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LA GRANDE IMMIGRAZIONE NON SOSTENIBILE

DI MORENO PASQUINELLI

sollevazione.blogspot.it

«È bene dirsi la verità. Dirsi la verità è sempre stato, come scrive bene Giacomo Leopardi, il presupposto di ogni comunicazione dotata di senso»
Costanzo Preve

Davanti all’attuale flusso migratorio in corso verso in Italia e nell’Unione europea si confrontano due linee di pensiero.
Una minimalista, per cui esso non sarebbe (di contro alla errata “percezione” popolare), né enorme, né devastante, al contrario sostenibile.
L’altra linea di pensiero è quella che chiameremo apocalittica, per cui questo flusso è una vera e propria invasione destinata a stravolgere la composizione demografica, etnica e linguistica, quindi non solo l’identità nazionale italiana ma quelle europee.

La prima linea di pensiero scende dall’alto, dalle élite dominanti, più esattamente dai bramini della confraternita globalista e neoliberista —siano essi annidati ai vertici delle multinazionali, della finanza predatoria, delle banche o delle istituzioni—, per i quali, siccome Dio-Mercato si autoregola da solo, non dev’essere frapposto alcun ostacolo alla libera circolazione, né dei capitali né della forza-lavoro —e per essi gli esseri umani, migranti o no, sono titolari di diritti solo in quanto erogatori di quella straordinaria qualità, la forza-lavoro, senza la quale il capitale (con buona pace dei becccamorti di Marx) non può valorizzarsi.

La seconda linea di pensiero, quella apocalittica, sale invece dal basso, non solo dal proletariato e dai settori che la crisi sistemica ha gettato nel campo dell’esclusione e della marginalità sociale, ma anche dagli strati di piccola e media borghesia che il combinato disposto della crisi e della legge dell’accumulazione e della concentrazione del capitale hanno scaraventato verso il basso, se non addirittura nel pauperismo. Questa “seconda linea”, non trovando altro canale per manifestarsi e scorrere, alimenta oggi il minaccioso fiume in piena della xenofobia e del razzismo. Domani, ove le cose, come auspicano le élite neo-liberiste, fossero lasciate al loro “corso naturale”, la piena potrebbe rompere gli argini, e straripare in in fascismo di tipo nuovo.

Noi non aderiamo né alla prima né alla seconda linea di pensiero.

Non ci sono evidenze empiriche e scientifiche che l’ondata sia “epocale” e che possa stravolgere la composizione demografica, etnica e linguistica, dei paesi europei — la globalizzazione spinge i popoli a spostarsi dai poli dove si ammucchia miseria a quelli opposti, dove si concentra la ricchezza. In condizioni capitalistiche nessuno può prevedere come saranno dislocati questi poli fra cento anni. Chi può escludere che fra un secolo il rango delle potenze economiche sia radicalmente mutato? Non insegna niente l’avanzata economica cinese?

I numeri, comunque, smentiscono anche i minimalisti.
Con la crisi sistemica, per la precisione dal 2007 al 2011, i flussi migratori verso l’Italia, avevano conosciuto un calo molto sensibile —prima della crisi (2007) in Italia gli immigrati erano 550mila, nel 2012 la metà, ovvero 250mila. Ciò che fece pensare all’inversione della tendenza. Errore! Nei primi mesi del 2014 l’Italia ha subito un aumento del flusso rispetto al 2013 di ben l’823% (dati Frontex). Gli ingressi nei primi mesi del 2015 hanno avuto le medesime ragguardevoli dimensioni.

Che il flusso sia enorme non sia solo un ascesso passeggero o un fatto di “percezione” di chi sta in basso, lo dimostrano non solo i respingimenti francesi a Ventimiglia, così come quelli austriaci, ma anche il rifiuto dell’Unione europea di concedere all’Italia la ripartizione per quote dei migranti in arrivo —ciò che conferma in maniera solare che quella europea ben lungi dall’essere una “Unione” è un carrozzone, un paravento dietro al quale agiscono e alla fine prevalgono gli interessi e le logiche degli stati-nazione decisi a restare tali.

