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L' ANALOGIA CON DETROIT

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com

Voglio ritornare su una notizia che ha scosso i mercati finanziari durante la passata estate che purtroppo non ha avuto molta visibilità in Italia, forse perchè erano tutti attenzionati alle sorti di Berlusconi per il processo Mediaset. No so quanti non ne siano ancora a conoscenza oggi, tuttavia il 18 Luglio 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento: sostanzialmente non è in grado di rimborsare i propri municipal bonds per un ammontare di oltre i 18 miliardi di USD. Negli USA enti ed amministrazioni locali (come città, stati, scuole, società pubbliche) emettono obbligazioni per reperire fondi e finanziare i progetti e le infrastrutture da realizzare.Queste obbligazioni sono definite municipal bonds ovvero obbligazioni della municipalità, in Italia abbiamo qualcosa che gli può assomigliare i B.O.C. ovvero i Buoni Ordinari del Comune come quelli emessi dal Comune di Catania o Taranto. Mentre nel nostro paese i BOC sono emissioni di natura occasionale ed eccezionale, soprattutto quando un ente pubblico si trova in difficoltà finanziarie, negli USA i Municipal Bonds rappresentano una prassi amministrativa ricorrente e molto diffusa: considerate a tal riguardo che il mercato di questi bonds americani ammonta a oltre 3,7 trilioni di dollari coinvolgendo più di 80.000 emittenti.

I Municipal Bonds vengono sottoscritti tanto da soggetti privati, ad esempio piccoli investitori, quanto e soprattutto da grandi operatori del risparmio gestito internazionale come fondi comuni di investimento e così via in quanto spesso garantiscono tassi di interesse molto appetibili. Chi li sottoscrive o li acquista inoltre confida nella reputazione dell’emittente per la solvibilità del suo investimento, considerando che l’ente pubblico che li ha emessi può imporre nuove tasse in caso di necessità per far fronte a momentanee difficoltà per il rimborso del prestito. Purtroppo nel caso di Detroit, questa constatazione o sicurezza è decaduta definitivamente: infatti chi ha in portafoglio un bond municipale di questa città con molta presunzione ha un pezzo di carta che non vale più niente. In termini tecnici questo si chiama rischio emittente ovvero la possibilità che chi emette una obbligazione non sia in grado di rimborsarla a scadenza. Ho visitato Detroit nel 2010 durante un viaggio studio sulla crisi dei sub-prime: ricordo ancora che quando passeggiavo di giorno per le avenue principali di Mid Town il quadro che si percepiva era già allora desolante. Inutile dire che le famose case da 250 $ in vendita in asta nei quartieri contigui rappresentavano a tutti gli effetti denaro buttato senza alcuna finalità.

Detroit è stata per decenni la capitale mondiale dell’industria automobilistica, una città che con tutto il suo hinterland ha avuto un ruolo di leadership nell’economia mondiale, considerate che nel momento di massimo splendore durante gli anni Sessanta trovare casa per chi voleva cercarvi lavoro era quasi impossibile. Oggi Detroit è la città americana con il più alto tasso di criminalità, disoccupazione e povertà: la popolazione ha subito un vero e proprio sfoltimento, dai quasi due milioni di fine anni Cinquanta siamo passati ai circa 680.000 di fine 2012, con una costante e progressiva contrazione anno dopo anno. Oltre allo sfoltimento, la popolazione ha subito anche una vera e propria mutazione: dal 70% di popolazione bianca degli anni Sessanta siamo passati oggi all’80% di popolazione nera. La città è ormai menzionata come icona per antonomasia dei fenomeni di degrado ed abbandono urbano. Detroit paga a distanza di decenni scelte sconsiderate sia in termini di politica industriale che di fuorviante programmazione dei flussi di immigrazione: nel primo caso una avventata focalizzazione sempre e solo nei confronti del settore automobilistico secondo la tradizione americana, quindi grandi vetture dai consumi sproporzionati, le cui vendite sono entrate in crisi quando il prezzo del gallone alla pompa è quasi triplicato.

