Matteo Renzi, l’astro nascente del collaborazionismo politico italiano filo europoide, filo tedesco e filo globalista, molto probabilmente guiderà l’annientamento finale dell’Italia con i voti di coloro che dovrebbero avversarlo. Il suddetto non è un idiota semi-visionario che pontifica alla Leopolda (una specie di San Sepolcro a rovescio, come programma), come mostrano di credere alcuni, ma un neoliberista per convenienza, abile “performer” sulla scena politica, incaricato della demolizione finale del paese. Fra Berlusconi e Mendella (chi se lo ricorda Giorgio di Rete Mia, il Berlusconi mancato, nonché venditore di case in Romania?), fra la politica televisiva che alimenta lo Spettacolo e il messianesimo spicciolo, ecco spuntare un nuovo “salvatore dell’Italia”, un paio d’anni dopo il non eletto Mario Monti. Il sindaco di Firenze rappresenta la sintesi del berlusconismo, del lib-lab, del neoliberismo “di sinistra” e della politica-Spettacolo (in senso debordiano). Infatti, fidando sull’efficace idiotizzazione di massa, che fa digerire al popolo politiche contrarie ai suoi interessi vitali, i “poteri esterni” hanno scelto Renzi per i motivi anzidetti e perché è un traditore in vendita, disposto a completare il saccheggio dell’Italia occupata. Lo farà pienamente cosciente di farlo, con il sorriso sulle labbra, e quindi è doppiamente colpevole. Dopo di lui il deserto più totale. Questo farabutto è stato in “joint venture” con l’infame Ichino (l’apostata del pci che ha scritto i nullafacenti, definendo lo stipendio del dipendente “odiosa rendita parassitaria”) contro il lavoro dipendente e, in particolare, contro il suo ultimo santuario di stabilità e diritti, cioè l’impiego pubblico. Questo farabutto (Renzi) vuole demolire completamente uno stato sociale che già non funziona, inoculando germi come quello della “flexsecurity”. E’ un sostenitore delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (ben oltre la celebre “lenzuolata” di Bersani!) per svendere all’incanto gli asset produttivi nazionali e in generale il patrimonio pubblico. Nello stesso tempo, Renzi vorrebbe diminuire il costo del lavoro (e quindi il potere d’acquisto degli italiani) per rianimare la tanto santificata competitività. Il suddetto è un pubblicista del denaro elettronico e della limitazione estrema della circolazione del contante, soluzione ottimale non tanto per “combattere l’evasione”, come si millanta, ma per un efficace e capillare controllo della popolazione. Eppure possiamo essere sicuri che la base elettorale del pd lo sosterrà, forse in grande maggioranza. Pensionati, impiegati pubblici, insegnati e altri soggetti voteranno in massa, “fiduciosi”, per Matteo Renzi, acclamandolo come il “nuovo che avanza” e seguendolo come si segue un pifferaio magico che ti porta verso il baratro. La probabile ascesa politica di Renzi, in un’Italia “terminale”, costituirà la miglior prova del successo elitistico, conseguito flessibilizzando e idiotizzando le masse popolari.

     