Che la dimensione dei flussi migratori sia e sarà enorme lo confermano anche le analisi dell’ISTAT sull’andamento della popolazione residente in Italia che prevedono, entro il 2065, 14,1 milioni di immigrati (rispetto ai 4,6 milioni del 2011), a fronte di una popolazione complessiva di 61,3 milioni [vedi la gif animata]. L’ISTAT prevede dunque che il 23% dei residenti in Italia saranno immigrati. Degno di nota è che la popolazione in età lavorativa, ora al il 65%, diminuirà ulteriormente, attestandosi al 61%.

Quanti di questi avranno acquisito la cittadinanza? Quanti lo status di rifugiati politici? Quanto saranno “integrati” e quanti irregolari? Quanti godranno di diritti sociali e quanti precipitati nell’esclusione sociale? In altre parole: sarà sostenibile questa grande immigrazione?

Noi riteniamo di no.
A due condizioni infatti essa lo sarebbe: che si imbocchi un robusto e prolungato ciclo economico di crescita, e che lo Stato sia in grado di far fronte a questo enorme flusso con un’adeguata politica di pianificazione di “integrazione”.

Non ci sono evidenze che si realizzino né la prima né la seconda condizione.

Riguardo alla sfera economica, non solo noi riteniamo che, anche ove si rompesse per tempo con le politiche neoliberiste e si uscisse dalla gabbia dell’euro —figuriamoci ove invece si rispettassero gli attuali dogmi liberisti e si restasse nel regime della moneta unica!—, il Paese sarebbe ben lungi dal disporre delle risorse oltre che per riassorbire la disoccupazione esistente, di sfornare qualcosa come 4/ milioni di posti di lavoro —e quindi, data anche la tendenza all’invecchiamento della popolazione, lo Stato sarebbe ben lontano dal poter assicurare un livello di welfare e di spesa sociale degni di questo nome.
Di sicuro avremmo un esercito industriale di riserva ben più grande di quello attuale, con sacche moltitudinarie di residenti inchiodati alla marginalità e all’accattonaggio, ciò che, ferme restando l’economia di mercato e la legge della domanda e dell’offerta, contribuirebbe ad un crollo ulteriore dei redditi medi dei salariati, con conseguenze disastrose per i loro standard di vita e quelli della gran parte del popolo lavoratore.
Avremmo dunque —ammesso che non avvengano già prima cataclismi politici e istituzionali reazionari—, la definitiva distruzione del demos, ovvero lo spappolamento di quel minimo di coesione del tessuto sociale (anzitutto in basso) che oggi a fatica resiste e sulla cui base solamente possono esistere una comunità politica democratica ed uno Stato che sia non uno stato di polizia, bensì uno stato di diritto.

Per quanto attiene alla seconda condizione, ovvero alle capacità politica, amministrativa e organizzativa dello Stato di far fronte ai flussi migratori attesi con una efficace politica di pianificazione e gestione, è meglio stendere un pietoso velo. Un’incapacità plasticamente dimostrata dall’immagine, francamente patetica, di Renzi e Gentiloni che, lanciato l’ S.O.S. alla comunità internazionale, sono andati col cappello in mano nei sordi consessi europei.
Se l’apparato burocratico-amministrativo italiano, per sua stessa natura, non ha mai brillato per efficienza, un trentennio di neoliberismo (con il portato di individualismo, di carrierismo e di malaffare), l’hanno ridotto ad un colabrodo, dal livello municipale alle ambasciate). La reazione scomposta dello Stato davanti agli attuali flussi migratori è a dir poco impressionante. Mai c’è stata tanta distanza tra le strombazzate promesse umanitarie e la raccapricciante incapacità delle autorità italiane di ricevere ed ospitare (anche solo transitoriamente) i migranti in modi minimamente rispettosi della dignità umana.
Come segnala Maurizio Ambrosini il fallimento delle politiche migratorie italiane negli ultimi trent’anni, tra sanatorie e posticce misure di regolarizzazione non dichiarata, ha assunto dimensioni ancor più grandi e grottesche del flusso migratorio medesimo. [1]

Si tenga infine conto che contestualmente all’enorme flusso di migranti in ingresso, ce n’è un’altro in uscita, non meno preoccupante per il futuro del Paese: secondo dati Ocse solo nel 2012, dopo circa cinque anni di crisi sistemica che ha colpito anzitutto i “periferici”, ben 825mila cittadini europei si sono spostati verso un altro paese dell’Unione, il 15% in più dell’anno precedente.

