Home / ComeDonChisciotte / IL FUTURO CHE CI ATTENDE
13463-thumb.jpg

IL FUTURO CHE CI ATTENDE

DI PAOLO RAFFONE

ilsussidiario.net

La divisione del mondo in due blocchi – l’Occidente e tutti gli altri – non è un’ipotesi pessimistica, ma una realtà che si sta concretizzando sotto i nostri occhi. Gufi e Cassandre non c’entrano. Contrapposizioni, blocchi oligarchici, e pericolo di guerra sono reali. Seguono alcuni fatti che cerchiamo di interpretare, proponendo anche una possibile “uscita di sicurezza”.

In Medio Oriente si sta compiendo l’ultima fase della dislocazione geopolitica del “mondo arabo”. Il lungo immobilismo imposto dagli europei e dagli americani – nel 1916 e poi dal 1945 al 2010 – non era più difendibile, anche perché insidiato significativamente dalla penetrazione commerciale cinese.

La prima fase è stata quella di sostenere attivamente la divisione del mondo sunnita attraverso operazioni di promozione della “democrazia” – inaugurate da Obama al Cairo nel 2009 con il discorso sul “nuovo inizio” – e per la rinascita dei Fratelli Musulmani – che già negli anni ‘20 rifiutavano la dominazione wahabita – attraverso una serie di rivoluzioni che servivano a irreggimentare in nuovi regimi dal volto democratico le legittime rivolte popolari.

La seconda fase è stata militare e ha avuto avvio nel 2011 con il bombardamento della Libia e l’uccisione di Gheddafi, seguita dall’inizio della guerra anti-Assad in Siria, compiuta dando sostegno militare a milizie islamiste sunnite che, come oggi vediamo, intendono colpire al cuore il dominio wahabita creando uno “Stato islamico” sunnita tra Iraq e Siria (non a caso l’Arabia Saudita ha schierato 30000 soldati sul confine iracheno).

La terza fase è la neutralizzazione di due nemici strategici dell’Occidente, Arabia Saudita e Iran, attraverso la manipolazione delle informazioni in entrambi i campi contrapposti, cioè sunniti e sciiti. Quest’ultima fase avrà una durata variabile – tra due e cinque anni – e intende dividere e distruggere il Medio Oriente, in modo tale che anche per la Cina, e più recentemente per la Russia, diventi poco conveniente fare commerci in quei territori. È prevedibile che alla fine, per necessità ma non senza difficoltà, Turchia, Iran e Kurdistan sceglieranno un legame più stretto con il “nuovo mondo” che si sta coagulando all’ombra della Russia e della Cina.

In Ucraina è in corso una guerra che incide significativamente sulla ridefinizione del carattere politico dell’Eurasia. Come in altri teatri strategici, l’Occidente (anglo-americano) preferisce la frantumazione all’unificazione. Infatti, con la guerra in Ucraina, le potenze atlantiche (Usa, Uk e Francia) vogliono impedire la percorribilità della saldatura tra l’Unione europea e la Russia, e più precisamente tra la potenza continentale europea, la Germania, e Mosca. La combinazione della potenza industriale tedesca con le materie prime e la forza militare russa avrebbe creato immediatamente un colosso che metteva a rischio il dominio, sebbene declinante, delle “potenze marittime”.

La situazione è ancora piuttosto fluida, ma la decisione tedesca di isolare il Regno Unito nella designazione del nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è un segnale politico di non poco conto. Infatti, le ultime mosse tedesche – dalle nomine europee alle scelte di orientamento delle politiche energetiche, monetarie e fiscali – indicano che più che una Germania europea stia rafforzandosi l’Europa tedesca. Questo spiega le parole di attrito con la Germania che sono emerse nei recenti discorsi del premier italiano, Matteo Renzi, che è corso a sostegno della linea “atlantica”, anche contro i propri interessi nazionali.

Un primo segno di frantumazione dell’unità europea, rappresentata dalla grande coalizione socialisti-popolari-liberali, è emerso con la posizione del gruppo dei socialisti e democratici (S&D) che ha minacciato di non votare Juncker senza una “cambiamento di rotta sulla crescita”. Come abbiamo già riferito su queste pagine, dietro la magica parolina “crescita” si nasconde lo scontro tra due gruppi oligarchici occidentali. Il primo che sostiene “politiche monetarie e fiscali espansive” e il secondo che non cede su quelle rigoriste e d’austerità finalizzate alla difesa e conservazione del valore.

A ben vedere sono due anime della sovranità e dell’esercizio del dominio occidentale: la prima è incline alla guerra finanziaria, la seconda a quella economica. Sull’uso della forza militare per difendere i propri interessi, le due oligarchie non differiscono granché. È possibile che la grande coalizione europea reggerà e che il Regno Unito riuscirà a non abbandonare completamente l’Ue. Se così sarà, non potendo trovare sfogo in Eurasia, la potenza tedesca si accrescerà in Europa continentale. Questo è il prezzo che Usa e Uk sono pronti a pagare per ridefinire il carattere politico dell’Eurasia ed evitare la disintegrazione dell’Ue. La conseguenza sarà un’Eurasia sempre più asiatica.