Per quanto riguarda il secondo caso, l’industria automobilistica a partire dagli anni cinquanta iniziò a preferire manovalanza di colore per le linee produttive, proveniente soprattutto dagli Stati del Sud, più che altro per ragioni e convenienze sindacali. La città divenne pertanto meta di flussi di immigrazione dalle competenze e qualifiche decisamente mediocri: tali flussi innescarono un lento processo di colonizzazione della città da parte di maestranze di colore che in parallelo produssero un progressivo allontanamento volontario dei bianchi dalla città, motivato dall’aumento della criminalità e conflittualità sociale che iniziò a caratterizzare la città. L’abbandono della città da parte della white middle class  unitamente alle loro attività economiche produsse anno dopo anno un pesante ridimensionamento  del gettito fiscale alle casse municipali a seguito di minori imposte versate. Gran Torino di Clint Eastwood racconta con grande maestria proprio questa fase di trasformazione. Ad oggi considerando la fase di deindustrializzazione della mia regione con la fuga e moria di imprenditori unitamente alle lenta penetrazione di immi-non-grati dai mezzi limitati, ho una grande convinzione che lo scenario stile Detroit diventerà nei prossimi anni una caratteristica distintiva del Veneto.

Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/veneto-detroit-cosi-lontane-cosi-vicine.htm
11.10.2013

Pubblicato da Davide

  • Aironeblu

    Oggi il nostro Beneamatotazzo sembra darci tregua con la sua velata propaganda eurosistemica per affrontare invece un argomento di natura più “sociale”, come l’immigrazione. E per non smentirsi il nostro autoproclamatosi “miglior economista fuori dal coro”, lo fa belando come una pecora il vecchio luogo comune per cui la colpa è degli immigrati, scaricando il barile su chi è in condizione di svantaggio e soffiando sul fuoco dei conflitti sociali, così da dividere meglio e permettere ai suoi padroni di imperare più comodamente.

    E come monito ci riporta nientemeno che la sua visita a Detroit nel 2010, dove ha potuto vedere con i suoi occhi quali catastrofi sia stata capace di causare una popolazione dalla pelle nera “dalle competenze e qualifiche decisamente mediocri”, che ha “colonizzato” la città portando quella “criminalità e conflittualità” caratteristica dei selvaggi afroamericani, riducendo la fiorente città dell’automobile simbolo del boom industriale a un desolato scenario dove le case non si vendono nemmeno a 250 verdoni. È rimasto talmente scioccato da questo scenario che ha partorito la categoria degli “immigrati in patria”, americani che emigrano in America, la cui americanità vale a pieno titolo quando vengono spediti in una nuova guerra nel Golfo, ma decade nel momento in cui vogliono lavorare regolarmente come cittadini. Tempo fa questo si chiamava RAZZISMO, ma oggi il politicamente corretto e la neolingua impongono altre diciture, i razzisti sono solo quelli contrari alle adozioni gay o ai progetti sionisti, non di certo chi discrimina sul colore della pelle.

    Ecco, io non credo che un gatekeeper come Benetazzo sia tanto imbecille da credere nelle stupidaggini che scrive e che usa come spauracchio per fiorenti le imprese venete minacciate dall’invasione dei barbari. Benetazzo sa bene che la manodopera straniera semilegale e a basso costo è stata ciò che ha permesso (insieme alla grande capacità di iniziativa degli impresari veneti, beninteso!) alle piccole e medie imprese venete di sopravvivere e prosperare per qualche tempo, prima di iniziare a cadere sotto l’attacco della finanza globalista al nostro territorio a colpi di spread e austerity. Sa bene che le cause del declino inesorabile del Veneto e di tutta la nostra Penisola non vengono da oltremediterraneo, ma da Nord, da Bruxelles e Strasburgo, e sa bene che è il nostro governo traditore e collaborazionista a favorire la svendita dell’Italia ai grandi gruppi finanziari.