    2) Il mito degli “stati uniti d’Europa”, dietro il quale si nasconde l’unione monetaria europoide quale strumento di dominazione delle élite neocapitalistiche, è stato truffaldinamente diffuso, con successo, a livello di massa. Il fine è di imprigionare interi popoli nell’eurolager e di togliere l’acqua al pesce del dissenso “euroscettico”. Berlusconi e parte del pdl che lo segue stanno pagando caro il loro cauto “euroscetticismo”, in buona parte elettoralistico, la loro relativa inaffidabilità e per questo motivo le élite europoidi hanno deciso di marginalizzarli, o addirittura di eliminarli dalla scena. Meglio non rischiare, anche se Berlusconi, alla fine, ha sempre abbassato vigliaccamente la testa davanti ai grandi “poteri esterni” (come nel caso macroscopico dell’avvento di Monti o in quello dei bombardamenti sulla Libia). Il pd, invece, e soprattutto la sua “ala liberal”, insiste con l’europeismo più sfrenato, con le mitologie fasulle dell’unione dei popoli “democratica”, “dal basso”, con il necessitarismo degli “stati uniti” a moneta unica privata. Tutta propaganda becera e vuota che il pd può permettersi, essenzialmente perché la sua base di consenso è completamente idiotizzata e perciò consenziente, nonostante la prospettiva futura di subire i morsi della fame. Inoltre, ci sono le “regole europee” da rispettare acriticamente, devolvendo “spontaneamente” anche i residui di sovranità nazionale agli organi sopranazionali euroglobalizzanti. La prospettiva del dominio del mercato, cioè della sottomissione agli interessi della classe global-finanziaria deterritorializzata, è quella espressa dai collaborazionisti piddini, confortati dal fatto che la loro base è ormai una congerie d’idioti politici e sociali, orfani della classe di appartenenza e disposti a bere qualsivoglia fandonia. In sostanza, è sempre la diminuzione dell’essere umano, provocata artificialmente nel passaggio dal capitalismo del secondo millennio a quello del terzo, che favorisce l’accettazione del truffaldino mito degli “stati uniti d’Europa” (di natura elitistica), impedendo ai dominati di ribellarsi. In Italia, possiamo notare come il pd, oltre ad agire politicamente recependo sempre e comunque i diktat del potere euroglobale, riesce a propinare alla sua base le fandonie europeiste con un certo successo, non mettendo mai in discussione la moneta unica privata.  Temiamo che se continuerà il “cammino europeo” del paese, senza scossoni politici e sociali, l’internamento nell’eurolager sarà la sola prospettiva che avranno gli italiani per i prossimi anni. 

    3) Il tradimento della sinistra, nei confronti della sua stessa base di consenso, e l’estinzione dei comunisti hanno favorito la schiacciante vittoria del neoliberismo, in particolare in Europa e in modo molto particolare in Italia, paese in cui esisteva il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Scriveremo solo l’indispensabile su questo punto, avendo già trattato diffusamente l’argomento in passato. Dopo la fine del mondo bipolare Usa-Urss, all’internazionalismo proletario, caduto in disuso, si è sostituito “il villaggio globale”, cioè il mito della globalizzazione unificante per l’umanità. Ancor peggio, lo stato nazionale sovrano è stato avversato per legittimare il governo sopranazionale (nella sostanza non di natura elettiva e “democratica”) e gli organi della mondializzazione (fra i quali la uem, la bce e la commissione europea), secondo i peggiori incubi spinelliani, o meglio “spinellati”. In certi casi la classe, e con lei il vecchio mito dell’operaio-massa, è stata sostituita da una vaga moltitudine, di natura filosofica, inesistente da un punto di vista sociologico e inserita, guarda caso, in un contesto sociale nuovo, squisitamente a-classista, caratterizzato dall’atomizzazione e dall’isolamento dei singoli. Il monopolio della lotta di classe è stato consegnato alle élite globaliste, inibendo la protesta sociale. Tutto questo con la fattiva collaborazione della sinistra e degli apostati del comunismo, in posizione subordinata rispetto ai centri di interesse sopranazionali del neocapitalismo. L’accettazione delle dinamiche mercatiste “a sinistra” è completa, pur temperata da tracce, sempre più sparute, di laburismo. Il testimone della protesta sociale e dell’antagonismo, un tempo nelle mani della sinistra e soprattutto dei comunisti, non l’ha raccolto nessuno, come possiamo facilmente constatare in Italia. Così è stato mandato definitivamente in soffitta, a far compagnia alla Rivoluzione. Sinistra neoliberista, componente essenziale del partito unico neocapitalistico, e residui di comunismo individualistico post sovietico, completamente rifluito negli immaginari nuovo-capitalistici, oggi dominano incontrastati, turlupinando le masse pauperizzate. Renzi, Letta, Bersani e Vendola, nonostante gli screzi a scopo elettoral-propagandistico e qualche rivalità reciproca, sono dalla stessa parte e la loro politica è unica, come il pensiero dell’epoca. In conclusione, precisiamo che un discorso simile riguarda i sindacati (cisl a suo tempo con Monti e scelta civica, cgil con il pd, fiom con il sel) i quali soffocano la protesta con scioperetti inani e remano bellamente contro i lavoratori, firmando accordi-capestro. Quello che abbiamo definito (forse un po’ semplicisticamente per essere compresi) “il tradimento della sinistra e l’estinzione dei comunisti”, sul piano politico è un fenomeno evidente, che si accompagna al “tradimento del sindacato”, al “tradimento degli intellettuali”, dei giornalisti e via elencando.