A livello mondiale si profilano due blocchi: l’Occidente e il resto del mondo. Quest’ultimo è partito in ritardo, nell’ultimo ventennio, ma sta procedendo a una velocità elevata verso la creazione di infrastrutture e sistemi di scambio commerciale e finanziario progressivamente indipendenti dal dollaro americano. A giugno di quest’anno è stato concluso l’accordo di swap rublo-yuan, per semplificare il finanziamento del commercio tra i due paesi. Questo accordo è la base per la “creazione di un’istituzione di un sistema di scambi multilaterali che permetterà di trasferire risorse da un Paese all’altro, se necessario. Una parte delle riserve valutarie potrà essere destinata a questo scopo [il nuovo sistema]” (Prime news agency). Da questo scaturirà un “sistema quasi-Fmi”.

I Brics utilizzeranno una parte (molto probabilmente la “parte del dollaro”) delle proprie riserve valutarie per sostenerlo, riducendo drasticamente la quantità di strumenti in dollari acquistati dai più grandi creditori esteri degli Stati Uniti. Come abbiamo riferito su queste pagine, anche in Europa cresce la convinzione che un accordo con la Cina e lo yuan sia improcrastinabile. Tra le ultime mosse in ordine di tempo spicca quella della Banca nazionale della Francia, che ha costituito una piattaforma per lo scambio euro-yuan. Il suo presidente, Christian Noyer, avrebbe dichiarato che come corollario a quanto gli americani hanno fatto alla Bnp Paribas (una multa di 10 miliardi di dollari per violazione delle sanzioni Usa), il commercio con la Cina deve essere gestito in yuan o euro. In contemporanea, Usa e Regno Unito stanno accelerando sulla conclusione di due enormi accordi commerciali che hanno la finalità di “consolidare” gli asset dell’Occidente.

Sul Ttip, l’accordo di partenariato commerciale degli investimenti tra Ue e Usa, abbiamo già riferito su queste pagine. Si attende la conclusione dei negoziati entro la fine dell’anno, sebbene ci sia stato qualche disaccordo sull’estensione del Ttip al settore dei servizi finanziari (fortemente sostenuto dal Regno Unito, ma non dalla Francia e dalla Germania). Sul secondo accordo, il Tisa, Trade in service agreement, si sa che è stato negoziato dal settembre 2013 a porte chiuse a Ginevra dai seguenti stati: Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Unione europea, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Peru, Corea, Svizzera, Turchia e Usa. Non riuscendo a inserire il settore dei servizi nel Ttip, il Tisa risolve il problema, allargandone lo scopo a tutte le attività di servizio, inclusi i servizi pubblici.

Il settore dei servizi significa il 70% del Pil dei paesi industrializzati e l’ultima volta che fu trattato a livello multilaterale era il 1995 in ambito Gatts e poi Omc. Il 19 giugno scorso, Wikileaks ha rivelato uno dei protocolli del Tisa. Sulle conseguenze e la pericolosità sociale del Tisa si rimanda a un ottimo dossier pubblicato dal quotidiano francese L’Humanité. Secondo il quotidiano svizzero Bilan, già nell’aprile 2014 il testo finale del Tisa era “sufficientemente maturo” per essere approvato e sottoposto alla firma dei governi. I dirigenti dell’Ue tacciono, così come i governi degli stati dell’Unione. Nessuna informazione pubblica.

Recentemente, Mauro Bottarelli, visti i dati finanziari in suo possesso, si interrogava su questo giornale se si stesse avvicinando una guerra. In considerazione di quanto abbiamo descritto sopra, tutto farebbe pensare a preparativi propedeutici a uno scontro tra i due blocchi. Tuttavia, l’eventualità di uno scontro armato potrebbe collocarsi dopo le elezioni presidenziali americane del novembre 2016. Inoltre, la maturazione del blocco non occidentale richiede ancora del tempo. Quindi, semmai si dovesse intraprendere la disgraziata via delle armi, l’area temporale sarebbe tra il 2018 e il 2020.

Per evitare questo scenario da incubo – si ricorda che la proliferazione non convenzionale è molto cresciuta negli ultimi anni – l’unica possibilità sarebbe il risveglio degli europei. A iniziare dalla guerra in Ucraina, una soluzione sarebbe, come ha suggerito Leap 2020, da sviluppare in tre stadi: a) riconoscere in modo preliminare le responsabilità condivise; b) riprendere al più presto le relazioni euro-russe per creare le condizioni di una soluzione sostenibile per l’Ucraina; c) convocare una conferenza internazionale euro-Brics per risolvere la crisi ucraina.