    Lo sa bene, e il suo compito di disinformatore economico è quello di coprire il tutto deviando l’opinione pubblica verso un facile capro espiatorio, in condizioni troppo precarie per avere una voce con cui difendersi, nella più bieca tradizione leghista. Divide et impera, siamo sempre lì.

  • poisonedtooth

    De-industrializzazione e de-urbanizzazione, dove sarebbe la cattiva notizia? Il capitalismo industriale e finanziario come tutti i sistemi naturali o modelli di derivazione umana, nasce, cresce, ha un massimo nella sua manifestazione, decresce e muore. Perchè il settore immobiliare ad esempio, in Italia è al palo? Perchè ormai ha costruito più case di quante sia possibile abitare con l’attuale quantità di popolazione, ci sono più case che individui.
    La crisi finanziaria non è che lo specchio di una crisi strutturale ben più profonda ed avviene non a caso in corrispondenza con la fine dell’economicità del petrolio e in una situazione mondiale di sovraproduzione: scaffali e magazzini pieni e poca propensione al consumo, vuoi in perte per il terrorismo mediatico ma sopratutto perchè un’ipotetica curva di utilità complessiva della massa di beni prodotti e consumati è probabilmente nella sua fase decrescente.
    Il modello attuale ha fatto il suo corso, e ne Keynes ne Adam Smith lo riporteranno in vita, vista l’impossibilità logica di funzionamento a lungo termine di un sistema economico basato sulla crescita esponenziale e infinita.
    La vera crisi è degli uomini ormai completamente slegati dal rapporto armonico millenario con la natura, che hanno affidato la propria vita e la propria sorte ad una Scienza che gli avrebbe fornito tutte le risposte e ad un presunto Progresso Tecnologico che li avrebbe liberati dalla schiavitù del lavoro e dai condizionamenti naturali ma che evidentemente non hanno atteso le promesse iniziali, portando solo dipendenza e schiavitù da un sistema non controllabile dal basso, la scomparsa di conoscenze originarie fondamentali alla condizione di libertà, l’omologazione gloable del pensiero su basi materialistiche e un individualismo innaturale e antitetico alla spinta atavica alla collaborazione e della solidarietà che a permesso agli uomini di garantire la sopravvivenza della specie fino ad oggi.
    Ed oggi siamo soli e disarmati nel dover affrontare la nostra personale sopravvivenza in un contesto in cui la stessa possibilità di sopravvivenza della specie è messa in dubbio dal modello-trappola che noi stessi abbiamo contribuito a disegnare.
    Nel caos generalizzato l’uomo precario non riesce a incontrare o pensare un percorso realmente alternativo a quello attuale considerato “il migliore dei mondi possibile”, preferendo attaccarsi a formule magiche e medicine miracolose spacciate a gratis dagli scienziati (Bentazzo & C) dell’economia morta.

  • Sintesi

    Raramente commento su CDC, poiché in genere quando finisco di leggere un post e decido di vedere le reazioni, trovo quasi sempre perfetti rispecchiamenti del pensiero personale, oppure antitesi talmente profonde alle quali non vedo l’utilità di rispondere.
    Mai però prima d’ora ho letto qualcosa su cui concordo così tanto, e nella sua semplicità così lucido e ben articolato.
    Bravo.
    Purtroppo però senza il giusto distacco e una adeguata capacità di Visione mi rendo conto che una cosa così palese non sia nemmeno concepibile, e quindi ci vorrà ancora tanto, probabilmente troppo, perché non tanto la maggioranza della popolazione, ma anche solo la maggioranza delle persone ben informate, ne prendano atto.
    E quindi non potendo unirsi in massa per iniziare a costruire il “nuovo” (la società non te lo permette, e non ha nemmeno bisogno di impedirtelo direttamente, bastano i meccanismi indiretti per impedirlo) tanto vale prepararsi individualmente o al massimo in piccoli gruppi per la non indolore ma comunque necessaria dipartita del “vecchio”, sperando che sia più rapida possibile.