    4) L’assenza di gruppi politici (e di economisti, di sociologi, di politologi) con un piede dentro il sistema, inseriti nelle sue logiche, ma nello stesso tempo ribelli, portatori di nuove istanze e di nuovi programmi strategici economico-politici, disposti a rischiare mettendosi contro gli interessi sovrani della classe globale dominante, è un’evidenza. La strada scelta, nel caso tali gruppi compaiono sulla scena della storia, potrà essere quella dell’affermazione elettorale, giocando secondo le regole liberaldemocratiche. Nell’Italia desertificata questi gruppi mancano completamente, mentre in Francia – potenza nucleare e paese chiave dell’Europa continentale, escludendo la Russia – qualche sorpresa potrebbe forse riservarla il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, anche se noi siamo piuttosto scettici in proposito. L’unica alternativa alla lotta armata rivoluzionaria (oggi purtroppo impensabile) è la formazione e la significativa presenza, all’interno del sistema, di gruppi e partiti politici che “remano contro” il sistema stesso, per la riacquisizione della sovranità nazionale e la subordinazione dell’economia alla politica, capaci di coagulare intorno a sé un vasto consenso popolare. Questi gruppi non seguirebbero la via rischiosa dell’insubordinazione nei confronti delle oligarchie euroglobaliste per etica e buoni sentimenti (mettendo in pericolo la loro stessa incolumità fisica), ma per appropriarsi la sovranità e la decisione politico-strategica all’interno dei vecchi stati nazionali.

    Il punto 4 ci porge l’occasione per delineare possibili, futuri scenari del tutto nuovi. Nel caso i predetti gruppi dovessero comparire, in situazioni di forte tensione sociale e di precipitazione verticale degli eventi, sarà forse possibile sottrarsi definitivamente al giogo neocapitalistico (ed europoide) in due fasi, sintetizzabili in poche righe come segue:

    1) Fase “propedeutica” alla Rivoluzione vera e propria, dirigista, sovranista, keynesiana, di rigetto del libero mercato (globale) e dell’eurolager. Le forze che la domineranno – non propriamente definibili rivoluzionarie, ma, al più, “protorivoluzionarie” – avranno un piede dentro il sistema, pur ribelli, e guideranno la transizione. In Italia potrebbero manifestare qualche lineamento spiccatamente nazionalista, definibile “di destra”.

    2) Fase rivoluzionaria vera e propria. Emergeranno in contesti culturali, politici e sociali “rimessisi in movimento”, liberati dal giogo neocapitalistico, sopranazionale e neoliberale, le vere forze rivoluzionarie. Si ricomporrà il quadro del conflitto sociale non più sbilanciato da una parte sola, emergeranno nuove élite antagoniste, per la fuoriuscita dal capitalismo. Un po’ come i bolscevichi di Lenin dopo la (breve) fase menscevica, solo con tempi presumibilmente più lunghi. 

    Ne consegue che se anche all’inizio le idee socializzanti e neocollettivistiche non troveranno uno sbocco concreto, lo troveranno in seguito quando, alla fine della transizione, si manifesterà una nuova spinta rivoluzionaria nella società. La chiave di tutto questo processo storico sarà la riacquisizione della piena sovranità, monetaria e politica. Solo così la Rivoluzione impossibile potrà ridiventare possibile.

    Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

    Fonte: http://pauperclass.myblog.it

    Link: http://archive/2013/11/04/temp-27798eaa47eb581b56a5d43692e9d952-5750187.html
    4.11.2013

  • Giancarlo54

    Interessanti, come sempre, le considerazioni di Orso e Anatoli, sopratutto riguardo ai “sottopunti 1) e 2) del punto 4).