Per la situazione del Medio Oriente, né l’Europa né gli Usa devono intervenire, anche a causa del fardello storico che li farebbe sospettare, non a torto, di essere di parte. Quindi sarà una situazione che potrà trovare uno sbocco solo permettendo alle forze locali di misurarsi e di trovare un punto di equilibrio. Considerata la responsabilità storica, anche recente, che hanno l’Europa e gli Usa, la miglior soluzione sarebbe di evitare mediazioni e coinvolgimenti diretti o indiretti, finanziando invece sostanzialmente le organizzazioni internazionali.

Quanto agli accordi Ttip e Tisa, l’Ue e i suoi stati rischiano di accelerare l’integrazione del continente invece di prevenirla. Sarebbe forse il caso che tali accordi divenissero innanzitutto pubblici e poi che siano sottomessi a referendum popolare.

Ma forse questo è il libro dei sogni e i dati di Bottarelli, nella loro crudezza, già indicano il futuro che ci attende.

Paolo Raffone

Fonte: www.ilsussidiario.net

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2014/7/7/GEO-FINANZA-Gli-accordi-che-avvicinano-una-guerra/3/512471/

7.07.2014

Pubblicato da Davide

  • roberto4321

    condivido in pieno l’articolo che sposa in pieno quello che penso (e che ho scritto il 27/3/2014):

    —————
    continuo a leggere ca..te
    facciamo chiarezza, per chi non lo avesse
    capito chi viene danneggiato dalla crisi ucraina è principalmente la
    Germania, il cui gas d’ora in poi dovrà passare sull’Ucraina Ovest
    controllata dagli Stati Uniti (e nella quale fra poco prevedo metteranno
    una bella base Nato). E perchè gli Stati Uniti vogliono mettere la
    Germania in una posizione di sudditanza nei loro confronti,
    promettendogli di fornirgli essi stessi il gas (che loro provvederanno a
    non fargli arrivare dalla Russia)?
    Aspettate e vedrete, ma mi sa
    tanto che l’avvento di Matteo Renzi porterà ben presto l’Italia in rotta
    di collisione con la Germania, magari sforando il famoso 3% di
    deficit/Pil, alla faccia del pareggio di bilancio in costituzione e con
    buona pace della Merkel che, per colpa ai meccanismo Infernale (per la
    Germania) di Target2 si troverebbe costretta a far uscire la Germania
    dall’Euro, se non vuole che le sue banche debbano provvedere
    automaticamente a compensare i disavanzi delle banche dei PIGS.
    E
    una Germania catapultata in questa nuova realtà fatta di rivalutazioni
    della moneta e relative perdite di competività non potrà essere più
    tentata di rivolgersi ad Est… ora non più.

    —————–
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=13143#149678

    ed ora aspettiamoci un bel po’ di frizioni tra Draghi e la Germania…

  • tassokan

    Spiacente la Germania il gas lo prende dal gasdotto che attraversa la Bielorussia e dal gasdotto gemello North Stream, entrambi sotto utilizzati.
    Non rischia di perdere un metro cubo di gas anche se le condutture ucraina fossero chiuse del tutto.
    Per il resto vedremo

  • albsorio

    Poi c’è il south strem, fortemente voluto da Berlusconi, c’è chi dice che una delle cause delle sue disgrazie sia aver rotto le uova nel paniere USA…

    Nel tubo ucraino credo non passerà gas russo prima del pagamento delle vecchie forniture e il pagamento anticipato di quelle future, poi vista la violenza degli ucraini verso i "ribelli" ucraini dell’Est penso che Gazprom non fara sconti ne cambierà idea per profitto, aspettiamo il generale inverno e la miseria, poi gli ucraini capiranno, tardi, ciò che gli avrebbe convenuto.
  • roberto4321

    è evidente che gli attacchi a B. sono iniziati il giorno dopo la firma dell’accordo per il southstream. Riguardo a questo gasdotto ho letto pochi giorni fa che ha cambiato il suo tracciato arrivando prima in Austria e poi in Italia contrariamente a quanto stabilito in fase iniziale (mi sa che i tedeschi non si fidano poi tanto del governo renzie). Altra notizia è che alla Bulgaria viene chiesto da più parti di bloccare il passaggio dei tubi, e le banche bulgare in questi giorni sono sotto un pesante attacco finanziario anche se non presentano pariticolari criticità (mi ricorda qualcosa successo nel 2011). Poi è notizia recente del solito scandalo che coinvolge l’Eni…. mi sa tanto che sto southstream non s’à da fà

  • roberto4321

    spiacente, ma il gasdotto che passa dalla Bielorussia passa anche dalla Polonia, piena di basi USA, quindi rimane il solo northstream che ha una capacità di 55 mld di mc contro un consumo europeo di 466… In Bulgaria intanto è corsa agli sportelli, vediamo quando ci arriva il gas col southsream (mai)