  • poisonedtooth

    Prima di tutto ti ringrazio per condividere i miei pensieri, anch’io non commento molto, e quando lo faccio è perchè proprio mi scappa; non per proporre una verità assoluta (che non posseggo) sull’argomento ma per cercare di capire quanto le mia forma di pensare sia potenzialmente condivisa dai miei simili, in una epoca in cui il pensiero unico a dimensione globale sembra aver cancellato ogni possibilità di dissidenza filosofica.
    Ma evidentemente non è così, o non lo è del tutto, e il nostro intrattenerci in questo luogo di dibattito potrebbe essere la prova che la tendenza alla collaborazione e alla condivisione di idee che non interessino per forza argomenti solo banali, non è stata cancellata del tutto anche se fortemente emarginata. La prova che l’uomo moderno conserva ancora dei tratti peculiari umani che per fortuna sarà difficile abolire per legge. Mentre nel mondo crescono le sacche di resistenza allo status quo e si sviluppano possibilità concrete per modelli di convivenza alternativi a quello attuale, il processo di “dipartita dal vecchio” ha i suoi tempi, come del resto sarebbe impensabile una inversione repentina del paradigma predominante. E anche secondo me il cammino esiste ed è individuale e micro-comunitario, perchè se da un lato è molto difficile per i singoli manifestare positivamente il proprio potere al fine di cambiare le sorti del genere umano nel suo complesso, ognuno di noi ha ampia facoltà di poter agire per modificare secondo giustizia il proprio piccolo intorno vitale. E tutto si riduce a una questione di volontà. Buona giornata a te Sintesi.

  • Zret

    senza dubbio Benetazzo è un disinformatore camuffato.

  • andyconti

    Esempio di gestione industriale proprio a Detroit: autobiografia di Lee Iacocca.

  • SeveroMagiusto

    Buongiorno, miei cari. Ma come vi voglio bene! Concordo con voi e infatti anch’io ritengo che il “nostro” futuro, se vogliamo averne uno, dovrà giocoforza passare per la creazione di microsistemi alternativi. Gli “altri”, si arrangino. Quando si renderanno conto di vivere in un mondo idiota, iniquo e senza possibilità di cambiamento – a meno di un improbabile ravvedimento da parte di chi sta al vertice, di una rivoluzione globale o di una conquista del “potere” da parte del popolo con metodi “democratici” – non potranno far altro che venirci dietro. Nel frattempo noi “alternativi” (o R-evoluzionisti, come li chiamo io) avremo il compito di creare, collaudare e propagandare queste nuove realtà. Perché io non credo che il cambiamento verrà dall’alto. E rimanere nell’attuale sistema di vita vuol dire rassegnarsi a una schiavitù perenne. Sistemi più piccoli (eco-villaggi, paesini, rioni, associazioni di vicinato, GAS, ecc…) sono senza alcun dubbio più efficienti, e democratici. Autonomi (il più possibile) rispetto al potere centrale e alla sua burocrazia farraginosa, e vicini ai desideri della gente. Il problema è che, per me, la democrazia in un macrosistema non può esistere. Da una parte chi sta in alto conta troppo, dall’altra chi sta in basso non riesce a far sentire la propria voce. Bisogna perciò predisporre dei meccanismi che limitino il potere di chi è in cima (un bel “vertice spianato”!) e diano la possibilità a tutti di esprimere la propria volontà. La rete può aiutare molto in questo senso, e molto ha già fatto. Come ho detto però, chi sta in alto non ha intenzione di mollare le redini del potere, e c’è il reale pericolo che di fronte all’insofferenza di chi abita ai piani bassi e alle crisi strutturale del sistema che già bene illustrava l’amico “denteavvelenato”, il “potere” ricorra al vecchio e collaudato sistema di azzerare tutto per ricominciare, o meglio continuare a guadagnare e dominare. Una bella guerra globale è assolutamente funzionale in tal senso. Non a caso i pesci grossi sono molto in fermento in questi ultimi tempi.