  • ilsanto

    Nessuna rivoluzione è possibile ne esiste partito che possa rappresentarci diciamola tutta con la fine dell’URSS c’è stata la fine della storia nel senso che il sistema è diventato unico, nessuna ideologia diversa ha un qualche peso, questo nonostante il povero fukuyama sia stato criticato è la pura verità. Forze enormi si muovono in questo senso e con la tecnologia e potentissime organizzazioni sopprimono qualsiasi dissenso anche appena accennato. Basta guardare ai no global dopo una o due apparizioni sono spariti e occupy wall street e gli indignados spagnoli ? sono stati letteralmente spazzati via dalle piazze non dall’esercito ma dalla nettezza urbana, come spazzatura !. Questo vuol dire solo una cosa, il liberismo diventerà sempre più becero, internazionale, esentasse, ingovernabile. La casta ( politica ) sà che non conta più nulla in questo contesto, i master of universe sanno che hanno stravinto, i sindacati, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati sanno che hanno perso ogni speranza. Ora quello che succederà è semplice con il picco del petrolio e la crisi alimentare, con gli stati indebitati che rendono impossibili politiche di sostegno alle classi disagiate ( ammesso che ci pensino e non guardino solo al loro interesse ) la povera gente letteralmente morirà di fame e nessuno farà una beata fava di niente, a maggior ragione loro che non hanno assolutamente ne la forza ne la struttura ne l’ideologia ne le armi per fare alcunchè.

  • neutrino

    PAURA!
    Ma ce li avete presente 300 milioni di Homer Simpson, abituati a consumare come degli oligarchi russi, tutti senza lavoro, con 19 porta-aerei, centinaia di missili nucleari.. CHE FANNO LA RIVOLUZIONE COMUNISTA!?!?!
    Si salvi chi può!

  • Ercole

    La rivoluzione comunista sarà un processo inevitabile è possibile dal momento che il capitalismo si sta scavando la fossa con le sue mani l’esercito di disoccupati cresce ogni giorno al pari della miseria e della precarietà e della fame a livello planetario .Il partito della rivoluzione annovera ogni giorno sempre più avanguardie che guideranno il proletariato allo scontro di classe . LA BORGHESIA SI STA PREPARANDO AD UN NUOVO MACELLO MONDIALE ,NOI DOBBIAMO CONTRAPPORCI CON LA RIVOLUZIONE .socialismo o barbarie è arrivato il tempo di schierarsi .

  • Mattanza

    Se ti dedicassi a studiare il panorama libertario troveresti un’alternativa interessante.
    Non solo i classici come Malatesta,cerca Parecon e ParPolity

  • Primadellesabbie

    A me sembra un po’ deboluccio l’articolo di Hedges, scritto attorno ad una ineluttabilità confutabile.

    Vi si parla di idee, ma io mi accontenterei di valutare i gesti e cercare gli orizzonti. I gesti, le scelte quotidiane, sono quelle di una folla di complici del sistema.
    E io sono tra quelli che sostengono che le vittime, spesso, sono complici del carnefice.

    L’orizzonte é semplicemente scomparso. Non c’é più orizzonte, manca qualsiasi prospettiva, come volete che ci siano delle idee? Nemmeno chi dirige ha idee, non può permettersele, al massimo segue una traccia, pronto a seguirne un’altra se le circostanze e gli spin glielo suggeriscono.

    A meno che si possano considerare idee le contestazioni casuali e pittoresche che conosciamo, basate su emozionalitá improvvisa e su sentito dire dei tempi trascorsi.

  • ilsanto

    Si potrebbe proporre una cosa del tipo: quando una azienda si vede in difficoltà ( ma non solo ) chiede aiuto al sindacato il quale instaura una partecipazione dei lavoratori rilevando la quota del proprietario. Questa azienda dovrebbe avere il controllo dei lavoratori che decideranno ogni cosa nel rispetto massimo del valore del prodotto e della sostenibilità ambientale con il sostegno finanziario del sindacato e di un marchio tipo “Produzione Popolare” od altro ma debitamente propagandata tra gli iscritti ai sindacati ma anche sui mass media, al limite cercando di ottenere facilitazioni legislative sul genere delle coop o delle onlus. Che ne dici ?