Morale della favola: l’Italia non è in grado, e lo sarà ancor meno nei prossimi anni, di assorbire e gestire i grandi flussi migratori in entrata, e nemmeno, salvo mutamenti radicali nella politica economica, di arrestare quelli in uscita.
In parole povere: questa immigrazione è del tutto insostenibile, e per questo socialmente esplosiva. E se essa è insostenibile ed esplosiva occorre porvi rimedio. Come? proveremo a spiegarlo prossimamente.

Sappiamo di sicuro tre o quattro cose: che le élite globaliste, per interessi ed ideologia, non considerano la grande immigrazione come un dramma sociale ed umano ma come “opportunità”; che i lacchè politici che governano maldestramente l’Italia sono del tutto incapaci a farvi fronte; che il grosso della sinistra italiana, stretta com’è nella tenaglia della cattiva etica universalista cattolica e del cosmopolitismo kantiano, non ha la soluzione ma è essa stessa il problema; che se non avremo per tempo un governo popolare che sappia coniugare sovranità nazionale e giustizia sociale, la porta ora socchiusa sull’abisso di una svolta xenofoba e fascistoide si spalancherà definitivamente.
Ed allora sarà troppo tardi per piangere.

Moreno Pasqinelli

Fonte: http://sollevazione.blogspot.it

Link: http://sollevazione.blogspot.it/2015/06/la-grande-immigrazione-non-e.html 19.06.2015

NOTE
[1] «Malgrado il rafforzamento dei controlli e l’inasprimento delle sanzioni, in venticinque anni sono state approvate sette leggi di sanatoria, più altre misure di regolarizzazione non dichiarata, come i decreti flussi. Le quattro sanatorie varate tra il 1986 e il 1998 hanno regolarizzato la posizione di 790.000 immigrati; quella del 2002, successiva all’approvazione della legge Bossi-Fini, ne ha autorizzati 630.000. Nel 2009, la legge Maroni relativa al solo settore domestico-assistenziale, ha raccolto quasi 300.000 istanze. Nel 2012, nel mezzo di una profonda crisi economica, il governo Monti ha varato un’altra sanatoria che ha prodotto circa 130.000 domande.
Il problema non è solo italiano: nonostante le dichiarazioni di segno contrario, in Europa nel complesso le misure di regolarizzazione di vario tipo sono piuttosto diffuse e ricorrenti, talvolta permanenti. Secondo il rapporto REGINE dell’ICMPD (2009), durante il periodo 1996-2008 soltanto 5 su 27 Stati membri dell’Unione europea non si sono dotati di politiche né di pratiche di regolarizzazione dei soggiornanti non autorizzati. Nell’Europa meridionale e segnatamente nel caso italiano, il fallimento della regolazione dell’immigrazione straniera trova un importante fattore esplicativo nel funzionamento del nostro sistema di welfare: in modo particolare nella formazione di quello che può essere definito welfare parallelo, o invisibile. Specialmente nell’Europa meridionale, il regime delle cure si organizza tuttora intorno al ruolo centrale delle famiglie, e più precisamente delle donne, come mogli e madri prima, come figlie di genitori anziani dopo. Alla crescita della partecipazione femminile al lavoro extradomestico non ha corrisposto né un adeguato sviluppo dei servizi pubblici, né una sufficiente ridistribuzione dei compiti all’interno delle famiglie».
Maurizio Ambrosini, Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il Mulino

Pubblicato da Davide